La Ventilazione
L’uomo che s’immerge, che bracca un pesce sott’acqua con il solo ausilio delle capacità psico fisiche fornitegli da madre natura, è rivestito da sempre da un’aureola fascinosa, da un velo enigmatico che lo fanno sembrare una sorta di superman agli occhi di molti osservatori.
Come si può, d’altronde, restare mummificati, aridirsi
psicologicamente di fronte alle performance evolutive dei bipedi rosa? Noi,
poveri esserini glabri, adornati da un corpo plasmato per vivere
soddisfacentemente soltanto sulla terra ferma, abbiamo letteralmente sfidato il
sesto continente da una posizione di inferiorità rispetto a tanti altri
mammiferi eppure, nonostante tutto, abbiamo conseguito dei risultati che
profumano di straordinarietà. Nel corso dei millenni il cammino è stato lento,
ponderato, tra la raccolta di cibo, spugne, perle, conchiglie e il recupero di
qualche reperto archeologico, ma negli ultimi decenni la progressione apneistica
si è impennata di brutto, è divenuta mitica, scientifica, intensamente
profonda. L’essere intelligente piano piano ha dato la scalata al muro di
problematiche mediche (all’apparenza insormontabili), alle diecimila questioni
che si frappongono costantemente tra i suoi semplici polmoni e la bellezza
affatturante del mare, degli abissi, dei pesci, della pesca subacquea.
Un paio di pinne e una maschera imprestati dall’amico consentono di
sguazzare a sufficienza e di dare un’occhiata alle meraviglie dei fondali e
dei flussi vitali degli abitanti ma ben presto, nel giro di qualche stagione, ciò
non basta più: in qualcuno scatta quella benedetta molla passionale, quel virus
subdolo che potenzialmente può stravolgere l’intera esistenza negli anni a
venire (non solo del singolo fanciullo…). Il desiderio di immergersi sotto la
superficie del mare diviene un’esigenza possente, un richiamo ancestrale più
forte dei compiti scolastici, dei giochi con i compagni; più prepotente di
qualsiasi altra cosa.
Il corpo è abbandonato sulla superficie del mare, si respira con il capo eretto, stando ben attenti a quando passa l’ultima onda; si dilata il torace alla Tarzan, si prende più fiato possibile e ci si tuffa frettolosamente.
Il polpetto si ritrae nel suo buco ricoprendosi di conchigliette, le mani cercano di estrarlo a viva forza ma il mollusco rivela una tenacità non prevista e quindici secondi passano veloci, molto veloci. Il muscolo cardiaco rimbomba nella cassa toracica come un martello pneumatico, dapprima con colpi lievemente accelerati e poi con una frequenza via via più rapida; la fame d’aria, l’ansia, si fanno sentire pesantemente e dopo un attimo la voglia di tornare su è incessante, impellente: il bisogno di risalire subito per svuotarsi i polmoni è ormai una realtà insostenibile. Il soggetto schizza come un calamaro dai suoi due metri di profondità e si fionda fuori dall’acqua con un’espirazione e un rumore che richiamano alla mente gli sbuffi di un grosso cetaceo oceanico. Inondati d’aria fresca i due polmoni è subito pronto per un nuovo tuffo.
E così via, per ore e ore, fin che la spossatezza lo agguanta e lo riporta languidamente sul bagnasciuga con la lingua a penzoloni. -
E’ stato entusiasmante anche oggi, ma perché non riesco a rimanere sott’acqua un po di più?
Possibile che dopo una manciata di secondi l’ossigeno sia già finito?
Come si fa a restare tanto in apnea?
Quanta aria devo aspirare?
Sono troppo magro e “striminzito”?
Mille domande pulsano
nella teca cranica e la brama di migliorare il dato apneistico è forte. Siamo
in bilico sul filo del rasoio: l’adolescente attende dei responsi chiari,
soddisfacenti ma soprattutto un miglioramento significativo delle prestazioni
fisiche. Guai se in questa fase pervengono degli input distorti, dei messaggi
adulterati, dei consigli sterili.
Animati da uno spirito positivo
qualcuno si rivolgeva ai circoli subacquei della propria città, al cacciatore
più esperto della combriccola mentre altri, meno fortunati o un po pigri,
rimanevano nel limbo dei quesiti irrisolti. Era sufficiente rivedere i due
protagonisti qualche tempo dopo per rendersi conto di quanto era servita una
scuola di formazione specifica. Oggigiorno la realtà è simile a quella sopra
descritta con la differenza sostanziale che il dislivello tra un’apneista
“fai da te” e uno allenato secondo le recenti conoscenze di fine millennio
è molto grande e in certi casi, abissalmente incolmabile. Il mondo
dell’immersione, rispetto a qualche lustro fa, è cresciuto a dismisura, è
radicalmente cambiato. Una delle chiavi di volta di questo miglioramento è
relativo alle tecniche di ventilazione, allo sfruttamento razionale dei
sofisticati meccanismi biologici che regolano la fisiologia della respirazione e
ai fenomeni fisico - chimici ad essa relegata.
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Circa 40 anni fa, alcuni personaggi precursori del profondismo italiano avevano escogitato e fatto proprio un sistema di ventilazione che consentiva di rimanere in apnea per molto tempo: la definirono scientificamente iperventilazione. Adottata come metodica di riferimento fu impiegata anche da schiere di pescatori (qualcuno l’adopera esageratamente ancora oggi). In che cosa consisteva (e consiste) l’iperventilazione? Prima di effettuare la capovolta si facevano alcuni minuti di respirazione particolare: gli atti respiratori erano frequenti, protratti per alcuni minuti ma soprattutto c’era una cura speciale e mirata nell’espletamento della fase espiratoria. L’espirazione era forzata, tanto da udire provenire dallo snorkel un sibilo stridente e contrito alla fine di ogni atto espulsivo. Il trucco e l’efficacia della tecnica sembrava celarsi proprio dietro l’intensità di quel suono “ asmatico ”. Ricordiamo tanti cacciatori degli anni passati che ci davano dentro come mantici, servendosi anche di movimenti alternati delle braccia, aperture e chiusure ripetitive, per dilatare e svuotare allo spasimo la gabbia toracica. |
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L’obiettivo considerato e creduto corretto era quello di
eliminare tutta l’aria vecchia, o almeno la quantità maggiore, e caricarsi il
più possibile d’ossigeno in modo che l’organismo fosse reso autonomo per un
discreto lasso di tempo. Dopo due o tre minuti consecutivi di iperventilazione
(talvolta bastava molto meno), la testa iniziava a girare, i polpastrelli e le
estremità degli arti inferiori “friggevano” come se fossero effervescenti.
Allora, qualche uomo saggio che forse intuiva la potenziale pericolosità della
tecnica ventilatoria, mormorava autorevolmente:- quando sentite i formicolii e
il capo che frulla come un macinino dovete respirare un po di volte normalmente,
fino a che “ l’ossigeno” torna nei limiti, poi potete tuffarvi
tranquillamente -.
Peccato che la medicina, con l’apporto di una diagnostica strumentale sofisticata e la devozione alla causa di alcuni dotti luminari, tra cui l’indimenticabile ed encomiabile prof. Mauro Ficini, studiando sempre più meticolosamente i fenomeni legati agli atleti che usavano l’iperventilazione prima di immergersi, si accorse che ciò che si pensava corretto in realtà non era così lapalissiano e chiaro ma bensì appariva come una sorta di stortura fisiologica, dai risvolti temibili per l’incolumità degli atleti.
Durante l’iperventilazione non si accumula
un’enormità d’ossigeno (O2) negli alveoli polmonari poiché dopo due o tre
profondi atti espiratori l’emoglobina (la proteina presente nei globuli rossi
che lega chimicamente le molecole energetiche di ossigeno e le trasporta ai vari
organi) è già satura abbondantemente dell’indispensabile gas ma si
concretizza, in alternativa, un triste fenomeno: si espelle tantissima, troppa
anidride carbonica (CO2: il gas di “scarico” prodotto dal lavoro metabolico
delle varie cellule che in pratica innesca l’attacco a respirare). Il
disorientamento, lo stordimento, le sensazione strane che si accusano al termine
dell’iperventilazione non erano, quindi, il segnale di un iper ossigenazione
ma l’avviso inequivocabile che i valori pressori della CO2 erano decaduti a
livelli subdoli (decarbossilazione).
Il nostro organismo è complesso,
regolato, possiede dei meccanismi
sofisticati che si preoccupano attivamente di fornire dei segnali utili, atti a
riconoscere che qualcosa all’interno del sistema non si svolge correttamente e
ad avvisarci per tempo. Quando si trattiene il respiro per un certo periodo
capita che in una fase primaria si stia bene, non si senta la voglia di
ricaricarsi d’aria; ciò succede perché gli scambi inter cellulari vitali
continuano normalmente con i due gas protagonisti: l’O2, prelevato
sapientemente dagli alveoli e indirizzato alle cellule tissutali, e la CO2 che
viene lentamente accumulata come prodotto di rifiuto e scarto.
