LE INSIDIE DEL MESE DI MARZO
Chissà cosa fanno tutti quei gabbiani ordinatamente sparsi sulla battigia? La brezza tesa e frizzante sembra non irritarli neanche un pochino e il mite calore della sabbia arricchisce la siesta pomeridiana. Sono sospesi su una zampina e si guardano intorno senza agitarsi più di tanto. Bella la vita eh? Camminiamo lentamente anche noi, con i piedi nudi che affondano nel bagnasciuga, coinvolti in quest’atmosfera delicata e allo stesso tempo aspra: i contrasti della natura serpeggiano tra il sole appena accennato e l’aria ancora bella freddina. Il vento è una costante di questo breve week end di fine inverno, spira costante da ovest, con l’arroganza di poter penetrare, impunito, lungo il colletto della cerata, sotto i calzoni della tuta, accompagnato da sbuffi di granelli di rena. Deve essere maestrale, a giudicare da come fa correre i cirri da Ponente; i nostri cugini d’oltralpe lo chiamano Mistral, e in un certo senso è entrato di prepotenza nei loro usi e costumi, in quanto, quando soffia prepotentemente a più di cinquanta, sessanta nodi, si mettono letteralmente le mani nei capelli. Gli unici che sembrano divertirsi molto sono i surfisti, quelli veramente bravi, che cavalcano le onde bianche temerariamente e con un’abilità consumata. Il mio amico Marc, invece, abituale frequentatore subacqueo di quei fortunati lidi, starà imprecando selvaggiamente contro il mondo e contro tutti, perché mi racconta sempre, quando ci sentiamo, che in queste particolari condizioni atmosferiche, lui non riesce quasi mai a pescare niente; poveretto. A dire il vero, inter nos, l’apneista francese irrita, mi fa venire il nervoso quando mi ripete sempre la stessa solfa: l’ultima volta che sono andato a trovarlo, non lo avevo contattato telefonicamente, e mi sono presentato con l’effetto “improvvisata”, modello - lontano parente americano -.Conoscendo bene l’individuo, avrei posticipato volentieri l’incontro di qualche mesetto, almeno, ma il desiderio di fare insieme una pescatina come si deve era enorme. Il caro e affabile personaggio, dopo i soliti convenevoli, non ha atteso molto nel ricambiare la sorpresa: ha estratto dal cassetto magico il volume dei “santini” e mi ha detto diplomaticamente -“Regarde!”-. Sono letteralmente schiattato. Lo so che è bravo, che ha classe, che abita a ventisei (ven - ti - sei-) metri dalla scogliera, vicino a Cassis, che è un mostro in poca acqua, ma una coppiola di branzinacci, lui li chiama “loup de mer”, così grossi, era un po’ di tempo che non li vedevo neanche in pescheria! Come abbia fatto a trapassarli e a prenderli entrambi nello stesso tiro, con l’arbalete poi, è un mistero: la tahitiana da 6.5 mm ha perforato il ventre del primo, sui sei chili abbondanti, e ha stecchito il secondo, più o meno della stessa stazza. Candidamente ho avuto anche la spiegazione, peraltro estremamente concisa e razionale: “...au deuxième, j’ai touchè seulement le coeur... “. Cosa volete, a me non ha toccato soltanto il cuore; l’ho ancora impressa qui, nella massa cerebrale, quella serie stupenda di fotografie!
| Il mare di fine febbraio, inizio
marzo, non è certamente prodigo di catture frequenti e giornate
meteorologicamente ideali, ma non è mai detto che qualche pescione non abbia la
buon’idea di farci visita. Il mese di marzo è considerato universalmente
incerto e i proverbi, i motti popolari, saggiamente ci mettono in guardia. - Di
marzo ogni matto vada scalzo- recita un antico detto -, alludendo al fatto che
l’instabilità marcata del tempo suggerisce prudenza. E di prudenza dovremmo
possederne molta, soprattutto per i raffreddamenti fuori dell’acqua e tra i
gelidi fluidi marini. Guardando le prime piantine che mettono su famiglia, i
germoglietti degli arbusti, i rami delle mimose che fanno capolino dai giardini
delle villette, il sole pallido, verrebbe istintivamente voglia di rinnovare
l’abbigliamento invernale e abbandonarsi mollemente al tentativo di
un’abbronzatura precoce.
