Le secche

 

 

ALLA RICERCA DELLE SECCHE  

Quando si avvicina l’estate mi tornano immediatamente in mente alcuni episodi che hanno segnato profondamente il mio approccio con la pesca in apnea. La ricerca del posto dove impostare una battuta di pesca subacquea è, per molti atleti, una specie di cartina di tornasole delle finalità alieutiche che s’intendono raggiungere.

 Personalmente non ho mai fatto mistero ai miei più cari amici che amo svisceratamente siti dove è possibile l’incontro con specie ittiche di diversa natura: sento un richiamo ancestrale, una voglia di avventura profondissima. Tra tutti i luoghi frequentati le secche lontane dalla costa o appena fuori da un promontorio granitico, guglie quasi superficiali o sommi persi nel blu, sanno regalare emozioni indescrivibili. 

Intorno alle risalite rocciose o madreporiche che per definizione hanno la sommità più vicina alla superficie rispetto alla profondità media dell’area marina circostante, si sviluppano processi vitali straordinariamente interessanti e prolifici. Andare alla ricerca di una secca è sempre una bella avventura che stimola probabilmente un ricordo atavico: l’antico viaggio dei nostri antenati per procurarsi il cibo. Ecco, quindi, che il fascino intrinseco dei cappelli immersi nelle nuvole di mangianza, nei giochi di corrente non si ferma al pesce trafitto dalla tahitiana ma abbraccia un campo di sensazioni assai più grande.  

Quale scegliere. Prima di organizzare un’avventura di pesca è sempre consigliabile dare uno sguardo alla cartina nautica dell’area che s’intende frequentare e farsi un’idea di ciò che si troverà sott’acqua, e delle secche eventualmente presenti sul territorio: non tutte le regioni mediterranee ne esibiscono, e non tutte sono adatte ai pescatori in apnea. 

La costa Azzurra francese, il versante tirrenico e ionico, l’arcipelago toscano e laziale, le isole del mezzogiorno, il sud sono ben rappresentate in questo settore mentre l’adriatico è decisamente più avaro in fatto di rimonte e sommi isolati ad esclusione del frastagliatissimo litorale croato. 

Una mappa particolareggiata evidenzia le secche tramite dei piccoli cerchietti solitari o concentrici indicanti innanzitutto la profondità minima del cappello e qualche volta la natura del fondale; contiguamente sono mostrate le isobate delle profondità circostanti, molto interessanti per “decifrare” il panorama subacqueo e le potenzialità di un tratto costiero.

 

 Giunti sul posto, poi, se ne possono scoprire altre, magari non segnate sulla carta (in genere molto interessanti) o conosciute solo dai pescatori locali, ampliando ancora il panorama di scelta. Le più ricche e promettenti sono generalmente quelle che si ergono da fondali attigui profondi poiché lambite da correnti copiose e interessate da catene alimentari eccezionalmente fertili. Possono essere situate a pochissima distanza da riva, solitamente sul prolungamento ideale di qualche propaggine o fuori da qualche isoletta, oppure possono stagliarsi a qualche centinaio di metri da riva o ancora a molte miglia dalla terra ferma su linee batimetriche abissali. 

Ci sono secche piccolissime  o molto estese, costituite da svariati tipi di roccia, strutturate con diversa forme, più o meno accidentate, sprofondanti verso il fondo ripidamente o declinanti dolcemente, colorate o tenebrose, immerse nell’acqua limpida o erette nella fanghiglia, eccetera. In base al proprio bagaglio tecnico e sportivo si può fare una prima valutazione che escluderà quelle profonde o quelle ritenute scarsamente abitate perché troppo battute o magari troppo superficiali. Premetto che è un errore di strategia snobbare a priori le risalite vicine a riva, quelle a portata di pinne e osannare esclusivamente quelle impegnative poste in mezzo al Mediterraneo. 

Ognuno di noi deve pescare innanzitutto dove si sente a suo agio e dove la preparazione psico fisica personale lo consente per poi concentrarsi senza pregiudizi sull’immersione. Ci sono, in teoria, secche cosiddette “facili”, poco profonde e individuabili senza difficoltà, che ospitano pesci solamente al mattino presto, all’imbrunire, quando il caos turistico non ha modo di infierire, e sommi difficili da trovare e da raggiungere, tranquilli, che dovrebbero mantenere sempre alte le chance di cattura. Ma basta un taglio di acqua gelida, una corrente esagerata, una perturbazione malandrina per stravolgere completamente i programmi.  

Come trovarle. La cartografia nautica è in grado di mostrarci molti particolari di una determinata area marina e ci offre la grande opportunità di individuare i punti prescelti tramite l’intersezione delle coordinate geografiche, la latitudine e longitudine. E’ sufficiente possedere una carta nautica in scala ridotta, masticare un po di nozioni geometriche per tracciare due linee perpendicolari e stabilire così la posizione geografica del cappello di una secca. Per rimonte attaccate a riva o poco distanti da una mira costiera è addirittura possibile misurare la distanza diretta tramite la scala di conversione (centimetri/metri o miglia) situata sul bordo della cartina: Qualche anno fa mi è successo di trovare un cappello veramente difficile tramite un righello scolastico e la misurazione spartana di due capi a terra.

 Oggigiorno basta inserire i dati ottenuti sulla memoria di un GPS palmare o addirittura scorrere semplicemente la mappa elettronica di un plotter cartografico al pari di un video game, per scovare il luogo prescelto, qualsiasi posizione e distanza da terra abbia; successivamente si preme il tasto “Go To” e in un attimo appaiono le miglia o i chilometri che ci separano dal waypoint, il tempo che occorre per raggiungerlo, l’ora di arrivo in relazione alla velocità di spostamento del mezzo, eccetera. Naturalmente le risalite di grande estensione sono facilmente rintracciabili con questo metodo o con una bussola da rilevamento; alcune di esse, pericolose per la navigazione, sono addirittura segnate con enormi boe incatenate a fondo.

Considerate anche che i dati riscontrati sulle cartine non sono da ritenere mai precisi al millimetro e questo vale in particolare per i sommi molto piccoli. Quando si tratta di scovare un monolito di dieci metri quadrati in mezzo al mare, o un picco minutissimo non troppo distante, scoprirete spesso che i dati derivati dalla carta nautica, seppure modificati e aggiornati correttamente rispetto all’anno di emissione, potrebbero riservarvi spiacevoli sorprese. Io ho passato giorni e giorni incollato al monitor dello scandaglio per scovare un cappellino perso nella vastità di un ampio golfo. Non sono riuscito a centrarlo neppure tracciando una specie di griglia geografica virtuale con il Gps e battendo un fazzoletto di mare assai più ampio rispetto ai dati acquisiti sulla cartina! 

Ci è voluta la cortesia di un pescatore con le reti che dopo avermi visto girare per un paio di giorni sullo stesso settore si è “commosso” e mi ha fornito gentilmente tre mire a terra precisissime. La secca segnata sulla carta era impossibile da trovare perché fuori posizione di circa un miglio rispetto alla realtà subacquea! In altre occasioni ho dovuto attaccarmi alla cima dell’ancora e percorrere in lungo e il largo l’area presunta finché l’improvvisa variazione di tonalità sottomarina, prima, e la visione diretta della pettata, poi, mi hanno permesso di scoprire un magico ciglio.  

Quando, invece, cercate di reperire delle secche nuove sul prolungamento di capi rocciosi o di lingue che si gettano in mare, di isolette o scogli affioranti potete raggiungere la zona con un gommone e iniziare a osservare la superficie marina con speciale attenzione ai dettagli naturali: talvolta la presenza di mangianza “appallata” a galla e l’attacco di uccelli marini potrebbero segnalarvi un’improvvisa risalita del fondo. 

Un altro segnale consiste nell’individuare striature o increspature improvvise di corrente, definite in gergo marinaro “filetti di rifiuto”, che rappresentano dei flussi indirizzati verso l’alto da qualche rilievo sottomarino. Il metodo “artificiale” è dato dall’impiego dell’ecoscandaglio che consente di sondare il fondo marino stando comodamente seduti sulla panca del gommone. Il trasduttore dello strumento elettronico invia un segnale sul fondo e successivamente lo capta traducendo in immagini video i dati acquisiti. 

Considerate però che gli angoli di misurazione permessi dal sistema non sono amplissimi e quindi non è detto che passiate sull’esatta verticale di un cappello riuscendo a intercettarlo; in sintesi potrebbe succedere di sfiorare un sommo di alcuni metri senza che il monitor mostri l’agognato picco di risalita. Prestate attenzione ai “movimenti” del fondo, ai cambiamenti di batimetrica improvvisi e cercate di monitorizzare il fondo con metodo geometrico aiutandovi con rilevamenti a terra o con un Gps al fine di non sondare sempre la stessa porzione di mare. Un aiuto visivo spesso illuminante è dato dai pescatori a canna o bolentino, dai trainisti oppure dai segnali dei palamiti e delle reti: ci sono sportivi e professionisti che macinano miglia e miglia di mare con l’ecoscandaglio sempre acceso quindi scoprono posti nuovi con maggior frequenza. Il passo successivo, caldamente consigliabile, è quello di tuffarsi in acqua e compiere dei voli di planata orizzontale sia vincolati da una cima all’imbarcazione sia derivando trasportati dalla corrente. Proiettando lo sguardo a mezz’acqua si allarga il campo di visuale e si posso intercettare pallonate di pesciolini o “chiari scuri” promettenti. La visione di un cappello stagliato improvvisamente nell’acqua limpida è uno dei momenti più intensi ed emozionanti che un pescatore sportivo possa assaporare

Come arrivarci. Se la secca scelta dista poche centinaia di metri dal profilo costiero e si può raggiungere a nuoto, potremo visitarla senza problemi più volte nella giornata con il solo aiuto di un buon paio di pinne. Occorre esclusivamente stabilire un punto di partenza vicino e verificare che il percorso di andata e ritorno sia agevole, affrontabile anche in presenza di probabili forti correnti o di repentino cambiamento del tempo. 

Se la pigrizia ci assale possiamo arrivare sulla verticale del culmine tramite una piccola imbarcazione pneumatica o con l’aquascooter. Nel caso si sia optato per la secca lontana il discorso cambia completamente e si fa molto più impegnativo proporzionalmente alla meta da raggiungere. Dopo averne rilevato la posizione geografica tramite le operazioni o gli strumenti elettronici descritti in precedenza oppure entrando in possesso di precise mire a terra, se la costa lo permette, bisognerà approntare il mezzo nautico idoneo a raggiungerla. In relazione alla distanza si deve controllare l’omologazione del battello, lo stato del motore e la riserva di carburante, le dotazioni di bordo, la strumentazione, le previsioni meteo, eccetera. 

La navigazione verso mete distanti è assoggettata a moltissime variabili ma se il lungo viaggio termina con la scoperta del cappello quasi vergine ci dimenticheremo di colpo di tutte le fatiche intraprese.  

. Quali pesci le frequentano. A questo tipo di quesito non esiste una risposta certa e inconfutabile! Le secche mediterranee vicine alla costa sono generalmente le più visitate e se il cappello è superficiale abbastanza sfruttate: ci passano i trainisti, si ancorano le barche, ci pescano parecchi sub. Ma la secca è un posto mitico ed è in grado di rigenerarsi al cambio di marea, all’inversione dei flussi di corrente, al moto ondoso, alla ritrovata quiete di un’alba timida o di un infuocato tramonto. Nel giro di qualche ora, e talvolta, in molto meno tempo, si riscontrano cambiamenti repentini, incredibili ribaltamenti di tendenza: un tipo di mangianza migra o si sposta verticalmente nella colonna d’acqua e approcciano altri pesciolini, altri pinnuti più grandi e così, in una progressione da batticuore, possiamo assistere a spettacoli d’altri tempi. 

 

Le rimonte sono delle vere e proprie aree di ristorazione che coinvolgono tutti gli anelli della catena alimentare. I pesci che vengono a banchettare possono essere le famiglie di sparidi, i branchi di occhiate, i muggini, le spigole, i dentici, le lecce, le ricciole, le palamite, i barracuda. Se la dorsale spacca o si frattura in più punti è abitata da molluschi, gronghi, murene, cerniotti, dotti, saraghi, corvine, scorfani, ecc. I sommi meno battuti, più profondi o distanti, danno la possibilità di incontrare le specie sopracitate con maggior frequenza, talvolta di dimensioni più cospicue,  a cui si aggiungono tunnidi, cetacei, squali.   

Cenni sull’equipaggiamento. Qualunque sia l’approccio con la secca e la sua tipologia dovete immergervi con un’attrezzatura “tosta”. La secca è il luogo degli incontri non preventivabili al 100% e non potete permettervi di gettare alle ortiche un’avventura indimenticabile solo perché non avete il mulinello in ordine o la vostra arma non è assolutamente in grado di trapassare l’enorme ricciola che vi è sbucata davanti in dieci metri d’acqua. Nel caso peschiate su un sommo che ha richiesto parecchie miglia di navigazione dovrete premunirvi di attrezzatura di riserva in modo da far fronte a qualsiasi evenienza e non sprecare la giornata. La corrente, anche vicino a riva potrebbe essere sostenuta per via dell’improvviso rialzo del fondale che ne varia la direzione e ne accelera il flusso. L’ancoraggio dell’eventuale natante o la sistemazione del pedagnetto della boa segna sub devono essere “pesanti” e controllati per bene poiché è un attimo veder allontanare all’orizzonte gli amati presidi... 

Anche le pinne dovranno possedere una calzata e una pala ottimali per il vostro fisico e il grado di allenamento muscolare in modo da pescare in corrente senza troppa fatica. La boa segna sub dovrà avere una bandiera ben visibile, così come quella da esibire sul natante, soprattutto se la secca è situata in luogo frequentato da numerosi natanti: sono fin troppo note le problematiche che colpiscono chi pesca lontano dalla fascia litoranea. 

Per maggiore sicurezza c’è chi fissa un’asta portabandiera sul gommone e da questi fila una cinquantina di metri di cima terminanti con una boetta segna sub: l’area di pesca si svolge tutt’intorno. Infine recatevi a pescare sulle secche sempre in due: è la regola fondamentale per divertirsi e ridurre i rischi.  

 

Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo