ATTREZZATURA E PESCI INVERNALI

 

La zavorra da scegliere per pescare in inverno sarà innanzitutto adeguata alla sezione neoprenica della muta indossata ma soprattutto adatta a svolgere un ruolo attivo nella cattura del pesce. Per intenderci, non basta acquistare quattordici o quindici chili di piombo e ripartirli tra una o più cinture in vita, schienalino o gilet porta piombi, cavigliere, così, a casaccio. Bisogna zavorarrarsi con una precisione accurata in base alla profondità da sondare, al tipo di tecnica da mettere in atto, alle proprie esigenze. Per scegliere bene la pesata ideale bisogna fare inevitabilmente delle prove in mare a varie quote: si tratta di perdere una decina di minuti alla prima immersione certi che nella seconda uscita saremo in grado di caricare un po di più il dorso e meno gli arti inferiori e la vita oppure viceversa, ricercando sempre l’assetto migliore per quella situazione di pesca. E se l’itinerario costringe a modificare la profondità di pesca sensibilmente evitiamo di mantenere lo stesso carico elevato usato, ad esempio, in un metro scarso d’acqua. Basterà collocare sulla propria plancetta, o sotto la boa regolamentare, una retina, uno spezzone di camera d’aria della stessa altezza della cintura, un moschettone in cui collocare di volta in volta i piombi a sgancio rapido, le cavigliere, i sacchetti piombati o le mattonelle (forate) dello schienalino. Con il gommone, e magari un paziente barcaiolo al seguito al seguito l’operazione sarà dello stesso tipo con il vantaggio di pescare sempre piombati correttamente, senza però doversi trascinare appresso la boa più pesante.

L’utilizzo di un’arma adatta alle mutate condizioni ambientali e alla diversa tipologia di prede presenti nel periodo invernale impone una scelta oculata. Le qualità che si ricercano maggiormente sono la facilità di brandeggio e la rapidità di puntamento, due aspetti che possono fare la differenza in acque torbide, mosse e nei confronti di sagome di pesci sfuggenti. L’arbalete nelle misure comprese tra i 75 ai 100 centimetri di fusto è la tipologia di fucili attualmente più in voga in ambito invernale poiché coniuga i pregi appena descritti. Il fucile elastico per la sua leggerezza, l’assetto neutrale, la facilità e la visione di mira, la velocità di tiro consente di destreggiarsi all’aspetto o all’agguato con estrema letalità offensiva. Molti li equipaggiano con gomme di carico medio e asta da 6 mm ma c’è anche qualcuno che usa elastici da 20 mm e tahitiana da 6.5 mm per disporre di maggiore potenza, di solito alla possibilità d’incontro con prede corpulente. In spazi ridottissimi come i buchi nel grotto o gli ambienti costantemente avvolti in una nuvola di fango e visibilità nell’ordine del metro, metro e mezzo, quando va bene, come le barriere frangiflutti adriatiche, si usano con successo gli oleopneumatici da 50, 60 centimetri armati con asta tahitiana da 7 o 8 mm, oppure filettate e terminate con fiocina. Di questa tipologia di armi si apprezza la notevole maneggevolezza nel mosso e la potenza espressa rapportata all’esigua lunghezza d’ingombro totale. 

Riguardo il mulinello è sempre meglio portalo appresso anche in pieno inverno: o in versione super ridotta come ingombro sotto il serbatoio del fucile per non appesantirne l’azione (ci sono mulinelli in commercio concepiti proprio per questo compito) oppure in cintura, da usarsi in caso di necessità quindi facilmente collegabile al calcio o all’elsa dell’arma impugnatura.  

Il branzino o spigola. Il branzino, “Dicentrarchus labrax”, appartiene alla famiglia dei Serranidi e rappresenta una delle prede più ambite dai pescatori invernali. Il corpo è affusolato, di color grigio scuro sul dorso e argenteo man mano che si progredisce verso il ventre; sugli opercoli è visibile una macchia nerastra. Possiede raggi della spina dorsale molto robusti e acuminati che rizza quando è in allarme. Può raggiungere un peso di oltre dieci chili e una lunghezza superiore al metro. In età giovanile si riunisce in branchi mentre in età adulta è più facile incontrarlo isolato o riunito in pochi esemplari. Il periodo riproduttivo coincide con i mesi invernali più freddi: può capitare di trovare, in qualche caletta riparata, la femmina con il ventre ripieno di uova attorniata da decine di maschi che le girano intorno sfiorandola ripetutamente. Naturalmente il pescatore consapevole e accorto evita la cattura di un pesce super vulnerabile e si dedica al “contorno”. Il muso è stretto, appuntito con un apparato boccale di tutto rispetto. Ha la possibilità di una visone bi oculare che gli permette di osservare l’ambiente senza girare la testa: ciò fa si che spesso la spigola si presenta dinanzi al pescatore in posizione frontale quindi risulta difficoltosa da porre in mira. E considerata una delle prede più pregiate anche dal punto di vista gastronomico tanto che da qualche hanno si allevano industrialmente in grandi vasche: niente a che vedere con un branzino naturale pescato in un bel sottocosta spumeggiante!  

Il muggine o cefalo. La famiglia dei Mugilidi comprende diverse specie al suo interno e quella che d’inverno s’incontra più frequentemente lungo le nostre coste è quella del “Mugil cephalus”, il muggine comune. Questo pesce che prende il nome dalla forma della testa grande e piatta possiede un corpo longilineo, cilindrico, che può arrivare a pesare sino a quattro chili. Il colore è grigio cenere scuro sul dorso, argenteo con bande nere disposte longitudinalmente sui fianchi, biancastro sul ventre; gli occhi grandi sono semicoperti da una specie di palpebra adiposa. E’ un bersaglio sportivo per il pescatore subacqueo poiché il cefalo nuota assai velocemente, non sempre linearmente e la sua silhouette bassa e allungata esige un tiro molto preciso. Lo si trova raggruppato in branchi sin dall’età giovanile e da quando nasce è cibo prelibato per i predatori: dove sono presenti i mugginetti ci sono le spigole. Dal punto di vista alimentare è ottimo se pescato in acque pulite altrimenti le carni bianche e sode con poche lische possono acquisire un gusto poco gradevole. Come la spigola ama le acque salmastre.  

L’orata. La “Sparus auratus” fa parte della famiglia degli sparidi e come questi ha una forma ovale, un profilo alto e schiacciato lateralmente. E’ facile incontrarla in autunno e all’inizio dell’inverno sia in branchi sia in grossi esemplari isolati o accoppiati. Il colore del corpo è argenteo interrotto da una macchia rosso-arancione e nerastra sugli opercoli. Sulla fronte, appena sopra gli occhi, grandi spicca una fascia color oro da cui prende il nome.

 L’orata ha un apparato boccale fatto apposta per schiacciare durissimi bivalvi che costituiscono la sua dieta. Dal punto di vista del pescatore in apnea costituisce un trofeo prestigioso, eccezionale dal punto di vista culinario. Chi pratica l’agguato con una certa costanza ne cattura parecchie sfruttando il fatto che quando è alle prese con un boccone succulento diviene vulnerabile. Esplorando le tane nelle fredde giornate invernali è anche possibile scovarle in antri passanti, in aperture con fondo di ghiaia o sabbia grossa: in questo caso la cattura è scontata perché lo sparide non appena vede il sub sta immobile. Al libero invece rappresenta una delle catture più difficili di tutte perché è molto sospettosa. Può raggiungere il peso di 8/9 chili.  

La salpa. La “Boops salpa” è un pesce appartenente alla famiglia degli sparidi, comunissima lungo le coste del mediterraneo. Ha un corpo compresso lateralmente, di colore argenteo ma percorso da molteplici striature longitudinali gialle. 

E’ quasi sempre riunita in branchi numerosi composti da centinaia di esemplari che gironzolano sopra gli scogli ricoperti dalle alghette, il cibo preferito. In inverno però capita di vederla sbucare solitaria, dal torbido, dal bassofondo ricchissimo di sospensione, e si tratta spesso di esemplari corpulenti, sopra il mezzo chilo di peso. Il comportamento gregario fa si che per portarla a tiro bisogna impegnarsi parecchio poiché una salpa “sentinella” avvisa l’intero branco dei possibili pericoli. E’ quindi una preda sportiva, divertente, che s’incontra praticamente in tutti gli itinerari. Dal punto di vista gastronomico non è il massimo ma se si prende in acque pulite, e se si eviscera immediatamente dopo la cattura rappresenta la base per buoni piatti di pasta.

La leccia. All’inizio dell’inverno può capitare di vedersi sfilare dinanzi alla tahitiana un pesce della famiglia “Carangidae” di dimensioni giganti, la leccia (Lichia amia). 

Questo stupendo carangide che può superare i trenta chili di peso ha un corpo molto appiattito lateralmente, un fascio di muscoli compatto e scattante che gli donano una velocità di nuoto particolarmente potente. Il colore è grigio argenteo sui laterali con riflessi verdastri sul dorso e bianchissimi sul ventre. Due pinne molto evidenti in altezza ne ornano la porzione ventrale e quella dorsale nell’ultima parte del tronco. 

E’ ghiottissima di cefali e per fagocitarne un gran numero è capace di spingersi in bassofondo con una veemenza incredibile. Se transita a tiro bisogna colpirla bene, in un punto dove l’asta penetri da parte e parte perché la sua fuga è proverbiale. Senza l’ausilio di un mulinello è quasi impossibile contrastarne i primi metri di fuga; il combattimento che ne segue può durare decine di minuti. In cucina si presta ad essere tagliata a trance e cucinata in umido perché le carni sono saporite ma un po asciutte soprattutto negli esemplari di oltre 10 chili di peso.  

Il barracuda. Da qualche anno capita che mentre si cerca la spigola sbuchi dalla schiuma un temibile predatore, il barracuda (Sphiraena sphiraena). Questo pesce dal corpo allungato, cilindrico, estremamente idrodinamico colpisce l’osservatore per l’apparato mandibolare “appuntito” che giunge quasi sotto gli occhi, anch’essi di grandi proporzioni. La bocca e irta di temibili denti aguzzi, posti anche nella volta palatina, strumenti che gli consentono di braccare i pesciolini senza possibilità di scampo. Il dorso è scuro con riflessi blu verdi che divengono argentei sui fianchi; delle striature verticali dipartono dal dorso e sfumano sulla linea laterale. In età giovanile si raggruppa in branchi numerosi ma con l’avanzare del tempo tende a isolarsi in gruppetti formati da pochi esemplari. Può raggiungere proporzioni di oltre il metro di lunghezza e superare anche in mediterraneo i dieci chili di peso. Talvolta punta il pescatore in apnea appostato, altre volte ci si avvicina durante un agguato ma mostra sempre un comportamento guardingo e sospettoso, non troppo curioso. Il tiro non è dei più facili a meno che il barracuda non oltrepassi i tre, quattro chili di peso. La reazione di fuga è breve ma occorre il mulinello per lavorarlo senza il rischio di lacerane le carni. E’ apprezzato dal punto di vista culinario per le sue carni di sapore delicato.  

Il serra. Il pesce serra (Pomatomus saltator) appartiene alla famiglia Pomatomidae. Da un po di anni, come peraltro è successo per il barracuda, questo pesce tradizionalmente presente in oceano atlantico è apparso sempre più frequentemente anche lungo le coste sud del Mediterraneo. Assomiglia vagamente alla ricciola per il corpo fusiforme, per la livrea argentea e per il muso aggressivo ma osservandone le movenze, i dettagli anatomici della coda, dell’occhio, della colorazione più “spenta” si notano le differenze. Possiede una voracità proverbiale e nella sua attività continua di ricerca del cibo può giungere a tiro nel bassofondo ma si tratta di una presenza occasionale. Non si incuriosisce particolarmente dinanzi al sub e il tiro risulta quasi sempre lungo. Oppone una grande resistenza dopo essere stato colpito e anche in questo caso occorre una riserva di filo sufficiente a controllarne la fuga. Le sue carni sono discrete, non troppo apprezzate dai buongustai.

Il sarago.  La famiglia dei saraghi (Sparidae) rappresenta una delle prede più comuni del pescatore in apnea. Caratterizzati da un corpo ovale, piatto i “Diplodus sargus”, i saraghi comuni, presentano una livrea color grigio argentea attraversata da bande verticali in età giovanile e dimensioni ridotte, ma che muta in tonalità più scure con l’aumento delle dimensioni e dell’età. Il muso dal profilo ripido nei saragoni più corpulenti rivela una bocca dalle labbra carnose e denti incisivi giallognoli. 

Si ciba di bivalvi, piccoli molluschi, ricci. In inverno s’incontrano dappertutto e si catturano con tutte le tecniche di caccia nella risacca come nelle pareti avvolte dal torbido. Nei mesi di gennaio e febbraio, il periodo riproduttivo, può capitare di trovare esemplari molto grossi intanati in pochissima acqua. In cucina sono molto apprezzati per via delle carni bianche saporite e sode.

 

Testo di Emanuele Zara