Peccato che il nostro fisico non sia d’acciaio: un bel raffreddore è sempre in agguato e alla minima occasione d’abbassamento della guardia... zac! A letto col naso che cola per una settimana e addio alle probabili immersioni. Ragazzi! L’inverno non è ancora finito; la data ufficiale della sua dipartita è il 21, ma in questo clima così strambo e capriccioso, le stagioni riservano sempre delle sorprese. Un’improvvisa mareggiata è sempre dietro l’angolo e un’attenta lettura dei bollettini nautici, o un’occhiata saggia verso l’orizzonte, può evitarci i pericoli connessi alla navigazione e una pianificazione della pescata più serena. |
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· In Liguria, i vecchi pescatori, prevedono le variazioni meteorologiche tenendo a bada gli sbuffi di Eolo, secondo i messaggi verbali tramandati da generazioni e generazioni di marittimi. Purtroppo l’imprevedibilità climatica ha sconvolto da qualche stagione le abitudini consolidate ma la saggezza degli antichi è un patrimonio straordinario che arricchisce quel mondo idilliaco che orbita intorno ai porti, tra i gozzi e le reti, nella gente di mare. Ad esempio, di mattina presto, quando lo Scirocco (vento proveniente da S/E, dai mezzi quadranti 3-4) si fa sentire, sbuffando tra le barche e le sartie delle vele e fa correre e addensare le nuvole a Ponente, si sostiene che sicuramente rinfrescherà la giornata e se la pressione barometrica subisce una variazione al ribasso, il “guastamento” del tempo è assicurato. Se, viceversa, comincia a spirare in forma più leggera nel corso della mattinata, e rimane costante intorno al mezzogiorno, l’una, probabilmente dalle prime ore pomeridiane si attenuerà ancora, lasciando il posto ad una lieve brezza di maestrale, indice di bel tempo. Ponendo il caso, invece, che il giorno sia trascorso in regime di calma e bonaccia, l’attenzione va rivolta al vento della sera, dopo le quattro, le cinque: se soffia nuovamente lo Scirocco, con tutta probabilità, durante la notte il tempo peggiorerà. Naturalmente questi avvenimenti, queste brevissime e incomplete preziosità culturali, sono tipici del connettivo ligure ma chissà quante realtà, quante leggende, credenze popolari, s’intersecano e contaminano il vissuto delle altre regioni italiane. La luna, le sue fasi, le maree, le nuvole, il sole e mille altri fenomeni naturali sono letti sapientemente come fossero enciclopedie: molte volte prevedono le situazioni meteo con rara efficacia; e pensare che noi passiamo minuti di fuoco, stravaccati in poltrona, con gli occhietti sgranati dinanzi all’omino del tubo catodico...
| Prima di chiudere definitivamente nei guardaroba i giacconi pesanti e i piumini, attendiamo che si stabilizzi la temperatura su livelli accettabili. Mantenendo il corpo caldo, prima di immergerci, avremo il vantaggio di conservare più a lungo la muta indossata, senza avventurarci nell’elemento liquido con i peli del corpo irti come quelli dei cinghiali, sconvolti dai brividi intensi di gelo. Com’è il mare che si affronta nel mese di marzo? I pescatori subacquei che non hanno mai abbandonato i remi in barca, sono stati testimoni del repentino abbassamento della temperatura sottomarina e della rarefazione progressiva delle catture, con un certo adeguamento sia fisico sia psicologico. Invece coloro che, vincolati da mille altre attività, si sono dati alla mortificazione del corpo, allontanato a forza dall’elemento liquido corroborante, si troveranno a mal partito. Quanto è dura riprendere da zero, o quasi! Se in qualche serata invernale avremo almeno tentato di slegare le articolazioni, in piscina, tutto risulterà meno traumatico. Teniamo sempre a mente che gli eroi abitano altrove, nel senso che se uno è stato fermo e immobile come un filetto di salmone sottovuoto, per tutto l’inverno, non pretenda di essere sciolto e atleticamente pimpante solo perché la sua signora in camicetta tiene in mano una frasca di mimosa di due metri e crede, per questo, di essere già in piena estate. La realtà oggettiva e ben altra cosa, sempre. L’acqua di primavera è di un freddo che più freddo non si può: sarà per i lunghi mesi invernali che hanno disperso lentamente tutto il calore trattenuto da Nettuno, per le mareggiate furiose che hanno rimestato gli strati profondi tiepidi con la falda superficiale di ghiaccio, per i torrenti e i fiumi che portano a valle lo scioglimento del manto di neve, per l’assenza di un valido riscaldamento solare, chissà? Certo è che con una temperatura di dieci, dodici gradi, la muta da tre millimetri usata a ferragosto è meglio non tirarla neanche fuori del ripostiglio. Servono capi giusti, dai sei millimetri in su; l’idea di impiegare l’indumento estivo, magari con l’aggiunta del sottomuta, potrebbe essere intelligente, se avessimo però uno strato lipidico spesso tre dita o una resistenza fisica storica. Con i prodotti in neoprene che sono presenti sul mercato è difficile patire le insidie della stagione, anche per i freddolosi. Il modello ideale sarà una giacca con il cappuccio incorporato, super aderente, magari preformata, con l’interno in felpatino thermo plush, in spaccato o in Metalite, il nuovo rivestimento metallico che supera ogni più rosea previsione in fatto di coibentazione termica, e l’esterno liscio, affinché si possa asciugare subito e per il fatto che, essendo nero, catturerà ogni briciola di sole e conseguentemente di calore. I pantaloni a vita alta, (l’unico neo è che a volte, se non si sta attenti, si arrotola male il bordo superiore della fascia ventrale, quando s’indossa la giacca), garantiscono che l’accoppiamento con l’indumento sovrastante sia perfetto senza, ad esempio, che le bretelline di una salopette impediscano l’uniforme “effetto ventosa ”. | ![]() |
In questo caso lo spessore del neoprene di cinque millimetri è un valido compromesso in vista del gran movimento che le nostre gambe faranno. Il luogo che sceglieremo per la vestizione sarà riparato almeno dal vento, ancora troppo freddo, per non buscarci i famigerati colpi d’aria. Chi ha la fortuna di cambiarsi in appartamento non sarà costretto a cercare una cabina telefonica, un androne, il bagagliaio di una station wagon, per espletare le funzioni rituali. Non lesiniamo sullo spessore dei guanti e dei calzari: isolando efficacemente le estremità degli arti, ridurremo la dispersione di calore. Per la mano che impugna l’arma cerchiamo un tipo di protezione che non ostacoli la presa e l’azionamento del grilletto. All’Eudi di Bologna, salone delle attività subacquee, abbiamo notato in uno stand, un paio di guanti “intelligenti”, creati apposta per i cacciatori: uno utilizzava del neoprene adeguatamente rinforzato, da quattro millimetri, e l’altro era confezionato con del tre e mezzo, e un differente rilievo di protezione sul palmo e sul dito indice.
Riguardo alla torbidità dell’acqua c’è da dire che essa non è solo dovuta all’evidente turbinio e irrequietezza del mare, indotti dall’azione del vento, dal fango trasportato a valle dai fiumi, dalle piogge che lavano le dorsali pietrose a picco sulla costa. Nei mesi primaverili si destano anche le correnti che stravolgono i litorali; come serpenti compaiono all’orizzonte e dipingono l’elemento liquido di tinte tenui, verdine. Apparentemente sembra tutto calmo, liscio come l’olio, ma in realtà misteriosi flussi si contorcono in disegni ancestrali; le forme di vita embrionali prendono mille vie, accompagnate dalle meduse che colonizzano baiette e golfi. La visibilità non è quasi mai ottimale, vittima illustre della nebbiolina persistente. La nostra maschera sarà di medie dimensioni, rinunciando anche, per una volta, al volume interno, visto che la profondità d’azione non sarà mai elevata. Abbiamo bisogno di ampliare al massimo il campo visivo perché la ricerca oculare ci vedrà impegnatissimi. Il popolo ittico sembra aver abbandonato il sottocosta: probabilmente perché ha raggiunto profondità in cui la temperatura marina consente di svernare senza traumi; o forse una volta terminato il periodo riproduttivo, che ha visto coinvolte alcune specie, gode il meritato riposo, lontano da sguardi indiscreti; il motivo esatto non si conoscerà mai. Ci sono giornate nerissime, altre nere, ancora grigie. Aspetti su aspetti senza vedere comparire dalla schiuma una bella preda; agguati ragionati e tatticamente esemplari senza scorgere i soliti saraghi che mangiano in parete, tane completamente pulite e così via. Quando s’incappa in giornatacce simili verrebbe voglia di iscriversi ad un corso di parapendio, almeno in quel campo le emozioni abbondano sempre. I mesi primaverili sono il periodo meno felice per fare carniere ma l’apneista che ama il mare e vuole essere sempre in forma, non abbandona mai la scena. La macchinata d’amici si riesce sempre ad organizzare: cosa c’è di meglio che una giornata trascorsa in allegria, a discutere di fucili, pinne, modifiche varie? In compagnia non si sente il freddo, si ride, si mangia, aumentano le probabilità che almeno un membro riesca a prendere qualcosa, si allargano le conoscenze dei fondali, si trasmettono e si acquisiscono consigli: soprattutto è difficile che ci assalga uno sconforto collettivo. Se si riesce a disporre di un’imbarcazione potremo battere un ampio tratto di costa e aumentare le chance di cattura; ci divideremo a coppie per sondare differenti quote. In caso di mare mosso è utile e consigliabile che qualcuno si butti tra le onde in poca acqua, perché l’ipotesi del pescione di turno non scade mai. Se dalla scogliera vedete dei rigagnoli, frutto delle piogge o di qualche sorgente spontanea, che si gettano a mare, vale la pena farci un paio di poste nelle vicinanze: alle orate e alle spigole “ritardatarie” il salmastro piace molto.
Il fucile sarà un modello medio corto: come, ad esempio un settantacinque ad elastici, gomme da 16 mm o da 20 mm con asta da 6,5 mm., se la visibilità rimane intorno al paio di metri. Per condizioni sotto questo limite trovo più efficace un pneumatico da settanta centimetri e tahitiana da 8 mm, o asta da 7 mm con fiocinone francese a tre punte. Tutte due le armi devono risultare maneggevoli e pratiche nel brandeggio per non sbagliare magari l’unica bella preda della giornata.
Con condizioni di bonaccia si può pescare compiendo voli di planata a poca distanza dal fondo sui dieci, quindici metri massimi, e si cercano i rari pinnuti che si spostano tra le rocce o che fortunosamente individuiamo mentre s’intanano. Occorre molto colpo d’occhio e un metodo fluido e paziente. Insistere nei paraggi delle buche di grotto, dove le posidonie fanno lo scalino di radici, sopra le spianate madreporiche. Se si è fortunati dovrebbero essere ancora presenti in buon numero tante seppie che costituiscono un piatto prelibato e la difficoltà di cattura è relegata solo alla loro individuazione sul fondo.
Un novanta ad elastici con gomme da 16 mm e asta da 6 / 6.5 mm sarà la scelta oculata: precisione esemplare, velocità elevata, silenziosità felina, un cocktail micidiale per i saraghi, i cefali, le corvine che si avventurano tra i sassi, le orlate di grotto, le anticamere degli spacchi.
Nelle tane, a volte rimane l’unica possibilità di far carniere: l’attività è relegata ad un pazientissimo lavoro di cesellatura; su e giù con brevi recuperi (è un allenamento fisico ottimo) e praticare il sondaggio certosino di mille anfratti, lastroni, massetti nell’alga: è possibile sorprendere corvine, saraghi, labridi, scorfani, gattucci, polpi.
Un corto oleopneumatico armato di fiocina o un settantacinque arbalete, saranno le armi impiegabili nella pesca in tana; il pneumatico è straordinario dappertutto, l’elastico è fulmineo e preciso: l’ideale per le rapidissime corvine.
L’aspetto a media profondità, zigzagando tra varie batimetriche permette di studiare il movimento dell’eventuale fauna e portare al tiro cefali, salpe, saraghi pizzuti, spigole, qualche riccioletta e calamaro. E chissà che in una delle tante attese non ci sfili dinanzi uno schienone argenteo...
In questo caso un arbalete da cento centimetri, un buon mulinello, la tahitiana da 6.5 mm, è l’arma perfetta per l’occasione: infallibile nei tiri di precisione, su bersagli esili, e offre la possibilità di effettuare più tiri nella medesima zona per la silenziosità dell’azione di caccia.
Per gli spostamenti nautici non dimentichiamo la cerata, che ripara dal freddo di superficie e l’onnipresente berretto, magari in pile, che mantiene il calore anche se è bagnato: le sinusiti è meglio prevenirle che curarle. La zavorra subirà degli aggiornamenti rispetto ai pesi ciclopici impiegati fino a fine febbraio. Lo schienalino, usato per la caccia del branzino, lascia il testimone o ad una piastrina di un paio di chili oppure, se non si possiede, alla solita cintura elastica con sei, sette chili di piombi. Iniziamo ad effettuare i tuffi leggermente più in profondità, e scendere con dieci chili o più potrebbe essere molto pericoloso. La pila fa la comparsa sotto il pallone, insieme a delle gallette di riso che stiveremo in un contenitore stagno: sono l’ideale complemento per una ricarica energetica salutare e immediata. Pinneggeremo come motori fuoribordo, in lungo e in largo, alla disperata ricerca di un sito, una franata, un labirinto di grotto per identificare qualche essere vivente di mole discreta. Nel nostro peregrinare avremo bisogno di pinne che spingano a sufficienza tra i giri di corrente, magari con l’onda lunga, ma che non stanchino e affatichino i muscoli delle gambe. In piscina magari ci siamo fatti il fiato con due “legni” ma il mare è meglio sondarlo con rispetto e cautela. Con la complicità dell’acqua gelata, l’insorgenza di crampi è sempre in agguato. La domenica, il sabato, caratterizzati da un sole lievemente più sorridente dei mesi precedenti, sono le giornate in cui il turismo nautico inizia la timida ripresa, e per noi iniziano i dolori: non quelli reumatici, c’è sempre tempo, ma quelli potenziali alle ossa craniche. Portiamoci sempre dietro la boa o la plancetta con la bandiera regolamentare e teniamo occhi ed orecchie bene aperti: troppi sprovveduti prendono il mare con la presunzione di esserne i solitari garanti, disprezzando regole e leggi.
I fucili, inseparabili compagni
d’avventura avranno due sorti, due destinazioni: la prima riguarda chi si è
preso cura dell’attrezzatura con una manutenzione regolare e la seconda,
invece, per chi li crede eterni e inossidabili. L’arma del subacqueo
perfettino, sciacquata con devozione in tutte le sue componenti dopo l’uso,
controllata nelle parti che si usurano, per gli arbalettisti, ridotta
leggermente dall’eccessiva pressione, per i pneumaticisti, risulterà pronta
all’uso e in ottima salute per l’avventura. Per i pescatori con il fucile ad
elastico, poco avvezzi alla cura elementare, le sorprese potrebbero risultare
spiacevoli e costose da rimediare: elastici cotti dal sale, tagliuzzati, ghiere
di metallo saldate dall’ossido nella testata, meccanismi di sgancio
arrugginiti, aste con le tacche per le ogive pericolosamente segnate dalla
ruggine, mulinelli inchiodati. I fedeli del sistema oleo pneumatico rischiano di
mettere mano al portamonete se hanno mantenuto iper carico il serbatoio per
tutta la stagione o se non lo hanno sottoposto ad un lavaggio accurato: lo
schiacciamento degli O.ring a causa della pressione elevata dell’aria è quasi
inevitabile, la possibile perdita d’olio dalla volata, per la guarnizione del
pistone o per i solchi all’interno della canna, causati dalla sabbia e dal
sale che ha corroso il sottile strato di anodizzazione,
il mal funzionamento del variatore di potenza per la guarnizione
deformata dell’astina, l’asta
arrugginita.
·
Il mare di marzo è avaro di risultati
apprezzabili e molte volte si entra in acqua più che per convinzione per quella
strana passione che uno non sa neppure da dove provenga esattamente. Ti stringi
dentro il tuo maglione, intriso di pensieri e brividi, ma la vocina suadente ti
continua a ripetere che non fa freddo, che
è solo una tua intima impressione, che il mondo blu non può aspettare a lungo,
che il pesce dei tuoi sogni potrebbe essere lì sotto e allora...allora ti
svesti, indossi la fedelissima, afferri il bambino, le pinne, la boa e scompari
tra i flutti. Successe così anche quella volta, qualche annetto fa, in Corsica.
Il fiume al centro dell’incantevole golfo era gonfio di pioggia. Erano due
giorni che pioveva. Dapprima l’acqua si colorò di fango poi, a
mano che le ore e le giornate passavano, diveniva più linda quasi si
fosse purificata lungo il tragitto montano. I vetri della frugale stanzetta,
appannati dalla condensa e dalla differenza di temperatura con il mondo esterno,
non lasciavano vedere al di là, ma l’aureola di luce che piano si diffondeva
tutt’intorno, indicavano senza appello che era finita la buriana. Lemme,
lemme, con il rumore di ciabatte che scuoteva la cittadina marinara, ubriaca di
umidità e di profumo di eucalipti, mi avventurai verso il porticciolo. Il primo
contatto è sempre crudele ma poi mille bollicine vi trascinano nell’azione e
si comincia per davvero. Trascorsero
tre ore in cui ogni insenatura, ogni franata, ogni ciottolato di tutte le
spiaggette del perimetro costiero furono passate al setaccio, con
determinazione. Purtroppo non girava neanche un branzino da porzione, giusto per
la cenetta serale. Rimaneva la foce del fiume, anzi l’alvo stesso del fiume.
Effettuai un tuffo alla base del pietrone che faceva da spalla sinistra al
torrente. L’acqua era
fantasticamente artica. Dal fondo alla superficie si avvertivano delle vampate
che scolpivano la pelle ai lati della maschera.
Non sapevo quanto tempo
potevo resistere in quell’ambiente ma il fascino di pescare quasi dentro ad un
fiume offriva un vortice di sensazioni indescrivibili. La lattescenza era solo
superficiale poiché la diversa densità dei fluidi, dolce e salato, rimanevano
abbastanza separati. A mezz’acqua
non si vedeva nulla, in basso tutto. Transitavano
cefali, una marea di cefali; la corrente spingeva da morire e pinneggiando con
tutto l’impegno non ti muovevi. Dovevi schiacciarti col ventre sui sassi e
allora riuscivi a cacciare. Imparai la lezione e per una mezz’oretta sondai
l’area senza però ottenere risultati concreti.
Un poco deluso decisi di passare sull’altra sponda e concludere, nella
franata di destra, la pescata. M’immersi veloce, per appiattirmi a fondo e
passare il “guado”. Il torbido
velato lasciava circa tre metri di visibilità; il novanta era carico, ordinato,
semi nascosto tra i rilievi di granito quando, in lontananza comparve il signore
della baia. Proveniva, incredibilmente, dal letto del fiume. L’occhio
arancione, come un bagliore, nel bianco latte; l’enorme massa corporea di un
rosa pallido con riflessi azzurri; imperturbabile
nuotava, senza distrazioni.
Feci una serie di bollicine con le labbra, ma niente; picchiai dolcemente il
calcio del fucile e indietreggiai alla vista del pinnuto, sperando di farmi
notare. Il rumore dell’acqua che scorreva intenso stordiva; il braccio teso e
allertato, per scaricare una bordata di tensione era in posizione. I secondi
passarono lunghissimi ma il magnifico denticione capii che non era ancora giunto
il suo momento e standosene sempre al limite...se ne andò tranquillo.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.