Come avvengono gli scambi alveolari?
Non vi siete mai chiesti come fa
l’aria atmosferica a passare all’interno del corpo umano, a finire nel
sangue? Una breve delucidazione può essere utile per capire meglio i
ragionamenti enunciati durante l’articolo. L’aria atmosferica è un gas
costituito da più elementi: il 78% d’azoto, quasi il 21% di ossigeno, lo 0,03
di anidride carbonica e l’1% circa di gas rari. Questi gas sono mescolati tra
loro ma al contempo possiedono una loro identità e specificità. L’importante
legge fisica che conferma ciò è la legge di Dalton: - La pressione totale
esercitata da un miscuglio di gas è uguale alla somma delle singole pressioni
parziali dei gas componenti il miscuglio stesso -.
I gas coesistono, quindi, con varie
pressioni parziali: essi possiedono un’implicanza strategica
nelle dinamiche biologiche vitali, poichè interagiscono sul corpo umano
provocando differenti effetti, a seconda della pressione parziale posseduta al
momento.
L’enunciazione di una seconda legge, quella di Henry, ci fa compiere un ulteriore balzo didattico: - A temperatura costante, la quantità di gas che si scoglie in un liquido è proporzionale alla pressione che il gas esercita sulla superficie del liquido -. Le molecole gassose a contatto con un liquido tendono a trasmigrare in una soluzione mentre le molecole di gas disciolte in una soluzione tendono a ripassare in fase gassosa.
Vediamone gli effetti pratici: l’aria inspirata dall’apneista in superficie arriva agli alveoli polmonari, situati all’interno dei due polmoni. Gli alveoli polmonari sono dei microscopici “acini” che fungono da cellette di scambio tra i gas e i capillari sanguigni. In questa sede avvengono le cessioni e le acquisizioni molecolari di ossigeno e anidride carbonica, in base a un semplice processo di diffusione: esso è originato esclusivamente dal differente gradiente di pressioni parziali.
L’aria ricca di ossigeno (alta percentuale di pressione parziale) giunge a
contatto della sottilissima parete alveolare: qui i capillari che ramificano in
una trama vastissima, trasportano sangue saturo di anidride carbonica
(conseguentemente vi è una bassa percentuale di pressione parziale
dell’ossigeno). Per la differenza di pressioni il gas con concentrazione
maggiore migrerà negli opposti distretti, caratterizzati da minore pressione, e
viceversa accadrà per la controparte: l’ossigeno “fresco” finirà
all’interno del torrente ematico, l’anidride carbonica all’esterno,
nell’alveolo, dove verrà poi espulsa mediante l’espirazione.
Come l’attrezzatura interferisce
nella ventilazione.
Un buon risultato apneistico riguarda anche la qualità e gli accorgimenti che l’attrezzatura deve possedere. Iniziamo dal capo di neoprene che ci ricopre: il freddo è un nemico da combattere perché induce a perdere la concentrazione in superficie e sul fondo, comporta un notevole lavoro muscolare (riscaldamento del corpo umano) e di conseguenza ad una perdita energetica assai cospicua.
La muta dovrà essere
perfettamente calzante per evitare vie d’acqua, di giusto spessore per un
isolamento corretto, e comodissima, affinché il torace e i vari muscoli
preposti alla respirazione e sfruttati durante la ventilazione, non siano
costretti da un’opprimente abbraccio. Le salopette, se non sono costituite da
neopreni morbidissimi e tagliate con intelligente abilità sartoriale, possono
ostacolare la dilatazione della gabbia toracica; il non plus ultra del settore
sono i pantaloni a vita bassa.
La maschera non dovrà allagarsi, non
dovranno appannarsi le lenti: ogni inconveniente può creare nervosismo,
irrequietezza e danneggiare seriamente il prologo della ventilazione. Le
dimensioni interne piccine favoriranno l’apneista nei tuffi fondi poiché dovrà
immettere meno aria per compensarne il volume.
