LO SCOOTER SUBACQUEO
Un paio di mesi fa stavamo leggendo il resoconto degli ultimi Campionati europei di pesca sub e mentre i caratteri di stampa scorrevano sotto i polpastrelli ci siamo guardati negli occhi, avvolti da un nugolo di interrogativi malinconici. Nel settembre del 1998 si è svolto il mondiale in Croazia, a Zara, una manifestazione importante che è sprofondata malamente nel baratro delle polemiche, e una delle cause fu l’utilizzo dello scooter subacqueo nelle fasi di preparazione. Nell’ottobre 1999 l’entourage della pesca subacquea è stato scosso dall’analoga storia e dalle relative diatribe, seguite alla manifestazione europea spagnola. Perché?
|
Cosa sta succedendo al mondo delle gare? Non dovrebbero essere il fiore all’occhiello per migliaia di sportivi? Lo specchio lindo e rappresentativo di un’intera categoria di appassionati? Noi come altri lettori siamo piuttosto digiuni alle dinamiche agonistiche probabilmente perché amiamo andare a pesca esclusivamente per divertirci e puntando alla qualità, non alla quantità di ciò che catturiamo ma è da un po di anni che intorno a campionati e gare varie stanno verificandosi episodi che definire di dubbio gusto è riduttivo: la cosa ci fa tutt’altro che piacere, anzi, ci disgusta profondamente. Le competizioni sono o non sono il biglietto da visita ufficiale, il manifesto più bello e pulito di qualsiasi sport? Non vorranno mica radiare dalla faccia della terra la pesca sub col pretesto di un mondo agonistico deplorevole? Nel giugno del 1998 l’addetto stampa del presidente del CIO ci ha già provato: inoltrò ai membri dei Comitati Olimpici Nazionali la richiesta formale di cancellazione delle competizioni di pesca subacquea dal palinsesto internazionale. E se la caccia subacquea perdesse la definizione di attività sportiva… prima o poi sarebbe davvero finita per tutti. Siamo consapevoli di ciò? Abbiamo il sentore che il fuoco sotto la cenere stia per diventare un incendio di vaste proporzioni. Che sia finalmente giunta l’ora di rivedere qualcosa a livello agonistico? |
![]() |
| A Minorca, nelle Baleari, non c’eravamo fisicamente ma non ci siamo accontentati di ciò che traspariva tra le righe dell’articolo e abbiamo voluto ficcare il naso andando a raccogliere svariate testimonianze direttamente dagli addetti ai lavori. Il putiferio è scoppiato attorno ad un mezzo di locomozione subacquea, lo scooter, adoperato dall’equipaggio di qualche nazione per esplorare meticolosamente il territorio di caccia. C’era chi lo contestava apertamente perché il suo uso è proibito dalla maggioranza delle federazioni, specialmente in occasione delle prove ufficiali di un campionato e si arrabbiava poiché molti se ne infischiavano apertamente trasgredendo al divieto (oramai le violazioni e i sotterfugi nell’agonismo non dovrebbero fare più notizia) e c’era chi cercava di difenderne l’utilizzo perché a suo parere c’era lo spiraglio legale per impiegarlo. Fatto sta che lo scooter è stato usato e non poco, sia per esplorare i fondali, sia per castigare un bel po di pesce da vendere ai ristoranti. Non andiamo a sindacare su chi se n’è servito perché il nocciolo della controversia non è vincolato al cognome del diretto interessato, alla patria di appartenenza del garista, o alla modica quantità. Il problema sostanziale è ben più serio. Si gareggia lealmente o si preda più che si può? | ![]() |
Si spara a tutto ciò che si muove e con tutti i mezzi possibili e immaginabili che la mente umana è in grado di creare o è meglio selezionare le prede (visto che abbiamo la fantastica opportunità di vedere prima che cosa prelevare) e immergersi in modo naturale?
La
pesca sub è un’attività sportiva, cioè, come cita letteralmente il
vocabolario, finalizzata al divertimento, oppure è divenuta una sporca
abbuffata di sangue e squame perpetrata da biechi individui che se ne fregano
altamente di regolamenti, codici, regole, normative, etiche, morali pur di
primeggiare? Assistendo alle collezioni di decine e decine di pinnuti che non
arrivano ai 500 grammi di peso, alla cattura di specie che in pescate
“normali” un bravo cacciatore non si sognerebbe neppure di portare a casa,
alle mille diavolerie che si escogitano per fare solo ed esclusivamente numero,
ci pare che una disquisizione fine sull’autorizzazione o proibizione dello
scooter nelle preparazioni dei campi gara faccia poca differenza.
Con il gingillo elettronico fare “paperino” è una manna: si controlla lo stato di carica della batteria, si bloccano i tiranti a molla, si abbraccia comodamente lo scafo plastico lungo poco più di 50 centimetri, le mani aggrappate alle impugnature laterali, le braccia un poco flesse, e si schiaccia il bottone. La reazione dell’elica mossa da un motorino elettrico di una trentina di watt è repentina e se vi accucciate sulla carenatura in modo da assumere una postura particolarmente idrodinamica filate via come delfini. Potrebbe darvi un briciolo di fastidio il turbinio di bolle che vi sguscia sotto il ventre ma sono quisquilie di poco conto. Per cambiare direzione, quota batimetrica basta inclinare il mezzo con i polsi e lui vi trasporta dove volete, rapidamente e soprattutto silenziosamente.
|
Lo strumento nato per condurre il subacqueo
appesantito e ingigantito dalle bombole sul dorso si rivela, nelle mani di un’apneista
dalla silhouette più snella, un mezzo di spostamento fenomenale. Le pinne sono
adoperate per lo più come timoni direzionali perché con lo scooter non c’è
bisogno di irrobustire la muscolatura delle gambe, imparare come pinneggiare
correttamente, abituarsi ad un determinato modello, gioire per le pale
stratificate in prezioso composito, soffrire un poco alla prima calzata. No. Non
c’è più il tempo per questi “amarcord” vetusti, per lo sport inteso
idealmente. E’ sufficiente pronarsi, azionare con il dito un interruttore,
favorire il contatto tra due fili e giù, verso gli abissi! Il fiato? Beh, il
fiato serve principalmente per guidare lucidamente e girovagare a pochi metri
dal fondo per un tempo più lungo possibile. Chi l’ha impiegato ci ha
raccontato che in pochissimi secondi arrivi giù a 30, 40, 50 metri a seconda
del modello posseduto, della velocità che imposti, la posizione che assumi,
l’apnea statica che ti ritrovi, l’abitudine alla profondità, la facilità
di compensazione. Sì. Perché non facendo sforzi fisici potete gestire i vostri
due, tre, quattro, cinque minuti di resistenza a secco tutti in immersione, al
livello batimetrico che preferite. Serve solo un po di abitudine e sinergia
tecnica con il mezzo e un filo di perizia conduttiva. Anche chi possiede mezzi
atletici limitati, chi non ha allenamento riesce ad ottenere risultati
eccezionali. Performance ottenute dai profondisti migliori del pianeta diventano
realtà tangibile per un apneista mediocre. Un bellissimo gioco. Ecco, forse,
perché qualche cervello illuminato si è sognato di proibirli nell’ambiente
delle competizioni. Sprofondi emettendo un lievissimo ronzio e indirizzi lo scooter verso la cigliata che s’intravede a malapena, dritta sul testone di un serranide da venti chili che non capisce se sta sognando o se gli vengono a tritare le “pinne” anche a quelle quote... Chi riesce a compensare senza stringere le narici non deve staccare le mani dagli appigli, non si scompone e guadagna ulteriori secondi di azione. Giunti al livello desiderato si può procedere orizzontalmente oppure decidere di abbandonare provvisoriamente il sistema di locomozione (che si disattiva immediatamente e cade verso il basso in virtù di una negatività di 600/700 grammi) su uno scoglio. |
![]() |
Un atleta ci ha riferito che c’erano dei pescatori che sommozzavano intere giornate sul filo dei 40 metri, alternando apnee di due minuti e mezzo/tre a soste di recupero quasi nulle in superficie. Tenevano un ritmo di tuffi indiavolato. Giunti a galla non avevano il fiatone e quindi bastavano pochi atti respiratori per ripetere l’esploit.
