IL VARO DEL GOMMONE

 

Le giornate distese, la luce sempre più viva, risvegliano dentro di noi la passione per la pesca. E’ un fatto inequivocabile che la bella stagione invogli ad uscire, a passare spensierate ore in compagnia dei gabbiani e della brezza salina. Sotto sotto arde l’inesauribile voglia di andare in acqua e se non l’abbiamo colmata nei mesi precedenti è ora di darsi da fare. Terminato il periodo delle buriane e dei meno zero, in cui non siamo mai venuti meno (col pensiero) e stoicamente abbiamo affrontato ogni sorta di avversità (in piscina), possiamo, finalmente, prendere il largo con un figlio del mare come si deve: il gommone. Superato indenne il letargo invernale non chiederà altro di scorrazzare per miglia e miglia, saltando di onda in onda, in attesa della “crociera” estiva. Ora, con il consenso vigile del parentame, ogni week end è buono per fargli respirare un po d’aria buona. E qui incominciano i problemi seri. Chissà in che stato troveremo l’imbarcazione? E il motore? Dovremo mettere mani al portafoglio? Partirà al primo colpo? L’uomo saggio, che prevede le grane con largo anticipo, avrà collocato a riposo il motore fuoribordo e il battello pneumatico, eseguendo un buon rimessaggio. Per lui non ci sono grosse sorprese e dopo i controlli di rito prenderà il mare senza difficoltà. L’omino pigro che rimanda tutto - al giorno dopo- ha tralasciato un’indagine meticolosa, preveggente, e spererà nella buona sorte;  con trepidazione e passo malfermo si avventurerà verso il garage...

Il luogo dove ha riposato il gommone durante la stagione passata indica già, a naso, lo stato di salute approssimativo dell’imbarcazione. Chi ha un gommone a chiglia rigida o pneumatica, non potendolo tenere semi gonfio e disteso in un posto asciutto e riparato dagli agenti meteorologici, lo avrà sicuramente piegato in qualche sgabuzzino o in un angolo di un magazzino. Il motore sarà coricato a terra, con il piede tenuto basso rispetto alla testa, o nei casi migliori su un cavalletto apposito. La tela gommata non ama troppo le compressioni maldestre e le sgualciture, ma se la piegatura dell’anno precedente è stata fatta bene, arrotolando ordinatamente, secondo le istruzioni del costruttore, il tessuto, non dovrebbero sussistere inconvenienti. Per la stessa motivazione, il prodotto ceroso creato per proteggere il tessuto neoprenico, se applicato preventivamente, avrà mantenuto morbido e flessibile il tutto. Distendiamo la sacca al sole e apriamola evidenziando il contenuto; guardiamo innanzi tutto che i topi non abbiano rosicchiato un angolo di gomma (è già successo a più di un individuo ...) e poi che non ci siano tracce di muffa.

 Assicuriamoci poi che non si sia scollato qualche accessorio importante come: tientibene, maniglioni, pattine di rinforzo, i lembi che fissano lo specchio di poppa, la banda di gomma dove appoggia la chiglia rigida, gli incollaggi tra le diverse paratie, ecc. In caso contrario sarà bene provvedere con cartavetro e colla bicomponente (reperibile nei negozi di nautica) ad una riparazione certosina.

·        Il tessuto gommato si presta a delle riparazioni, a degli incollaggi casalinghi che non hanno nulla da invidiare al procedimento adottato in fabbrica per l’intero battello pneumatico. Le uniche precauzioni per accedere favorevolmente a questo lavoro sono: la preparazione dei supporti e i materiali d’uso adeguati. Per il nostro gommone avevamo contattato il concessionario milanese che, con squisita cortesia,  ci aveva spedito qualche fazzoletto di tessuto (stessi denari e identico colore dell’originale) e due contenitori, uno con la colla neoprenica bicomponente, l’altro con il catalizzatore. Naturalmente quasi tutti i negozi di nautica forniscono la colla adatta e per il tessuto neoprenico uguale potreste telefonare all’agente regionale di distribuzione del vostro canotto o direttamente al produttore. Per prima cosa la parte del gommone che s’intende sistemare deve essere lavata e asciugata; poi, se è il caso, si ritaglierà la toppa di applicazione e si scontornerà direttamente sulla zona incriminata. C’è chi usa un pennarello, chi una matita, l’importante è definire perfettamente l’area dove si poserà la colla per un risultato anche estetico. A gommone semi gonfio o con il tessuto in oggetto teso, si procederà a cartavetrare pazientemente il punto da incollare e la porzione da appiccicare sopra: entrambe le superfici dovranno perdere la lucidità che li contraddistingue e divenire lievemente opache. Si fa ciò per eliminare ogni traccia di grasso o silicone che elude l’azione del collante; questi verrà attivato da pochissimo catalizzatore (secondo le istruzioni della confezione). Con un pennellino intriso di trielina si stenderà una prima leggerissima passata, su entrambe le superfici e si aspetterà che il solvente evapori: normalmente l’attesa dura una ventina di minuti. Quando lo strato primitivo di prodotto non appiccicherà più al contatto si procede alla seconda deposizione e nei casi speciali anche con una terza; per ultimo, terminata la fase di asciugatura, avverrà l’incollaggio vero e proprio. La toppa va posizionata perfettamente perché appena appoggiata sarà quasi impossibile da rimuovere. Non ci dovrà essere neanche una bollicina d’aria tra le parti: qualcuno passa un rullo o addirittura martella delicatamente la zona per farla uscire tutta. Il gommone si potrà gonfiare sicuramente dopo una decina di ore.

Il gommone di un pescatore subacqueo che si rispetti non è una barca da signorine in cui se cade una squame, un tocco d’intestino, o una sana goccia di sangue si costituisce d’amblé una tragedia greca. Controllate dunque, attentamente, che non vi siano frammenti d’osso o detriti, spine di riccio o conchigliette, (avreste dovuto lavarlo bene l’anno scorso...) che occludano gli scarichi dell’acqua a poppa e che le guarnizioni delle valvole non abbiano più di dieci anni (!). La sabbiolina che sembra solidificata nella parte interna della chiglia, all’attaccatura dei tubolari, può divenire una micidiale smerigliatrice nei confronti del pagliolo di legno o di alluminio. Rimuoviamola accuratamente con un pennello o una spugna soffermandoci negli angolini più acuti. Il fondo di tessuto sembra ben tenuto e a parte qualche abrasione qua e là, non possiamo rabbuiarci: è ancora valido. Le valvole sono diverse a seconda dei modelli di gommone e ognuno conosce il punto da verificare con maggiore attenzione, o se vi sono degli O-ring da sostituire o lubrificare. Una bella occhiata al pagliolato è d’obbligo. Il legno secco, senza tracce di umidità è una garanzia di buona conservazione mentre se presenta zone “marce” vuol dire che è stato rimessato bagnato o che la vernice trasparente se ne è venuta via e non garantisce più l’impermeabilità al sub strato. 

La riverniciata dei legni è un lavoraccio perché bisogna scartavetrare tutta la superficie del compensato marino e poi applicare numerose mani di prodotto bicomponente con diluizioni a decrescere; se così fosse è meglio chiamare un amico che ci dia un aiuto e chiedere una giornata di ferie o anche due. Gli innesti frontali e laterali delle assi dovranno essere saldi e forti, visto che le sollecitazioni della navigazione sono tremende. - Sentiamo già i dolorini delle articolazioni e della colonna vertebrale fare capolino.- Un’ultima verifica alla chiglia rigida per vedere che sia ben verniciata e non presenti segni di rottura: del suo perfetto funzionamento trarrà giovamento tutta l’architettura dello scafo. A proposito bisognerebbe stringere tutte le viti che sostengono l’incastro a forcella centrale perché sovente si mollano e non è una questione da sottovalutare. Una rottura “dell’ossatura” centrale vorrebbe dire squarciare il fondo e rischiare grosso. Terminato il giro perlustrativo è ora di dar fiato alla pompa. Se del tipo a mano o a pedale, gettate uno sguardo alle guarnizioni interne e ai manicotti di collegamento che fuoriescono dal corpo centrale: all’occorrenza stenderete un velo di grasso sullo stantuffo e cambierete i tubi di gomma esterni, se sono crepati o segnati. La fatica ci aspetta. sorniona - In questa calda domenica sembra che ad ogni pompata entri più aria, chissà... sarà mica il fisico bestiale?  L’amico che ha comprato il gonfiatore elettrico da collegare alla batteria della macchina mi dice che è una bomba, che gonfia il suo in dieci minuti, ma io penso di acquistarlo in seguito, magari l’anno venturo...-

Le camere pneumatiche si dilatano rumoreggianti e un sinistro scricchiolio assesta progressivamente chiglia e pagliolo. Il gommone luccica sotto il sole, dopo tanto tempo d’immobilità. Lo rimiriamo per bene e lo lasciamo gonfio in cortile, per un po d’orette, per vedere che non si afflosci: la scorsa estate stava in pressione per settimane, dovrebbe ancora essere così.

Il borsone con tutte le dotazioni regolamentari obbligatorie è in ordine, ma noi siamo andati, per puntiglio, nel negozio di nautica, a farci dare un pre stampato con i vari elementi da tenere a bordo, perfettamente aggiornato: con il bailamme di leggi, leggine, decreti e ordinanze c’è il rischio di finire in galera. Controlliamo che tutto sia a norma, omologato e che non ci sia nulla di scaduto. C’è il solito estintore da far revisionare ogni sei mesi, la sassola, i giubbotti rigorosamente omologati, i due fuochi a mano e i due razzi, la trombetta, ecc. La matassa di cima e l’anulare troveranno posto sul tendalino di prua, legati dall’elastico coi ganci. La busta stagna con i documenti vari non presenta lesioni e non c’è traccia di umidità stantia all’interno. Le bustine di gel idro-assorbente hanno svolto bene la funzione: basterà metterle nel forno di casa, a riattivarsi per una mezz’oretta, e potremo infilarle di nuovo dentro. Domani andremo in posta e andremo in assicurazione, per i bolli e i pagamenti. Il tre metri e mezzo non è dispendioso da mantenere e non dovremo sborsare una fortuna.

Il motore è sempre bello pesante da trasportare, meno male che ha una cilindrata popolare e non spacca brutalmente la schiena. La carrozzeria esteriore non ha fioriture di ruggine ne ammaccature che denotano incuria selvaggia. L’averlo consegnato a fine stagione a Claudio, il nostro meccanico marino di fiducia, è stata un’idea felice: lo ha revisionato da cima a fondo e sembra quasi nuovo. Ha cambiato l’olio al piede e ha sostituito la girante in gomma; ha controllato l’elica che, per fortuna, non era danneggiata o corrosa, e ha cambiato solo la spina di fermo; ha pulito l’anodo, ha controllato tutto il gruppo termico, sostituendo le due candele e un tubettino della miscela un po vecchiotto, ha controllato bobine e masse, ha regolato la carburazione e il minimo, ha ingrassato tutti i leveraggi, compreso il selettore del cambio e le viti dei galletti, e lo ha fatto girare un bel po in vasca affinché si purifichi dal salino. Ci ha fatto notare che la retina metallica, prima della pompa di alimentazione, era un po sporchetta e che era meglio svuotare il serbatoio plastico e filtrare la miscela separatamente: probabilmente ci ha traditi l’ultimo pieno in quel postaccio. La corda del volano l’abbiamo fatta sostituire appositamente anche se era appena sfilacciata in un tratto: meglio prevenire che curare in seguito. Una spruzzatina di CRC marino sulle componenti elettriche è stato il tocco d’autore finale. Il due tempi è appollaiato sul trespolo, a cavallo di un bidone d’acqua; connettiamo la gomma del serbatoio a cui abbiamo rinnovato il filtro, e dopo un paio di tentativi borbottati, si avvia sbuffando, “pisciando” un forte getto laterale: è partito al secondo colpo, senza tirare lo starter: - sei in ottima salute, mitico quindici!-

L’amico di avventure se la passa meglio, economicamente, e il suo gommone con chiglia in vetroresina è una favola: quasi cinque metri immacolati sul grande carrello e uno splendido motore, da cinquanta cavalli a quattro tempi, in dolce attesa. Ci ha contattato e ci siamo precipitati a casa sua volentieri: a causa di oberanti impegni di lavoro è stato anche lui fermo a lungo e prima di partire per le ferie vuole provare anticipatamente lo scafo in mare. La chiglia profonda a “V” è lucida e liscia come il vetro: il non stare immersa in un porto a lungo, le ha giovato, perché non ci sono alghette, denti di cane e altre concrezioni coralline appiccicate. – E’ merito dell’antivegetativa- esclama orgogliosamente il proprietario. – Gliel’ho applicata l’hanno scorso, dopo aver pulito con la lancia a pressione e una spugnetta tutta la superficie. In certi punti ho dovuto passare un po d’acqua e candeggina diluita per rimuovere delle tracce di verde. Avete notato che bomba?- Effettivamente il film di pittura è molto spesso e lo strato resinoso aggiuntivo che gli sovrapponiamo è della stessa qualità: ha un elevato potere biocida, erodente, autolevigante. Sarebbe conveniente darne ancora una mano ma la base è ottima e non proseguiamo oltre. Per fortuna la chiglia e i due pattini laterali sono sani, senza bollicine insidiose che fanno capolino della vetroresina: sarebbero il segnale, temutissimo, di un principio d’osmosi, il famigerato tarlo degli scafi stratificati in composito.

 

·        L’osmosi degli scafi in vetroresina è un problema temutissimo e di eziologia non proprio esattamente conosciuta; esistono molti dubbi e supposizioni al riguardo. L’assorbimento di acqua da parte dello stratificato di fibre di vetro è un fattore sicuramente predisponente e produce una degenerazione cancerosa del materiale. La carena composita avrà una durata prolungata nel tempo se non presenterà infiltrazioni di umidità. La diagnosi del male si effettua controllando accuratamente la chiglia, per vedere che non presenti sollevamenti o bolle di vario diametro. Il deleterio fenomeno può insorgere a tradimento su qualsiasi imbarcazione, vecchia o recente, e in tempi piuttosto rapidi (qualcuno parla di settimane). Lo strumento migliore per verificare che la chiglia del gommone non la stia “incubando” è l’igrometro. Le cause, i fattori scatenanti, potrebbero, con beneficio d’inventario, essere i seguenti: una levigatura esageratamente marcata della chiglia che abbia rimosso il preziosissimo strato protettivo sottostante, il gel-coat troppo vecchio che si fessura, il cambio di salinità e temperatura dell’acqua in cui ha pescato lungamente la barca. La lavorazione della vetroresina affrettata e raffazzonata potrebbe essere un’altra seria problematica e merita un discorsetto a se stante.. Il modo di costruire carene è cambiato rispetto a qualche anno fa dove, statisticamente parlando, i problemi legati all’osmosi erano minori. Ci sarà un nesso logico di collegamento? Siamo andati a turbare il tecnico di una fabbrica che stampa scafi in vetroresina sentite cosa ci ha riferito. - Il processo di stratificazione del composito ha subito notevoli cambiamenti e dal prodotto artigianale che era curato manualmente si è transitati ad una produzione industrializzata che spesso ricerca principalmente la rapidità produttiva. Dagli orditi di fibra di vetro sistemati uno per uno, impregnati con esatte dosi di catalizzatore e abbondante resina, alla rimozione accuratissima delle bolle d’aria intrappolate che durava giornate, si giungeva ad una copiosa applicazione di gel-coat protettivo. Ora c’è qualcuno che esagera e velocizza troppo lo stampaggio: aumenta la percentuale di resina e di catalizzatore (l’eccesso di catalizzatore può restare all’interno di bolle d’aria), a discapito delle fibre di vetro ma, soprattutto,  non sbolla attentamente il prodotto con le potenziali conseguenze che poi qualcuno tocca dolorosamente con mano. –

 

Il carrello è abbastanza recente come fabbricazione e la zincatura protettiva è integra. Ci camminiamo attorno e notiamo che sia i rulli sotto i pattini che il grande verricello a prua sono adeguatamente lubrificati. L’automobile fa retro marcia e il connettore multipolare e il gancio vengono agganciati ai loro posti. Facciamo un paio di prove e verifichiamo che le luci, gli stop, i freni, funzionino. Bene, non ci sono problemi. - D’altronde - mormora il proprietario - questo carrello non è mai finito con le gomme a bagno, perché lo scivolo d’alaggio era subito profondo e costruito meravigliosamente -. Nel caso le ruote fossero state immerse in acqua salata avremmo dovuto procedere ad un accurato smontaggio delle componenti per controllare i mozzi, i cuscinetti, i meccanismi interni. Niente di più facile che la salsedine avesse potuto compromettere la meccanica. Un caro conoscente, non propenso ad alcuna manutenzione, si avventurò lungo la strada costiera con il carrello trasandato al seguito; ad un certo punto questi s’imbizzarrì, s’intraversò di brutto sulla carreggiata e per poco non successe un macello. Era successo che una ganascia dei freni, corrosa da ruggine e sale, si piantò di colpo. Confortati da tali pensieri osserviamo in uno scatolone i larghi cinghiaggi con cui si blocca il gommone al supporto metallico. Sono surdimensionati ma forse un po di sicurezza in più non guasta mai.

La fascia parabordi della barca è leggermente abrasa in qualche tratto ma il resto non ha subito danneggiamenti. L’interno dell’imbarcazione è ordinata, pulita, linda; gli occhi si soffermano lungo le bordature di tessuto chiaro che ancorano lo scafo rigido senza rilevare debolezze d’incollaggio o pezze fluttuanti. Certo che rispetto al nostro è tutta un’altra musica. Aspettiamo che ci vengano impartiti dei suggerimenti atti a valutare con cognizione di causa ogni aspetto tecnico. La passamaneria è salda, inamovibile nei punti d’attacco. I gavoni è meglio lasciarli un po aperti anche se non sono bagnati e non c’è condensa: - dove circola l’aria non ristagna umidità- viene affermato da molti e così facciamo anche noi. Estraiamo le dotazioni di bordo da sotto al sedile, ed appaiono numerose chicche: c’è la cassetta degli attrezzi, la valigetta del pronto soccorso con dentro, udite udite, un kit con pallone Ambu e bombolino d’ossigeno, un cannocchiale stagno da marina: restiamo allibiti da tanta organizzazione. L’ancora dal gavone di prua avrebbe bisogno di una zincatura nuova: l’ossido che affiora dall’anello di fermo lo segnala. Basterebbe telefonare al signor Renato, il personaggio che fa i trattamenti galvanici e in settimana ce la farebbe tornare come nuova. La catena non sta molto meglio di salute ma può andare ancora avanti mentre il nodo di sagola che la cinge viene reciso e rifatto meglio. La cesta plastica che la contiene non fa dibattere il pesante oggetto metallico durante i sobbalzi e l’interno del gavone, infatti,  non ne ha risentito. La consolle centrale è stata l’unica ad aver denotato una serie di bulloni malfermi: abbiamo dovuto ripassarli tutti, uno per uno, e avvitarli con dei dadi inox autobloccanti. Il bellissimo serbatoio in acciaio inossidabile, incassato a prua, è annegato tutt’intorno nella schiuma poliuretanica; lo troviamo con il vano d’ispezione aperto: bisognerebbe sempre evacuare tutta la benzina residua e lasciarlo all’aria, ad asciugare. Con un panno di carta ci viene suggerito di eliminare eventuali tracce o depositi ma non c’è  nulla da rimuovere: assomiglia ad una candida pentola da cucina. Una tanichetta di super è pronta per inaugurare la stagione e tra poco la immetteremo nel bocchettone. I cigolii delle cerniere del cassettino e qualche stridore metallico, qua e là, invogliano a lubrificare tutte le cerniere che ci capitano a tiro: prima una spruzzata di spray marino disossidante e poi una velatura di silicone. Già che ci siamo dedichiamoci anche alla timoneria introducendo del grasso marino sui leveraggi del volantino, nella scatola dei comandi di gas e marce, all’inizio del monocavo, sul cannotto che entra nel  motore, sui tiranti, ecc. Soddisfatti del lavoro chiediamo ulteriori consigli e ci viene proposto di sorvegliare pure l’impianto elettrico. Dentro alla torretta di comando le guaine dei cavi sono a posto, fascettate a dovere, gli interruttori funzionano, la strumentazione s’illumina come un albero di Natale, non ci sono punti ossidati e tutto sembra viaggi spedito. Applichiamo un po di spray per contatti sui capicorda e sulle altre connessioni di rame “scoperte”. Siamo attratti dal monitor dall’ecoscandaglio a cristalli liquidi e come un video game titilliamo i tastoni morbidi; inserendo il simulatore iniziano a muoversi i pescetti e… è meglio smettere. La batteria è del tipo sigillato, senza manutenzione; i morsetti non mostrano ossido perché sono stati cosparsi di grasso preventivamente, ed è rimasta in carica tutta la notte. Il power trim in funzione sembra un marchingegno dell’altro mondo, ma dicono che sia molto utile per regolare l’assetto in navigazione; questo ha gli steli lucidi, senza trafilaggi di olio ed è molto silenzioso nei movimenti: il livello dell’olio nella vaschetta è ok.. E’ così tutto in ordine che sembra incredibile: è proprio vero che chi semina raccoglie!

Abbiamo terminato i controlli generali ed è giunto il momento di far cantare, anzi bisbigliare sommessamente, il quattro tempi: bruciamo dalla curiosità. Per potere guidare un motore oltre i 40 cv ci vuole la patente nautica. Inevitabile che lo Stato non voglia il balzello: fanno 50.000 lire. La causale di versamento va indirizzata all’ufficio del Registro di Roma su un bollettino postale. Per l’assicurazione e la tassa di stazionamento tutti gli anni ci sono novità: staremo alla porta. Il meccanico ha eseguito i controlli routinari sul quattro tempi, che sono sostanzialmente simili ad un motore classico, ma in più comportano un tagliando come quelli che si eseguono sulle moto: cambio olio e filtri, taratura e sincronizzazione delle farfalle del carburatore con il vacuometro, sostituzione cinghia di distribuzione, ecc. Consumano pochissimo, inquinano meno dei cugini a due tempi, sono silenziosissimi, ma abbisognano di questo tipo di manutenzione supplementare, pesano tanto, costano di più. Che comodità poter attaccare la presa dell’acqua dolce sul gambo del piede: non c’è necessità di vasche e vaschettine per farlo girare. La speciale La mano si posiziona sulla chiavetta d’accensione e dopo qualche tentativo udiamo finalmente il vagito: è una meraviglia di silenzi!

 

                                                                    Zara Emanuele & Lucia Notarangelo