I SEGNALI DEL MARE

Nell’analisi di un itinerario di pesca si presta attenzione a vari dettagli utili a capire la tecnica preferibile per affrontare una determinata zona, quali tipologie di prede si potranno probabilmente incontrare, le quote batimetriche migliori da esplorare, eccetera. L’apneista esperto si distingue dal neofita per la velocità e l’esattezza con cui è in grado di “decifrare” il fondale marino, in pratica sfrutta la conoscenza e l’intuito maturato in anni e anni di immersioni per tracciare un quadro esauriente della situazione oggettiva. Si sente dire che il campione ha “fiuto” per il pesce, in ogni posto dove si tuffa capisce subito dove cercare le prede. In realtà, oltre a un indiscutibile predisposizione genetica e attitudinale conta il metodo scientifico con cui si affronta un percorso subacqueo. I segnali che l’ambiente marino rivelano sono molteplici, costituiscono una sorta di puzzle che lentamente si compone sino a determinare la soluzione finale. Nell’articolo cercherò di analizzare le “voci” che più frequentemente fanno intuire dove gira il pesce, gli indici che concorrono a informare il pescatore in apnea e a mostrare il fondale subacqueo come un libro aperto.  

Le indicazioni dall’osservazione superficiale della morfologia subacquea. Questa voce è una sorta di premessa generale e senza dubbio la più importante di tutte perché è palese che dalla composizione e dalla struttura delle rocce si riesce a capire quali specie vi possono abitare e dove abitualmente vivono. Chi cerca i pesci predatori pelagici, ad esempio, si orienterà decisamente verso tutti quei posti dove la roccia si alza in picchi o cade in frane e cadute a muro il più possibile verticale perché è qui che la catena alimentare è più attiva. Non c’è bisogno, necessariamente, che il substrato roccioso sia traforato o franoso, in risalita dagli abissi o dislocato a molte miglia dalla costa: è sufficiente che la successione di pietre interrompa la monotonia di un fondale a batimetria costante, spezzi il flusso delle correnti verticalizzandole. A volte un ciglio a poca distanza da riva o quei due, tre sassoni che rompono la monotonia di un fondo piatto di sabbia o un letto di posidonia rappresentano una sorta di oasi che prima fornisce vitto e alloggio alla minutaglia successivamente convoglia vari predatori che passano per banchettare. 

Parecchi miei amici hanno imparato a compiere qualche aspetto in questi punti della costa segnalati costantemente da un capannello di mangianza, zone che prima erano soliti snobbare o non considerare abbastanza buone da dedicarci qualche tuffo, e le catture clamorose non sono mancate. Il mio amico Gianni, ad esempio, su un sommetto posto in non più di dieci metri d’acqua quest’estate ha catturato una ricciola di quasi 40 chilogrammi. Dentici, barracuda, lecce, spigole sono i pesci che a seconda della stagione e delle caratteristiche dell’itinerario si possono sorprendere anche intorno alle lamiere contorte o mezze insabbiate di un relitto, nei punti in cui il grotto esibisce qualche cresta, dove il ciglio di posidonie frana.

Per trovare il pesce in tana, invece, ci si dirige verso i fondali maggiormente fessurati o lastricati, lungo le coste franose e magari incastonati in una successione di alghe, sabbia e roccia. Questa alternanza di substrati è ricca di cibo quindi incrementa la possibilità che una grande varietà di specie ittiche la scelga come terreno d’elezione. Esistono migliaia di rifugi a seconda delle realtà regionali e negli ultimi anni quelli migliori si sono rivelati i più difficili da trovare o complessi da visitare, buchetti da cui, a volte, sembra impossibile che saraghi e corvine vi abbiano trovato riparo. Anche la profondità elevata è un dato che sta confermandosi: i pesci stanziali sono quelli che patiscono maggiormente la pressione antropica e in poco fondo le tane ricche sono sempre più rare. I segnali che indicano la presenza di pesce intanato sono scarsi, il più delle volte assenti ma possono esserci dei piccoli particolari che suggeriscono di andare a controllare più da vicino…

Interpretare i movimenti di mangianza, percepire la presenza di prede. Se dovessi eleggere il segnale più eclatante della presenza di pesce opterei sicuramente per l’assembramento di pesci in una determinata area. Ci sono svariati tipi di mangianza, costituita da pescetti di pochi centimetri o da pesci ben più grandi, ognuna è solita richiamare qualche famiglia di predatori. Il pescatore in apnea amante delle tecniche di prelievo al libero che conosce bene il mare, che presta attenzione ai movimenti, alla localizzazione, al comportamento di questi branchi ha già posto le basi per ottime chance di cattura. In autunno in varie regioni mediterranee si avvicinano alla linea costiera sterminati branchi di cefali. In Liguria, ad esempio, i gruppi di muggini dell’oro si osservano un po dappertutto, grufolano al limite delle cadute di roccia e la sabbia, dinanzi agli arenili, fuori dai capi costieri. Il cefalo è una preda divertente, un bersaglio amato dalla maggioranza degli apneisti ma non tutti i pescatori sanno che il muggine, pure di peso superiore al chilo, è anche uno dei cibi preferito dalle lecce. I predatori pelagici sono assai più frequenti in questi periodi stagionali probabilmente attirati dai gruppi di muggini quindi si deve entrare in acqua con un arma dotata di mulinello in grado di prendere i pesci di dimensioni “normali” ma anche di perforare un bestione di una ventina di chili che subito dopo si scatena in una fuga veemente. 

La presenza della leccia, o di qualche grossa ricciola in caccia, si intuisce se i muggini appaiono particolarmente nervosi, se si avvertono potenti e rumorose scodate, se si vedono compiere grandi balzi fuori dall’acqua (al pari delle aguglie, altro cibo prelibatissimo), se fuggono precitosamente magari puntando a velocità stratosferica verso la nostra posizione. La mangianza, in questo senso ci aiuta a puntare l’arma nelle direzione giusta e a farci trovare pronti all’appuntamento tanto desiderato. Riguardo le castagnole, le occhiate che sono comunissime in tutto il Mediterraneo considerate che rappresentano il campanello d’allarme nei riguardi di dentici, orate, barracuda, ricciole, palamite, eccetera. Bisogna far tesoro guardando e memorizzando le scene che si vedono sott’acqua. Il banco di mangianza tranquilla, sparpagliata da cima a fondo difficilmente coinciderà con la presenza di un predone mentre se è compatta, se scatta rapida da una parte, se sembra tagliata di netto con un lama nel fronte che da in corrente, e alla base, ecco che i sensi del pescatore in apnea si allertano, la vista si aguzza, i battiti cardiaci aumentano. 

Gli esperti poi, scendono nei dettagli e evidenziano che le palamite, le lampughe, i tonnetti, le ricciolette cacciano preferibilmente negli strati d’acqua superficiali quindi se la pallonata di acciughette è raccolta quasi a galla si volgeranno le proprie attenzioni alla fascia di mare suddetta oppure si cercherà qualche sommo o cappello limitrofo posto a batimetriche medio basse. In altri frangenti capita che la mangianza “senta” molto prima di noi l’avvicinarsi dei pesci, non sempre dei predatori. Per fare un esempio concreto quest’estate ho preso molte orate e devo ammettere che in tante catture ho sfruttato il movimento dei pesciolini assiepati dinanzi al mio appostamento: sono stato attento a muovere il fucile nella direzione in cui lentamente si aprivano e così ho sorpreso grossi sparidi anticipandone la comparsa. L’orata non è propriamente un predatore, il sarago di grosse dimensioni neppure ma se la preda è di buone dimensioni corporali ecco che la mangianza si sposta, non brutalmente, lentamente, ma si apre predisponendo il corridoio di passaggio.

Il termoclino. La fascia di acqua fredda che si stratifica a mezz’acqua apprezzabile soprattutto nel corso dell’estate si sposta di quota in base a correnti profonde, all’andamento climatico e incide pesantemente sulla presenza di specie ittiche. Generalmente a nessun pesce predatore piace starsene nell’acqua più fredda di qualche grado, e torbida, rispetto allo strato immediatamente superiore. Va da se che il pescatore deve valutare attentamente questi aspetti termici e impostare la sua ricerca in base a ciò che vuole catturare. E’inutile intestardirsi nell’esercizio di una tecnica prima bisogna verificare le condizioni ambientali poi applicare il metodo più congruo alla realtà incontrata. Nelle strategie dell’agguato al contatto del fondo, nella pesca in tana il termoclino non impedisce di trovare pesce stanziale tra le rocce, all’interno delle spaccature. Guardandosi intorno sembra di essere nel deserto, non c’è mangianza, non ci sono molti pesciolini in giro ma soffermandosi sulla tana con le corvine o della cernia, la lastra conosciuta con i saraghi, si hanno buone speranze di trovarle abitate, i pesci ci sono, e in talune circostanze e addirittura più facile reperire pesce in tana che al libero. Discorso ben diverso per prede delicate sotto questo profilo come i dentici, le orate. Il sub è impegnato in una posta, il livello del nascondiglio è inferiore a quello del termoclino, cosa succede normalmente? Il pesce sorvola la postazione, non si avvicina e se per caso riduce le distanze costringe il tiratore a premere il grilletto su bersagli lunghi e difficili da colpire. L’unica eccezione a mio avviso è fornita dal barracuda, pesce capace di cacciare a tutte le quote e non troppo sensibile al termoclino. Mi sono capitati branchi di questi predoni longilinei che non curandosi affatto della stratificazione torbida e fredda l’hanno attraversata e mi hanno decisamente puntato. La ricciola è meno sensibile di altre specie ma anche lei caccia abitualmente sopra la fascia di termoclino ed è molto raro che scenda parecchio di quota per venire a studiarci…  

L’ingresso della tana pulito. È sempre più difficile scovare la cosiddetta tana vergine, il lastrone mitico perduto in un mare di posidonia capace di attirare decine e decine di saragoni. Al pari di questa situazione paradisiaca è difficile sorvolare una serie di sassi e individuare tra tante pietre quella abitata ed evidenziata dai pesci che la sorvolano placidamente in un carosello da infarto. Però stando attenti e concentrati su tutti i dettagli percepibili è possibile razionalizzare un po la ricerca. Un segno che mi è capitato di vedere parecchie volte e che mi ha indicato la tana giusta è stata la cosiddetta “limata”. Passavo al setaccio una serie di lastrine contigue è dinanzi a quella abitata ho scorto un piccolo spiazzo senza alghette, senza residui, una soglia chiaramente tenuta sgombra dal passaggio di pesce. Niente di eclatante ma piccoli dettagli che con un po d’esperienza si evidenziano nettamente. Ho aggirato la pietra e ho cacciato il capo dentro un’apertura secondaria sufficientemente ampia per poter controllare bene l’interno; non c’è stato bisogno di accendere la torcia perché il luccichio di una decina di grossi saraghi inframmezzati a un paio di corvine corpulente non ha lasciato adito ad altre manovre d’indagine supplementari! In altri episodi si è trattato di tane meno frequentate ma un segnale di passaggio all’esterno, osservando attentamente tutte le aperture, l’ho apprezzato per la totale assenza di alghette morte e la sabbia non aveva coperto, neppure parzialmente, la roccia limitrofa. I sub più bravi riescono addirittura a capire se il buchetto nel grotto è zona di passaggio degli sparidi sempre osservando attentamente la roccia e vedendo che questa è “limata”, pulita dal transito dei pinnuti.

Il movimento delle alghe, la nuvoletta di sabbiolina. Una delle cernie che ho preso con maggiore soddisfazione l’ho catturata dopo un intero pomeriggio uggioso passato a scandagliare con maschera e pinne una lunghissima parete rocciosa. Il mio compagno Walter mi faceva da barcaiolo, ogni tanto mi riposavo facendomi trainare a paperino e mentre il cielo sempre più cupo sembrava dover scaricare pioggia da un momento all’altro cercavo l’indizio di qualche serranide.

 Per farla breve, poco prima di risalire in gommone e mettere la parola fine a quella giornata che presagiva un bel “cappotto” ho notato un accenno di movimento dinanzi a un buco. 

Un’impressione: in quella calma piatta, non c’era un filo di corrente, quel ciuffo di posidonia che aveva ondeggiato per un attimo davanti a due massi sovrapposti meritava un approfondimento. Sono sceso alla base della parete e con cautela ho guardato l’apertura posta dinanzi alla vegetazione. Il posto sembrava deserto, non un segnale di pesce. Dopo aver illuminato l’antro in ogni angolo decisi di soffermarmi a compiere un brevissimo aspetto. Spensi la lampada e restati immobile. Passarono alcuni istanti e meraviglie delle meraviglie la testa di un grosso cernione fece capolino da una crepa posta sul pavimento della tana. Allineai impercettibilmente l’85 ad aria e con un movimento altrettanto lieve del polso fiondai l’asta da 9 mm direttamente dentro la cavità oculare del grosso serranide. Ripensai alla cattura e se non fosse stato per quel movimento d’alga mai e poi mai avrei insistito davanti a quell’insignificante e supposta sterile sequenza di massi… La cernia possiede l’abitudine di fuggire nella sua tana ma prima di dileguarsi al fondo della spelonca si sposta emettendo un potente colpo di coda. Negli spacchi con pavimento di sabbiolina fine o di fanghiglia succede che la scodata produce una nuvoletta di sospensione caratteristica. A volte si esplora una serie di tane, non si nota nulla ma ecco che, all’improvviso, su di un lato dello spacco l’occhio evidenzia la nuvoletta di sospensione. E’ una palla di sabbiolina che lentamente si dissolve, è un segno inequivocabile di qualche pesce che si è intanato. Controllando l’apertura può capitare di scorgere la silouette della cernia ma non è insolito individuare anche una grossa mostella oppure uno scorfano celato alla perfezione tra le pieghe della roccia. Come vedete è necessario aguzzare al massimo i sensi della vista e dell’udito perché una serie di scodate, un po di fango che resta in sospensione potrebbero indicare la vicinanza di una bella preda e aiutarci a catturarla.

Il giro di corrente. L’espressione “giro di corrente” è adoperata dai pescatori in apnea per descrivere una situazione in cui, stranamente, il pesce si concentra in una zona piuttosto circoscritta. Secondo la mia esperienza ci sono punti di un itinerario che presentano davvero dei misteriosi raggruppamenti di specie ittiche. Forse è improprio il termine letterario nel senso che non ci sono mulinelli o gorghi di corrente evidente bensì condizioni favorite da misteriosi flussi d’acqua che incontrandosi portano nutrienti apprezzati da vari animali. Sulle secche e sulle cigliate ci sono spesso questi punti d’incontro favoriti magari da una determinata architettura del fondo. Io conosco un posto vicino a casa dove la cigliata si frattura franando per qualche metro per riprendere dopo con una pettata alta una decina di metri. In quest’area le correnti giocano in misteriosi accoppiamenti, lambiscono il ciglio per rotolare giù tra i massi ma subito riprendono vigore e impeto scontrandosi con la lama di pietra successiva. Se la visito al mattino presto ci trovo costantemente un sacco di pesce, e le grosse orate sembrano visitatrici abitudinarie. La mangianza è copiosissima così le sere d’estate vedono l’approccio di un branco di dentici o dei barracuda mentre l’inverno capita di catturare le spigole e i grossi saraghi. E’ un luogo magico ma in altre occasioni la situazione è ricca pur non contando di uno scenario ambientale da cardiopalma. E’ il caso di fondali all’apparenza monotoni poi, improvvisamente compiendo qualche aspetto di studio e ricerca o qualche sorvolo a mezz’acqua si scopre il fazzoletto di mare che si anima, inizia a mostrare pesci di vario genere. Il giro di corrente qui non è evidente ma c’è qualcosa nell’acqua che favorisce l’alimentazione, qualche flusso concentrico che trasporta elementi vegetali e animali fonte di nutrimento per lo sviluppo della catena alimentare. La stessa situazione si verifica con flussi di corrente pulita, ossigenata: nella zona occidentale della sardegna, ad esempio, si sa che con correnti da sud c’è poco pesce poiché sul fondo arriva acqua sporca e torbida mentre con flussi da nord, nord ovest il mare appare molto più fecondo. In ultimo capita anche di entrare in stratificazioni piuttosto calde, magari appena più temperate dei territori limitrofi ma sufficienti per convogliare sottocosta molti pesci.  

L’incontro con l’acqua dolce. Si va verso l’inverno e la situazione in cui un corso d’acqua gonfio di pioggia si getta in mare e abbastanza comune lungo tutti i litorali della penisola. Il pescatore in apnea è favorito da questo avvenimento perché i cefali, le spigole, le orate sono prede abbastanza comuni in queste zone. Ci sono rigagnoli d’irrigazione, scarichi vari, torrenti e fiumiciattoli, sorgenti di acqua dolce che gettandosi in mare trasportano copiose quantità di microrganismi e affini, alimentano i frutti di mare, bivalvi vari, granchi. Da ciò si deduce che la miscellanea tra acqua dolce e salata attira in loco varie specie ittiche e il pescatore aumenta le chance di prelievo. Io ho la fortuna di poter pescare vicino a delle lagune, a degli stagni di acqua salmastra e devo ammettere che nel periodo autunnale invernale le spigole più grosse si avvistano proprio dove le masse d’acqua si incontrano. Nello specifico caso il movimento dei pesci in entrata e in uscita è regolato dalle fasi della marea con i muggini che escono in mare con la bassa e i branzini che li braccano preferibilmente quando si sta alzando il livello dell’acqua. 

Ma questi pesci che amano l’acqua dolce capita di trovarne in maggior numero anche in itinerari che non presentano a terra evidenti sbocchi di acqua dolce. Come mai? A tutti sarà capitato di nuotare in fondali dove stranamente il mare evidenzia quella strana situazione innescata dalla zona di contatto tra la stratificazione dell’acqua dolce e dell’acqua salata: la visibilità e offuscata, si fa fatica a proiettare lo sguardo intorno. Penso che in queste zone ci possano essere delle falde sottomarine di acqua dolce, delle sorgenti sotterranee magari indotte dalla vicina costa. In Sardegna ci sono tratti di coste, mi viene in mente il litorale a sud di Alghero, dove dalla roccia della montagna si vedono macchie di muschio tra le crepe della roccia segno che ci sono infiltrazioni d’acqua dolce che successivamente cadono in mare e attirano in zona muggini e spigole. Posti che i locali conoscono e frequentano con successo.

I residui di cibo. Uno degli spettacoli che non dimenticherò mai è quello di un branco di grossi barracuda che dava la caccia a una pallonata di occhiate: alcuni esemplari partivano come fulmini dal basso, azzannavano le prede e lasciavano che il tronco o la testa cadendo verso il fondo fossero azzannati anche dagli altri membri del gruppo. Questa strategia di caccia non lasciava resti sul fondo ma la visione di quei corpicini argentei spezzati quasi di netto che ondeggiavano verso il fondo in caduta libera mi ha lasciato di stucco. Infatti mi sono accorto dell’incredibile scena prima vedendo la mangianza schiacciata in parete poi per gli avanzi in sospensione che ad un certo punto sparivano nel blu! I barracuda erano così veloci e mimetici che ho fatto fatica a riconcede subito gli autori del misfatto! I predatori non lasciano molti segni del loro passaggio, il pesce è fagocitato senza lasciare tracce. Ben diversa è la situazione di pesci come i saraghi, le orate, le salpe. Il loro passaggio o la loro presenza è testimoniata dai residui alimentari e organici e se la cosa è particolarmente evidente può portare innegabili vantaggi al pescatore che li insidia. I branchi di salpe spiluccano le alghette che sovrastano gli scogli e se il branco è ben nutrito dopo il loro avvenuto passaggio si notano escrementi e detriti in sospensione. Se non si vedono direttamente i pesci si può esplorare l’area e quasi sicuramente individueremo il branco che si è appena spostato. Nei riguardi dei saraghi, e ancor di più con le orate, si può determinare la presenza di esemplari in zona valutando se alle basi delle pareti ci sono pezzetti di conchiglia masticati, ricci sbriciolati, resti di granchi,  parti di bivalve attaccati alla roccia e quindi che visualizzano il bianco “fresco” dell’interno. Chi ha visto i filari delle cozze di una miticoltura dopo il passaggio di un branco di orate non se lo dimentica più perché la dentatura di questo sparide è come una morsa… Nella realtà di tutti i giorni i resti di un gruppo di cozze masticate attaccate al pilone di un pontile, ad esempio, non suscitano stupore ma sono indice che le orate sono entrate o che qualche esemplare è insidiabile, con maggiori speranze d’incontro, al mattino presto. Il sarago produce meno scorie ma è particolarmente ghiotto dell’interno dei ricci: è sufficiente aprire la pancia di qualche esemplare pescato nei mesi invernali per rendersene sicuramente conto. Vale quindi la pena raccogliere più indizi possibili in maniera che se il posto corrisponde a ottimi requisiti ambientali si aggiungono un paio di segnali in maniera da far quadrare il cerchio.

 

Testo di Emanuele Zara