GLI ARBALETE CORTI PER L’INVERNO
Con l’approssimarsi della stagione invernale gli apneisti che intendono proseguire l’attività sportiva sentono l’esigenza di rivedere l’equipaggiamento subacqueo: principalmente si tratta di adattare lo spessore e la finitura della muta alla temperatura dell’acqua, alla diversa modalità di uscite in mare, alle diminuite quote operative. E’ facilmente comprensibile che l’adeguamento dell’attrezzatura non si limiterà esclusivamente alle componenti relative alla coibentazione termica: con l’abbassamento della temperatura marina l’obiettivo primario delle nostre pescate, il pesce, cambia abitudini, luoghi di residenza, territori di caccia. Per procurarsene un paio per cena si indossano schienalini anatomici, cinture di zavorre super cariche, maschere ad ampia visuale in modo da battere il sottocosta con tutte le carte in regola, centimetro per centimetro. Ma nessun pescatore in apnea si sogna di terminare la rassegna del materiale stipato all’interno del proprio borsone senza dare uno sguardo all’amatissima sacca degli arbalete!
| Chi abita o frequenta regioni mediterranee dove i fondali sono rocciosi e l’acqua mantiene quasi sempre una trasparenza ottimale per tutto il corso dell’anno non stravolgerà completamente il bagaglio, in quanto anche un bel 110 potrebbe tornare utile all’aspetto o all’agguato ai muggini, ai saraghi, alle orate, alle spigole. Al massimo potrà mettere a riposo i lunghissimi “cannoni” a doppio elastico, impiegati per insidiare i grandi pelagici, o sostituire il diametro di qualche asta e di qualche elastico, ma tutto sommato non si attueranno degli stravolgimenti significativi. La storia cambia radicalmente se non si ha la fortuna di risiedere o di pescare in posti così: bisogna rivedere il parco delle armi e adeguarle al territorio da battere: il torbido e la risacca tipici dei mesi invernali si combattono con fucili particolari. La lunghezza è, in primo luogo, il parametro da rivalutare: pochi centimetri in più o in meno portati in mezzo al ”fango” possono costituire il termine di svolta. L’azione del moto ondoso non consente di brandeggiare agevolmente fucili molto lunghi e così prima di riuscire a posizionare bene l’arma può sfumare la cattura. | ![]() |
Sfogliando qualsiasi catalogo di attrezzature subacquee si nota che gli arbalete corti sono prodotti sin da misure “lillipuziane” come il 46, il 50, il 56, il 60. I cultori dell’arma ad elastici ritengono che sotto la misura di 90 centimetri gli arbalete possano ritenersi di misura medio/corta e quindi impiegabili in tutti quei campi dove occorre una rapida maneggevolezza e un’immediata capacità di puntamento. Predatori che sbucano per un istante da una coltre impenetrabile di sospensione o sparidi che scapolano i massi immersi in uno strato spesso di bollicine devono essere messi in mira e colpiti rapidamente altrimenti si dileguano nel nulla. Ricordo che il dato numerico con cui vengono denominati solitamente gli arbalete non corrisponde a tutta la lunghezza del fucile ma solo alla lunghezza dell’affusto: per calcolare esattamente gli ingombri bisogna aggiungere circa 6, 7 cm per la testata e 15/18 cm per l’impugnatura. Le aste sono comprese tra i 70 e i 125 centimetri, la misurazione che equipaggia i nuovi 82 Excalibur e 83 Carbon Mimetic Omer.
I
super corti. In questa categoria si
inseriscono gli arbalete con tubi compresi tra i 46 e i 60 centimetri. In
commercio esistono fucili ad elastici prodotti in misure ancora più brevi,
30/35 centimetri di tubo, ma non sono stati presi in esame perchè sono
destinati ad un pubblico prettamente estivo e amatoriale. Maneggiando un
gingillino di dimensioni ultra ridotte, leggerissimo, con un ingombro totale
compreso entro i settanta, ottanta centimetri fuori tutto, con un diametro di
tubo di 25, 26 o 28 mm si ottiene una leggerezza di manovra incredibile. Quando
si trovano quelle giornate di mare in scaduta, con cielo plumbeo, onde non
troppo alte ma acqua estremamente torbida, si può sfoderare l’asso piglia
tutto. Si tratta di arbalete che si conducono con estrema naturalezza, con una
spontaneità superlativa: la gittata utile di un cinquantino si aggira sul metro
e mezzo circa, sufficiente per fulminare la spigola che nuota tra i ciottoli in
una spanna d’acqua o il muggine
che sorvola a brevissima distanza la testa del pescatore. L’occupazione ideale
è soprattutto l’esplorazione di buchetti molto angusti o di spacchettini in
cui trovano rifugio i grossi saraghi d’inverno: c’è chi monta una fiocina a
cinque o quattro punte su un’asta da 7 mm filettata e con arbalete da 46, 50
centimetri batte con successo l’interno di calette, gli agglomerati di grotto,
eccetera. Il 60 ha un raggio letale poco più pronunciato rispetto ai fratellini
minori ma si conduce sempre con facilità e offre una sicurezza in più di
fronte a pesci di peso discreto. La capacità di offesa degli arbalete
cortissimi, infatti, è scarsa a causa di tahitiane molto leggere e di elastici
di corsa esigua. Le ditte che presentano linee di produzione orientate ai
pescatori in apnea di livello medio alto montano frecce tahitiane da 6,5 mm e
gomme da 16/18 o 20 mm in modo da evitare brutte sorprese al cospetto di prede
di un certo lignaggio.