Qualcuno
scendeva a 35/38 metri, si sganciava dal mezzo, lo depositava docilmente su una
pietra e faceva un aspetto di un paio di minuti buoni; poi si guardava intorno
rimontava sullo scooter e riemergeva veloce. Nel raggio di poco tempo i fondali
entro i 50 metri erano tutti “catalogati”. Prevenendo qualche accidente
dovuto all’accumulo di azoto i più accorti avevano sistemato a 5 metri di
profondità un bombolino di ossigeno su cui ogni tanto facevano un po di
decompressione, non si sa mai. Peccato che Nettuno scocciato e infastidito da
chi si fiondava elettronicamente negli abissi a disturbare cernie, saraghi,
corvine immobili nei loro rifugi inviolabili e sicuri (pensavano) si sia
imbestialito di brutto. Tra gli ometti che si dilettavano a cambiare numerosi
pacchi batterie dei loro scooter al fine di prolungare all’infinito
l’autonomia è scoppiata una terribile maledizione. Un giorno, al termine
delle solite apnee lunghissime, ripetute per intere ore, e delle successive
risalite rapide, un subacqueo non si sentì bene. Avvertiva un formicolio al
volto, una fastidiosa nebbiolina negli occhi, fotosensibilità insostenibile,
giramenti di testa. Non ci vedeva chiaro e si rivolse spaventato al nosocomio
dell’isola. Poco dopo fu ricoverato d’urgenza al pronto soccorso con un
quadro diagnostico di emiparesi e cecità temporanea. Pensò tra sé e sé di
essere stato sfortunato ma si sbagliava di grosso. Qualche giorno dopo, e la
cadenza drammatica continua ancora oggi, si seppe di altri amici scooteristi
colpiti da crisi epilettiche, da crisi comiziali, convulsioni, da malesseri
cerebrali di natura da determinare (in campo strettamente medico le diagnosi di
cui non si riesce a scoprire l’eziologia certa si definiscono come n.d.d.).
Uno, addirittura, stette male davanti al suo capezzale e svenne in corsia. Si
scoprì che una permanenza di alcuni minuti a quote paurose e le successive
risalite effettuate in pochissimi secondi non erano esenti da complicanze
fisiche serissime. Probabilmente determinano guai simili a quelli che
contraggono i sub con autorespiratore quando non rispettano i tempi e le modalità
di riemersione dopo aver soggiornato a lungo a quote rilevanti; forse per via
dei saliscendi troppo rapidi o dei tempi di ricupero ridicoli accumulano nel
tempo dei gas che creano qualche problema di equilibrio fisiologico. Resta il
fatto che se uno pesca senza ausili che lo conducono inevitabilmente ad abusare
delle sue prestazioni fisiche non incorre in simili guai. Qualche anno fa
incontrammo Bernard Salvadori e gli chiedemmo il segreto delle sue mitiche
discese a più di 40 metri. Restammo sbalorditi nel sapere che il trucco per
riemergere senza problemi era quello di apnee corte, che non superavano mai i
due minuti.
|
Come è fatto lo scooter. L’oggetto in questione è un veicolo subacqueo che permette di spostarsi in immersione a grande velocità e senza fare un briciolo di fatica. In passato era ausilio di pochi professionisti speleologi e subacquei che lo utilizzavano soprattutto per le ricerche o per i lunghi spostamenti in superficie, il costo però raggiungeva cifre esorbitanti che ne hanno impedito la diffusione consumistica. Da diversi anni sono apparsi sul mercato alcuni articoli prodotti in serie: ingombri contenuti, comandi semplici e immediati, peso ridotto ma soprattutto costo ridimensionato, abbondantemente sotto i quattro milioni di lire. Lo scooter è realizzato quasi completamente, compresa l’elica, con tecnopolimeri e ABS antiurto; pesa una ventina di chili circa ma in acqua ha un assetto solo lievemente negativo, inferiore al chilogrammo; è munito di maniglioni laterali su cui sono comodamente collocati i comandi; è costruito per resistere a profondità di 40/50 m ma è in grado di sopportare tranquillamente pressioni ben maggiori; è alimentato da una batteria elettrica stagna che garantisce un’autonomia che varia dai 40 ai 60 minuti circa; è fornito di sistemi anti allagamento del motore; è predisposto a raggiungere i 3,5/4 Km in un’ora. |
![]() |
Oltre alle suddette caratteristiche generali, che più o meno appartengono a tutti i modelli presenti in commercio, ogni casa costruttrice elabora particolarità tecniche che distinguano il proprio prodotto dagli altri come: il posizionamento dell’elica su un piano più basso per evitare che il sub sia infastidito dai turbini d’acqua, diverse modalità di impugnature e di pulsanti di comando, carene idrodinamiche, possibilità di variare il passo dell’elica per controllare la velocità (fino a tre posizioni: alta, media, bassa) e indirettamente l’autonomia, eccetera.
Non più solo per “bombolari”
I probabili incidenti a cui possono andare incontro i pescatori subacquei in apnea non sono molti ma forzando oltre misura il nostro fisico e sottoponendolo a permanenze esagerate e prolungate a batimetriche da “bombole” (non solo chi adopera lo scooter è a rischio: qualche caso drammatico si è verificato pure in chi ha fatto paperino a quote di 25/30 metri per periodi prolungati) si aggiungono degli eventi traumatici gravissimi, non perfettamente conosciuti, o forse assimilabili verosimilmente ai quadri clinici che si ipotizzava unicamente appannaggio dei subacquei con auto respiratore. Da alcuni anni, grazie alle ricerche mediche europee ma soprattutto statunitensi (mezzi diagnostici e di contrasto eccezionalmente selettivi e innovativi), sembra che la malattia da decompressione colpisca, seppure non sempre si manifesti con un quadro sintomatico, una quantità molto ampia di subacquei. La malattia da decompressione (MDD) è un evento patologico e in genere si manifesta in fase di risalita o, più comunemente, da alcune e sino a 24/36 ore dopo la riemersione. La causa di tale malessere è da ricercare nella presenza di bolle di azoto all’interno di un tessuto o del circolo ematico. La situazione è responsabile di un’ischemia e cioè di una diminuzione o soppressione di afflusso sanguigno (e quindi di ossigeno vitale) ad un comparto cellulare. I sintomi e i relativi danni dipendono dal tessuto e dall’organo in cui le microbolle si sono localizzate, o hanno transitato quel tanto da “soffocare” il tessuto precedentemente irrorato, per cui la MDD viene suddivisa in due gruppi: 1° grado – forme lievi – sintomatologia cutanea, osteoarticolare e linfatica; 2° grado – forme gravi – sintomatologia polmonare, otovestibolare, midollare e cerebrale.
Come si sa l’aria che respiriamo è composta da una serie di gas presenti con percentuali differenti (78% azoto, 21% ossigeno, il restante di gas rari e anidride carbonica). Quando si scende in profondità ed aumenta la pressione, questi gas per cause strettamente fisiche si comportano in modo diverso: in particolare l’azoto si riduce a microbiche bollicine, si scioglie nel sangue ed entra in circolo. In fase di risalita la pressione diminuisce, i valori di partenza ritornano tali e quindi l’azoto si riespande assumendo lo stato originale. Le micro bolle, se non hanno il tempo necessario a compiere la trasformazione e a liberarsi attraverso le cavità alveolari dei polmoni, restano confinate all’interno del sangue, dei tessuti, degli organi! Per capire il concetto basterà immaginare una bottiglia di acqua frizzante tappata: il gas disciolto all’interno dell’acqua non è visibile poiché l’alta pressione, presente nel contenitore, costringe le bollicine a stare ben distribuite, impedendo loro di addensarsi (a – 40 m, per esempio, gravano 5 atmosfere, cioè 5 chili per cm²). Quando la bottiglia viene stappata la pressione diminuisce e il gas si espande rendendo visibile un mare di bolle e bollicine. Le bolle intrappolate sono in grado anche di ledere permanentemente la zona a valle colpita. Naturalmente queste sono supposizioni suffragate da un filo logico succinto ma le probabilità che intervengano altri meccanismi patologici poco conosciuti è apertissima. Sappiamo che studi in merito sono stati portati avanti da un’équipe di specialisti francesi. Per avere informazioni più specifiche e dettagliate consultate i manuali di immersione con le bombole o meglio rivolgetevi ad un medico sportivo specializzato, a un’associazione che saprà tecnicamente fornirvi un’argomentazione suppletiva sull’argomento. Un’altra opportunità è rappresentata dai testi che trattino in particolare il tema della decompressione: noi vi consigliamo spassionatamente il curatissimo testo di Leone Tarozzi - La decompressione – distribuito dalla casa editrice Adventures.
Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo