GLI ARBALETE LUNGHI
L’estate si affaccia sorridente e saluta di sottecchi la primavera che abbandona il campo con un sole caldo, amichevole; gli ombrelloni e gli sdrai colorati fanno capolino, sin dalle prime ore delle lunghe giornate, tra gli arenili tirati a lucido da bagnini infaticabili e dalla pelle invidiosamente scura. Le numerose barche prendono il largo confortate dalle previsioni atmosferiche benevoli ma, per fortuna, l’invasione struggente dei vacanzieri nautici non è ancora scoppiata fragorosamente consentendo uno svolgersi degli eventi beatamente intrigante. Si apprezza nell’aria tiepida una lieve eccitazione e ne sono coinvolti un po tutti: albergatori e commercianti, pescatori e marittimi, mammine e figlioli a seguito. Per noi è una questione un po più ostica perché è giunto il tempo di castigare e raccogliere i frutti di una preparazione ed un allenamento psico fisico maturato ansiosamente di settimana in settimana. Molte specie ittiche sono attratte sottocosta da fiumane di pescetti minuti che balenano con predilezione sulla verticale di qualche secca o sulla caduta di muraglioni e promontori rocciosi a picco sul mare. La mangianza è vigile, allertata di continuo. Il blu dell’acqua è falciata dalle rasoiate di luce e a malapena s’intuisce il fondo, e quel che accade saltuariamente tra i misteriosi flussi di corrente. Chissà che bestioni frequentano questi incredibili luoghi di ristoro e che battaglie furenti si svolgono nell’ombra proiettata dagli imponenti cigli. Il mare ci chiama. La passione ci consuma.
Quando si vuole catturare la preda per eccellenza, il pesce da ricordare sempre prima di addormentarsi, bisogna comunque concentrare le energie e sfoderare le tecniche più sopraffine: l’imperativo assoluto è di non distrarsi con i pinnuti piccini ma dedicarsi, “anima e core”, alla spasmodica ricerca del sogno gigante, in pelle e squame, con un corredo idoneo. Le emozioni assolute vanno coltivate diligentemente e permanentemente: chi persevera, chi sa aspettare con sacrificio e pazienza il suo momento, prima o poi raccoglie il meritato obiettivo. Si abbandonano le tane, gli anfratti striminziti, gli spacchi angusti e si propende per una ricerca ampia in acqua libera. Raramente, a differenza di altri periodi stagionali, può capitare una situazione tanto favorevole, sia climaticamente sia biologicamente: non approfittarne adeguatamente sarebbe davvero stolto. La temperatura del sesto continente volge intorno ai 20/22 gradi centigradi e tunnidi, pelagici, serranidi e tantissimi altre specie compaiono dai misteri degli abissi per dedicarsi ai riti riproduttivi e alimentari in fondali accessibili all’apneista. L’alba o il tramonto rappresentano statisticamente le occasioni in cui l’incontro da sussulto si fa significativo. Le azioni di caccia che sembrano racchiudere al meglio le potenzialità di predazione sono rappresentate principalmente dalla tecnica dell’aspetto e della caduta, intelligentemente interpretate e adeguate al momento contestuale.
| Ora che abbiamo accennato ai parametri ambientali e zoologici, indirizziamo l’attenzione e la curiosità al mondo della tecnologia umana che ci permette di affrontare la pesca subacquea con arnesi sempre più sofisticati e performanti. Riponiamo con cura la muta primaverile di sezione generosa, la maschera a visuale allargata, la zavorra pesante, le pinne tranquille, i fucili corti e medi “da torbido” e assicuriamoci che il giaciglio di rimessa sia accogliente e salubre per non incorrere in spiacevoli contrattempi al momento del successivo riutilizzo temporale. Sostituiamo l’armamentario con l’attrezzatura, la cara attrezzatura da caccia “grossa”, tirata in ballo prepotentemente dagli stipiti consunti del ripostiglio. Per alcuni pescatori si tratta di un rito quasi spirituale, dai confini labili e sottili che si smarrisce nel mare ribollente dei ricordi, per altri è l’atto fedele e continuo, perpetuato da anni di speranza venatoria che ciclicamente si ripropone famelico. E’ inutile far finta di niente o fischiettare distrattamente, poiché l’occhio libidinoso si precipita immediatamente su quell’esempio mirabile di conturbante bellezza e gustosa magnificenza che è il cannone ad elastici. Se ne sta lì in un cantuccio, mesto e silente, quasi sonnecchiante, e sembra sia irritato e turbato dall’improvvisa notorietà. E’ perfettamente integro, composto, e mostra solo i segni degli strenui combattimenti sottomarini con l’altera fierezza di un antico arciere: non c’è ruggine sui particolari di metallo o incrostazioni di sale sulle ghiere ma solo qualche sfregio e ammaccatura sul lungo affusto statuario. Il desiderio di non deludere il proprietario è pregnante e tacitamente ossequiente. Lo brandiamo con fierezza e religiosità e lo rimiriamo in tutte le sue parti; a dire il vero abbiamo passato tutto l’inverno a coccolarlo, a cercare di personalizzarlo al massimo, di estrapolarne tutta l’energia espressiva: ora ci attendiamo solo un po di riconoscenza. Pensando a tutte le immense gioie che ci ha fatto toccare dal vivo, ai momenti magici… non possiamo esimerci dal ringraziarlo “vita natural durante”! L’arbalete è un fucile che è sempre più adoperato dai cacciatori subacquei, sia da neofiti apprendisti che da inveterati agonisti, e lo si ama svisceratamente per tanti motivi: la semplicità di funzionamento, i pochissimi elementi d’assemblaggio, la manutenzione ridottissima, le buone prestazioni balistiche. I modelli presenti sul mercato italiano sono costruiti con criteri identici tra le varie scuole di pensiero: c’è un’impugnatura semplice che ospita al suo interno la meccanica di aggancio/sgancio, un fusto tubolare di varie proporzioni, una testata finale che ancora gli elastici, una coppia di gomme, un’asta e alcuni accessori supplementari. Nell’utilizzo pratico mediterraneo si è soliti adoperare abitudinariamente delle armi con l’affusto inferiore al metro per insidiare la maggioranza delle prede, in tutti i frangenti: non si richiedono generalmente tiri a lunghissima distanza, masse d’urto elevate, forza di penetrazione eccezionale perché le prede, solitamente, non sono immense. | ![]() |
Però, e ci augureremmo sempre dei però grandi così, la pesca subacquea non è un’attività sportiva perfettamente preventivabile e scontata: la cosa piacevole, o spiacevole (dipende da numerosi fattori e punti di vista) sta proprio nel fatto che fino all’ultimo non sappiamo mai con quale pesce potremmo trovarci al cospetto e di sorprese inaspettate se ne riscontrano a bizzeffe. Noi restiamo fermamente del parere che è molto meglio prendere un solo pinnuto da foto, da brivido, piuttosto che dieci o venti pezzi privi di “pathos”; perciò, appena possibilitati, scendiamo in acqua con armi terribili, in grado di chiudere a priori tutti i potenziali contenziosi. Pazienza se non si riesce a sparare al laggione appiccicato nel grotto o alla corvinetta incastonata tra due pareti madreporiche. E’ una questione profondamente personale, un modo “sui generis” di concepire il mondo della pesca subacquea e del quale non ci siamo mai pentiti, anzi! Innanzi tutto si sa che gli “stuzzicadenti” non garantiscono una sicurezza piena al cospetto di un pelagico da quaranta chili ma aggiungeremo pure che non si comportano sempre soddisfacentemente neanche quando l’animale di una certa consistenza se ne sta a debita distanza. E, guarda caso, tante pinnuti pregiati hanno questo vizietto che ci fa perdere le staffe. Alcune volte la freccia tocca la bestiaccia e non la trapassa da parte a parte, in altri episodi scalfisce a malapena un paio di squame o non ci arriva per un soffio, eccetera. L’orientamento obbligatorio verte verso i fucili che presentino gittata e letalità senza compromessi: è la cura radicale per dormire sonni beati e ridurre i casi di ulcera da stress. Un arbalete con l’affusto marmoreo oltre i 95/100 cm di lunghezza, gli elastici potenti ma progressivi e non troppo corti, i dardi lunghi e perfettamente dritti, non lasciano scampo.
Nella connotazione dimensionale più pronunciata, l’arma lunga a propulsione elastica si trasforma, si tramuta in un oggetto dalle potenzialità balistiche molto elevate. Però, per beneficiare appieno di tutti i benefici non si ammettono assembramenti posticci o l’impiego di materiali scadenti, pena il decadimento di gran parte delle qualità sovra citate. Tutti gli elementi d’assemblaggio devono essere perfetti, senza difetti o titubanze. Per le Ferrari del mare dobbiamo pretendere il meglio.
· Il calcio e la testata dovranno essere di ottima fattura, robustissimi come materiali di stampaggio e leggeri. Eventuali guanti non devono alterare la presa saldissima e l’accesso della falange dell’indice sulla pancia del grilletto: l’impugnabilità sarà perfetta, anatomica. Il contraccolpo che percepiamo sugli archibugi è assai imponente: si deve controllare. La sede posteriore che si appoggia all’addome per l’operazione di carica deve presentarsi priva di punte sporgenti e in grado di offrire una base d’appoggio sicura e fisiologica: quando si armano fucili lunghi dagli elastici possenti non sono passibili debolezze di progetto. I calcioli di caricamento applicati su un paio di modelli o creati artigianalmente possono aiutare nello svolgimento delle operazioni. Controllate attentamente anche il sistema di ritenuta del dardo perché sembra un utopia affermare che il meccanismo di sparo occupi un ruolo primario nell’economia di tiro ma in realtà l’affermazione è sincera e fuori dubbio: lo sgancio deve essere dolce, immediato e non provocare indurimenti o peggio “saltellamenti” o indurimenti dell’asta in uscita, perché implicherebbero una perdita sicura di precisione. Con alte potenze in gioco anche una povera vitina o uno sparuto pernetto rivestono un’incredibile valenza. La testata dovrà possedere un profilo minuto e idrodinamico, una V accentuata di scorrimento perfettamente in asse con il dente di ritegno e una luce di passaggio asta abbondante, libera. Le sedi filettate delle boccole non devono presentare lesioni o architettura alterata: lo sboccolamento di una gomma su un “lungo” non deve verificarsi perché sarebbe un incidente dalle conseguenze disdicevoli. L’inserimento con l’affusto deve essere assolutamente un blocco solidissimo, inflessibile, compatto: nella scelta siate incorruttibili.
· L’affusto molto lungo è sottoposto, durante la trazione elastica, ad uno sforzo meccanico tremendo: ogni debolezza come flessioni, ondeggiamenti, incurvamenti, si paga in termini tangibili di assorbimento d’energia propulsiva (sottratta al carico nominale del caucciù) e conseguentemente alla potenza effettiva del tiro. Molti si lamentano anche che i lunghi non siano molto precisi: è probabile che il tubo, imbarcandosi in qualche punto al momento del rilascio, a causa dell’interferenza con gomme troppo dure (per le caratteristiche intrinseche presentate dal fusto), dia una bella frustata sulla freccia e la devii millimetricamente in partenza. Un millimetro errato all’inizio significa, a tre o quattro metri di lontananza, una spanna fuori bersaglio alla fine. Un arbalete con fusto da 70/80 centimetri non soffre quasi di nessuna deformazione in fase di armamento e sparo ma salendo di misura il processo degenerativo compie una strage immane tra moltissimi tubi: non sono molti i fucili venduti che possiedono una rigidità esemplare. Un arbalete oltre i 90 centimetri non è uno scherzetto del destino: è essenziale scegliere un affusto che non offra il fianco a critiche. Solo così avremo un’arma capace di cilindrare lontanissimo delle sagome sfuggenti che si credono spavaldamente sicure; solo così anche il pesce più scaltro verrà recuperato (quasi ogni volta) all’altezza delle tacche dell’asta o direttamente sulla sagola. Il legno è una soluzione artigianale tra le più valide ma esistono anche dei tubi in alluminio, in fibre composite, che sono costruiti con tutti i crismi. Il futuro è in continua evoluzione e rispetto a qualche annetto fa sono stati fatti passi da gigante. L’affusto cavo dovrà essere perfettamente sigillato, stagno, al fine di non complicare il brandeggio e soprattutto l’assetto orizzontale di mira. L’ingresso di acqua nel sistema è un fatto spiacevole e potrebbe rendere arduo il proseguo della pescata a causa del peso supplementare che si avvertirebbe traballare all’interno del fucile.
| Gli elastici di un arbalete rappresentano
il fulcro propulsivo del sistema. Su fucili di tale lunghezza non si può
scendere a compromessi. Ci troveremmo nella medesima condizione di montare su un
telaio di formula uno, un treno di pneumatici 135/55 R 13! Con gomme scarse non
otterremo mai un tiro valido e neanche una velocità discreta. L’asta da
sospingere è una bella sberla, pesante e lunga, e la birra che la scaglia deve
essere senza macchia e per forza possente. Abbiamo bisogno di lanciare il dardo
con un buon spunto iniziale ma soprattutto con una resa il più possibile
costante fino alla fine del tragitto. La valutazione più difficile non è
scegliere il diametro della gomma ma il rapporto migliore che un caucciù
fornisce tra sforzo di caricamento, resa di spinta dell’elastico globale e sua
memoria meccanica. Generalmente l’elastico impiegato sviluppa tantissimi chili
di forza ma se questa non è in grado di esprimersi appieno al momento di
detendersi istantaneamente non servirà a molto. Meglio dotarsi di una coppia di
elastici “sani”, ma meno cattivi, piuttosto che comprare delle gomme
cortissime, cattivissime, che sono quasi impossibili da stirare e che
risulteranno legnose quando si scaricheranno (dannosamente) sul dardo. La scelta
oculata premierà in precisione assoluta e ottima velocità terminale. Il 20 mm
è molto amato dagli affezionati del tiro al limite che lo considerano il
partner ideale per accompagnare saggiamente un’asta di mezzo chilogrammo con
abbondante autorità. In commercio si distribuiscono delle gomme imboccolate con
ghiere da 16 che si montano, senza dover usare riduzioni, su tutti i fucili. La
moda d’oltralpe, sta mietendo proseliti con il doppio elastico da 16 mm e
tanti pescatori si trovano bene: con aste leggere e corte una coppia semplice da
16 funziona discretamente ma con un cibo più sostanzioso, in termini di
centimetri ed ettogrammi, necessariamente si deve passare a qualcosa di più
credibile e travolgente: l’elastico circolare.
Qualche anno fa abbiamo testato un prototipo di un amico con caratteristiche di potenza espressa davvero paurosa: il fusto era insensibile a qualsiasi stortura e quindi sono state adeguatamente montate due nervosissime gommine da 16 mm. I singoli erano collegati da un’ogiva articolata mentre il circolare montava un’archetto realizzato con la sartia inox da due millimetri, al fine di scongiurare l’aggrovigliamento del filo di unione con gli elastici. L’azione di armamento non era immediata e rapidissima ma richiedeva un po di cautela. |
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· Il tiro, osservato prima da una posizione superiore, poi lateralmente, è stata un’esperienza che definiremmo scioccante: l’asta da 7 mm di 540 grammi di peso non si vedeva assolutamente partire e sul bersaglio di legno, posto a quattro metri dalla punta del centoquindici, si sono prodotti effetti devastanti e micidiali sia come penetrazione sul multistrato da 6 cm sia come disfacimento fisico delle sagome. Per ben due volte si è strappata in uscita l’esilissima sagola e solo dopo averla sostituita con un monofilo di nylon da 1.60 mm abbiamo ottenuto un po di tranquillità.
Il rinculo apprezzato sulla mano era tale da
farla sussultare di paura e tremori per dieci minuti buoni e finché non si è
capito come impugnare fermamente il calciolo i tiri non erano troppo
precisi. Appena raggiunta la naturale e indispensabile simbiosi non abbiamo più
mancato la circonferenza, di alcuni centimetri,
disegnata sul legno. In seguito ne hanno fatto le spese numerosi animali.
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Le aste sono un particolare a cui va
assicurata molta dedizione. L’impatto sul corpo del pesce è l’ultima fase
che conclude l’azione di caccia ed è naturalmente nodale. L’apice della
freccia va sempre tenuta in ordine. Un arbalete lungo non sprecherà le sue
chance per sparare tra i sassi e quindi potremo addirittura affilare i puntali
certi di non dover piangere a dirotto dopo un urto. Una freccia acuminata darà
un margine di vantaggio elevato soprattutto per il fatto che bucherà
l’obiettivo con estrema facilità anche in quelle situazioni maldestre in cui
ci sono in gioco pochissimi centimetri per aver ragione del pinnuto.
Naturalmente non ci sogneremo neppure di montare delle fiocine o dei tridenti su
dei tondini filettati perché l’asta tahitiana appartiene fedelmente e
tradizionalmente al modo di vivere correttamente i lunghi arbalete. Il tondino
metallico si comporta alla stregua di una lunga lancia che una volta lanciata
mantiene un effetto di portanza aerodinamica (nel nostro caso idrodinamica) che
gli permette di volare verso l’obbiettivo stabilmente e per un tempo
prolungato. I particolari da non sottovalutare sono: il corretto piazzamento
delle tacche d’aggancio che devono presentare una lavorazione perfettamente
perpendicolare rispetto al dardo pena un imprecisione eccessiva;
l’inossidabilità o il trattamento protettivo anti corrosione per i metalli
deperibili perché è facile che su aste lunghissime una piccola erosione
determini lo frantumazione dell’oggetto sottoposto ad un’improvvisa
flessione; l’assoluta “rettitudine” del tondino metallico che non deve
essere piegato, stortato, inclinato malamente per non inficiare sulla precisione
di sparo. I più meticolosi eseguono artigianalmente il forellino passa sagola
dinanzi alla prima tacca: in caso di frattura dell’asta (che se avviene si
verifica sempre a livello tacche) non si perde la porzione che magari ha
centrato un bel pescione.
·
Il diametro da 6 mm consente una dote
velocistica marcatissima ma affinché non si inneschino delle vibrazioni
deleterie in partenza, che sporcano la bontà della traiettoria, dovremo usare
un acciaio per forza di cose eccellente: temprato, armonico, drittissimo. È
l’optimum sul pesce bianco di peso non esagerato anche se c’è qualcuno che
le adopera comunemente un po per tutte le cacce: la massa posseduta, però, non
ha una grande inerzia e potrebbe non trapassare l’obiettivo. E già accaduto,
inoltre, che in seguito alla cattura di grosse prede che si dibattono
furiosamente, la freccia si sia spezzata di brutto: utile premunirsi con il foro
antecedente alle tacche. Il 6.5 mm è il diametro più impiegato sia per
la sincerità balistica, sia per il suo peso discreto che dona un’ottima forza
di penetrazione anche nelle misure sotto il metro e mezzo. La resa velocistica
è ottima e la differenza con la 6 non è immensa. A fine corsa possiede ancora
una buon potere di shock. in virtù del peso che supera sempre i trecento
grammi. Passa da parte a parte quasi
tutte le prede donandoci un margine di sicurezza aggiuntivo. Non è
particolarmente afflitto da oscillazioni dannose neanche con gomme durette e non
si piega per un nonnulla: comunque un armonico puro o un inox accuratamente
temperato sono sempre auspicabili. Il 7 mm è il peso massimo della
situazione e, se ben supportato energicamente a priori, sa ricambiare
affettuosamente gli sforzi del suo padrone. La caduta su pesci di svariate
decine di chili o la fiondata dove si deve strafare obbligatoriamente sono la
prestazione migliore che possiate domandargli: raramente si negherà o vi farà
fare brutte figure. La massa d’urto è impressionante, la velocità minore
rispetto alle compagne più sottili e leggere. In partenza non vibra neppure con
gomme singole temibili o con la doppia coppia che sprigiona una novantina e
oltre di chili di spinta.
·
La sagola di collegamento che vincola
la freccia ha numerose responsabilità non ultima quella di limitare la velocità
di uscita e la gittata del fucile. Se provassimo a sparare senza legare nulla
alla tahitiana rimarremmo sconcertati dalla rapidità e dalla distanza che
raggiungerebbe il dardo in acqua libera. Ciò significa che qualsiasi sagola è
un impedimento serio all’espressione balistica piena dell’arma. Nella scelta
dei cordini e dei sistemi per legarli terremo in considerazione questi fattori.
Mai eseguire nodi voluminosi o simmetricamente irregolari. L’esigenza di
ancorare saldamente il tondino metallico è fuori di dubbio e allora
acquisteremo del filo sottile, con un carico nominale di rottura alto, che non
assorba acqua e non diventi pesante. Personalmente usiamo il monofilo di nylon
dal 1.40 al 1.80 a seconda dei casi, e lo blocchiamo con i giunti o sleeves da
traina. L’unione è robusta, idrodinamica, non taglia il pesce insagolato.
Bisogna rammentare di sostituire spesso l’ultimo tratto di filo per
scongiurare spiacevoli rotture. Sulle aste da 160 o da 170, che difficilmente
trapassano integralmente una preda
imponente, abbiamo adottato un primo spezzone di sagolino di kevlar che offre
una tenuta esemplare sul forellino del dardo e poi, subito terminato il cappio
di legatura, continuiamo liberamente con il monofilo.
·
Il caricamento di un lungo fucile è
sempre una noia per i pescatori di bassa statura e spesso anche per tanti altri
che non sono delle pertiche umane. A volte l’archetto è posto così lontano
dalle nostre mani che sembra impossibile da raggiungere oppure si possiedono le
braccia corte e non si arriva neppure a sfiorare l’ogiva. Prima di comprare un
palo della luce sinceratevi che l’operazione non sia un utopia. Se siete alti
un metro e cinquanta, sessanta, è da abbandonare l’idea di portarvi a casa un
130 a meno che non elucubriate qualche sistema rivoluzionarlo per riuscire
nell’intento. L’obiettivo primario è quello di appoggiare il calcio
sull’addome e protendersi con le braccia fino ad afferrare almeno un elastico
o una boccola con una mano per poi riuscire, stirando un poco la gomma, ad
afferrare anche l’altro. Nel caso di un doppio elastico si carica prima la
coppia singola e poi il circolare facendo particolare riguardo affinché la
sagola di collegamento non si attorcigli tra le gomme ma rimanga tesa e ordinata
lungo l’asta, senza parti lasse o in bando. Identica premura l’osserveremo
con le gomme tradizionali: è utile un piccolo elastico da cartoleria,
apposto inferiormente e nella passata principale, che funga da
provvidenziale tendisagola. Certi pescatori passano una sottile cimetta attorno
all’archetto e la usano come carichino al fine di
portaselo un po più su. Noi, molti anni fa, abbiamo anche testato delle
piccole rondelle in acciaio inox con due occhielli saldati lateralmente, da
inserire tra l’archetto e le ghiere: una sbarretta di plastica e due gancetti
collegati ai cordini permettono di tirare l’archetto senza rischiare di farsi
male alle dita e senza tribolare sette camicie. Variando la lunghezza degli
spezzoni di sagola si adattano alle dimensioni antropomorfiche dell’atleta.
Praticamente un’idea simile al nuovo sistema di caricamento assistito che
equipaggia una nota marca di fucili francesi. Chi possiede un affusto di legno
potrà avvitare uno spezzone d’asta con l’apposita fresatura di tacca, su un
fianco, in maniera da agganciare lateralmente e anticipatamente l’elastico.
Una volta che le mani stringono ambedue le ghiere delle gomme si procederà a
stirarle con forza per assicurarle alla prima tacca. Qualcuno si aiuta con una
terza tacca sull’asta, artigianalmente ricavata, in modo da suddividere lo
sforzo iniziale e coordinare bene il lavoro muscolare con tutte e due gli arti.
L’elastico di un lungo non è subito duro da stirare poiché la gomma è
abbondante (da 26/27 centimetri fino a 32/34) è quindi non dovrebbero
sussistere problemi in questa fase iniziale. Il momento successivo prevede che
portiate l’impugnatura sullo sterno e che armiate sulla seconda tacca gli
elastici. Conviene sempre sparare con la gomma sulla prima tacca: la seconda non
fornirebbe quelle prestazioni che uno ricerca e si aspetta sempre dai cannoni.
Quando le gomme divengono troppo molli o si crepano attorno alle ghiere si
devono sostituire in toto.
Il rovescio della medaglia esiste anche in questo campo ed è imputabile unicamente alle dimensioni fuori tutto degli arnesi che possono superare i due metri di ingombro complessivo. Come potete intuire non si trovano a loro agio nell’esecuzione di movimenti rapidissimi, in luoghi stretti, in fondali ultra bassi: bisogna cercare di abituarsi a impugnarli ed a muoverli. Il lungo arbalete va ruotato in tutte le direzioni con dolcezza e impiegando come fulcro di leva il calcio. Le movenze, dopo un necessario adattamento, saranno efficaci anche in situazioni dove si richiede immediatezza e risoluzione. Tutti gli esperimenti che cercano di domarlo e piegarlo ai nostri voleri con violenza e prepotenza si risolveranno in sforzi muscolari erculei, dolori muscolari, vibrazioni deleterie degli elastici e un nulla di fatto. All’aspetto, in nicchie piccole o tra sassetti minuscoli, non sarà facile occultarci alla perfezione e a volte si deve ricercare meticolosamente un luogo che permetta di far scomparire adeguatamente i due metri e passa di metallo. In realtà la situazione non è impossibile da risolversi ma abbisogna di un’attenta metodica di ricerca preventiva. Con un settantacinque si poteva colpire un sarago o una corvina in crepe lillipuziane, senza preoccuparsi di stortare e spuntare la freccia che toccava successivamente il sasso posto dietro: scordiamoci di effettuare identica manovra con un cento o con un centoquindici. I risultati sarebbero certamente nefasti e oltretutto economicamente dispendiosi. L’impatto di un tondino metallico di quattro etti, lungo un metro e mezzo, sospinto da 60 o 70 chili di spinta elastica è per certi versi una garanzia e verrà apprezzato, a modo, per perforare il testone o lo schienone più reticenti non per arpionare un mucchietto di lische. Il nostro amico non si rivolgerà ai tordi di 260 grammi o ai saraghetti di 310, per i quali sarebbe meglio non esistesse arma in grado di nuocere, ma insidierà con successo tutti i bei pesci che transitano a distanza ritenuta di sicurezza, strutturati consistentemente, dotati di uno spessore sostenuto di ossa craniche o di pelle.
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Immaginate il
saragone da chilo che schizza dalla fenditura e resta a quattro metri dal vostro
nascondiglio: vi scruta furbescamente e sembra prendervi in giro ad ogni
tornata. Con un fucile tradizionale sarebbe certamente fuori portata, e lui lo
sa, ma con un centocinque armato di elastici da 16 mm progressivi e
rapidi (o da 20 mm non troppo tirati) e un’asta tahitiana da 150 cm collegata
con monofilo di nylon non avrà scampo: sarà trafitto velocissimamente come uno
spiedo, senza rendersene quasi conto. Il fusto in questione non sarà
sollecitato in modo anomalo e la precisione ottenuta sarà altissima: quando
allineerete polso, castello, testata… non ci saranno storie per nessuno.
Cefali, orate, spigole, mormore, ricciolette e tanti altri pinnuti di peso
discreto, finiranno spietatamente nel cavetto per la cena con gli amici. Quando
si dovrà muovere sul piano orizzontale o in presenza di forte corrente, saremo
aiutati da un affusto di sezione tonda, idrodinamico, che non opporrà
resistenze aggiuntive. Le gomme esili svolgono un ruolo di “fluidità”
laterale e i materiali ultimamente adoperati non faranno rimpiangere
“gommoni” cattivissimi per quanto riguarda le doti balistiche. Il mulinello
svolge un preziosissimo aiuto in situazioni critiche ma è anche un accessorio
supplementare che inficia sulla libertà e la velocità di brandeggio. Alcuni
scelgono modelli da porre in cintura, o al braccio, secondo le proprie abitudini
da agganciare al volo in caso di bisogno. Noi preferiamo tenerlo montato
anteriormente all’impugnatura. Stiamo sommozzando sulla verticale di un pinnacolo roccioso e più giù, nel pianoro appena accennato nell’ammasso nerastro di castagnole, ci aspetta un nutrito branco di dentici qualcuno di stazza considerevole. |
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Il centodieci, adottato per guadagnare quei trenta, quaranta centimetri di gittata utile in più, aspetta di scatenarsi. Abbiamo in dotazione due gomme singole da 20 mm, abbastanza impegnative da caricare ma con un ritorno elastico favoloso; la giusta compagna è la freccia da 6.5 mm con la punta triangolare affilata. E’ lunga 160 cm e svetta orgogliosa dalla testata piccolissima.
Il ciglio di fuori sprofonda in una voragine e l’eco ci ha confermato che ci sono un’ottantina di metri buoni: il capace mulinello imbobinato con il monofilo di nylon è l’oggetto che dona quella tranquillità della serie… non si sa mai. La discesa è lenta e la nostra silhouette si orienta verso un canyon invitante. Scompariamo nello spacco sistemando accuratamente lo spingardone che trova accoglienza tra due grosse spugne.
La mangianza riveste come un mantello
tenebroso l’apneista che scruta di soppiatto la situazione. L’operazione più
difficoltosa e riuscire a tenere in allineamento la volata dell’arma con il
sistema visivo senza farsi notare eccessivamente: l’ingombro è significativo.
Arretriamo ancora di più e improvvisamente il gruppo di pescetti si apre in
mezzo come fosse tagliato da una lama invisibile. I testoni azzurri e rosa
spuntano come funghi e gli occhi arancioni che ti analizzano spettralmente ti
fanno sentire tremendamente eccitato. Un bell’esemplare arriva sulla destra
spostato di una spanna rispetto al puntale dell’arbalete; non possiamo
tirargli sul muso perché non siamo in linea e per forze di cose speriamo che si
giri verso sinistra. La dea bendata ci viene in aiuto e il predatore sfila
rapidamente proprio in mira: lo schiocco dell’elastico rompe l’atmosfera
tesissima e l’asta vola nel dorso dello sparide infilzandolo inesorabilmente
da tergo. Una manciata di squame resta in sospensione, unica testimonianza della
fulmineità dell’azione. Il fucile si libra in controluce verso la superficie
e noi abbranchiamo felicissimi i cinque chili di pesce; il tondino metallico gli
ha spezzato di netto la spina dorsale e non gli ha permesso neppure di
arrendersi in mezzo ad un giardino di alghe.
Il
centoquindici è
davvero tosto. L’affusto è così massiccio è inflessibile che nessun
elastico sembra impensierirlo. La freccia da 160 cm è da 7 mm e il puntale è
stato affilato come un rasoio. Abbiamo montato due coppie di elastici neri da
16, abbastanza stagionati, e le premesse di avere tra le mani una vera saetta ci
fanno gongolare. Il mulinello artigianale contiene 120 metri di monofilo di
nylon dell’1.40 e un moschettoncino con girella da traina pesante fa da
tramite con il tratto di sagolino in kevlar unito alla tahitiana. Il capo
vulcanico a strapiombo sull’acqua liscia come l’olio è meta obbligatoria di
transito per flotte di pelagici. La corrente crea strie ribollenti e dopo
un’attenta e faticosa opera di armamento sprofondiamo nell’indaco.
L’immersione è flemmatica, rilassata, e i metri sfuggono dai pensieri come il
buio che ti attanaglia. I tuffi si fanno con metodo e lungo tutto il perimetro
roccioso fintantoché scorgiamo le ricciole al limite della visibilità. Il
cuore si agita ma il dito è calmo, razionalmente determinato. L’avambraccio
deve restare assolutamente fermo e inamovibile. Ci siamo quasi sopra e una,
curiosissima, rimonta inaspettatamente verso di noi. La miriamo tra gli occhi ma
lei, allegra e scodinzolante, fa per ritornare in basso, dalle colleghe. Una
botta micidiale si scatena furiosa e il ferro si conficca acremente e con un
sinistro rumore, sulla porzione superiore dell’opercolo,
fuoriuscendo a metà corpo. Il pesce ha un sussulto mortale, la pelle
pulsa, cambia colore, diviene biancastra. Ci aspettiamo un accenno di fuga, una
reazione, ma il ricciolone da 40 chili non può più scappare: è stecchito.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo