L’AMBIENTE INVERNALE

L’inverno è una stagione molto particolare, almeno per noi subacquei, perché mentre la maggioranza delle persone cerca ambienti confortevoli per svolgere molteplici attività ricreative, gli apneisti si tuffano nell’acqua fredda, torbida e spesso tormentata da venti impetuosi e gelidi. Il fascino di un’immersione in questi mesi assai caratteristici è relegata, principalmente, a due fattori: la possibilità, per tutti, di godere di un sottocosta completamente a nostra disposizione cioè privo di limitazioni legate alla balneazione estiva e ai pericoli della navigazione da diporto stagionale; il secondo motivo, se vogliamo ancora più stimolante ma che richiede un po di dedizione, è relativo al tipo d’incontro che si può fare in mare, a dicembre o gennaio, l’appuntamento con un pesce di buone dimensioni (spigole, cefali, saraghi, barracuda, lecce, serra) sorpreso in un bassofondo facile da “gestire”. L’ambiente tipicamente invernale, infatti, offre a tutti i pescatori la possibilità di divertirsi senza impegnarsi in prestazioni fisiche mozzafiato (tralasciamo le implicazioni psicologiche dovute al cambio delle abitudini, dell’equipaggiamento, degli itinerari), che oltre a coinvolgere ipoteticamente un’ampia schiera di pescatori in apnea, permette di concentrarsi maggiormente sulla sola azione di caccia. Bisognerà districarsi tra marosi e risacca, tra torbido e schiuma, tra freddo e attrezzatura “pesante” ma l’emozione di stringere a sé una grossa preda ripagherà ampiamente dai sacrifici fatti!  

In molte regioni mediterranee le perturbazioni che si succedono incalzanti costringono i marinai a rinunciare spesso a uscire con le proprie imbarcazioni perché le condizioni meteo marine appaiono proibitive. D’altronde le secche profonde, i sommi, gli alti fondali lontani da riva appaiono meno fecondi rispetto a qualche mese fa e molte specie stanziali tipicamente estive si sono spinte a quote abissali per trascorrere in stato di quiete l’intera brutta stagione. La maggioranza dei pesci che interessano il pescatore in apnea sono a terra, non più disturbati, e scelgono di spostarsi dove trovano cibo, e posti adatti alla riproduzione, così si scoprono grosse spigole, pesci serra, lecce che inseguono branchi di cefaletti tra le sacche di corrente che si creano in pochissimi decimetri d’acqua; saraghi che mangiano i nutrienti staccati dall’azione dei marosi tra i sassi di una franata; orate che staccano bivalvi al riparo di pareti rocciose inglobate nella sospensione; muggini che passano nella schiuma indotta dalla risacca; salponi che spiluccano i residui in sospensione al limite della battigia; eccetera. I litorali impossibili da frequentare sino all’inizio dell’autunno a causa delle ordinanze balneari che li vietavano espressamente divengono improvvisamente luoghi dove impostare tranquillamente una divertente battuta di pesca.

 Si parte frequentemente da riva, magari ai bordi dello stabilimento balneare che fino a  settembre era farcito di coloratissime file di sdrai e ombrelloni, e s’incontra la sabbia o la fanghiglia, poi a secondo della morfologia territoriale, altra sabbia oppure il ciottolato più o meno grosso, le alghe. Ogni regione italiana presenta una costa singolare e se in Liguria  il quadro ambientale appena presentato è comune, ad esempio, dinanzi ad alcune cittadine della Riviera di Ponente (il paragone potrebbe calzare adeguatamente anche in varie regioni del versante Adriatico), non si può dire la stessa cosa dell’altro versante, il Levante, dove il litorale è maggiormente movimentato sin dai primi metri di fondo e si presenta più ricco di scogliere naturali, franate, insenature. In Sardegna o nelle isole minori la natura ha creato lungo tutto il perimetro costiero posti ideali per pescare in apnea, e a parte le zone sottoposte a tutela dalle Aree Marine Protette e a parchi vari, c’è davvero l’imbarazzo della scelta con diversità morfologiche tra un punto e l’altro assai diversificate ma connotate quasi sempre da una larga componente rocciosa di base potenzialmente ricca di popolazione ittica. In Toscana, nel Lazio ci sono ampie distese di grotto, di substrato sedimentoso che dalla riva si spinge verso il largo: in inverno il mare mosso complica spesso la visibilità sollevando la sospensione ma i pescatori più assidui continuano comunque a fare degli ottimi carnieri. La Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria riservano coste alte e basse, alternanza di ambienti rocciosi e sabbiosi, tufacei e calcarei, in una panoramica di zone eccellenti per praticare il nostro amatissimo sport anche in pieno inverno.

Ma in relazione ai vari habitat costieri come e dove cercare di arpionare qualche bella preda? L’azione delle onde aumenta d’intensità con il succedersi delle perturbazioni e così ci troviamo spesso al cospetto di un mare rotto dai marosi, torbido per la corrente che ha sollevato dal fondo la sospensione, rapido nel cambiare stato. Poniamo il caso di iniziare il nostro itinerario anteponendo il fatto di aver considerato e valutato le previsioni meteorologiche, gli eventuali bollettini nautici locali (scaricabili da qualche sito Internet oppure consultabili telefonicamente o visivamente nella bacheca della Capitaneria di porto più vicina), la cronologia di tendenza del barometro al fine di non correre rischi inutili. Il sottoscritto lo fa tutte le volte che esce in mare, anche senza gommone al seguito, perché d’inverno una pianificazione preventiva oltre che prevenire guai per un improvviso deterioramento atmosferico ci aiuta a pescare con maggiore efficacia d’azione: scelgo di partire al mattino piuttosto che il pomeriggio perché la bassa pressione è in “caduta libera” quindi la possibilità che la perturbazione sia particolarmente violenta è maggiore; parto da un punto ma sono informato dalle previsioni che il vento a metà giornata cambierà completamente direzione quindi, al ritorno, troverò il mare a favore; sembra tutto tranquillo ma il bollettino mi segnala rinforzi di maestrale quindi avrò solo qualche ora buona per pescare in fase di monta dopodiché la risacca diverrà così violenta da non permettermi più neppure di tenere in linea di tiro l’arma, eccetera, eccetera. 

Dopo aver scaricato l’attrezzatura dal bagagliaio dell’auto (se non si è troppo lontani dal mare c’è qualche fortunato che effettua una comoda vestizione tra le pareti calde di casa…) si procede a cercare un posticino riparato per vestirsi così da tuffarsi in mare senza brividi preventivi e perfettamente isolati da un capo in neoprene di giusto spessore e misura. Identico discorso per chi batte la costiera con l’imbarcazione: l’uso d’indumenti protettivi preserva il raffreddamento del corpo durante il trasferimento, garantisce il confort, e mette al riparo da possibili malanni. A secondo della zona scelta effettuiamo la partenza ai bordi di una spiaggia, di una distesa di ciottoli, da una bassa scogliera, al riparo di qualche diga frangiflutti, di massi semi sommersi. Molti pensano a sistemarsi il cappuccio della muta, la maschera, lo schienalino ma pochi armano immediatamente il proprio fucile, subito, all’ingresso in mare: non è la prima volta che un branzino curioso accorre verso la fonte dell’improvviso rumore non appena tuffati! D’inverno capita spesso di trovare spigole in pochissima acqua, magari ai bordi della rena o del catino tra gli scogli “firmati” da una linea di schiumetta: dalle esperienze proprie e di quella di alcuni miei amici liguri e sardi ho imparato che è preferibile non trascurare nessun posto, nemmeno quello più insignificante ai propri occhi, perché le sorprese non mancano mai.

Conviene compiere sempre un paio di aspetti nel punto d’ingresso, manovra che tende a intercettare i pesci che nuotano negli immediati paraggi. Successivamente ci dirigiamo verso la zona scelta per impostare il tragitto vero e proprio, quello che ci consentirà di battere un fazzoletto di mare allargato. In un posto conosciuto si sa già dove andare ma chi affronta per la prima volta un itinerario nuovo è dibattuto nel scegliere un percorso con il sole a favore (tenuto sempre “sulla schiena”), contro corrente, oppure a favore di corrente. La direzione da intraprendere deve considerare oltre che le prerogative migliori per sorprendere il pesce, la propria incolumità fisica poiché se il tratto da battere è molto lungo conviene partire in ogni caso contro corrente e poi, al ritorno, sfruttare il mare a favore per non affaticarsi a tal punto da rendere proibitivo il rientro a nuoto. E poi anche il livello di torbidità è molto differente da una località all’altra per cui la corrente può migliorare o peggiorare ulteriormente la situazione: solitamente dove c’è una grande estensione di roccia compatta anche al largo l’acqua è sempre abbastanza limpida anche con mare grosso, comunque praticabile, mentre con fondali “molli” tipo sabbiosi, fangosi, algosi, o detritici basta un po di risacca per abbassare drammaticamente la limpidezza dell’acqua. Ipotizzando che il nostro itinerario invernale origini da una spiaggetta o da un sito con costa bassa battuta da onda corta, corrente di risacca debole, sarà opportuno iniziare qualche tuffo nei punti prospicienti il gradino che il mare ha scavato direttamente a riva. Potrà trattarsi di una buca di sabbia oppure di un salto di pietra l’importante è che lo sbalzo creato faccia vortice, presenti il giro dell’onda schiumante. Abbandoniamo il pallone segna sub a qualche metro di distanza con il solito pedagnetto di piombo terminale e iniziamo a scorrere l’area a terra. Aiutati da una zavorra cospicua cercheremo di appostarci nella depressione, ben fermi, disposti in lieve diagonale così da essere pronti al tiro sia che la preda provenga da terra sia che accorra dal largo. In genere tutti i predatori amano arrivare “di muso” al verso della corrente ma la regola non va assunta come un dogma incontrovertibile perché la spigola fa spesso eccezione a questo comportamento: magari sta proprio cacciando in punto dove il flusso regolare si è improvvisamente interrotto, è divenuto vorticoso per un ostacolo del fondo (un sassone isolato, una rientranza della costa, un relitto provvisorio) e giunge da tutt’altra parte rispetto sarebbe dovuta “logicamente” provenire. Ci vuole intelligenza tattica e con un po di esperienza si capirà presto dove appostarsi e dove invece pinneggiare dritti. Una sosta ogni quindici, venti metri è considerata una pausa ottimale e comunque il pescatore sarà in grado di “captare” la curiosità dei pesci in un raggio d’azione abbastanza largo. A questo proposito alcuni apneisti s’immergono dopo aver dato uno schiaffo sull’acqua o un colpo di pinna nel tentativo di richiamare in zona le prede più curiose che accorreranno pochi istanti dopo aver toccato il fondo. Il tiro sarà disturbato dai flussi, la mira potrà essere offuscata dalle bollicine o dai residui in sospensione ma un fucile di lunghezza media, maneggevole, dal facile allineamento con la preda vi offrirà preziosi servigi. Bisogna prestare attenzione anche alle zone in cui da riva sbocca un fiumiciattolo, un rivolo di acqua dolce, un canale: d’inverno un’area lambita da una fonte di acqua dolce diviene un formidabile terreno di pascolo per i muggini e di caccia per le grosse spigole. Nei miei trascorsi liguri ricordo un paio di “spiagge” di ciottolato appena bagnate dai canali d’irrigazione delle serre: l’appuntamento con i branzini era quasi certo. In Sardegna, addirittura ci sono punti eccezionali da spigole dove c’è una sorgente d’acqua dolce dal fondo del mare oppure che origina da una crepa della costa a picco e zampilla giù per la parete rocciosa. 

In questi casi oltre che impostare la battuta con la tecnica di pesca migliore per lo stato del mare e per la morfologia subacquea si cerca una profondità in cui le diverse densità d’acqua, la salata e la dolce si dividono nettamente in modo da avere una visibilità sufficiente. Terminata l’analisi territoriale della fascia litorale di battigia dove oltre le spigole si potrà incontrare qualche grosso cefalo solitario e qualche salpone si potrà allargare un po l’azione e iniziare a sondare il fondale appena più in fuori: a qualche metro da riva sarà possibile godere di una stabilità sul fondo assai più marcata e anche i percorsi all’agguato si potranno impostare con maggior precisione ed efficacia. La diversità morfologica tra una zona costiera e l’altra contribuiscono a diversificare la strategia di caccia adeguandola alla presenza di una prateria di alghe con catini annessi, di concrezioni di grotto più o meno sviluppate, di strisce di granito frammiste a oasi di sabbia e alga, di canaloni fessurati che dipartono dalla costa, di massi di riporto, eccetera. Appeso al pallone ci sarà un fucile più lungo, intorno ai 90, 100 centimetri di lunghezza atto a colpire le prede su distanza medio/lunga: sostituiamo quello impiegato nel bassofondo per adeguarci alle nuove esigenze di caccia e concentriamoci su ciò che appare all’orizzonte leggermente velato. L’agguato si metterà in pratica se ci sono franate di massi o fondali ricchi di pareti abbastanza alte dove i pesci possono trovare rifugio temporaneo mentre si cibano ma se il fondo marino è poco movimentato conviene eseguire delle attese di studio atte a scoprire se la batimetria scelta fa pesce oppure bisogna impostare la ricerca più in fuori o più a terra. 

D’inverno le specie avvistabili non sono numerosissime ma i branchi di cefali, le spigole, i barracuda, le grosse lecce solitarie, i serra, le orate, i saraghi potranno comparire dinanzi al fucile in questo settore dove l’azione dell’onda non è più molto diretta, dove la sospensione è sempre presente ma magari risulta un po più rarefatta e non è più accompagnata dalla risacca impetuosa. 

In questo compito saremo aiutati da alcuni segnali premonitori, nel caso si aspetti un predatore ma capita anche con orate e pesci di peso: il movimento della mangianza. In inverno solitamente le castagnole saranno diluite in spazi ampi mentre il novellame argenteo, i mugginetti di qualche centimetro di lunghezza sarà maggiormente presente: essi ci avviseranno dell’arrivo della preda scartando bruscamente da un parte o appallandosi in una bolla argentea.In altri casi, e ciò capita spesso in acqua molto bassa, quando la spigola è in caccia a breve distanza, capita di non vederne proprio di mangianza.

Tra sabbia e alghe o tra sabbia e inizio roccia conviene insistere con le attese, sia come numero che come tempo di permanenza subacquea così si aspetteranno i pesci che pascolano o che transitano nell’area. Con acqua limpida, invece, dopo qualche attesa strategica, è preferibile dare un’occhiata in tana, esplorando antri e fessure eventualmente presenti, perché potranno capitare, oltre la spigola o l’orata intanata, le occasioni di avvistamento di grossi polpi, oppure saraghi, rare corvine, tordi che tornano a popolare le tane del bassofondo.  

Il nostro ipotetico tragitto invernale potrebbe svolgersi in questo ambiente caratterizzato da una profondità entro i dieci metri ma se la costa si snoda mostrando dighe frangiflutti, scogli affioranti, franate, secchette, conviene ributtarsi a riva non appena la schiuma orla di bianco candido questi siti. La batimetria ideale potrebbe essere quella compresa nei primi tre, quattro metri di fondo. L’inverno spinge a cercare pesce a riva quando il mare è mosso perché è qui che la catena alimentare si svolge attivamente. Sia l’agguato sia l’aspetto, o un connubio strategico di queste due pratiche venatorie, rappresentano le tecniche migliori per fare carniere. 

Al cospetto di una massicciata, sia di origine naturale che riportata artificialmente per proteggere gli arenili, si dovrà pescare occultandosi negli spazi o nelle crepe cercando di disporsi in modo che il pesce si presenti nel raggio d’azione dell’arma e, possibilmente, impedirgli di sfilare di fianco o di dietro. Ad esempio se due rocce si aprono a “V” nel mezzo e il sub s’incastonerà tra le parti avendo un punto d’osservazione aperto ma poco identificabile dall’esterno costringerete la spigola o il branco di muggini a sbucare dinanzi al pescatore per soddisfare l’istinto. 

Stando ben schiacciati nella propria posizione faremo attenzione pure a ciò che ci “sorvolerà” perché capita che la preda ci passi sopra senza accorgersi della nostra presenza. Ecco perché d’inverno è utile calzare una maschera a visuale allargata: non ci sarà bisogno di muovere troppo la testa per avvistare in anticipo il bersaglio. In certe itinerari mediterranei capita che le prede frequentino il bassofondo proprio quando questi è flagellato da onde particolarmente alte e potenti. Gli specialisti della pesca in schiuma valutano attentamente i rischi connessi al mare formato e scelgono di impostare la battuta preferibilmente con condizioni di “scaduta” e in luoghi sicuri per la propria incolumità come lame semi affioranti che mostrano una base a sbalzo, un riparo roccioso che permetta di non essere “strappati” dal fondo quando il frangente si abbatte lungo costa. Poi si immergono sfruttando il ritmo del mare, cioè quei momenti di maggiore “quiete” che intercorre tra le serie di onde. Se la frana sarà strutturata con macigni enormi si potrà strisciare all’agguato tesi a sorprendere le prede poste al riparo della corrente oppure alternare dei brevi percorsi all’agguato e dei brevi aspetti terminali per catturare le spigole che arrivano a controllare l’intruso. Un’altra metodica usata dove il fondale e la limpidezza del mare lo consentano è quella di cacciare il capo in qualche tana passante nel tentativo di sorprendere i grossi muggini che spaventati dalle spigole, o da altri temibili predatori come i barracuda, i pesci serra, le lecce in caccia stanno nascosti tra i passaggi del fondo.

EMANUELE ZARA