La corrente
Capita di rado che un pescatore subacqueo si soffermi attentamente sui fenomeni naturali che interessano il mare: spesso la voglia di tuffarsi e così pregnante che tanti aspetti vengono ritenuti superflui o poco influenti nel contesto prettamente alieutico.
Eppure noi crediamo fermamente che l’esito di una battuta propizia non possa trascendere dall’osservazione scientifica di numerose variabili ambientali.
Lo stato delle acque e le condizioni meteo sono i
segni generali più conosciuti agli atleti delle varie regioni mediterranee,
perlopiù perché un mare forza sei o un vento fortissimo rappresentano un
ostacolo pericoloso e insormontabile al proseguo della stessa immersione, e da
cui guardarsi per l’incolumità personale. Lo spirito d’osservazione, però,
intuisce che esistono altri eventi altrettanto importanti per la scelta del
posto di caccia, la rivelazione di specie animali, la valutazione della
strategia da adottare, l’organizzazione e il buon andamento della battuta; con
pazienza si aprono gli occhi, si confrontano situazioni differenti, si studia la
natura circostante, e si possono scoprire nuovi messaggi per interpretare
attivamente la pesca sub.
La vita del Mediterraneo, e in maggior misura negli Oceani, è resa possibile in tutte le sue forme dalle correnti e cioè da quei misteriosi flussi liquidi che transitano incessantemente in mare aperto, tra i saliscendi dei fondali, lungo il perimetro delle coste. Esse contribuiscono alla regolazione della salinità marina, alla distribuzione del gradiente calorico, dell’ossigeno, al trasporto di sostanze nutrienti, di micro e macro organismi, di uova, di pesci, eccetera.
Le correnti nascono principalmente per una differenza di densità, salinità e temperatura tra gli strati d’acqua. Il periodo autunnale (come all’inverso quello primaverile) incide profondamente in queste delicate dinamiche termo chimiche a causa dell’irradiazione solare meno intensa, l’abbondanza di precipitazioni, l’afflusso di venti e perturbazioni varie con la conseguenza che le correnti marine s’intensificano un po dappertutto e generalmente aumentano d’intensità.
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Le masse d’acqua raffreddate in superficie tendono ad affondare, in virtù della loro maggiore densità, e a richiamare fisicamente gli strati più gelidi sottostanti. I fiumi riversano in mare un costante flusso di acque fredde, i venti impetuosi e le mareggiate violente miscelano e rimescolano l’intera massa liquida. Si instaura un progressivo sconvolgimento degli equilibri sottomarini che possiamo notare nei siti che abitualmente frequentiamo: il termoclino avvertibile nettamente nel clou dell’estate risale verso la superficie trainando molti pesci che seguono preferibilmente correnti ancora tiepide; altri pinnuti più sensibili agli sbalzi calorici sprofondano decisamente negli abissi o migrano verso lidi più caldi; le correnti s’insediano con maggior frequenza in numerose aree di caccia. Prima di incontrare l’inverno possiamo sfruttare opportunamente i flussi vorticosi che lambiscono i cappelli delle rimonte, le propaggini montagnose, le isolette, le cigliate oppure cogliere l’attimo propizio all’interno di una baia, sulla massicciata esterna di una diga frangiflutti o di un ridosso roccioso, “sfiorati” dalla corrente poco più in fuori, eccetera. |
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Nella scelta della località o del sito bisogna valutare prima di tutto la direzione e l’intensità della corrente: essa non deve essere eccessiva e contraria se no ogni tipo di azione subacquea intrapresa e talvolta la navigazione divengono operazioni assai difficoltose.
Esistono frangenti in cui la potenza dell’acqua è così elevata che è letteralmente impossibile non solo pescare ma anche dilettarsi a nuotare. A proposito potremmo raccontarvi di una secca situata a grande distanza da riva caratterizzata da un bassofondo di alcune centinaia di metri quadrati. In occasione della fine di ottobre questo posto si popolava di pesci e una misteriosa corrente calda, proveniente da sud, sembrava esserne la principale artefice. In certe giornate il flusso sul lato di fuori si incattiviva e diveniva così impetuoso che era difficilissimo avanzare pinneggiando controcorrente. In superficie si notavano le striature di “rifiuto” e sembrava proprio che il mare sobbollisse.
Naturalmente, visto che era impensabile contrastare la direzione di marcia, si cercava di assecondarla facendosi trasportare a favore. La situazione più frustrante consisteva nell’effettuare la passata sopra il tavolato roccioso riccamente abitato: si scorgevano i saraghi e i corvi eccitati che si aggiravano davanti agli spacchi ma non si riusciva a raggiungerli.
Provammo ancora a tuffarci alcune decine di metri prima, nella speranza di planare diagonalmente sui pesci, ma il correntone era davvero bestiale: i tentativi precisi di discesa venivano clamorosamente sconvolti e alterati sul nascere. Si trattava di scendere a 12/13 metri ma nella realtà oggettiva sembravano almeno il doppio. Abbandonammo il sito con una dose elevata di delusione seppure animati da una gran voglia di rivincita.
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Come avremmo dovuto comportarci? Quando la corrente spira a diversi nodi di velocità
non ci sono molte scappatoie strategiche: è meglio cambiare zona in attesa che
molli un po oppure approfittare d’improvvisi cambiamenti di rotta che per
qualche minuto calmano leggermente la situazione. Le eccezioni esistono
solamente a carico di qualche atleta super dotato, capace di performance
strabilianti. Gabriele del Bene, per farvi un esempio reale, ci ha raccontato di
essersi immerso sul banco della Scala, dinanzi a S. Maria di Leuca, in compagnia
di correnti impressionanti, di almeno 7/8 nodi: per raggiungere l’appostamento
a 30 metri di fondo sopravanzava ogni volta la verticale del punto subacqueo di
circa 60/70 metri! L’imbarcazione e un valido barcaiolo sono utilissimi per economizzare e finalizzare la strategia di caccia poiché oltre a permetterci ampi spostamenti territoriali sono in grado d’intervenire attivamente nell’azione. C’è chi si butta in acqua da un certo punto e poi si fa “raccogliere” dal fido aiutante alcune centinaia di metri dopo, chi ventila e caccia attaccato ad una lunga cima collegata al golfaro dello specchio di poppa, chi pesca con la barca ancorata a pochi metri di distanza lasciata in bando sopra la pietra buona. |
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A proposito dell’ancoraggio assicuratevi che le marre dell’attrezzo abbiano preso bene e che i supporti di legatura posti sullo scafo non si stacchino o scollino per nessun motivo. Naturalmente la pesca in corrente richiede altre mille precauzioni poiché si rischia di incappare in seri incidenti con estrema facilità. Il mezzo nautico, soprattutto se è dotato di una motorizzazione di pochi cavalli, può trovarsi in crisi in mezzo a un fiume d’acqua travolgente.
Date gas ma l’elica sembra non ”mordere”; la prua scodinzola come se una mano misteriosa vi trattenesse da tergo; prima di percorrere rettamente un po di mare ci mettete qualche minuto di troppo; le manovre a breve raggio non vi riescono, eccetera, eccetera. In determinate condizioni dovete contare su una risposta sincera e immediata: un sub potrebbe trovarsi nei pasticci, potrebbe aver sparato ad un bestione e aver immediato bisogno di cooperazione, potrebbe essere esausto, potrebbe essere trascinato molto lontano… La pesca subacquea svolta su secche localizzate a qualche miglio da terra, notoriamente flagellate da correnti incessanti, va supportata da un’adeguata organizzazione logistica.
La boa segna sub o un pedagno specifico munito di un palloncino dai colori sgargianti vi aiuterà a farvi notare dall’indispensabile compagno di avventure; legate al termine della sagola un piombo abbastanza pesante in modo che il segnale possa raggiungere rapidamente il fondo e marcarvi la zona pescosa. La visibilità non sempre è eccellente, anche in luoghi dove solitamente l’acqua è limpida, perché la corrente può facilmente alterare questa peculiarità: ciò può costituire un ulteriore handicap psichico.
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È
utile portarsi appresso un fischietto di plastica: non immaginate come è facile
non rintracciare più la famigliare sagoma del battello e smarrirsi in mezzo al
mare trasportati dalla corrente chissà dove… Un trillo acuto ripetuto di
tanto in tanto vi fa sentire addosso gli occhi vigili dell’assistente. Abbiamo
sempre ben impressa una terribile ed eccezionale avventura accorsa ad un amico
sui banchi dello stretto di Sicilia: mentre scendeva fu “rapito” da una
sorta di torrente situato a mezz’acqua che lo travolse e lo condusse come un
fuscello per parecchie decine di metri per poi ricondurlo nuovamente in
superficie, assai lontano dai suoi
compagni. Rimase in balia delle onde per diverse ore prima che una barca di
soccorso lo individuasse al limite delle forze. Teniamo presente che la corrente non va presa di petto cercando di compiere chissà quale atto eroico ma bisogna cercare in qualche modo di assecondarla, di affrontarla aspettando il momento o la sede propizia per immergerci e per cacciare. Nel corso della giornata vi accorgerete che la corrente può non spingere sempre con identica potenza: magari dopo aver atteso per un paio d’ore appollaiati nel blu del perimetro della secca, che in tanti casi offre delle splendide chance venatorie, noterete che il flusso intorno al sommo si inverte o addirittura scema fino ad annullarsi quasi completamente. |
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In tantissimi casi questi cambi di direzione associati a diminuzioni o incrementi di velocità, di temperatura, costituiscono la fase in cui è più probabile l’avvistamento di prede. I branchi di pesciolini ancora una volta rappresentano il segnale concreto di un sito “vivo” e promettente: l’abbondanza di sostante nutrienti veicolate in gran quantità, la concentrazione elevata di plancton e di altri elementi nutritivi li raggruppa a centinaia.
Occhiate, menole, castagnole, bughe, acciughe, latterini non amano svisceratamente nuotare con difficoltà nel pieno del flusso di corrente ma preferiscono stazionare in prossimità di vortici, di turbini, di gorghi, in posti dove possano mangiare in quantità organismi vegetali e animali sballottati a destra e a manca.
Prestate attenzione soprattutto a tutti gli ostacoli rocciosi che si frappongono alle lame di corrente, ai ridossi che si creano in prossimità di creste, di gradoni, di valloni, di pinnacoli perché i grossi pelagici, il più delle volte, tendono il loro agguato alla mangianza radunata proprio qui.
Essi procedono risalendo il flusso di corrente aiutati da una potentissima muscolatura, sfruttando astutamente la copertura sonora e percettiva all’avanzamento e captando i messaggi involontari provenienti da corpicini guizzanti offerti in pasto dalla corrente contraria. I pinnuti stanziali, eccitati dall’abbondanza di cibo che s’infila tra i sassi, tra le pietre del fondo spesso escono dalle tane e banchettano qua e là.
Capiterà di vedere famigliole di sparidi, belle corvine o cernie stranamente distratte dalle cibarie offerte direttamente sull’uscio di casa. Una delle scene di pesca più entusiasmanti che ci ricordiamo avvenne qualche tempo fa dietro un’isola mediterranea flagellata senza pietà da una corrente notevole. Per intere mattine l’acqua martellava all’impazzata poi, verso il primo pomeriggio, probabilmente in concomitanza con il cambio di marea, si sopiva lievemente. Una sera espletai il solito giretto di ricognizione e notai una falesia che spezzava l’uniformità delle pareti scoscese, immersa sinistramente in un marasma di pescetti compattati e disposti in riga. Stavano tutti stranamente assiepati su una faccia sola della pietra come se sull’altra porzione esposta al mare aperto ci fosse qualcosa di invisibile che li infastidisse o li spaventasse.
Mi immersi con il pneumatico stretto in pugno e giunto a pochi metri dal sasso mi ritrovai investito da una stretta fascia di corrente torbida che proveniva dagli abissi; percorsi l’ultimo tratto con notevole sforzo fisico a causa della resistenza frontale opposta dai flutti. La corrente era strana, tremolante e quasi “densa”, ma l’istinto di predazione ebbe il sopravvento e mi ritrovai all’aspetto, al limite del termoclino. Ero quasi spaventato da quella strana colonna d’acqua, da quella lama stretta e tesa che contrastava con la tranquillità del mare circostante.
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La lastra di granito si comportava come un
cuneo e il torrente liquido si spaccava sull’apice, in una miscellanea
incomprensibile al mio sguardo e alle mie precedenti esperienze.
All’improvviso, dinanzi all’imboccatura del ”tunnel”, mi schizzarono
addosso due grosse ricciole, così, di muso, con la grande bocca semi aperta:
non riuscì a comprendere il momento magico e i predoni scomparvero da dove
erano venuti. Passati alcuni istanti di sbigottimento vidi altri musi immersi in
un marasma di sospensione apparire in sequenza ravvicinata: ero appostato bene,
con la volata indirizzata nel flusso di corrente convettiva e non sbagliai più.
L’impatto sordo all’interno della volata e un bagliore argenteo che cercava
inutilmente di disarpionarsi spensero l’ansia. Il denticione trapassato per
l’intera lunghezza mi rivolse un ultimo sguardo di sfida e accese la passione
di un’indimenticabile momento. In alcune località il flusso di corrente che si vede in superficie non è confortato sott’acqua da uno identico. A volte la corrente superficiale procede verso est e il flusso a mezz’acqua marcia in direzione opposta oppure è presente durante la discesa e poi sparisce a pochi metri dal fondo. A seconda dei casi valutate se si tratta di flussi positivi e cioè che catalizzano l’attenzione dei primi anelli della catena alimentare o se invece siamo in presenza di fasce d’acqua che non attirano nessun tipo di pinnuto. Se pescate davanti a qualche foce che scarica abbondante acqua piovana oltre ai branzini guardatevi da potenziali relitti di tronchi, rami, oggetti pericolosi che vengono trainati a valle dalla corrente limacciosa. All’interno di golfetti, insenature, magari situate subito dopo una punta spazzata da una corrente sostenuta, si creano le condizioni favorevoli per l’insediamento di molti pesci a causa dello stato di parziale quiete che s’instaura. |
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Rammentate,
inoltre, che le correnti costituiscono un’eccezionale banco di prova per il
fisico di un’apneista e la loro instabilità potenziale deve sempre essere
tenuta presente. Affrontare una giornata di pesca in condizioni psico fisiche
precarie potrebbe causarvi dei notevoli disguidi a causa dell’impegno profuso
per pinneggiare, raggiungere la barca, ritornare a casa. La stanchezza raggiunge
presto i muscoli delle gambe, gli arti divengono legnosi, il fiato corto, i
crampi precoci. Conviene evitare di immergersi se non siamo supportati da un
buon allenamento preventivo.
Partendo da terra con la fida plancetta o con la boa, consideriamo a priori che la faccenda si può complicare visto che siamo vulnerabili a tutti i capricci del flusso, compreso l’aggravio di peso e resistenza idrodinamica indotta dal galleggiante. Se la corrente spinge verso il largo o ci conduce speditamente in una determinata direzione ricordiamoci che se si pesca a favore si compiono dei tragitti lunghi e facilitati ma poi nella fase di ripiego bisogna spendere un sacco di energie, col rischio bruciante di terminarle precocemente.
Qualche sub
sonda il territorio scegliendo di pinneggiare contro corrente all’andata al
fine di ritornare senza troppa fatica. Talvolta si programma per benino la
distanza massima di percorso litoraneo e poi la corrente gira e tutte le
previsioni rosee si fanno a far benedire; qualche altra si raggiunge il
bagnasciuga sperando che il flusso sia debole. Se abbiamo l’intenzione seria
di uscire non spingiamoci molto lontano, teniamoci sempre un ampio margine di
sicurezza.
Riguardo
all’attrezzatura da adottare non ci sono grosse indicazioni a patto di
possedere una muta dello spessore giusto per la stagione autunnale e di misura
perfetta per impedire infiltrazioni sgradevoli ai polsini, sotto la giacca,
intorno al facciale. La corrente e in grado di far insinuare nei punti critici
tanti rigoletti freddi e in breve si perde la concentrazione necessaria.
L’aeratore a sezione ellittica fende la corrente molto bene e lo si può
apprezzare per la sua neutralità idrodinamica. Controlliamo che i pezzi di
cinghioli della maschera che fuoriescono dal telaio o il tratto libero della
cintura di zavorra non sbattano rumorosamente. Per i fucili, con corrente
sostenuta, noi preferiamo gli oleopneumatici perché non ci sono elastici che
vibrano indesideratamente e le lunghezze fuori tutto sono molto contenute: il
brandeggio e la maneggevolezza risultano ottimi. Montiamo mulinelli piccoli
sotto i serbatoi, per non perdere nessuna opportunità di cattura, e uno mobile
e più capiente in cintura: non si sa mai!
E per saperne di più…
Il Mediterraneo viene definito un mare che risulta circondato da aree continentali e che comunica con l’oceano tramite un’apertura piuttosto stretta: Gibilterra con i suoi 13 Km, circa, di larghezza. Il mare nostrum appare come un enorme catino poco profondo, se confrontato con il resto dei bacini marini della terra, ed essendo collocato ad una latitudine medio-calda risente fortemente dell’influenza solare soprattutto nei mesi estivi.
Queste peculiarità lo espongono in maniera notevole all’effetto dell’evaporazione abbassando in modo pressoché costante e sostanziale il suo livello. In queste condizioni di deficit apre una porta all’oceano Atlantico, che dallo stretto giunge al pari di un fiume, raggiungendo, in alcuni periodi, anche i 100 cm/s. Si tratta di una corrente d’acqua fredda che raramente supera i 13°C, con una minore salinità e molto concentrata poiché particolarmente ricca di organismi. Questa fiumana che va a colmare la carenza idrica del Mediterraneo scorre veloce e in superficie favorendo in profondità una leggera fuoriuscita di acqua più calda e più salata.
Esistono diversi tipi di correnti marine dovute a svariate cause di carattere fisico o geofisico: la diversa temperatura, la salinità, la concentrazione organica, la densità presente fra due diverse masse d’acqua; i venti che soffiano con maggiore o minore incidenza, costantemente o a raffiche, le leggere brezze o le invadenti correnti atmosferiche soprattutto atlantiche; le maree e le influenze lunari; la presenza di acqua dolce delle piccole sorgenti sommerse, delle estese foci dei fiumi che costantemente o in situazioni eccezionali di alluvione alimentano i flussi idrici; il moto ondoso di qualsiasi origine dalle piccole onde che si infrangono sui litorali ai cavalloni tempestosi in alto mare.
La corrente superficiale che maggiormente influenza il mare mediterraneo è quella proveniente dall’Atlantico che lambendo inizialmente le coste del nord Africa giunge sino alla Sicilia biforcandosi: verso sud sino a raggiungere la Grecia e verso nord bagnando le coste occidentali dell’Italia, la Sardegna, la Corsica e il sud della Francia.
Effettuando questo percorso il flusso d’acqua oceanico gradatamente cambia i suoi connotati divenendo sempre più mediterraneo (è stato calcolato che occorrono circa 150 anni affinché il ciclo termini). Una volta trasformatosi il suo percorso si inverte e aumenta la profondità di spostamento: parliamo allora di corrente levantina intermedia. Le burrasche invernali e l’eccessivo raffreddamento periodico delle acque poco profonde riforniscono i flussi di acqua fredda che a causa della loro temperatura tendono a spostarsi verso le zone abissali del Mediterraneo alimentando le correnti profonde: una localizzata tra la costa est della Spagna e ovest della Sardegna e l’altra tra il sud della Calabria e il nord della Libia.
Il bacino mediterraneo non è unicamente condizionato dallo spostamento di grosse masse d’acqua, quali le correnti principali ma anche da parte di tutta una serie di correnti minori che però localmente creano movimenti non indifferenti: correnti verticali con moti dal basso verso l’alto o viceversa, correnti orizzontali di superfice e non solo, correnti costanti o permanenti e periodiche o saltuarie, correnti litoranee o d’alto mare, e così via. Alcune zone intorno alla penisola italiana sono influenzate dalla presenza di correnti costanti come lo stretto di Messina, le Bocche di Bonifacio, il canale d’Otranto, il canale di Sicilia ed altre; mentre le correnti periodiche si avvertono con maggiore incidenza invernale nei settori del mar Ligure, dell’alto Adriatico e del Tirreno centrale. Per avere informazioni più dettagliate e specifiche relative alle zone che interessano si possono consultare i portolani e le carte nautiche; oppure ci si può affidare ai saggi consigli dei vecchi pescatori.
La misurazione della
direzione e dell’intensità della corrente.
Su un antico testo di marineria abbiamo trovato il metodo di misurazione della corrente adoperata da alcuni vecchi pescatori. La direzione della corrente, prima di calare i palamiti o le reti, si controllava con l’ausilio di una funicella di canapa collegata ad un peso di piombo. Si annodava al cavo una filaccia di tela bianca, molto leggera, delle dimensioni di un nastrino lungo una ventina di centimetri e largo un paio. Calato in acqua il presidio tecnico a barca ferma si osservava l’orientamento della stoffa e il gioco era fatto. Noi guardiamo spesso la disposizione delle alghe, la piegatura assunta dai lunghi steli delle posidonie ma per valutare correttamente la presenza di corrente a mezz’acqua o ad una determinata batimetrica come ci comportiamo…?
L’intensità,
la velocità del flusso si verificavano, invece, tramite il traguardamento di un
punto: la funicella si collegava ad un segnale e al momento di lasciarla libera
si faceva partire il cronometro. Dopo un breve lasso di tempo si raggiungeva e
si salpava calcolando i metri percorsi: ad esempio 30 metri al minuto, o 15
metri in 30 secondi, eccetera.