Lo snorkel sarà corto e di sezione
non troppo esigua, senza corrugati interni. L’aria che vi transita
all’interno deve “scivolare” senza costrizioni, vortici anomali, o forzi
inspiratori strenui. E’ consigliabile sfilarsi sempre dalla bocca l’aeratore
per due motivi: in previsione di una risalita “tirata”, poichè è meglio
espellere l’aria di fine apnea direttamente con la bocca fuori dall’acqua
piuttosto che impegnarsi in uno sforzo aggiuntivo (costituito dall’evacuazione
della colonna d’acqua formatisi all’interno dello snorkel); e poi perché in
caso di sincope anossica sopraggiunge un trisma mascellare (un blocco muscolare)
e se il boccaglio permettesse il transito dell’acqua all’interno del lume
tracheale… le complicazioni patologiche sarebbero serissime.
La cintura di zavorra deve essere
tenuta piuttosto bassa sul bacino per non comprimere troppo l’addome e
indirettamente per non ostacolare l’escursione libera del diaframma.
L’eventuale schienalino e i suoi cinghiaggi, invece, possono opprimere
l’espansione dei polmoni, soprattutto se sono di tipo rigido.
Le pinne dotate di scarpette pesanti
e pale troppo rigide concorrono a sperperare energia (i grossi gruppi muscolari
degli arti inferiori vanno azionati il meno possibile) e quindi a disperdere
molecole preziose d’ossigeno mentre pinne performanti e leggere consentiranno
di risparmiarle nel delicatissimo momento della riemersione.
Non si adopera il cronometro per
misurare la durata delle apnee e per confrontarle spavaldamente con gli amici:
le sfide sott’acqua lanciamole solamente ai pesci! Tanta apnea non significa
automaticamente essere grandi pescatori!
Lo stato di benessere si protrae fino a che i sensibilissimi recettori del corpo umano segnalano che i parametri di check up non rientrano più nei range prestabiliti. Il fisico sta penetrando in una fase critica e ci mette in guardia dal procedere ancora oltre.
L’O2, da
una rilevazione di 100/105 millimetri di mercurio (mm Hg), valori misurati
nell’alveolo polmonare nella primissima fase inspiratoria, ha proseguito la
corsa al ribasso, attestando la pressione parziale intorno agli 80 mm Hg. La CO2
ha continuato a essere espulsa dalle cellule dei vari organi, a riversarsi nel
circolo ematico sotto forma di anidrasi carbonica e acido carbonico: da una
pressione parziale iniziale di 40 mm Hg è cresciuta a valori prossimi ai 55/60
mm Hg. I campanellini d’allarme che scattano al rilevamento di questi dati
oggettivi si mettono immediatamente in moto: speciali nuclei di cellule nervose
(chemiocettori carotidei, aortici, bulbari) recettivi soprattutto all’aumento
della pressione della CO2 nel flusso ematico arterioso, alle variazioni
infinitesimali del grado di pH e in seconda battuta alla carenza d’O2,
comanderanno ai distretti del centro del respiro di riprendere immediatamente la
ventilazione.
Cosa succede all’atleta che sta
trattenendo il fiato coscientemente? Dapprima si verifica il desiderio crescente
d’aria che diviene presto un bisogno pregnante d’ossigenarsi, la cosiddetta
- fame d’aria -. Progredendo ancora sentirà un fastidio diffuso, allo
stomaco, alla glottide, fino a che avvertirà (per la verità non tutti gli
uomini accusano gli stessi sintomi, qualcuno subisce effetti diversi
dall’esemplificazione sopra enunciata) un sussulto spasmodico dei muscoli
respiratori, le conosciute
contrazioni diaframmatiche. Dopo ciò si verifica il punto di rottura
dell’apnea e il soggetto è costretto a riprendere a respirare subito se non
vuole che le sue preziosissime cellule nervose (i neuroni), efficienti solo con
il giusto gradiente pressorio d’ossigeno, decretino una perdita di coscienza
dai risvolti drammatici (sincope anossica).
Impiegando l’iperventilazione
inganneremo i centri bulbari delegati a stimolare la ripresa del respiro (dopo
alcuni minuti di iperventilazione si è statisticamente denunciato che il tasso
pressorio della CO2 si abbassa fino a valori di 25/30 mm Hg!). L’organismo
prima di sentire gli stimoli indotti dall’incremento dell’anidride carbonica
rischierà di andare in tilt per la sopraggiunta povertà d’ossigeno (punto di
rottura dell’ossigeno o break point O2).
L’immersione in profondità è
un’aggravante significativa del problema e aiuta ancor meglio a decifrarne le
architetture negative: entra in gioco la pressione idrostatica che modifica
significativamente sia il volume polmonare sia la pressione dei gas respiratori
all’interno degli alveoli. L’O2 passerà dall’alveolo al torrente ematico
con facilità ulteriore (aiutato da una pressione parziale incrementata),
inducendo l’apneista a soffermarsi sul fondo, a pescare tranquillamente, visto
che l’ossigeno a disposizione sarà ingannevolmente disponibile in quantità.
Nella fase di risalita i valori dei volumi polmonari e dei gas ritornano
normali, scoprendo fatalmente le carte: il soggetto ha consumato ossigeno in
misura elevata, ne ha bruciato troppo, a tal punto che non ne avrà più a
sufficienza per l’interminabile pinneggiata di ritorno.
Dopo un’analisi delle dinamiche e della rischiosità intrinseca di una ventilazione iper forzata gettiamo uno sguardo alla nuova tecnica che studiosi, campioni, atleti, hanno messo a punto e affinato per scoraggiare incidenti e usi distorti delle proprie capacità fisiche ma soprattutto per migliorare ancora lo sfruttamento delle prestazioni umane sotto la superficie marina. Innanzi tutto il pescatore subacqueo ha delle esigenze soggettive uniche, completamente differenti da quelle che possono avere i recordman d’apnea profonda o da chi va sott’acqua unicamente per un esploit metrico saltuario.
Il cacciatore si immerge decine e decine di volte nell’arco di una giornata di pesca, abbisogna di apnee abbastanza prolungate e ripetute di continuo, è occupato dalla tecnica venatoria che esegue con decine di imprevisti e situazioni ambientali da decifrare all’istante, è costantemente tenuto in tensione dagli eventi meteo marini, spende moltissime calorie, si disidrata, spesso varia di continuo la quota operativa, si appassiona… Naturalmente egli avrà bisogno di ventilarsi senza correre assolutamente il rischio di non avvertire per tempo barlumi fisici d’allarme, e allo stesso tempo dovrà conservare un’apnea soddisfacente alla conduzione dell’intera azione di caccia.
Rammentiamo che la ricerca del metodo migliore di ventilazione è devoluto in gran parte all’adattamento estremamente personalizzato che ogni apneista indossa a misura del suo fisico, delle sue possibilità, della quota di fondo perseguita. Cercheremo, innanzi tutto, di sprofondare, ad ogni tuffo e particolarmente in previsione di quelli impegnativi, in una fase di rilassamento e concentrazione massima. Ricordate che le cellule nervose e i gruppi muscolari sono affamatissimi d’ossigeno (le prime in misura davvero esagerata) quindi sarebbe inutile e assai sciocco porsi in una situazione di sperpero energetico se da li a poco dovremo accumulare fiato per l’immersione. Per “distendere” i muscoli basta porsi orizzontalmente sull’acqua e abbandonarsi mollemente seguendo lo stile di accomodamento respiratorio che ognuno preferisce.
Ci sono tecniche yoga, di training autogeno, di meditazione orientale e filosofica, musicali, addirittura d’ipnosi, che fondano gran parte della loro efficacia esecutiva sull’intimo e misconosciuto rapporto intercorrente tra corpo e psiche. Chi volesse apprezzarne le potenzialità nella vita di tutti i giorni può consultare dei testi specifici o frequentare i corsi che organizzano degli stages d’incontro. Noi rimaniamo dell’idea che se non ci sono motivazioni speciali agonistiche o particolari stati emotivi si può trovare il proprio spazio meditativo direttamente a contatto dell’acqua salata e recandosi a pescare il più possibile favoriremo l’adattamento psicologico. Si fissa una roccia, una pietra, un’alga a mezz’acqua e si cercano di allontanare pensieri, parole, rumori e quant’altro sia di disturbo.
Quando
saremo completamente “rilasciati“ mentalmente e cardiologicamente (anche il
cuore è un muscolo che abbisogna di molto ossigeno), daremo inizio ad una breve
ventilazione controllata.
Questa tecnica ventilatoria consente
di abbassare la soglia di anidride carbonica ad un livello non esageratamente
basso e quindi dannoso per il pescatore in apnea. Gli atti respiratori
(espiratori ed inspiratori) che normalmente sono nell’ordine di 16/18 al
minuto diverranno lentissimi e ponderati: si riconducono a 5/6 atti, massimi,
per una sessantina di secondi; si inspirerà profondamente e si espirerà
curando molto la fase evacuativa affinché sia dolce e prolungata (mai
totalmente forzata al limite spasmodico). L’obiettivo consiste nel ricambiare
l’aria sfruttando tutta la capacità vitale (data, anatomicamente, dai volumi
massimi inspiratori, correnti, ed espiratori, che l’atleta è in grado di
ventilare) dei nostri polmoni senza determinare stati di agitazione psico
motoria. Quando ci sentiremo pronti incamereremo un’ultima inspirazione ed
effettueremo la capovolta con movenze sciolte e non affrettate.
Per i tuffi con ritmo elevato, a bassa profondità o quando vi serve rapidità d’immersione, provate a respirare profondamente un paio di volte aiutandovi molto a svuotare il sacco polmonare con un’espirazione a prevalenza addominale (contrazione auto indotta del diaframma), in modo da eliminare una discreta quota di CO2 con immediatezza ed efficacia certa. Il mio vecchio insegnante di tromba mi aveva insegnato a usare il diaframma per riuscire a soffiare adeguatamente e armonicamente all’interno del difficile strumento metallico.
E’ sufficiente porsi dinanzi
ad uno specchio, mettere una mano appena sotto lo sterno, e respirare cercando
di non muovere quasi i muscoli intercostali e la cassa toracica: l’unica parte
che dovrà abbassarsi ed innalzarsi sarà quella dove è appoggiata la mano, per
l’appunto il potente muscolo diaframmatico. L’inizio non è del tutto roseo
e immediato ma provate e riprovate l’esercizio fintantoché la manovra
risulterà quasi spontanea. Noi ce ne serviamo anche durante la ventilazione
programmata per svuotare il sacco polmonare con poco impegno fisico e grande
resa finale.
Non scordiamoci due assiomi che i
grandi luminari del nostro sport hanno diffuso internazionalmente e che devono
diventare universali per gli apneisti. Il primo è: l’allenamento migliore che
possiamo intraprendere è l’apnea stessa, fermo restando di possedere una
normale tonicità fisica. Quanto è vero! Il riconoscimento degli stimoli
respiratori, l’assuefazione dell’organismo agli stati di ipossia, di
acidosi, il recupero metabolico da un tuffo all’altro, la tranquillità,
aumentano tantissimo inducendo il corpo umano a lavorare in apnea. Dopo una
lunga vacanza trascorsa a pescare non si scende con molto più fiato a
disposizione?
Il secondo è: mai in acqua da soli,
senza un compagno accanto.
L’apnea non è un’attività
assolutamente priva di rischi e le implicanze patologiche possono essere sempre
in agguato, purtroppo anche quando non sono ritenute possibili dal soggetto
troppo sicuro di se. Oltre che al rispetto assoluto dei propri limiti fisici è
assolutamente indispensabile che il partner di pesca non ci perda mai
d’occhio.
Il biondo atleta di Civitavecchia,
Fabio Antonini, è anche un campione in fatto di calma: il suo segreto durante
la vita di tutti i giorni è la tecnica dell’ipnosi che lo aiuta a
“trasformarsi”, a divenire un soggetto tranquillissimo. Quando pesca,
sfodera un ritmo di tuffi eccellente, con recuperi tra un’immersione e
l’altra, assai regolari; quindi siamo andati a chiedergli come ventila. Non ci
sono trucchi apparenti: esegue 5 o 6 atti respiratori ampi, trattenendo molta
aria nel torace e nelle guance; progredendo nell’immersione cerca di sfruttare
intelligentemente l’aria che ha in bocca per compensare la maschera. Non si
attarda mai a fondo e difficilmente aspetta di avvertire le contrazioni
diaframmatiche: al massimo le recepisce poco prima di riemergere e infatti nei
suoi ricordi non c’è un episodio sincopale, a dispetto di una fulgida
carriera ventennale.
Il simpatico agonista livornese Marco
Paggini sfodera una strana consuetudine: si rilassa psicologicamente in
superficie restando immobile e pensando ad una piacevole sensazione,
esternandosi pensando a degli episodi di pesca, ai nuovi fondali da scoprire,
finché il battito cardiaco rallenta. Ha poi l’abitudine di mettere una mano
direttamente sul petto e controllare lo stato di bradicardia e così si
tranquillizza ancora di più. Compie tre o quattro atti respiratori, al massimo,
e non esasperati: la lentezza e la quiete sono la prerogativa essenziale della
sua ventilazione. Cerca di risalire prima di avvertire il break point
dell’anidride carbonica (segnalato dalle contrazioni muscolari diaframmatiche)
e di non tirare mai l’apnea.
Zara Emanuele & Lucia Notarangelo