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I TIPI DI FONDALE OSSERVANDO LA COSTA  

Il nostro paese è circondato dal mare per quasi tutto il perimetro territoriale e ogni regione che si affaccia sul Mediterraneo esibisce una morfologia costiera particolare in virtù del fatto che l’età geologica che le caratterizza è piuttosto giovane (poche decine di milioni di anni rispetto alle centinaia che qualificano, ad esempio, altre realtà del pianeta). Nel raggio di qualche chilometro si possono osservare ambienti assai diversi tra loro: ci sono luoghi incantevoli, selvaggi e altri meno fortunati, paesaggisticamente parlando, che però riservano ugualmente un fascino discreto, sommesso. Esistono spiaggioni sterminati e ciottolati esigui, cime irte e dolci pendii, rocce calcaree e graniti, isole e promontori, eccetera. Il subacqueo svolge la sua attività sportiva nei fondali che si originano dinanzi a questi molteplici siti: è intuibile, nonché lapalissiano che la conoscenza approfondita del terreno di caccia diviene uno degli assi centrali e imperanti della sua condotta strategica. La bramosia di carpire visivamente i particolari di qualche punta rocciosa e di immaginarsi il proseguo sott’acqua coinvolge tanti subacquei esperti, ma c’è qualcuno che non ritiene importante la questione e fa volentieri a meno di “sprecare” cinque minuti per osservare con metodo la tipologia ambientale che sovrasta il teatro delle operazioni. 

Quando si ha la fortuna di seguire un bravo apneista spesso si viene rapiti dal fatto che reperisca in un battibaleno la zona “feconda”. Se si tratta della sua terra natale si potrebbe pensare che a forza di frequentarla abbia imparato a localizzare a memoria ogni singola pietra, a individuare che tipo di pesci girano, ma se si parte per una vacanza in paesi lontani, completamente differenti da quelli conosciuti abitualmente, succede che lui, nel giro di qualche tuffetto, continui a mietere successi e, invece, chi gli è vicino collezioni cavetti “porta niente”! Qual è il segreto di tale condotta?

Il succo della questione potrebbe essere ricondotto principalmente all’esperienza individuale dell’atleta che rappresenta la sintesi razionale di migliaia di immersioni, di frequentazioni poliedriche, di verifiche sottomarine. Si potrebbe trattare pure di un caso eccezionale di maestria innata, frammista a fortuna e colpo d’occhio ma la costanza e la precisione dei suoi interventi lasciano davvero poco spazio a illazioni maligne. Generalmente le risposte dedotte lasciano una certa insoddisfazione nell’interlocutore; se un principiante non ha dalla sua parte gli anni di mare, le avventure tra le onde, le miglia percorse a nuoto come deve comportarsi per reperire una zona valida per pescare? Se gli capita di partire per lidi sperduti come farà a scovare velocemente il posto buono?  A non immergersi nel deserto più assoluto? A scegliere l’attrezzatura più congrua per un determinato tipo di caccia e di pinnuti?  

Crediamo che tutti gli apneisti si siano trovati agli esordi in una condizione di stallo decisionale e solo tramite gli errori abbiano ripreso in mano il bandolo della matassa esplorativa. Prima di gettarsi a casaccio tra i flutti conviene procurarsi una carta nautica piuttosto dettagliata del posto prescelto in modo da entrare nel discorso con una base teorica sufficiente. Essa non rappresenta la soluzione infallibile ai nostri dubbi ma è un testo importante per i passaggi conoscitivi successivi. La documentazione relativa alla località mette in evidenza molte particolarità del litorale, ci fornisce numerosi dati: indica l’altezza massima dei rilievi montani, il profilo costiero, la natura compositiva del fondo marino, la presenza di secche, le varie linee isobate, le profondità riscontrate a varia distanza dalla costa, eccetera. Più la scala è particolareggiata maggiori saranno le informazioni che potrete ricavare. Una volta assimilati i capisaldi della cartografia locale (noi preferiamo portarci le mappe geografiche sempre appresso sotto forma di fotocopie plastificate) si può procedere alla visione diretta del panorama territoriale esterno. Il fondale subacqueo è intimamente correlato a quello terrestre e la ricetta posseduta da molti campioni è proprio quella di saper leggere la costa approfonditamente, in modo da “indovinare” cosa c’è sott’acqua. 

Un’osservazione ponderata e oculata di un pendio scosceso, di un lido che abbozza qualche scorcio di arenaria semi insabbiato, eccetera spesso consentono al pescatore subacqueo di dirigersi sull’obiettivo con buona approssimazione.

Il globo terrestre si è evoluto tramite cataclismi impressionanti nel corso di milioni di anni. Gli ammassi pulsanti di magma si sono consolidati in vari modi, secondo tempi più o meno lunghi, in forme e particolari strani; i movimenti tettonici hanno spostato, smosso e raggrinzito le placche continentali in geometrie continuamente in evoluzione; alcune parti sono affondate negli abissi altre sono emerse: il risultato di tali sconvolgimenti sono le montagne, le vallate, le pianure, i bacini, le depressioni, gli altipiani, le dorsali che adornano la crosta terrestre e sprofondano, poi, nei fondali oceanici. 

Se prendiamo visione di una mappa geografica dei fondali marini mondiali non meravigliamoci di trovare fosse oceaniche profonde 11000 metri e “catene montuose” simili alle Alpi o agli Appennini. La fascia costiera rappresenta il limite tra questi due mondi contigui e possiede un aspetto originale in virtù dell’azione erosiva del mare, del vento e dei successivi processi geologici. Una sua attenta valutazione può condurre il pescatore a pianificare l’immersione, a scoprire la realtà sottomarina, a impostare gli argomenti più concreti per una soluzione alieutica vincente. L’ambiente che i sub preferiscono è quello roccioso, ricco di anfratti, di tane, di vita. Esistono lungo i nostri litorali infinità di tipi di rocce: molto compatte, dure che subiscono lentamente i fenomeni erosivi, altre più tenere che sono modificate profondamente dagli elementi fisici e dai processi chimico – organici della natura. Il bellissimo e compatto granito del capo si esibisce in un’alternanza di mammelloni, di pinnacoli, di agglomerati che sbalzano direttamente in mare. Le isolette che spuntano all’orizzonte conservano identiche peculiarità. Le spaccature profonde che incidono la superficie arrotondata dai venti si spingono nelle profondità della materia aplitica creando lesioni, crepe verticali, cavità spettacolari. L’immaginazione corre sotto la superficie marina come le raffiche di Maestrale spazzano e modellano le alture. 

La cartina nautica conferma che le batimetriche sottocosta sono da subito molto elevate, si articolano in una serie ravvicinata di cadute, con qualche rialzo più al largo (le secche) segno che le rocce rimontano qua è là. 

Pietre affioranti, guglie e sbuffi di correntino macchiano di schiuma l’area. Un paio di insenature presentano una sabbia biancastra meravigliosa, unica che dona al fondale circostante una trasparenza cristallina.

 Sott’acqua il paesaggio si rivela altrettanto affascinante: le dorsali di granito precipitano immacolate verso il blu, si stagliano tra monoliti imponenti, blocchi ciclopici. I gradoni ospitano una miriade di pesci e le cernie fanno capolino nelle tane più impegnative. Gli spacchi notati in superficie si sono ripetuti lungo la parete e gli sparidi li abitano in buon numero. I dentici sfiorano il cappello della secca costituita da un cono granitico contornato da cigli statuari e nuvole di castagnole; le ricciole passano numerose quando le aguglie si raggruppano in fila indiana. Al cospetto di un luogo così si possono pescare tutti i tipi di pesci e di conseguenza l’attrezzatura sarà scelta in base alle proprie attitudini venatorie, al periodo stagionale, allo stato del mare.

Il bastione rosa sfiora i duecento metri d’altezza e precipita verticalmente nel mare con uno strapiombo impressionante. L’impatto visivo è notevole, le speranze di assistere a una caduta abissale, di trovare correnti imponenti è forte, pazienza se non ci sono rocce solitarie che sporgono dal precipizio, franate di blocchi che si estendono tra i flutti, rocce affioranti scostate dalla rocca; magari le troviamo accoccolate alla base della montagna. Che cosa ci riserverà oggettivamente la punta? Visioniamo la cartina e notiamo che il profilo costiero è lineare, le profondità evidenziate a breve distanza da riva sono discrete, medio basse per un buon tratto. Al largo la legenda mostra le letterine s e f (sabbia – fango) per una fascia amplissima e ciò non ci riempie d’entusiasmo. E’ inutile aspettarsi fondali da brivido perché la pietra si ferma su un ciottolato uniforme, distribuito alla base della bassa paretina, e non si manifesta al largo. 

La sabbia di una baietta limitrofa è marroncina, resta appiccicata alle mani umide e gettata in acqua crea una nuvoletta di sospensione impenetrabile. Guardiamo il colore del sesto continente ma non riusciamo a notare molte tonalità azzurro bluastre. Entriamo in mare con un equipaggiamento da aspetto e agguato in basso fondale, fucili corti, zavorra adeguata, maschera a grande visuale. Non è facile nascondersi, esistono pochissimi ripari nelle falesie lisce e la torbidità è notevole. Branchi di cefali, salpe e qualche spigola sbucano dalla nebbia per un istante e poi si dileguano.

Il litorale roccioso si alterna a radi arenili; è basso, sfuggente; in alcuni punti si apre con piccoli golfi che scendono netti in acqua. La roccia è frammentata, sgretolabile, sembra composta da tanti strati sovrapposti e si estende in prossimità della costa disegnando architetture caotiche. La sabbia è frammista di detriti, di residui di conchiglie, di coralli, di pezzetti di madrepore. I lastroni che affiorano ogni tanto si susseguono movimentati verso il largo e vengono segnalati da qualche onda che ci sbatte contro. Il panorama offerto da una piccola sopraelevazione mette in evidenza una serie di macchie scure disposte parallelamente alla costa. La cartina mostra un basso fondale reperibile per qualche miglio caratterizzato da roccia, alga, sabbia e da qualche interessante rialzo. 

E’ un sito bellissimo costituito da un’infinità di tane, lastre, buchi, pietre. Le macchie scure sono chiazze di posidonia che insieme a spiazzi di sabbia formano un habitat eccellente per un gran numero di pinnuti. In una tipologia simile è possibile dedicarsi alla scoperta di qualche tana poco conosciuta, magari situata in mezzo ad una distesa di alghe o davanti ad una spiaggia. I tavolati ogni tanto formano delle falde orizzontali, dei cigli spesso frequentati da sparidi e serranidi. In alcuni punti affiora del grotto e forma degli strati bucherellati ricchissimi di ripari. E’ il trionfo del tanista che con torcia e arma medio corta potrà sondare il territorio sicuro di divertirsi.

Prima dell’alto promontorio nerastro notiamo una gola ripida, adornata da una collana di massi sfaldati che s’inabissano nell’acqua cupa. La documentazione nautica ci avvisa che a trenta metri da riva ci sono 70 metri di profondità. A cento le quote rilevate segnano circa 300 metri. La punta che s’intravede dietro la franata assomiglia a una linea verticale. Strani vortici sulla superficie del mare accapponano la pelle: la corrente è spaventosa. Riusciamo a ventilarci a ridosso di una piega rocciosa e primi metri di discesa confermano i dati approssimativi captati in superficie. I macigni scendono a capofitto nell’ignoto, o meglio si depositano su una balconata a più di trentacinque metri. La trasparenza dell’acqua è straordinaria, offuscata solamente quando incontra il temibile flusso. Un cernione è fermo a metà strada, dinanzi a un dedalo di pietroni. Le corvine fanno capannello poco oltre insieme a labridi, saraghi, mangianza. Il pescatore si prepara attentamente e non c’è una parte del suo equipaggiamento che non sia super collaudato, efficiente, potente. Qui l’incontro con la preda da record è più che probabile.  

In origine erano …

Conoscere l’origine, la composizione e la risposta agli agenti atmosferici di una roccia, o almeno comprendere la natura di provenienza, ci permette di trarre tutta una serie di informazioni che si riveleranno utili al momento di scegliere il fucile giusto per un determinato tipo di tana, di capire a priori che specie di animale potrebbe esserne attratto, eccetera. 

Ogni roccia, in qualità di aggregato di minerali, è parte integrante della crosta terrestre: per il tipo di composizione si dicono semplici (un solo minerale) oppure composte (più minerali). I monti che precipitano in mare o abbelliscono una costa più tranquilla si distinguono geologicamente in tre grandi categorie, naturalmente non delimitate rigidamente ma bensì “interagenti” l’una nelle altre: magmatiche (eruttive o ignee, come il granito) originate dal consolidamento e dalla cristallizzazione del magma presente all’interno del globo; costituiscono il 95% della crosta terrestre; sedimentarie (come l’arenaria) derivanti dai processi di deposito, compattazione e cementazione, (origine chimica, organica e detritica) sono le più comuni e formano il 75% delle rocce presenti sulla superficie delle terre emerse; metamorfiche dovute alle trasformazioni e alle variazioni strutturali di tipo fisico e chimico delle due categorie precedenti. 

I sottogruppi sono numerosi e vari. Tra gli scenari costieri più caratteristici, emergono quelli costituiti dalle formazioni di rocce eruttive (effusive o vulcaniche, come il basalto, il tufo, la pomice), derivate dal consolidamento del magma raffreddatosi in ambiente subaereo o subacqueo. Le rocce sedimentarie (calcari, arenacei, marnosi, argillosi, eccetera) vengono distinte, in base alle caratteristiche mineralogiche e all’origine dei sedimenti; da una parte le rocce clastiche o detritiche (detriti di rocce preesistenti, frammenti vulcanici, altro) e dall’altra quelle di precipitazione chimica e organica (deposito di sostanze in soluzione in seguito evaporate, reazioni chimiche, accumulo di residui organici animali e vegetali, altro). Il marmo è un classico esempio di roccia metamorfica: nate grazie a una “metamorfosi” causata da elevatissime pressioni e temperature. La caratteristica singolare che appartiene a molte rocce metamorfiche è quella di scindersi facilmente in lastre o piani paralleli (ardesia).

La geologia applicata alla pesca sub.

Ci troviamo all’interno di una piccola baia; la battigia è ricoperta da ciottolame di varie dimensioni; le pareti, non molto alte, ci avvolgono e appaiono disegnate a strisce orizzontali o quasi. I colori delle striature sono diverse come vari sono stati i sedimenti che vi si sono depositati negli anni e le trasformazioni che hanno subito; così quella parete che ci appare solida e “incorruttibile” in acqua darà origine a spaccature profonde, ricche e popolate di sparidi, labridi, eccetera. Ogni fascia di roccia infatti, a seconda del proprio excursus storico o meglio diagenesi, risentirà più o meno dell’azione fisica, chimica e biologica dell’acqua e di tutto ciò che in essa è contenuta.

Cambiamo scenario e rechiamoci lungo coste più irregolari ed elevate dove l’azione del mare e del vento è più impetuosa. La roccia è stata messa a nudo da movimenti tettonici e solo qualche esemplare botanico mediterraneo riesce a crescere. Questa volta i lastroni di pietra sembrano appoggiati l’uno accanto all’altro, la sensazione e che prima o poi debbano cadere in acqua proprio come i massoni sottostanti. I sibili di vento e le gocce di pioggia si insinuano in fratture, inizialmente piccole, facendosi spazio, portando via, spingendo, crepando. I massi si accavallano l’uno sotto l’altro sino a scomparire sotto il livello del mare creando una franata: gioia di tutti i pesci, dal più piccolo al più grande.

Continuando il viaggio eccoci nei pressi di litorali bassi e frastagliati, alle spalle solo vecchie colline erose dal tempo. Le colate laviche hanno fatto le primedonne creando rocce effusive dai piccoli pinnacoli, dagli stretti anfratti e dalle appuntite guglie nerastre; fuori dall’acqua quasi non si riesce a camminare sul substrato irto e pericoloso; immergendosi lo scenario è addolcito, smussato, e rivestito di alghe, spugne e molluschi. I cigli e le pieghe delle dorsali investite dai fiumi di corrente assistono alle scorrerie dei grandi pelagici.

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo