GLI AMBIENTI MENO FREQUENTATI
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La maggioranza dei pescatori in apnea nel corso dell’anno frequenta esclusivamente fondali rocciosi: scogliere, isole, propaggini, franate, grotto, eccetera. In effetti lungo le coste della nostra penisola queste zone sono quelle che riservano la percentuale di avvistamento di specie ittiche più alta ma sono anche quelle in cui la pressione alieutica è maggiore. In mare esistono anche altre morfologie costiere che però, solitamente, vengono snobbate alla grande perché si è quasi sempre certi di perdere tempo e non trovare pesce. I racconti di tantissimi amici che hanno solcato in lungo e il largo tutte le coste bagnate dal Mediterraneo, le avventure ascoltate da parecchi campioni, l’esperienza personale in diverse situazioni mi hanno convinto che non bisogna mai tralasciare a priori la ricerca in qualsiasi ambiente subacqueo, anche quello ritenuto “povero”. Normalmente i substrati rocciosi sono quelli dove il pesce trova rifugio e nutrimento ma in certe regioni italiane scarsamente ricche di questo tipo di morfologia subacquea i pesci, e i pescatori, ci sono ugualmente. Ho battuto per molti anni la riviera Ligure di Ponente e man mano che ne decifravo i fondali ho compreso che le specie ittiche erano concentrate sì attorno ai pochi capi rocciosi con franatine annesse, alle dighe frangiflutti, a qualche relitto e secca, ma questi non erano gli unici posti in cui si potevano prendere muggini, spigole, ricciolette, orate, eccetera! Per decenni le coste liguri di ponente caratterizzate, un tempo, da distese sabbiose e praterie di posidonie rigogliose (ma il paragone si potrebbe trasferire tranquillamente ad altre regioni italiane come la Toscana, il Lazio, la Puglia, il versante adriatico, ecc.) sono state “arate” in lungo in largo da pescatori professionisti, inquinate da condotte fognarie prive di depuratore che hanno scaricato tonnellate di liquami a poche centinaia di metri da riva eppure i pesci sono sopravvissuti adattandosi a vivere in ambienti fangosi, in distese di sabbia interrotte qua è là da qualche sparuto ciuffo d’alga, a ridosso di qualche ciottolato semi sommerso dalla rena. Nel periodo di residenza sul litorale Savonese ricordo che con il mio amico Diego abbiamo battuto spesso dei fondali da “ribrezzo” cioè delle distese brulle e all’apparenza sterili strutturate da una base di limo e qualche sparuta alghetta filiforme. Si pinneggiava verso il largo per qualche centinaio di metri sino a che le ondulazioni della sabbia cessavano e assumevano le connotazioni della fanghiglia. Cercavamo quelle demarcazioni appena accennate, quei cambiamenti di stato morfologico che talvolta producevano dei dislivelli di qualche decina di centimetri; di tanto in tanto, quando eravamo particolarmente fortunati, reperivamo qualche sassetto, qualche lamierino appartenente a rottami di scarico, oppure la carcassa semi affondata di qualche vecchio copertone. In certi tratti costieri c’era qualche rarissimo ciuffo di posidonia ma la maggioranza della vita vegetale si riduceva a timidi filamenti verdastri che si ergevano coraggiosamente dal pavimento melmoso. |
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Ebbene in un “postaccio” del genere, dove la limpidezza dell’acqua era una chimera ed appena toccavi il fondo affondavi in una nuvola di sospensione finissima, abbiamo preso dei bei pesci: orate, palamite, ricciole, rombi, tracine, gallinelle, mormore, muggini, spigole, polpi. Sergio Pacenti, il campione marchigiano di qualche anno fa, mi ha raccontato che pescare dalle sue parti è dura in quanto la maggioranza delle volte si entra in acqua nel fango, in un mare a fondo sabbioso basso che appena si muove si intorbidisce, riducendo quasi a zero la visibilità. Eppure Sergio si è adattato a questo ambiente ed effettua ancora oggi delle pescate memorabili con carnieri composti in prevalenza da mormore, cefali, spigole. In numerose gare ci sono stati atleti che hanno esplorato per giorni e giorni distese infinite di posidonie, fondali piatti per miglia e miglia ma poi hanno trovato la tana tra le radici dell’alga dove hanno catturato decine di saragoni e corvine. Come vedete anche gli ambienti meno frequentati possono riservare delle piacevoli sorprese e chi non ha la fortuna di risiedere in un posto dove la roccia costituisce un habitath da manuale, oppure abita a centinaia di chilometri da tali siti, dovrà fare di necessità virtù e sfruttare al massimo le risorse che gli offre il fondale, “povero”, dinanzi a casa. L’esperienza in fondali scarni, in zone di scarsa presenza di pietra
forma un comportamento sportivo forte, paziente, capace di adattarsi a
molteplici situazioni e ciò costituirà un bagaglio da far fruttare
qualitativamente quando si avrà la possibilità di immergersi nei classici
itinerari subacquei a prevalenza rocciosa. Vediamo ora una breve panoramica dei
fondali cosiddetti “mobili”, i fondali composti da sedimento esclusivamente
granuloso o ricoperti da vegetazione. |
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Testo di Emanuele Zara