La Compensazione

 

Come succede puntualmente da molti e molti anni a questa parte, un ampio manipolo di apneisti è costretto, ogni volta che penetra nel sesto continente, a combattere una grande battaglia, una guerra infima che deve assolutamente vincere. La disputa, o meglio, la collaborazione con le dinamiche del proprio fisico durante lo svolgimento delle immersioni è il primo scoglio da superare in ogni avventura subacquea. 

L’estate, solitamente, fornisce un quadro d’insieme più positivo, per via del clima temperato, dell’allenamento continuativo, del tempo prolungato dedicato ai tuffi, ma non è detto che ciò rappresenti la regola generale, perché per molti cacciatori non si può parlare mai di una situazione completamente “rose e fiori”: gli acciacchi e le indisposizioni sono sempre in agguato. Esse fanno capolino periodicamente ma è in questa stagione “fredda”, ai piedi di sua maestà l’inverno, che praticamente tutti ci accorgiamo di alcuni problemucci che si possono acuire e che sarebbe meglio non supporre nemmeno di conoscere. L’uomo, purtroppo, non è stato creato per vivere agiatamente a diecimila leghe sotto i mari e, per essere sinceri, nemmeno per sguazzare tranquillamente molti metri più in su. E’ sufficiente constatare addirittura che ogni minuscola declabe corporea, ogni microscopico intoppo, diviene un ostacolo insormontabile al proseguo dell’attività basale intrapresa. 

Quanto siamo delicati! L’equilibrio corre sempre sul filo del rasoio e un nonnulla può far naufragare tranquillamente il malcapitato sub. I poveri bipedi non possiedono apnee che si protraggono per ore, resistenze mitiche al freddo, branchie, piedi palmati, strati cutanei ricoperti di squame o farciti da lame di tessuto adiposo, conformazioni idrodinamiche delle membra, eccetera. 

L’intelligenza e l’ingegno degli esseri pensanti si sono prodigati per apporre delle piccole pezze strategiche alle incognite prettamente esteriori della questione, al fine di consentire agli sportivi di ammirare mondi e pesci meravigliosi: a proposito sono nate le mute isolanti, le maschere multi vetro, le bombole di miscela, gli erogatori super delicati, le pinne in fibra composita, i computer, eccetera, eccetera. A guardare bene, però, si tratta sempre di miseri surrogati che danno la mera illusone di poter vivere meglio il contatto con l’elemento liquido perché la vera e sospirata integrazione parziale con i fondali marini si vedrà, forse, tra qualche millennio, nel corso di chissà quali mutazioni genetiche. 

 Per ora non ci resta che osservare estasiati le performance di altri mammiferi terraquei che riescono a pescare disinvoltamente in una spanna d’acqua come negli abissi più tetri ed esercitarci a sviluppare a più non posso le doti che madre natura ha messo gentilmente a disposizione al genere umano. Prendiamo ad esempio, sulla scia di quanto poc’anzi scritto,  di un particolare piccino, interessante una porzione ridotta della nostra anatomia ma che riveste una valenza a dir poco irrinunciabile nell’economia totale della pescata: l’adattamento complesso dell’orecchio umano alla realtà subacquea. L’ambiente marino è caratterizzato da una pressione idrostatica che aumenta di un’atmosfera per ogni dieci metri di profondità. Il computo dei carichi è presto fatto: a dieci metri sott’acqua sono presenti due atmosfere per centimetro quadrato (il dato risulta per una semplice addizione: una atmosfera che grava a livello della superficie terrestre più un’altra atmosfera misurata a dieci metri di fondo); a venti metri ce ne sono tre; a trenta metri, quattro; a cento metri la spinta è di undici chili; a più di diecimila metri, sul fondo di qualche fossa abissale, si oltrepassa la tonnellata per centimetro quadrato. 

Sono valori che fanno venire la pelle d’oca, i brividi solo a immaginarli. E’ vero che le escursioni atletiche raggiungono quote ridicole, raffrontate alla vastità e alla potenza schiacciante degli oceani, ma dedicate un momento d’attenzione allo stress che subisce comunque il povero timpano, e  i suoi annessi, pensate con che massa d’acqua dobbiamo lottare per fare una semplice pescatina… L’apneista, a differenza del sub munito di autorespiratore, sollecita centinaia e centinaia di volte alcuni elementi dell’apparato uditivo con una ginnastica gravosa, e se vogliamo anche poco spontanea, visto che l’orecchio umano è stato concepito quasi esclusivamente per vivere sulla terra ferma. 

Meno male che le manovre cosiddette – di compensazione - gli consentono di conquistare progressivamente le batimetriche di caccia praticamente indenne: i metri in verticale dovrebbero teoricamente essere divorati facilmente, senza nessun problema. Nel caso malaugurato non si adottasse nessuna forma di “bilanciamento” si precluderebbe di fatto il tentativo di superare positivamente anche le primissime fasi di immersione: raggiunta una quota di due, tre metri di profondità si inizierebbe ad avvertire un dolorino che diverrebbe presto insopportabile unito a una sensazione di ipoacusia, di vertigini e poi potrebbe accadere il potenziale fattaccio, alquanto pericoloso, della rottura timpanica. Immedesimiamoci in una membranina di qualche millimetro quadrato, sottile come la pellicina che riveste un uovo, innervata da una rete nervosa e vascolare impalpabile, oberata e messa in crisi da masse devastanti di pressione brutale. 

Una tensione pazzesca su milioni di cellule ignare che resistono stoicamente alla disfatta. L’elasticità del frammento di tessuto in bilico tra la temuta lacerazione e la risposta eroica e astuta di difesa. Come fa il nostro amico timpano a vincere i possibili effetti nefasti delle atmosfere? 

Penetriamo nell’esemplificativa spiegazione tecnica con un occhio di riguardo alle strutture e agli stratagemmi messi in atto dal soggetto che si immerge. A supporto dell’umile timpano, introflesso dagli etti di spinta pressoria esterna, intervengono i volumi d’aria che giungono da un’architettura speciale: l’orecchio medio. Questa cavità aerea occupa il volume retrostante al timpano ed è in collegamento con un canalino che proviene dalla parte “profonda” della gola: la Tuba d’Eustachio, un passaggio dannatamente importante per il pescatore subacqueo. 

L’aria forzata attraverso questa via dovrebbe transitare pacificamente fino a compensare l’introflessione timpanica con una pressione interna analoga all’idrostatica. Per indurre i meccanismi a funzionare egregiamente due sono le soluzioni possibili: la facile e conosciuta manovra di compensazione del Valsalva e la più complessa ideata dal duo - Mercante-Odaglia -. 

Per la prima operazione basta serrare inferiormente le narici e chiudere la bocca, indurre con il torchio addominale un’espirazione affinché i gas residui delle vie tracheali, ipofaringee, laringee, faringee, eccetera,  siano convogliati nell’orecchio interno e da qui sospinti sul retro della faccia timpanica. La seconda azione ottiene analogo risultato facendo compiere la spinta d’aria compensativa al solo movimento della lingua inarcata verso il palato molle; essa è abbastanza difficile da descrivere e da imparare, però risulta meno traumatica per l’apparato polmonare e più fisiologica nel contesto dei delicati equilibri pressori.

 Le nozioni cartacee dovrebbero essere esemplificative ma nel concreto capita che la compensazione si complichi maledettamente e che l’immersione assuma i connotati di una terribile tortura prima fisica e poi psicologica.

Le Tube d’Eustachio durante la vita di tutti i giorni amano starsene, anatomicamente parlando, virtualmente chiuse. Le pareti interne sono rivestite da cellule mucipare che secernano per l’appunto uno strato di muco; costui, leggermente vischioso e filante, le fa collabire. Quando varchiamo la battigia e cacciamo il capo dentro l’acqua le Tube si chiederanno: - 

Ma dove ci conduce costui?- Quando flettiamo a 90 gradi il tronco, e quando innalziamo le pale delle pinne per sprofondare nell’abbraccio salato, saranno estremamente preoccupate e mai e poi mai si aspetteranno di essere strapazzate su e giù per lunghe ore. Ad un certo punto il loro padrone porterà due dita al naso e compenserà secondo lo stile preferito. 

Un cataclisma di pressioni, una baraonda di spifferi e correnti gassose le costringerà a dilatarsi e a mettere in comunicazione gli orifizi retro faringei con il timpano. E qui giungiamo al dunque! Non sempre esse accondiscendono anche se l’apneista incrocia le dita, fa le corna, porta qualche amuleto, fa gli scongiuri. Si impuntano, recalcitrano, fanno le bizze, sembrano collaborare splendidamente ma poi… ci piantano seccamente.  Mille possono essere le cause che non le lasciano dischiudere totalmente, che le occludono, e quando “l’orecchio” è bloccato sono guai, guai amari e angoscianti. Un “gniieeck” sibilante, un fischio malevolo, uno scricchiolio strano, una serie di rumorini malefici seguiti da una fastidiosa ottusità interiore trapanano il cervello, la mandibola, i seni frontali, i seni mascellari, il naso e ci informano prontamente che c’è qualcosa che sta andando o è già andato in tilt. 

Ci arrestiamo immediatamente e un film tetro attraversa impavido la mente. Ci risiamo! Il capo è stordito e non si sa se il contenuto del cranio duole maggiormente per la rabbia o per la problematica interna. Qualcuno si mette a soffiare come un mantice, altri strabuzzano gli occhi in uno sforzo erculeo, roteano le orbite, digrignano i denti; certi si fermano a mezz’acqua e incominciano a contorcersi in posizioni kamasutriche o risalgono di qualche metro per poi ridiscendere ancora; in taluni episodi il contenzioso si sblocca ma in molti altri non si cava un ragno da un buco. 

Non serve serrare ancor più le dita sulle narici, spingere come matti, disperarsi, imprecare, perché normalmente più si forza più si complica la situazione. Riemergiamo fumanti dal nervoso e con un diavolo per Tuba. - Che cosa fare? Quali pesci pigliare? Perché siamo così sfortunati? Non è possibile che tutte le volte dopo un paio di tuffi ci grippiamo immancabilmente. Divagazioni, chiacchiere volitive, belle considerazioni ma non riuscire a compensare è un bel dramma. In questo contesto deplorevole ci ritroviamo quasi tutti, chi più, chi meno e la speranza di una metodologia risolutiva è inseguita in ogni dove. Quali consigli obiettivi suggerire agli appassionati che non vogliono rinunciare al piacere continuo e duraturo di un bel bagnetto? Quali stratagemmi e astuzie sfruttare per porre finalmente argine alle degenerazioni?

Innanzi tutto bisogna affidare il nostro apparato auricolare ad un bravo specialista otorino – laringoiatra: è essenziale che la “base” di partenza, rientri fisiologicamente nei parametri corretti. Tantissimi “guai” accadono semplicemente perché sussistono dei problemi fisici di fondo importanti. Chi non parte con la macchina corporea in assetto perfetto, con la meccanica “ben oliata”, gioca d’azzardo e durante l’impegnativo circuito potrà fermarsi spesso e rovinosamente. Senza questa primaria valutazione anatomica tutti i discorsi conseguenti lasciano il tempo che trovano. Un’anomalia fisica presente è una mina sempre pronta ad innescarsi e a esplodere alla minima vibrazione: una visita accurata riesce a diagnosticare immediatamente ciò che non va e a proporre un rimedio radicale. 

Bisogna rimuovere senza ombra di dubbio la causa del problema con giusta perizia. L’associazione Mauro Ficini, con il pool di volenterosi medici, è un ottimo esempio d’informazione accurata, competente e disponibile. Nelle pagine della rivista vi sono sempre i numeri di telefono: potete chiamare e farvi indicare un professionista che visiti nei pressi della vostra città di residenza o rivolgervi direttamente a loro. Esistono, per esempio, tantissime persone che hanno il setto nasale deviato, o altri esiti di fratture locali, probabilmente in seguito a traumi avvenuti in età giovanile, e non ne sono a conoscenza. Un caro amico e compagno di avventure aveva dei problemi compensativi drammatici: d’estate e d’inverno si bloccava spessissimo, anche dopo pochi minuti di pesca. Doveva uscire completamente dall’acqua, attendere che l’orecchio si liberasse per bene e rituffarsi solo dopo un certo lasso di tempo. Potete intuire la faticaccia, lo snervamento e la pazienza infinita che il prode doveva possedere. L’azione di disturbo psicologica era talmente fastidiosa ed opprimente che anche i risultati venatori erano divenuti altalenanti. Interpellò un professionista che immediatamente diagnosticò una deviazione complessa del setto nasale. Gli venne proposto l’intervento chirurgico di rino setto plastica e dopo qualche tentennamento iniziale accettò di buon grado l’operazione. 

 Non fu un percorso particolarmente cruento, il periodo post operatorio passò veloce e dopo una ventina di giorni poté tornare felicemente in acqua. Ora compensa senza nessun problema e pesca in maniera semplicemente superba.

·        La cavità nasale (come già accennato in tantissime rubriche di medicina di Pesca sub) deve essere libera, pervia, bilateralmente in ordine. Non ci devono essere ostacoli, transiti anomali, strozzature ossee o cartilaginee più o meno marcate. L’aria che transita normalmente mantiene la mucosa del naso asciutta e le cellule mucipare secernano il muco nella giusta proporzione e quantità. Quando i gas respiratori subiscono flussi alterati di passaggio viene a crearsi una sequenza anomala deleteria che coinvolge l’intero scacchiere compensativo. Le mucose tenderanno ad essere dapprima irritate, edematose, poi infiammate e quindi tenute a difendersi con una accresciuta produzione di muco: questi è un terreno culturale eccellente per i vari animaletti, batteri e virus, che colonizzeranno i tessuti copiosi e abbondanti. Il catarro invaderà narici, seni, vie aeree inferiori, e naturalmente le stesse Tube di Eustachio e l’orecchio medio. Il quadro prospettato tenderà a peggiorare nel decorso degli anni e a divenire infaustamente cronico, cioè perenne. Esiste un metodo empirico per controllare che le cavità nasali funzionino perfettamente e cioè che lascino passare entrambe lo stesso flusso d’aria senza impedimenti. Bisogna procurarsi uno specchietto o una lastrina lucida d’acciaio inossidabile e porla alla radice dal naso, avendo cura di trattenere, per la durata precedente al breve esperimento, il respiro; espirando poi con decisione dalle narici osserveremo rapidamente l’area di condensa che si evidenzierà sulla superficie del vetro (o del metallo). Se i due aloni saranno ampi, circolari ed equiparabili, significherà che tutto funzionerà ottimamente; se, invece, uno sarà piccolo e striminzito rispetto all’altro, o sussisteranno altre riduzioni di flusso visibili, vorrà dire molto probabilmente che esiste uno squilibrio interno, potenzialmente dannoso.

Purtroppo, anche se dal punto di vista anatomico tutto sarà in ordine e immacolato bisogna ammettere che le manovre di compensazione non risulteranno, comunque, sempre pronte e immediate in ogni frangente. Il sub, durante la pesca in apnea, esegue decine di capovolte a testa in giù e di conseguenza dovrà compensare centinaia di volte; sottolineiamo che al quadretto non proprio idilliaco si aggiunge la questione dell’estrema soggettività e reattività di queste evoluzioni continue.

 Praticamente vi sono stili e approcci estremamente personalizzati e ognuno di noi ritaglia il suo spazio, le sue preferenze, le sue abitudini, i suoi accomodamenti. Per raggiungere l’appostamento o varcare l’antro di uno spacco promettente situato ad una ventina di metri, si dovrà pinneggiare ad un ritmo discretamente sostenuto e va da se che lungo il cammino si incontrerà un progressivo aumento di pressione idrostatica (i primi metri richiedono compensazioni maggiori rispetto agli ultimi) che dovrà essere contrastato e rispettato senza indugio o titubanza. 

Non potremo permetterci distrazioni varie, oppure una fermata dopo pochi istanti, la raddrizzatura della postura, la messa in atto delle varie tecniche compensative, la successiva capovolta per riprendere poi, nuovamente, la discesa. Non abbiamo sulle spalle un mono da 15 litri! Una prima regoletta da interiorizzare, per impostare un discorso corretto e facilitato, è quella di compensare un attimo prima che il nostro orecchio ne senta l’esigenza spicciola. Non bisognerebbe mai aspettare di percepire, prima, il dolorino o il fastidio premonitore; ciò permette di mettere in gioco, di volta in volta, dei valori di pressione interna molto bassi, tutto sommato discretamente fisiologici, tali da non richiedere impegni compensatori onerosi ai vari distretti anatomici. Pensate addirittura che ci sono dei cacciatori che affermano che il rumore di una compensazione suscitata in ritardo, quindi piuttosto sforzata e rimbombante, può disturbare sia la mente che la concentrazione del soggetto che la compie, sia il pinnuto più scaltro e reattivo. 

Nel caso di chi scrive, se compenso indugiando troppo, anche per un solo episodio o per pochi decimetri trascurati, risveglio il famoso campanellino d’allarme: avverto una sfitta dolorosa al timpano che resta presente per l’intera giornata e che mi consiglia spassionatamente di non fare più lo sprovveduto in altri episodi.

Un secondo punto importante è la cura del nostro fisico e in particolare del nostro apparato nasale e uditivo. Abbiamo visto la precarietà e la delicatezza che circondano le varie componenti: dobbiamo preservarle, allenarle e coccolarle con tutta la buona volontà, sfruttando tanti espedienti e occasioni. Quando un gruppo di apneisti si ritrova insieme dopo la piscina o dopo una garetta, noterete al volo i più “convinti” mentre fanno pratica tra mille persone: sono evidenziabili quando innocentemente provano all’asciutto il Marcante - Odaglia o il Valsalva, con moine conturbanti e smorfie multiple. A dire il vero guardandoci l’un l’altro mentre “smandiboliamo” selvaggiamente o ci cacciamo furtivamente i polpastrelli nel naso, credendo di non essere rilevati, viene istintivamente da riflettere e poi da sorridere ingenuamente, perché la passione è tanta e ci permette di superare indenni le brutte figure (un po meno nelle riunioni di lavoro, nei ristoranti, nelle tavole calde, nelle pizzerie, eccetera...).  

L’allenamento a secco è una buona abitudine per tenere i tessuti tonici ed elastici, per apprendere le manovre corrette, ma il mare e la pressione idrostatica forniscono tutt’altra palestra. Chiunque può rendersene conto in questo periodo: l’acqua e l’aria freddine non danno certamente una mano. 

I raffreddori sono all’ordine del giorno, il naso cola, la tosse stizzosa fa la sua comparsa preoccupante. E’ risaputo che con una malattia da raffreddamento in corso è obbligatorio esentarsi dalle immersioni pena il rischio di contrarre patologie molto serie e ben più gravi. Invitiamo tutti coloro che vanno in moto o in scooter di proteggere accuratamente il capo, la fronte, con un sottocasco di seta: è un buon sistema per allontanare l’insidia della sinusite. 

Medesima accortezza per chi viaggia a gran velocità con i finestrini dell’auto completamente abbassati o con il condizionatore a manetta: purtroppo  queste sbadataggini si pagano amaramente. I capelli andrebbero asciugati per bene e non lasciati al vento freddo poiché ci si raffredda con più facilità. Provenendo da una città le problematiche si acuiscono, si aggravano, inducendo un eccezionale stress negli abitanti, soprattutto se dediti alla caccia subacquea; vogliamo esporvi una serie di malizie adoperate per difenderci su vari fronti e come abbiamo personalmente creato una sorta di microclima ambientale salubre. 

L’aria secca e troppo calda emanata dai radiatori di un appartamento o il sistema artificiale di condizionamento sono una fonte primaria di sventure e calamità. Uscite dall’uscio di casa al mattino e alla prima boccata accusate già un leggero mal di gola, le narici risultano innaturalmente asciutte. 

 

Lo smog e le polveri inquinanti dell’ambiente daranno in seguito il colpo di grazia e il sistema immunitario dell’organismo umano dovrà sudare sette camice per non farvi stramazzare a terra in preda ad attacchi d’asma, allergie, tracheo- faringiti, bronchiti o polmoniti. Se potete chiudete le valvole dei caloriferi nei pressi del vostro giaciglio o regolate il termostato dell’impianto di riscaldamento sotto i 19/20 gradi centigradi. Un ampio e soffice piumone d’oca garantirà un tepore ideale, preservandovi dal gelo notturno, e le orecchie, la gola e i polmoni vi ringrazieranno negli anni a venire. 

Nella nostra camera da letto abbiamo definitivamente chiuso il termosifone e abbiamo subito visto che il respiro, il naso sono divenuti molto più liberi. Con una spesa modica abbiamo acquistato anche un purificatore d’aria professionale (viviamo lungo un’arteria stradale ad alto scorrimento) dotato di cella filtrante elettronica e ionizzatore: l’abbattimento delle polveri è stato significativo anche se non bisogna scordarsi di arieggiare sovente il locale per un ricambio naturale. Prevedendo di fare una pescatina nel week end adottiamo un accorgimento aggiuntivo: un umidificatore viene posto vicino al letto con alcune gocce di olio balsamico (si acquistano da un erborista o da un farmacista di fiducia) costituite da estratti di eucalipto, rosmarino, malva, e altre erbe officinali e messo in funzione per tutta la notte. Il tasso di umidità è ottimale e le vie respiratorie si decongestionano e liberano che è un piacere. Con lo stesso prodotto si possono fare dei suffumigi la sera prima di coricarsi se per caso ci sentiamo un po di raffreddore addosso o se siamo lievemente costipati. E’ un rimedio antico, dei nostri nonni, ma il pentolino con l’acqua bollente che emana effluvi miracolosi è il nostro asso nella manica: probabilmente il vapore caldo umido unito alle essenze vegetali esercita un effetto sinergico molto potente, assolutamente privo di effetti collaterali. Abbiamo bandito vari medicinali da un po di tempo e un uso assiduo di queste accortezze ci ha dato risultati fantastici.

Nonostante le cautele impiegate, le alchimie strategiche, succede che, una volta immersi, non tutto vada per il verso giusto. Dopo alcuni tuffi un orecchio si può tappare di brutto. Riemergiamo e in posizione verticale tentiamo, delicatamente, di compensare. Se il cielo ci aiuta sentiamo dei cigolii prolungati, poi uno schiocco secco che segnala l’avvenuta manovra. In altri casi capita che l’ottusità sia assoluta: come fare? Si toglie la maschera, e si prova a respirare profondamente con tutte e due le narici; spesso si verifica che una delle due offra una resistenza marcata all’inspirazione. 

Con il palmo della mano, senza guanto, si riscalda una piccola quantità d’acqua e poi si inspira alternativamente. L’operazione è innaturale ma assai efficace per liberarci dal catarro in vari punti: bisogna solo vincere la repulsione e il disgusto per il leggero bruciore del liquido che si sente discendere nella zona retro nasale e poi lungo la gola. Spesso si avverte la liberazione della tuba e il muco che si scioglie progressivamente. Se la prima volta non fosse sufficiente ripetetela un’altra, magari soffiandovi quasi simultaneamente il naso: di solito ci si libera per un buon lasso di tempo o magari per tutta la pescata. 

C’è qualche sub che la effettua prima di incominciare l’immersione, direttamente dalla battigia o dal tubolare del gommone. Il cappuccio della muta deve coprire, compatibilmente con il facciale della maschera, un’ampia porzione di fronte: il comfort tiepido aiuta nel contesto.

Riguardo l’abbigliamento esterno prendiamo esempio dai vecchi lupi di mare che portano uno spesso berretto di lana calato sulla fronte; oggi ci sono i tessuti di poliestere (il pile o polar) che oltre a scaldare parecchio tengono caldo anche se bagnati.

                                                     Emanuele Zara & Lucia Notarangelo