| Il settantacinque. E’ il fucile invernale per antonomasia, una sorta di giustiziere della schiuma e del bassofondo. Tutti i produttori nazionali e internazionali ne hanno una versione in catalogo: ci sono modelli spartani che adottano un tubo in lega di alluminio da 26, 28 mm di diametro e altri che adottano affusti in carbonio, in legno oppure stampati interamente in fibra composita. Le testate sono sempre più piccine, idrodinamiche ma ci sono un paio di articoli che montano sistemi basculanti oppure che possiedono semplicemente un elastico circolare e non hanno la classica volata. Moltissimi pescatori lo usano di primo equipaggiamento altri lo collocano abitualmente sotto la boa e lo tengono pronto per ogni occasione. E’ facile da caricare perchè anche chi non ha le braccia molto lunghe riesce comodamente ad afferrarne le gomme ed a esercitare uno sforzo fisico contenuto. Non arriva al metro di lunghezza fuori tutto (solitamente i 75 misurano 95, 96 centimetri di ingombro da calcio a testata), pesa poco più di mezzo chilogrammo, monta un asta tahitiana da 115/120 cm; il tiro utile oltrepassa i due metri e mezzo dalla testata. Questi dati indicano che il settantacinque è un’arma che se la cava benissimo all’agguato o all’aspetto in acque semi torbide, con un paio di metri di visibilità; è fenomenale negli spostamenti repentini, nel brandeggio tra gli sballottamenti del moto ondoso, tra i massi di una frana. | ![]() |
La precisione e la silenziosità offerta in qualunque ambito hanno stregato migliaia di sub e tra gli agonisti riscuote un larghissimo consenso. La versatilità in tana è altrettanto mitica in quanto si può lavorare nelle buche ampie o negli spacchi profondi con grande agilità d’inserimento. L’asta da 6 mm è una scheggia in velocità d’uscita ma mostra i limiti su pesci di qualche chilo di peso; la massa d’urto ridotta la rende consona a sparare in tana da distanza anche ravvicinata mentre se si vuole aumentare la capacità d’offesa conviene passare a diametri più sostenuti, dal 6,25 sino al 7 mm. Gli elastici montati abitualmente sono lunghi 19 cm e hanno un diametro che può variare da 16 a 20 mm a secondo delle caratteristiche dell’arma e delle performance balistiche che si vogliono ottenere.
L’ottantadue e l’ottantatré. Queste misurazioni che alcune ditte hanno in catalogo da alcuni anni e altre hanno presentato da poco, rappresentano una misura intermedia tra il 75 e il 90 ideata per tutte quelle situazioni in cui il primo pare troppo corto e il secondo un po troppo lungo. Potrebbe sembrare una forzatura commerciale ma in effetti pochi centimetri di differenza possono migliorare il brandeggio oppure consentire una gittata maggiore al cospetto di prede importanti. Ci sono atleti che non amano troppo le misure corte e quindi impugnano quasi sempre il loro fedelissimo 90. L’82 o l’83 permettono di non stravolgere troppo le eccezionali performance balistiche dell’arbalete da 90 e migliorano un poco la manovrabilità in condizioni meteo marine scadenti. Rispetto al 75 si guadagnano una cinquantina di centimetri di gittata utile e si è saputo che sono già state fermate prede di decine di chilogrammi. La scelta delle gomme e del diametro dell’asta riconduce al discorso già fatto da più parti: un elastico cortissimo accoppiato a un dardo leggero non va d’accordo con la precisione, fattore fondamentale al cospetto di prede imponenti.
| Modifiche. La
lunghezza dell’affusto dell’arbalete è uno degli elementi che turba tutti
coloro che sono dediti alla personalizzazione estrema delle armi ad elastico.
Prima o poi si cerca di montare un tubo leggermente più lungo oppure si
accorcia di qualche centimetro quello posseduto al fine di possedere un arbalete
“unico”. Prima di procedere ad ogni lavoro bisogna farsi uno schema
progettuale e considerare attentamente se il tubo si può sostituire, se si
riesce a garantire assolutamente l’impermeabilità interna, allineamento con
la testata, la convenienza del lavoro, eccetera. Con tubi di carbonio o
alluminio bisogna rivolgersi ad un tornitore che procederà al taglio preciso
del cilindro. In seguito si ricaveranno i fori appositi per il fissaggio della
testata o dell’impugnatura badando di non lasciare sbavature interne o sfridi
di lavorazione che possono intaccare i sistemi di guarnizione interna.
Preferibilmente, prima di montare i vari elementi, bisognerebbe anodizzare
nuovamente il tubo di alluminio per evitare processi di corrosione. Il tubo di
carbonio non risente della corrosione marina ma nei punti di taglio o foratura
si può applicare una rifinitura in resina epossidica. Una volta riassemblato il
tutto si dovranno adattare nuovamente gli elastici, un’asta e controllare
l’assetto definitivo in acqua.
ATLETI Cressi, Picasso, Omersub. Bellani. Adopero moltissimo gli arbalete corti, sia d’inverno che d’estate. Il Comanche 60 è ideale in tana in quanto riesco a lavorare in fessure strette: lo preparo gomme da 16 e soprattutto con un’asta da 6 mm dalla punta cortissima e dall’aletta ravvicinata. Sparo a saraghi e corvine da distanza brevissima oppure quando passano attaccati alla roccia senza timore di non riuscire a fermarli perchè l’aletta non si apre. Se si pesca dove c’è la probabilità si trovare pesci molto grossi preferisco portarmi appresso il 75, l’arbalete che uso con più frequenza. Con questo fucile ho preso tantissimi pesci tra cui un ricciolone di 42 chili, un’orata di 5, spigole di 5 o 6 chili, parecchie lecce. Naturalmente bisogna stare attenti a mirare bene un grosso animale perchè se la freccia leggera tocca un punto “duro” come la piastra branchiale o ossa spesse si rischia di non trapassare il bersaglio: io sparo generalmente a metà corpo, in un punto “molle”. Preparo il 75 con un’asta da 6 o 6,5 mm legata da monofilo di nylon nero da 1.60/1,80 mm secondo i posti che frequento e monto gomme da 19 o 20 mm per avere una buona penetrazione. Per non alterare in nessun modo la maneggevolezza non colloco sotto l’affusto il mulinello: preferisco tenere una cinquantina di metri di filo in cintura. |
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Castorina. Pescando al razzolo mi equipaggio quasi sempre con un 75 che trovo fantastico anche durante le gare. Lo uso con un’asta da 7 mm filettata e la fiocina a quattro o cinque punte che trovo perfetta nei riguardi di saraghi e corvine. Mi sono accorciato artigianalmente un 60 Century Picasso per quando batto tane difficili perchè con un arbalete ultra corto si compiono veri miracoli. Fermo il pesce bianco, non lo faccio sbattere con un 50 dotato di asta da 7 mm filettata e una fiocina a quattro punte. Lo trovo un fucile utilissimo sia in gara sia quando pesco per conto mio e batto dei fondali di arenaria ricchi di spacchetti veramente complicati. Impiego solo gomme da 20 mm molto corte perchè mi danno sempre prestazioni notevoli. Sono anche un amante della pesca in caduta e mi è capitato di prendere grossi cernioni, 20/22 chili, tirando con un 75 e la tahitiana da 6,5 mm. Devo andarci abbastanza vicino e non azzardare un tiro impreciso. Nella schiuma e quando la visibilità al libero si fa critica prendo il 75 con la tahitiana da 6,5 mm e gomme da 20 corte; non monto il mulinello e devo dire che non ne ho mai avvertito il bisogno. Mi è capitato di prendere diverse spigole di 6/7 chili, ricciole e lecce di 10/12 chili: sfruttando il grande brandeggio bisogna sparare mirando bene e cercando di fulminare l’animale al primo colpo.
Bardi. Sono ormai dieci anni che non uso più armi ad aria: le ho sostituite tutte con arbalete. I fucili corti, 50/60 centimetri, vanno benissimo in tana, sotto i sassi: li armo con un’asta pesante da 7 mm filettata che non sporga troppo dalla testata e una fiocina a cinque punte. I primi tempi montavo gomme da 20 mm ora ci sono anche le 18 che risultano un ottimo compromesso tra facilità di caricamento ed energia resa in fase di tiro. Io sono un amante della pesca al libero e anche quando l’acqua si intorbidisce parecchio (in toscana non si scherza...) entro in mare con armi non inferiori a 75/82 centimetri di lunghezza. Spesso mi capita di sparare a pesci, a ombre che si sono già eclissate nel fango e non si vedono quasi più: è una questione di abitudine individuarne i contorni e centrarli. Equipaggio il 75 Alluminum e i nuovi 82 Excalibur e Carbon Mimetic 83 esclusivamente con gomme Top Energy da 16 mm e asta tahitiana speciale da 6,3 mm: sicuramente il miglior rapporto tra maneggevolezza, equilibrio di assetto ed efficacia di tiro. Gomme più grosse e molto corte alterano la precisione e il brandeggio. Il mulinello è sempre presente sotto i miei fucili: ora che in commercio ci sono modellini piccolissimi appositamente concepiti per il bassofondo: non se ne sente quasi la presenza, non si complica il brandeggio e si ha sempre la preziosa scorta di sagolino direttamente collegata alla freccia.
Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.