Le Onde

 

Quando si pianifica una battuta di pesca invernale si spera sempre che il mare non sia eccessivamente agitato ma spesso i progetti umani vengono cancellati da venti impetuosi e conseguenti mareggiate violente, insorti magari nel corso di poche ore. La forza del mare in burrasca è un dato dalla valenza incalcolabile; ci sono tempeste in grado di sollevare velieri e depositarli come gherigli di noce su una scogliera, di far tremare come terremoti gli imponenti tripodi di un porto, di alzare colonne di acqua nebulizzata alte come palazzi di cinque piani, di farvi emozionare come bambini spauriti ad ogni tornata spumeggiante. 

Dinanzi a un litorale sferzato dalle onde si resta coinvolti suggestivamente in mille pensieri che cavalcano profondamente l’animo e non tutti i pescatori trovano le risorse psico fisiche per decidere sul da farsi. Soprattutto chi è alle prime esperienze venatorie si domanda sbigottito se è il caso di girare immediatamente le ruote dell’automobile per far ritorno a casa o se abbandonare tutti i proponimenti positivi, e trascorrere una giornata da classico turista domenicale nel tiepido dehors di un bar. E’ già difficile accettare che un uomo di “superficie”, come un velista, un esploratore, un avventuriero sfidi tranquillamente le avversità meteo marine tantomeno che un sub possa pescare in mezzo alle rocce avviluppate da un manto biancastro di schiuma ribollente o possa stare appiccicato alle pendici del costone flagellato da rumorosissimi frangenti. 

Gli spettatori occasionali osservano a bocca aperta il temerario apneista che apre il portellone della station wagon e cerca un angolo riparato per effettuare la vestizione; lo vedono concludere il rito meticoloso e affrettarsi giù dalla stradina ripida, quasi si recasse ad un appuntamento inderogabile, avviluppato in un abito mimetico e in compagnia fedele di un corto fucile. Mentre l’omino imbacuccato a dovere si prodiga per avvistare il ridossetto da cui scendere, gli increduli snocciolano in cuor loro una serie di accorate preghiere affinché non succeda nessun fatto grave. L’atleta guarda il mare striato rabbiosamente dalle raffiche del vento, attende la successione di un paio di onde alte, alcune meno vivaci, e poi si tuffa rapidamente, sfruttando l’attimo propizio che intercorre in una sequenza di marosi. 

L’avvenimento scatena commenti di vario genere e suscita interrogativi senza risposta. La pesca subacquea svolta con condizioni marine proibitive è un’attività abbastanza difficile da mettere in pratica, impegnativa sotto molteplici profili ma è in grado di offrire degli ottimi risultati venatori e quindi di conseguente divertimento. L’orientamento ideologico dei comuni mortali non preventiva neppure che in uno specchio d’acqua sconvolto da una mareggiata intensa si possa pescare sott’acqua invece numerosi cacciatori battono le coste, e il sottocosta, con successo proprio quando la natura offre il suo lato maggiormente “arrabbiato”.

 Alcuni campioni internazionali che pescano in condizioni estreme, come ad esempio al cospetto delle immense e altissime onde oceaniche, superano il concepibile e l’immaginabile  infilandosi e sgusciando tra immensi volumi d’acqua con un’abilità e un’acquaticità pari a quelle di una foca. I flussi di corrente innescati dal moto ondoso smuovono, arano, staccano, sollevano grandi quantità di sedimenti, di macro e micro organismi, dagli strati del fondo, dalla sabbia, dalle scogliere convogliando i pesci, dal piccolo grufolatore al grande predatore, a un lauto convito. 

Questa è la motivazione che spinge il cacciatore ad accettare il confronto con il treno di onde. Il paragone che rende bene il concetto è l’abbuffata che i volatili fanno dopo che il trattore ha passato il vomere nel campo: gli uccelli si gettano sui vermicelli e su tanti altri animaletti commestibili portati alla luce, scalzati dal loro territorio nascosto, grazie all’azione dello strumento meccanico. Il momento migliore per insidiare i pinnuti, indicato a giusta ragione da molti apneisti, è la scaduta di mare e cioè il periodo in cui la mareggiata volge al termine: i pesci avvertono la fine della buriana, captano che i sommovimenti del fondo si stanno assestando, escono dai rifugi e dalle tane e si concentrano nei punti più ricchi di cibo. 

La torbidità dell’acqua, la schiuma provocate dai vortici delle onde residue sono assai intense; la risacca è ancora potente ma le correnti non trasportano più molti detriti e le sostanze nutrienti in sospensione iniziano a depositarsi; il rumore, gli schianti dei cavalloni sul fondo e contro la costa coprono le vibrazioni suscitate dalle nostre manovre strategiche permettendo condotte alieutiche particolarmente vantaggiose. La situazione meteo in ripresa, inoltre, mette al riparo da possibili peggioramenti climatici consentendo di cacciare con una certa tranquillità psicologica ed evitando di correre degli inutili pericoli.

Bisogna mantenere i sensi pronti poiché con mare formato non possiamo affidarci troppo alla vista o a qualche intuizione azzardata: ci possono essere delle barche che ritornano velocemente in porto e non notano la boa segna sub in mezzo alle montagne russe o peggio una macchietta nerastra sperduto in mezzo alla buriana. Calcolate le energie disponibili e razionalizzatele fino al termine ultimo dell’impegno sportivo: la pesca con il mosso stende pure il sub più dotato fisicamente. 

Chi vuole uscire con l’imbarcazione deve assicurarsi che il suo mezzo sia adeguato al tipo di mare da affrontare, che il motore spinga a sufficienza; che il bollettino non sia catastrofico, non preveda un peggioramento della situazione meteorologica con rafforzamento dei venti e la discesa del barometro; che la scorta di carburante sia abbondantissima poiché i consumi a cui siamo abituati navigando in assenza di onde possono tranquillamente duplicare o triplicare; che le dotazioni di sicurezza siano efficienti perché potreste aver bisogno di aiuto o bisogno di segnalare la vostra presenza; che la cima dell’ancora e la catena siano integre così come le legature tra i diversi spezzoni; che si ancori il mezzo in un punto abbastanza ridossato: insomma  si deve prevedere assolutamente il potenziale incidente e garantirsi un ampio margine di vantaggio. 

Un onda più discola delle altre potrebbe far strappare gli ormeggi o scardinare il maniglione di prua e il vostro mezzo prenderebbe la via più infausta. Il gommone potrebbe capottare per un’ondata laterale o impennarsi per un cavallone anomalo. Potreste trovarvi seriamente nei guai.

Esiste una premessa fondamentale che riguarda le caratteristiche geologiche del sito scelto come territorio d’azione, con particolare riferimento allo stato dei fondali marini e alla loro composizione. In certe regioni italiane, dove la costa ha una pendenza bassa, intorno a 10/20  gradi, e il fondo sabbioso - fangoso è la regola preponderante, non è possibile parlare d’immersione con il mare mosso; a dire il vero neppure con il mare percorso da onde basse, poiché l’acqua si tinge di marrone alle prime avvisaglie di perturbazione. Il quadretto figurato peggiora se alcune “spiagge” sono state rabboccate nel corso degli anni con materiale prelevato da cave dell’entroterra al fine di rimpinguare i piccoli residui di sabbia originale non ancora erosa dal mare, e destinata preziosamente ai turisti estivi: basta che qualche onda lambisca l’arenile per trascinare il terriccio sottostante in un ampio spazio di mare e colorare innaturalmente l’acqua.  

Lungo le coste sabbiose esiste pure il problema scottante della sicurezza che in primo luogo è relativo all’entrata e all’uscita dal mare. L’operazione è ardua se i cavalloni hanno scavato un ripido gradino, un solco profondo sul bagnasciuga, per cui l’unica opportunità di accesso a mare potrebbe essere rappresentata da manufatti artificiali come dighe foranee, massicciate protettive, porticcioli turistici. L’intoppo è rappresentato dai flussi di corrente talvolta assai pericolosi, indomabili e non sempre correlati alla violenza apparente delle onde: quello primario in superficie, rivolto verso riva, e quello secondario, di ritorno (popolarmente definito di risucchio), estremamente problematico. 

Essi sono in grado di mettere in seria difficoltà l’incauto sub che si avventura in mare senza tener conto del vortice di risacca, incrementato dalla profondità dello sbalzo e dalla forza dei flussi. Consideriamo che la visibilità rimane sempre un’incognita assoggettata ai capricci delle correnti e alla quantità di sospensione sollevata (i granuli di sabbia più piccoli si sollevano con più facilità rispetto a quelli di dimensioni millimetriche maggiori) quindi è un ulteriore questione da mettere in bilancio. I fondali sabbiosi possono richiamare sotto costa un gran numero di animali specialmente dove l’azione delle onde accumula maggiore cibo ma le peculiarità dell’ambiente consente raramente al sub di appostarsi e rimanere ancorato sul fondo, di nascondersi accuratamente, eccetera. Situazione opposta e quindi favorevole per i cannisti che praticando il surf casting: compiono in queste condizioni ambientali delle pescate eccellenti. Il colpo più fortunato per i sub potrebbe essere quello di trovare delle isole di roccia o dei tavolati al largo di una spiaggia dove pressappoco l’onda frange: c’è la reale possibilità di assistere e partecipare a spettacoli fantastici.

In luoghi che possiedono una struttura prettamente rocciosa e movimentata, e fondali a grana grossa o ciottolati, le cose cambiano radicalmente poiché gli sportivi possono accedere ad angoli, baiette, golfetti riparati da cui partire senza problemi, godere di una limpidezza dell’acqua sufficiente a dispetto di qualsiasi mareggiata, pescare come si deve. In presenza di mare molto mosso e di onde grosse si possono sfruttare a meraviglia i frangenti spezzati da qualche pietra affiorante, da tavolati, da sbalzi, dalle propaggini, dai capi, dalle isolette. 

A ridosso di questi spartiacque naturali si “battono” le nuvole di bollicine che si diramano in varie porzioni: facilmente i pesci nuotano nel marasma o mangiano in parete. Se le batimetriche decrescono in maniera medio profonda l’effetto dell’onda sarà meno sentito e localizzato soprattutto nella fase finale d’impatto contro l’ostacolo roccioso. Solitamente oltre i dieci metri, quindici nelle condizioni più avverse, non si avverte più intensamente l’azione “sradicante” del mare. Le zone migliori restano quelle in cui l’onda trasmette un’energia residua ma non così intensa da rendere quasi impossibile ogni manovra. 

Ma qual è il limite che un sub deve porsi nell’avvicinarsi ad una parete esposta in pieno all’urto dei marosi? La paura di essere acciuffati da un cavallone, di venire proiettati contro una lastra di granito è per molti uno spauracchio bestiale. A dire il vero qualcuno troppo disinvolto che ha sotto stimato i rischi il bravo Nettuno lo ha trovato, e non è certamente il caso di emularlo nuovamente. 

A seconda dello stato del mare ci regoleremo di conseguenza: c’è chi s’immerge da lontano e nuota a contatto del fondo, compiendo poi il percorso subacqueo inverso; chi si ventila sul bilico delle creste e s’immerge appena queste stanno per sottometterlo; chi pesca coraggiosamente in pochissima acqua ancorandosi come un polpo a dei sassetti; chi pinneggia parallelamente alla parete verticale controllando con la coda dell’occhio ogni onda; chi striscia tra gli anfratti spazzolati dalla risacca come un felino; eccetera. 

Alcuni pesci nuoteranno dove l’onda sarà viva e battente, dove l’ossigeno è abbondante, dove avrà confuso la mangianza, dove la nebbiolina soffusa è più fitta; altri si aggireranno alle basi delle pietre per spiluccare molluschi, crostacei, anellidi depositati tra i frammenti del fondo, si profileranno all’improvviso dietro ad uno speroncino, mostreranno di sfuggita una coda, una schiena. Riguardo all’attrezzatura ci preme segnalare un ragguaglio: state attenti al tipo di aeratore che adoperate perché con le onde si possono far delle bevute colossali. Meglio un tantino lungo che eccessivamente corto. Se pescate in poca acqua e avete l’abitudine di togliervi il boccaglio ad ogni tuffo usate l’accortezza di non riemergere con il volto verso il senso di provenienza dell’onda: magari una coincidenza fortuita vi farà aprire le mandibole proprio mentre il frangente è in dirittura d’arrivo.  

Non sappiamo quanti lettori si siano trovati in difficoltà con il mare grosso ma per esperienza possiamo dirvi di aver vissuto dei momenti di vero panico. In Puglia  frequentavamo una zona piuttosto sabbiosa ma ricca di concrezioni madreporiche sparse, e di sparidi corpulenti, a qualche centinaio di metri da riva. Un bel giorno uscimmo con la nostra plancetta parecchio al largo e pescammo senza problemi per circa tre ore. Il mare era leggermente mosso ma nulla faceva presagire una variazione meteorologica repentina. 

Le previsioni locali recepite il giorno prima davano venti deboli di direzione variabile e mare calmo. Invece il vento iniziò a soffiare con discreta intensità per poi rafforzare deciso intorno a mezzogiorno: le onde incominciarono a sollevarsi e a cambiare aspetto. Una serie di crestine bianche, dapprima rade poi via via sempre più frequenti ed estese, e la bandiera dello zatterino che sbatteva rumorosamente, ci fecero propendere per una ritirata precoce. 

Iniziammo a pinneggiare di buona lena andando a spasso tra i cavalloni che esibivano delle curve e dei dossi sempre maggiori. La profondità della fascia litoranea non superava i dieci, dodici metri e le onde si spaccavano progressivamente in lunghe fasce di creste fino a morire rovinosamente nella schiuma. 

Sospinti dalle onde giungemmo in prossimità della riva e ci trovammo in una fase inaspettata, quanto dannata, di stallo: da tergo ci rovinavano addosso montagne d’acqua, e dinanzi una terribile corrente secondaria rendeva vano ogni tentativo di rientro; il tutto era avvolto in uno stato di torbidità velata che da un lato faceva venire il mal di mare, e dall’altro angosciava, per la paura malcelata di sbattere contro qualche asperità semi sommersa. Provammo in varie riprese a risalire il flusso contrastante ma non riuscimmo a raggiungere la base di partenza in nessuna maniera seppure dotati di pinne a pala lunga piuttosto valide. Dopo esserci riposati un po ripiegammo verso il largo dove l’azione del moto ondoso si accusava di meno; dopo un breve consulto facemmo rotta verso il porto di una cittadina vicina aiutati dalle raffiche di vento che ci portavano in quella direzione. Arrivammo all’imboccatura del manufatto distante quasi sei chilometri stremati, dopo varie ore di nuoto, quando il sole era ormai tramontato da un pezzo.

Come nascono le onde.

La superficie marina è una sconfinata massa d’acqua che subisce costantemente vari influssi termo dinamici. A causa di queste interazioni il mare è in perenne movimento: il dato più eclatante è rappresentato dalla successione di onde. In genere si pensa, guardando un’onda piccola o grande che si frange sulla riva, che l’acqua si muova grazie a un semplice effetto di moto ondoso: in effetti questo avviene ma solo in ridottissima parte se confrontato all’immenso volume totale del mare. In realtà l’onda, il moto, cioè l’energia, si muove attraverso le masse marine spostando di poco l’acqua verso la sua direzione, con un movimento rotatorio delle molecole. 

Per essere più chiari basterà pensare alla classica “ola” che il pubblico sugli spalti ha l’abitudine di fare: le singole persone effettivamente non si spostano dal loro posto se non con certe movenze, alzandosi e abbassandosi, e l’effetto visivo tipico che ne consegue è simile a un’onda fluttuante. I grandi provocatori degli spostamenti marini sono essenzialmente tre: il vento, i movimenti sismici dei fondali e l’attrazione esercitata dalla luna e dal sole. Le cause in genere vanno ricercate lontane dalle coste, in alto mare, spesso a parecchie decine o addirittura centinaia di miglia di distanza.

Un’onda è formata dal dosso o cresta (il picco più alto) e dal cavo o valle (il punto più profondo); la sua lunghezza si misura calcolando la distanza che intercorre fra due cavi o due dossi consecutivi; l’altezza, invece, è pari al tratto che va dal picco all’avvallamento.

I liquidi come sappiamo sono elementi incomprimibili ma gravati da uno schiacciamento subiscono un fenomeno di traslazione, cioè di spostamento superficiale verso una certa direzione. Nel nostro caso l’acqua del mare viene “compressa” dal vento dando origine ad una fuga di onde. Il trenino di onde di traslazione aumenta la sua potenza in relazione all’intensità dei venti e al percorso da intraprendere, accumulando una quantità di energia spaventosa. Giunto in prossimità delle coste la potenza del mare scema, disperdendo l’energia verso il fondo. 

In genere le dimensioni delle onde dipendono dalla velocità del vento, dalla sua durata e dall’estensione della massa d’acqua (mare o lago) su cui spira. Al variare dei venti le onde cambiano direzione e forza e in alcune situazioni, ad esempio in caso di vento contrario, arrivano a dissolversi del tutto. Uno degli scopi principali del moto ondoso è favorire l’interscambio di gas fra l’atmosfera e l’acqua. L’ossigenazione continua crea un habitat perfetto alla proliferazione degli organismi vegetali e animali che a loro volta attirano moltitudine di predatori. 

Accanto alle onde sollevate dall’azione delle correnti d’aria, ci sono quelle eccezionali e particolari causate da fenomeni sismici improvvisi come l’eruzione di un vulcano, lo smottamento del fondo o il terremoto che scuote le falde sommerse. Tutto ciò fa pensare alle enormi ed eccezionali onde oceaniche denominate tsunami, ma non solo: nel mediterraneo avviene qualcosa di simile anche se in proporzioni assai più ridotte. L’attrazione gravitazionale della luna e del sole, che durano rispettivamente all’incirca 12 ore, da origine a un moto ondoso che nel mare nostrum rivela un dislivello di pochi decimetri. Appare più facilmente visibile e apprezzabile lungo le coste basse dove i cicli di onde, che risultano tra le più lunghe, trasportano finalmente, quegli elementi nutritivi di cui necessitano i miliardi di esseri viventi che qui risiedono.

Litorale che vai, frangente che trovi

L’onda lungo il suo percorso, conserva le proprie caratteristiche di dimensione e di potenza finché non intervengono fattori esterni. Le onde che provengono dal mare aperto, man mano che si avvicinano alla terra e incontrano fondali più o meno bassi, cambiano la loro morfologia e si infrangono sui litorali in modi diversi a seconda della conformazione geologica della costa. Lungo una fascia costiera bassa le onde si frangono direttamente sul primo ostacolo che trovano: sulla spiaggia, sui banchi mobili di sabbia o ghiaia, all’altezza di una secca, sui frangiflutti, ecc. Salendo verso terra l’acqua produce una corrente litoranea dando origine a un profondo canale che corre parallelo alla riva: è il punto in cui si fa più fatica, e anche più pericoloso, quando si decide di uscire; purtroppo qui transitano pure molti pinnuti affamati. La caratteristica e tipica forma a ricciolo delle onde è causata per lo più dal vento che soffia da  terra. 

Nel caso di un litorale frastagliato, con la presenza di uno o più promontori, le onde si avvolgono intorno alla punta srotolandosi lungo la battigia, il frangente si rompe a poco a poco contro gli scogli in un’esplosione di schiuma e di vita. Quando ci si trova di fronte ad una secca affiorante è possibile notare che il moto ondoso si frange in modo molto regolare ed uniforme, ad una distanza dalla riva che è quasi sempre la stessa; si viene a formare una corrente che segue il profilo della costa ritornando al largo sino alle spalle delle onde. 

Nel caso in cui il percorso di un’onda si trovi di fronte ad un costone roccioso alto, con un fondale costante, la sua corsa risulterà fluida sino al contatto con la parete dove l’energia verrà liberata in tutte le direzioni. Movimenti ondosi strani nei pressi della costa sono in genere dovuti alla presenza di: canali più profondi, corrente d’acqua dolce, grotte ed altro. È sempre meglio prima di immergersi constatare non solo le condizioni meteo marine ma anche osservare la tipologia di costa ed il comportamento delle onde da cui è possibile trarre utili consigli, sia per l’azione di pesca sia per la nostra sicurezza.

e per saperne di più… Scala BEAUFORT

 

altezza onde in metri          stato mare                             forza mare

         0                                   calmo                                               0

         0,1                                legg. increspato                                1

         0,2                                increspato, legg. mosso                    2

         0,6                                mosso                                               3

         1                                   molto mosso                                     4

         2                                   agitato                                              5

         3                                   molto agitato                                    6

         4                                   grosso                                               7

         5,5                                molto grosso                                     8

 

                            Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo