IL FUCILE AD ELASTICI  

 

 

Articoli Pesca Sub

scritti da Emanuele Zara

  Arbalate senza testata

  Arbalete in composito

  Arbalate corti

  Arbalate lunghi

  L' Arbalete lungo in poche domande

Osservando un fucile ad elastici si può restare colpiti dalla semplicità tecnica disarmante che trapela dalla struttura, nella sua globalità. L’oggetto ricorda indirettamente una balestra, un arco, una fionda d’antica memoria e di passate gesta eroiche. Le prime armi dei nostri progenitori pescatori, sia subacquei che terrestri, erano costituiti da una spartana asta di legno indurita alla fiamma o da un lungo bastone con la punta ricavata da una scaglia ossea; venivano manovrate manualmente, con grande abilità e destrezza, in svariati angoli del mondo. Poi, a qualcuno, saltò finalmente la mosca al naso e un bel giorno si domandò: - ma quanta fatica mi tocca fare per pigliare due pesci? Chissà se posso migliorare la mia lancia a mano con qualche sistema di propulsione un po più intelligente ed efficace? - Di lì a poco comparve sulla scena isolana uno scaltro individuo che prelevò dalla valigetta di vendita al dettaglio un’emulsione biancastra, lattescente, semi liquida, che però solidificava al contatto dell’aria e del calore: era il lattice estratto per incisione della corteccia da una pianta equatoriale, l’Hevea Brasiliensis, il famoso caucciù (che significa, per l’appunto, lacrima). Con il possesso dell’elemento innovativo e strabiliante non passavano più tranquille neanche le serate sull’amaca. La famiglia era in subbuglio, le meningi fumavano ininterrottamente e la ricerca di un accoppiamento sinergico tra la striscia di gomma miracolosa e l’asta di tutti i giorni, erano divenuti l’ossessione principale per il cacciatore. Il novello Archimede si prodigò di quel tanto che, lassù, Qualcuno, volle ricompensare adeguatamente la profusione d’impegno con il suggerimento di un’invenzione sublime. I primi manufatti erano degli abbozzi malfermi, costituiti da un bastone acuminato più corto del solito e da un rudimentale elastico funzionanti in simbiosi: l’asta era scagliata a breve distanza dalla striscia di gomma “armata” dalla stessa mano che impugnava l’aggeggio (asta a mano). Si poteva fare certamente di più, non vi erano dubbi. Progredendo nell’ingegno e nelle modifiche si pervenne ad un affusto di legno, ad un dardo che correva longitudinalmente sopra di esso, a un elastico circolare fissato anteriormente e ad uno spartano sistema di sgancio posteriore. 

La cinghia elastica si tendeva con forza e si ancorava ad una sede ricavata direttamente all’inizio dell’asta stessa; quest’ultima era trattenuta da una specie di mollettone, comandabile a pressione dal pescatore, che aveva il ruolo di liberare, se azionato, il proiettile. Il mezzo consentiva di scagliare facilmente una freccia a distanza considerevole senza dovere inseguire necessariamente le prede da vicino: così prese i contorni definitivi il primo fucile subacqueo. La storia, come si sa, ha degli andamenti ciclici, ricorrenti, e nel nostro specifico caso non si sono verificate anomalie nell’attuazione di queste teorie. Da quel giorno, sperduto tra le dune di sabbia, le zanzare, e le palme da cocco, sino all’inizio del nostro secolo, si sono succedute numerose armi a propulsione elastica, differenti come estetica e particolari secondari, ma sempre identiche nel succo elementare che le contraddistingue intrinsecamente. Poi, siccome il genere umano cerca sempre l’evoluzione tecnologica di grado superiore, si pensò di affiancare alla semplice produzione conosciuta fino ad allora, qualcosa di più ricercato che però funzionasse copiando l’analogo procedimento dell’elastico; i tentativi furono tantissimi e disparati qualitativamente: nacquero le armi a molla d’acciaio, a gas, a polvere, ad acqua, pneumatiche. I maggiori fruitori e sostenitori delle virtù del fucile ad elastici rimasero, solitari, i Francesi, grazie anche alle frequentazioni commerciali con paesi polinesiani ed extra europei, abituali e incorruttibili utilizzatori di arbalete. Intorno agli anni del dopoguerra il fucile ad elastici fu relegato ad un ruolo altalenante, soprattutto nel nostro paese, sopraffatto dalle nuove tendenze di produzione. La questione non durò ad oltranza perché ben presto l’arbalete ritornò prepotentemente alla ribalta, grazie alla caparbietà e alla determinazione di qualche illuminato progettista e distributore italiano che ridisegnò alcuni parametri. Attualmente coloro che pescano sott’acqua con quest’arma sono divenuti una presenza massiccia e oseremmo dire preponderante, rispetto all’unico mezzo propulsivo rimasto in alternativa: quello oleopneumatico. La domanda curiosa che immediatamente balza in mente e tormenta quasi tutti, indistintamente, è quella di esprimere una preferenza, una nota di superiorità di un sistema, di prevalenza, di confronto,  rispetto ad un altro: - tranquilli, non esiste una risposta universale certa e inappuntabile.

- Ogni utilizzatore potrà portare a giudizio valanghe di consensi per promuovere un tipo di propulsione e l’antagonista replicherà colpo su colpo con un’altra mole altrettanto veritiera e inconfutabile di dati. La discussione non vedrà vincitori e perdenti e la diatriba certosina, e intrigante, continuerà chissà ancora per quanto. Cerchiamo di affrontare l’analisi dell’arma ad elastici, senza preconcetti e pregiudiziali multiple, affinché un pescatore possa esprimere una valutazione oggettiva in relazione allo strumento più idoneo (non scordiamo mai il fine prioritario) per la cattura della preda, insidiata strenuamente in vari fondali. Generalmente l’arbalete è scomponibile in sole quattro o cinque grandi “porzioni”, ognuna delle quali con una valenza intrinseca estremamente significativa: se una sola di queste fallisce o non è adeguata al compito assegnatogli tutto l’insieme capitolerà o non potrà esprimersi a livelli eccelsi. Le interazioni tra i vari moduli sono complesse e in continua modificazione: vedremo se sarà possibile metterli in luce.

 

L’IMPUGNATURA: è una parte importantissima da cui origina e si sviluppa l’intero fucile. La linea è solitamente sottile, pulita, ridotta come ingombri laterali e rastremata longitudinalmente. Può essere stampata a caldo con tecnopolimeri di diversa natura o in lega metallica d’alluminio e non è detto che sia costituita sempre da un’unica soluzione di fusione: c’è qualche modello che è assemblato in due “gusci” o in più pezzi, secondo strategie costruttive ben definite. Un numero variabile di piccole spine inox d’assemblaggio, che vincolano anche le strutture interne, è riscontrabile sulle guanciole laterali. L’interno è cavo poiché deve accogliere la scatola o il congegno di scatto; ci può essere un castello superiore che funziona da chiusura o da elemento direttamente ospitante la meccanica di sgancio/aggancio che in questa tipologia d’arma è molto semplice: spartana, composta da pochi leveraggi plastici, una o più molle in inox, e da un dente in acciaio temprato. La liberazione dell’asta è immediata, vista l’elementarità del sistema, anche se qualche gruppo, sollecitato da carichi di sforzo molto elevati, tende a trasmettere direttamente la durezza di sgancio al grilletto. Qualche costruttore, comprendendo il valore intrinseco delle componenti, è intervenuto sulla faccenda riprogettando i bracci di leva e demoltiplicando le articolazioni di sparo: ne hanno beneficiato la dolcezza e soprattutto la precisione di tiro. L’elsa è affusolata e protegge il grilletto che è un semicerchio lievemente arrotondato o un elemento di tecnopolimero massiccio: in certe impugnature francesi esiste anche una rotellina laterale che regola la sensibilità di tiro a proprio piacimento. Sui fianchetti è situata la sicura che lavora in modi differenti da progetto a progetto: c’è quella a bacchetta trasversale o a bottone, che attraversa da parte a parte il calcio, interagendo con i meccanismi di sparo, o quella a ruota, avente la medesima azione ma manovrabile in senso rotatorio. L’impugnatura presenta un calcio solidale con la struttura primaria, oppure consta di un telaio scheletrico di supporto e da un sovra calciolo ergonomico in termoplastica o termogomma morbida, che ricalca il disegno anatomico della presa delle dita. E’ inutile riaffermare di quanto sia preziosa la conformazione e l’inclinazione dell’intera manopola, in relazione alla mira, al brandeggio, alla velocità di puntamento, ecc. Al termine del manico vi è un anello o un foro dove si può alloggiare la funicella della boa o un cappio di semplice sagola per gli usi più disparati.

La porzione posteriore riveste un compito tutt’altro che secondario: è la parte che si appoggia al corpo umano per consentire un punto di sistemazione sicuro durante la fase d’armamento del complesso balistico. In certe impugnature si notano dei tratti arrotondati, sufficientemente piatti che non “pungono” l’addome o lo sterno dell’atleta; in altri vi sono delle linee o zigrinature in rilievo che non fanno scivolare l’oggetto nelle manovre di carica; per ultimi restano i - calcioli speciali di caricamento facilitato- che sono dei veri surplus aggiuntivi di elastomero o termoplastica posizionati saldamente, mediante una vite centrale o tramite un innesto meccanico, al retro del castello. Sporgenti di qualche centimetro dalla culatta consentono di armare il fucile senza che il fondo del calciolo, “aperto” di alcuni gradi verso l’esterno e rispetto al piano orizzontale, punti esageratamente sull’anatomia dell’individuo e offrono al contempo una superficie d’appoggio ampia e stabile. La tacca di mira può essere inserita su uno di questi calcioli o essere applicata sulla sommità del castello.

La parte anteriore è strategica poiché deve raccordarsi con l’affusto: generalmente una spina di calibro generoso è apposta sul traverso dell’innesto, per saldarli in un abbraccio indissolubile. L’innesto può essere maschio, quindi di sezione tonda, minore rispetto al diametro interno della canna; femmina, variabile a secondo del diametro esterno dell’elemento di piantaggio del fusto o del fusto stesso; doppio, se presenta entrambe le prerogative: una sezione concentrica e una perimetrale. La presenza di guarnizioni stagne è obbligatoria tra i vari sistemi: le vie d’acqua vanno scongiurate a priori anche se non ci troviamo di fronte ad un fucile a pressione, affinché l’arma risulti leggera e neutra in ogni frangente. Le sedi per gli O-ring sono: o ricavati direttamente sulla circonferenza dello stesso innesto oppure applicati a dei veri e propri “tappi” di tenuta ermetica, situati a contatto del tramite di piantaggio e tenuti in sede da una conicità speciale o da una spina passante. Osservando il calcio da posizione superiore o analizzandolo frontalmente, scopriremo che la rotondità dell’insieme è interrotta da una sede scanalata, o da una sezione cuneiforme, che porta dritti verso il cuore misterioso dell’impugnatura: il dente di sgancio. Questa scanalatura rappresenta, di fatto, la guida posteriore del dardo: incassata abbastanza a misura, tra il castello e il calcio, o realizzata a parte su un supporto autonomo sfilabile, denota che è assai espressiva ai fini balistici. Lo sganciasagola può essere di varia fattura e il più classico è definito a “coccodrillo” perché trattiene il filo come la mandibola inferiore delle fauci del rettile: merito di tanti piccoli dentini plastici in rilievo o di un’unica protuberanza “a corno”, situati al termine di una lamella flessibile. Si trova solitamente al diritto del prolungamento dell’elsa ma ci sono impugnature che ne montano addirittura tre: due laterali ed uno inferiore, per offrire la comodità dell’aggancio in qualsiasi posizione. Ultimamente sono giunti sul mercato degli sganciasagola ad unghia, retrattili, che sono azionati da snodi interni, mossi direttamente dal grilletto o, indirettamente, dal dente di sgancio. L’attacco per il telaio del mulinello (spesso progettato appositamente per ogni tipo di fucile) o per il perno solitario della bobina, è dato da un tratto supplementare in evidenza, seguente il profilo inferiore. La forma della struttura che immobilizza il prezioso accessorio in posizione è varia: abbiamo l’intelligente slitta a pressione con il pulsante di blocco, il filetto di una vite inglobata tra lo sganciasagola e il castello, la sezione plastica pronunciata a forma trapezoidale anti sfilamento, ecc; cercano tutte un connubio sincero, ingombri limitati, e accessibilità rapida, con i mulinelli predisposti o universalmente adattabili.

 

L FUSTO: è il componente che dosa, sapientemente e dannatamente, gioia e dolore tra i possessori di arbalete; su di lui gravano responsabilità accentuatissime che condizionano il comportamento e l’economia prestazionale dell’intero fucile. L’affusto rappresenta, semplificatamente, l’unione tra il congegno di sparo e il sostegno che ospita le gomme. Il fucile assume per convenzione il nome, ad esempio, 90, desunto dalla sola lunghezza del tubo, esclusi i computi centimetrici della testata e dell’impugnatura. Ha una struttura cilindrica e può essere sviluppato in lunghezze progressive: da un minimo di 40/50 cm fino a 130 cm ed oltre. Le misure classiche e più adoperate dallo stragrande numero di pescatori mediterranei sono: il 75, il 90, il 100, il 110. Originariamente, (in alcuni luoghi è splendidamente in uso ancora adesso) era ricavato da un semplice tronchetto di legno: una prima parte si piegava e s’incurvava alla fiamma viva, per costituire una sorta d’impugnatura e al termine del listello si apponeva un fermaglio di corda, dei laccetti, o bastava anche un semplice foro passante trasversale, per legare l’elastico circolare, gli elastici sdoppiati, le striscioline di camera d’aria. Poi, passando i tempi, si scoperse la plastica, il calcio prese la forma standard che pressappoco conosciamo tuttora e il legno restò l’elemento principe ed ideale solo per il prolungamento a questi. Positivo in acqua, durissimo, compatto, facilmente reperibile e strutturabile in svariate geometrie, costituiva un’ottima base per fucili dalle prestazioni sublimi. L’unico neo era quello che, essendo un materiale naturale, non garantiva un’assoluta insensibilità agli agenti atmosferici e quindi il possibile deperimento organico era un limite da non sottovalutare. Per questo motivo e per sopraggiunte esigenze di marketing, l’avvento dei tubi metallici fu salutato come una rivoluzione ben accetta. L’alluminio anodizzato era leggero, praticamente indistruttibile, lavorabile in grandi serie qualitativamente costanti, di prezzo contenuto, e perciò invase facilmente i mercati internazionali. Assemblato ad un calcio in pressofusione d’alluminio, in svariate lunghezze e calibrazioni, riempiva i depliant pubblicitari sin dalla seconda metà del nostro secolo. 

Oggi, il 99 % dei fucili ad elastici, possiede un affusto tubolare in lega d’alluminio. Il diametro del tubo è andato a crescere negli anni e dai “grissini” di qualche tempo fa si è giunti a tubazioni con sezioni esterne di quasi trenta millimetri. La norma è precisamente di 28 mm. La modifica ha affermato, principalmente, la rilevanza della rigidità complessiva del fusto ai fini della bontà prestazionale: infatti nelle misure lunghe, oltre i 90/95 cm, la tubazione standard patisce notevolmente i carichi degli elastici e tende ad imbarcarsi. Considerato che più aumenta il dato millimetrico della circonferenza di un cilindro, più questi diventa insensibile alle deformazioni elastiche, si è agito di conseguenza. Oltre a questa soluzione c’è da segnalare che non tutti hanno adottato l’analogo metodo di risoluzione; ad esempio, ci sono ditte che li producono con sezione quasi lenticolare, ovale, multi sagomata, ottenuta con stampi e cicli di lavorazione speciali. La ricerca è volta, comunque, non solo a reperire un fusto con caratteristiche d’imperturbabilità a flessioni varie ma che garantisca anche immediatezza e facilità negli spostamenti laterali e verticali. Una casa italiana ricopre parte dei suoi affusti in Ergal con della schiuma poliuretanica, secondo criteri atti a migliorare la stabilità in fase di sparo, la maneggevolezza, il comportamento balistico. Gli elastici rientrano in una specie di pancia che impedisce contatti con la freccia e vibrazioni eccessive al sistema con aumentato equilibrio di manovra. Un prodotto francese è ricoperto da uno strato di neoprene compattissimo, non comprimibile, per migliorarne l’assetto positivo, un altro ha uno stabilizzatore scorrevole galleggiante che decorre inferiormente lungo il cilindro, eccetera. La novità che ha scosso i mercati e che, secondo noi, continuerà a sconvolgere per molti lustri a venire, è l’impiego di materiali compositi. Alcune ditte commercializzano fusti in composito direttamente al pubblico, altre li forniscono ai loro agonisti di punta, certe stanno allestendo dei prototipi…il mondo della subacquea è in costante fermento dinamico. Le fibre di carbonio, kevlar, ecc, impregnate con una matrice termo indurente, rappresentano il futuro degli affusti per l’arbalete (e perché no, d’interi fucili, dal calciolo alla testata). Questo settore, in magnifica espansione e con margini di sviluppo indefinibili, consente di realizzare degli affusti molto leggeri (pensate che il peso specifico dell’alluminio è di circa 2.78 g / cm 3 mentre quello di compositi a matrice epossidica si aggira intorno a 1.90 g / cm 3 e meno) ma allo stesso tempo più robusti e affidabili di qualsiasi materiale metallico in circolazione. La disposizione degli orditi di fibra può orientarsi in trame diversissime concettualmente, progettate a tavolino o con l’ausilio dell’informatica, per controbilanciare il carico di flessione, irrigidire dei punti, allegerirne altri, in variazioni e implicazioni infinite. Un altro vantaggio straordinario è quello che, essendo un materiale plastico, perfettamente modellabile, permette di estrapolare soluzioni e progetti disparati senza, in sostanza, confini strutturali (a parte quelli strettamente economici…)

L’affusto, può non supportare direttamente l’asta, non presentare punti di contatto con essa, oppure possedere: uno o più “guida aste” scorrevoli, di tecnopolimero; una lunga guida integrale di scorrimento, autolubrificante, che segue tutto l’affusto; dei tratti di binario limitati a piccoli spezzoni, confinati nei pressi del castello o della testata. Sull’utilità di questi supporti i pareri sono discordanti: c’è chi afferma che l’asta migliora la precisione d’uscita, sfruttando interamente la fase propulsiva degli elastici, e chi preferisce che l’asta non sfreghi superficialmente, con potenziale attrito sfavorevole, da nessuna parte. Come analizzato nel precedente capitolo il fusto cavo è reso necessariamente stagno da alcune soluzioni la cui bontà di progetto deve essere fuori discussione. Un O-ring, o un vero e proprio sistema di chiusura ermetica, racchiude l’aria all’interno del serbatoio. Il gas consente di avere un fusto bilanciato poiché è, per natura, leggerissimo. Un fucile che faccia penetrare un po di liquido al suo interno, magari quando si pesca molto profondi, (la pressione sottomarina, a 20 o a 30 metri, è di circa 3 o 4 kg per cm `), diverrà pesante ed instabile. La massa d’acqua si comporterà esattamente come se avessimo un peso interno molto abbondante che fluttua e oscilla ad ogni movimento inclinatorio. Esistono anche degli affusti particolari che sono ripieni di schiuma poliuretanica autoespandente: l’intento principe non è quello di farli galleggiare ulteriormente (ricordate che poche sostanze pesano meno dell’aria) o di sigillarli permanentemente ma di renderli massicci e duri dal punto di vista meccanico. Gli accessori che adornano il fusto si contano sulle punte di una mano. Uno, ingegnoso, apparso pochi mesi fa sul mercato italiano (progetto francese) è un aggeggio plastico sovrapposto che si ancora alle gomme, le vincola, e le trascina verso il dente di aggancio mediante due alucce laterali, pieghevoli (si potrebbe paragonare come aspetto a un cavatappi per bottiglie!). In posizione di riposo non da fastidio mentre durante lo sforzo d’armamento agevola i compiti, permettendo di impugnare saldamente gli elastici tramite i due lunghi bracci di leva esterni, ed ottimizzare così l’impiego dell’energia muscolare. L’altro o meglio gli altri, si vedono esclusivamente sui fucili dei tiratori, in piscina. La disciplina del tiro a segno subacqueo è un laboratorio di ricerca e sperimentazione continua. Gli atleti delle varie nazionalità adottano soluzioni tecniche e metodiche di sparo stranissime, ma molto interessanti. Una è lo sviluppo di grandi alucce a “ T ” o anche ad “ H ”, laterali al fusto, che servono per rendere stabile e livellata l’arma in fase di mira e di tiro; l’altra, incredibile, è la carenatura degli elastici, mediante due tubi coassiali montati al termine del cilindro: si mormora sommessamente che le gomme così protette forniscano un comportamento balistico eccezionale…

 

_     Flessione fusti. La questione appare quanto mai suscettibile d’approfondimenti e prese di posizione; la certezza che un fusto deve essere assolutamente inflessibile a varie sollecitazioni meccaniche è evidenziabile non solo nelle sensazioni soggettive del pescatore (si potrebbe, però, sempre obiettare che le sue argomentazioni sono condizionate da troppi fattori non sinceramente oggettivi) per quanto riguarda la potenza di tiro, la precisione, la gittata, ma suffragate anche da teoremi fisici probabili e dimostrabili scientificamente. L’evoluzione delle apparecchiature di misura, i computer, la sofisticazione di alcune macchine consentono di addentrarci a meraviglia in questo mondo così affascinante e possono fornire risposte estremamente corrette. Un fusto buono, dal punto di vista delle caratteristiche fisico- meccaniche, sfrutterà le performance dei vostri elastici, qualsiasi sia il diametro e il tipo, fino all’ultimo grammo d’energia disponibile, incrementando le doti balistiche dell’arma che ne sarà equipaggiata. Un amico, laureato in fisica, ci ha edotto sul caso snocciolandoci un rosario di grandezze, equazioni e definizioni. Supponendo, infatti, che il nostro fucile sia un sistema fisico “isolato” localmente, si può affermare, semplificando all’estremo i vari passaggi teorici, che esso disperderà una buona parte dell’energia propulsiva se la base di lavoro (il fusto) non sarà rigida. Il perché è spiegabile valutando il processo di deformazione meccanica disordinata che subisce cambiando stato e direzione di lavoro: dal momento di quiete e calma statica precedente il tiro, alla fase negativa del coinvolgimento torsionale deleterio dell’affusto, per il “rilasciamento” delle gomme tese precedentemente. Secondo queste deformazioni possiamo immaginarci la percentuale di sottrazione d’efficienza che si verificano su un fucile per “l’assorbimento” d’energia da parte di un suo elemento. Un metodo semplicissimo per controllare se il proprio arbalete ha un tubo troppo cedevole si attua con la seguente tecnica: si prende l’arma e si colloca il calcio a contatto con un piede, a terra; impugnando l’estremità distale con una mano, si esercita un carico di spinta medio, pressappoco al centro del cilindro, servendosi dell’altra mano; aiutati da un amico, osservatore imparziale, verificheremo l’incurvamento incipiente della struttura e tireremo poi le conclusioni debite.  

LA TESTATA: all’estremità del fusto cilindrico scorgiamo, classicamente, un’appendice plastica, di foggia particolare. E’ stampata con tecnopolimeri caricati perché la robustezza del particolare non ammette défaillance (quando ci sono in ballo tensioni di 60/70 kg e oltre, da supportare, non c’è assolutamente da scherzare, pena incidenti gravi alle mani o al volto). Ha un corpo centrale che si avviluppa esternamente o è inglobato direttamente all’interno dell’affusto, senza comunque mostrare giochi o incertezze d’accoppiamento. Qualche modello ha un congegno interno che può dilatare, tramite il serraggio di una vite, una guarnizione speciale di tenuta, altri possiedono i classici O–ring stagni ricavati sul diametro esterno del cilindro di piantaggio. Una vite doppia passante o una spina di bloccaggio fermano in loco il componente. La “testa” si erge superiormente per una ventina di mm dal contesto della canna, con una forma affusolata, alleggerita, idrodinamica; è larga circa 50-60 mm. Sul piano orizzontale di alcuni modelli si nota che la struttura è solitamente scaricata a “ W ”, al fine di renderla quasi “invisibile” dalla parte del tiratore; sulla sommità campeggia il mirino che può essere un trattino fluorescente. Diametralmente possiede un foro, con fondo scanalato, che l’attraversa per intero, adibito al passaggio asta e collimato assialmente con il dente di ritegno. Due sedi cieche, lateralmente e a pochi millimetri sopra la linea di fusto, opportunamente filettate, vengono impiegate per il fissaggio delle ghiere delle gomme. Inferiormente ci può essere una luce abbastanza generosa, tonda o lanceolata, che viene utilizzata per farci transitare un elastico circolare, supplementare; la struttura culmina con un forellino per il passaggio sagola e una gola, o una prominenza, dove si posizionano le passate di sagolino. 

Questa descrizione sommaria riguarda un’attuale testata montata su quasi tutti i fucili venduti nei negozi ma, un tempo, gli elastici non avevano supporti così rifiniti e studiati ergonomicamente ma erano fissati al legno con espedienti molto più primitivi. Qualche produttore si è dilettato sulla medesima strada spartana: su un arbalete francese di qualche anno fa c’era, per esempio, una disarmante lastrina di acciaio inox, da tre o 4 mm, al massimo, di sezione e di un paio di cm d’altezza; avvitata trasversalmente al tubo sosteneva gli elastici tramite due grosse ghiere posteriori che fungevano da bulloni di fermo; un foro centrale guidava la freccia verso l’obiettivo. Ci sono pescatori d’oltreoceano che usano testate ridotte, che sono semplici tubi per il passaggio asta, visto che le molteplici coppie d’elastici circolari trovano la sede idonea solo in un’ansa scavata nell’enorme “tavola” di legno. Ritornando a noi, ribadiamo i compiti che presenta l’accessorio plastico: è un punto di attacco per le gomme e base di collimazione per il dardo. Quando la freccia è inserita sul fucile si trova ancorata al dente di sgancio da un lato, accoccolata in una prima sede guida del castello, e dall’altro è appoggiata nella fresatura della testa, come in un bancale di tornio: il tiro sarà stabile e preciso se essa viaggerà sulle due posizioni in proiezione lineare. Il piccolo foro circolare è andato in disuso ed ora i passaggi asta sono ampi e cuneiformi perché si è cercato di rendere libero e privo di attrito il transito del tondino metallico e della sagola ad esso legata: la “ V ”, infatti, è la forma geometrica in cui ci sono solo due punti di tangenza tra la plastica e l’asta che vi scorre. Inoltre una sistemazione “obbligata” impedisce disallineamenti improvvisi o alterazioni di postura. Il fissaggio degli elastici, invece, è maggiormente variegato di soluzioni: ci sono filettature per ghiere da 16 mm ed altre per quelle da 20 mm; qualcuna è sistemata vicino al centro forato e altre sono abbastanza laterali rispetto a questi; alcuni modelli hanno molto materiale intorno alle sedi, altri molto di meno. Una teoria innovativa asserisce che le gomme dovrebbero essere avvitate parallelamente al punto di scorrimento dell’asta, quasi sul piano orizzontale dell’affusto, per un motivo di tensioni elastiche corrette e resa ottimale: tradizionalmente questo rapporto segue indirizzi lievemente differenti. La tendenza strategica futuristica sarà quella di progettare una testata che faccia lavorare al meglio gli elastici e che sia di dimensioni ridottissime, lillipuziane. Chissà che con i materiali più sofisticati non si possa compiere un “miracolo” tale da offrire l’impressione che tra il pescatore e la preda ci sia solo un affusto completamente liscio...

 

GLI ELASTICI: sono l’essenza di funzionamento del fucile, il fulcro fondamentale d’energia, come lo è l’aria compressa nei confronti del pneumatico. Tutte le prestazioni di un’arbalete sono dipendenti, per una quota assolutamente preponderante, dagli elastici impiegati, dalla loro qualità, dalla lunghezza e dal diametro posseduto. Ogni costruttore adotta delle soluzioni personalizzate che vanno di pari passo con le restanti componenti dell’arma; esiste un rapporto di strettissima simbiosi meccanica. In Europa c’è un certo mercato ma in altre parti del mondo l’elastico è completamente diverso, sia come concetto di posizionamento, sia come numero e tipo di gomme impiegate, sia d’accessori montati appresso. La propulsione dell’arma nostrana (la scuola è originaria francese) è affidata attualmente: a due gomme distinte o ad un elastico singolo aggiuntivo. Nel primo caso si tratta di due spezzoni imboccolati, rispettivamente, a capo e coda, con due ghiere metalliche filettate, d’alluminio, d’acciaio inox o di materiale plastico rinforzato; nel secondo tipo la gomma è definita “circolare” poiché essendo strutturata in una soluzione unica, possiede solo una coppia di boccole filettate alle estremità opposte. L’anima dell’elastico è tubolare, cava, non piena: presenta un microscopico tunnel centrale di scarico. Approfittando di questo canale s’imboccolano alla ghiera mediante una pallina di plastica o di metallo che impedisce loro di sfilarsi; generalmente le misure delle ghiere di fissaggio sono accoppiate rispettando le sezioni originali delle gomme ( il 16 con la boccolina di ridotto diametro e il 20 con la boccola di maggior diametro d’avvitatura) ma succede anche che vengano imbussolati gli elastici da 20 mm in una ghiera piccola da 16 mm, secondo un’ottica di scelta particolare, tale da consentire il montaggio, su una testata predisposta per i piccoli, anche di gomme grosse. Gli elastici singoli sono avvitati, da un lato, direttamente sulle sedi della testata, e dall’altro sono tenute unite da un elemento di raccordo e aggancio sull’asta, denominato: l’ogiva. Medesimo collegamento per il circolare che però non trova sistemazione nella parte superiore della testata ma viene fatto passare nella luce d’accoglienza inferiore. Ogni affusto viene accoppiato con elastici di varie dimensioni e da tale scelta dipenderanno, in gran parte, le prestazioni dell’arma. Secondo le dimensioni del fusto si impiegano determinate lunghezze d’elastici (per convenzione si misura la parte “molle” dell’elastico, compresa tra le due ghiere). Ecco una scaletta molto approssimativa; per esempio:

_  un tubo da 75 cm  può ricevere una coppia di gomme da 18/19 cm;

_  un 90 cm, gomme da 21/23 cm (il circolare sarà all’occorrenza da 42-44 cm);

_  un 100 cm, gomme da 26/28 cm (circolare da 54-56);

_  il fusto da 115 cm monterà due elastici da 30/32 cm (circolare da 62-65 cm).

Gli elementi, assicurati al tratto terminale dell’affusto, vengono impugnati con le mani e stirati verso le tacche di ritegno dell’asta fino ad ancorarli ad essa. Da quel momento il fucile è in grado di scoccare il dardo, trascinato ad alta velocità dalla contrazione repentina degli elastici. Il sistema è tutto qui, di una semplicità scioccante. Non credete però che la questione si estingua spontaneamente: l’evoluzione dell’arbalete passa forzatamente dallo sviluppo d’ingredienti all’apparenza “poveri” ma, in pratica, essenziali. A dire il vero, i problemi iniziano proprio intrigandoci in un universo misterioso per tanti aspetti… Le gomme vengono commercializzate in diametri e lunghezze che impongono dei criteri valutativi prioritari visto che interferiscono direttamente con le prestazioni balistiche dell’arma; dai tirantini filiformi e alle camere d’aria d’inizio secolo siamo pervenuti, fino ad ora, a due diametri divenuti di uso comune: il 16 millimetri e il 20 millimetri. I sostenitori di una o dell’altra fazione si battono furiosamente per affermare l’elastico “migliore” ma anche in questo caso si entra in un pantano alto tre metri e mezzo. C’è il pescatore che non mollerebbe mai i suoi fantastici “20”, artefici di tiri da record e c’è il fratello che farebbe carte false per tenere i suoi nervosissimi “16”, sterminatori di sagome sfuggenti, ci sono schiere di amanti implacabili del 16 e acclamatori inesauribili dei 20, ecc. Addentriamoci, passo passo, verso il cuore pulsante del dibattito. Il materiale con cui sono estrusi è la gomma naturale, in tante varianti di colori e proprietà meccaniche: c’è il latex di purissimo caucciù, di una colorazione ambra, quasi trasparente, ci sono elastici neri come la notte di tempesta, ottenuti caricando allo stesso lattice chiaro, additivi anti salino, anti UV, antiinvecchianti, che li rendono agguerritissimi compagni d’avventure; ci sono elastici colorati dall’animo rosso o nero, anch’essi di pura gomma, addizionati a ingredienti speciali che promettono prestazioni di altissimo livello e così via, con gomme molli e dure, nerborute o flosce, con gran memoria e facile stanchezza. Diciamo subito che entrambi i calibri, 16 e 20, offrono performance validissime e non c’è un abisso di differenza nel confronto diretto: esistono, come sempre, piccole disquisizioni nel merito, imputabili, più che altro, alle qualità intrinseche del tipo di gomma. Uno potrà supportare agevolmente aste massicce, l’altro si esprimerà facilmente con i dardi sottili, uno sembrerà meno immediato in partenza ma si dimostrerà letale sul lungo, l’altro offrirà accelerazioni brucianti all’inizio ma mostrerà lievemente il fianco a fine gettata, uno sarà facile da tendere, l’altro un po più difficile, uno si consumerà prima nel tempo dell’altro, l’altro costerà qualcosetta in meno, ecc. Intimamente non è solo una sfida di millimetri in più: la questione vera è molto più nobile e raffinata. 

Le valutazioni si effettuano in relazione a tanti aspetti, prime tra questi le proprietà del caucciù stesso. L’elastico, qualsiasi sia il diametro preso in esame, per scagliare la freccia deve compiere un’azione di spinta. Il lavoro meccanico è quello di deformarsi sotto tensione per una certa lunghezza e ritirarsi allo stato iniziale quando è rilasciato. Dapprima viene “caricato” dall’atleta e poi, al momento della distensione conseguente allo sparo, avviene lo “scarico” sul dardo, sotto forma di energia cinetica. In teoria pura, più energia elastica riesce ad accumulare (carico in chili) e soprattutto restituire intatta ed efficacemente al rilascio (costante espressione della potenza, in un lasso di tempo prolungato), maggiore sarà il valore di spinta applicata al proiettile. Un elastico buono, quindi, non è fondamentale che sia durissimo, legnoso, esasperato da caricare ma che possieda, soprattutto, un’ottima memoria di ritorno (fase attiva di spinta). Due gomme stirate con un carico di oltre 50/60 chili in partenza, non è detto che restituiscano per intero questi valori anche all’arrivo e in altre parole quando si preme il fatidico grilletto. La cosa più importante è che il rilascio dell’energia sia progressivo e in pratica che le gomme svolgano l’azione d’accompagnamento del dardo con una spinta sostenuta e costante, nonché simultanea, fino a che non si esaurisce il momento utile (e sopravvenga la naturale condizione di staticità e riposo). Una gomma potrebbe spingere tantissimo nella prima fase di rilascio e poi afflosciarsi miseramente per scarsità di memoria elastica. 

Un esempio lampante avviene quando si montano elastici troppo corti e si alterano i sottili equilibri del sistema. La fase d’armamento sarà drammatica, con sudori, muscoli frementi e stridori di denti. Lo spasimo di una gomma cortissima, tanto da averne oltrepassato il suo limito fisiologico, produrrà una snervatura lenta delle fibre elastiche, cosicché quando la freccia sarà proiettata verso il pesce, scopriremo che l’elastico non potrà più esprimersi con vigore ma avrà prodotto sul fusto, sul dente di sgancio, sull’asta, effetti contrari e improduttivi. 

Un’altra possibilità plausibile è che l’arbalete resti carico per tutta la giornata di pesca senza che il proprietario sia riuscito a sparare una sola volta. Al momento di far ritorno a casa si prospetta finalmente la preda sperata, al limite del tiro: l’asta parte ma fa, immancabilmente, un bel…plof; l’elastico scadente ha smarrito in mare la spinta energetica iniziale e non renderà secondo previsione. Le case che commercializzano i fucili ad elastici li propongono con gomme solitamente calibrate per quel tipo di fucile, considerando tutti i componenti con calcoli e prove ottimali. Alcune variazioni sul tema sono ben accette ma non stravolgiamo il rapporto originale con esperimenti strani e d’indubbia efficacia. Quando li acquistate controllate alcune cosette, ad esempio: la lunghezza paritetica delle coppie di gomme (può capitare che una sia più corta dell’altra e viceversa) che è indispensabile per avere una spinta uniforme da tutti e due i lati al fine di una precisione assoluta. Anche pochi millimetri fanno la differenza. Non devono presentare screpolature nei pressi delle ghiere (indice di vecchiaia molecolare).

 

_  L’ogiva è un accessorio che non suscita, a prima vista, aritmie cardiache o stati emozionali straordinari: la costruzione è elementare e l’aspetto esteriore non rivela nulla di speciale. Essa, però, serba un compito prezioso: collegare i due elastici tra loro? e soprattutto metterli in contatto strategico con l’asta poiché non solo è indispensabile per il funzionamento dell’arma a propulsione elastica ma incide direttamente nelle dinamiche del tiro. L’insieme deve risultare ottimale e sinergico. Nel tiro a segno subacqueo un’ogiva serve anche a livellare e compensare le tensioni e lunghezze differenti (millimetriche) tra due gomme apparentemente identiche. Nei fucili europei è una struttura smontabile, separata materialmente dagli elastici, ma in altri paesi essa viene concepita diversamente. Ad esempio, in alcuni reperti statunitensi o australiani, essa è una semplice bacchetta d’acciaio, o un cavetto metallico, terminante con due sferette apicali: esse sono collocate dentro le anime forate delle gomme e bloccate, appena sopra, da due fascette o legature. Questo sistema non è pienamente comparabile con quello mediterraneo: diverse sono le aste, le gomme, i fucili, le tecniche di pesca. Nel nostro caso, invece, l’ogiva è ricercata, lavorata con cura, di buona fattura. Analizziamo brevemente le parti che la compongono. In tutte le ogive si trovano appaiate:

 

1.  Due boccole, identiche come azione per tutti i modelli. Sono dei classici raccordi i filettati, femmine, che si avvitano alle ghiere; i maschi, montati sugli elastici. Per i patiti di meccanica segnaliamo che il passo metrico per le ghiere da 20 mm è in effetti un 16 5 1; mentre per il 16 mm è un 14 5 1. Sono cilindriche in partenza e terminano con una forma conica, a cupola; hanno un foro passante sulla sommità. I materiali devono possedere due doti principali: robustezza meccanica e inossidabilità. I manufatti torniti in acciaio inossidabile sono indistruttibili ed eterni; l’unico neo è che pesano discretamente. Quelli in lega d’alluminio anodizzata sono molto più leggeri ma tendono ad ossidarsi piuttosto precocemente, soprattutto se avvitati su  un elastico che monta ghiere metalliche dello stesso tipo o di differente natura. Caratteristica è la “fioritura” del pezzo e cioè l’insorgenza del danno erosivo evidenziata da una polverina biancastra che segnala la disgregazione molecolare sottostante. La corrente galvanica in presenza di acqua salina è micidiale e colpisce il metallo debole senza pietà. Frequente è l’inchiodatura dei filetti e la conseguente impossibilità di recuperare la boccola intatta, probabilità incrementata sicuramente nel caso di manutenzione sommaria. I polimeri sono l’ultima scelta concreta poiché sono leggeri, inossidabili, sufficientemente robusti. Ultimamente alcune plastiche speciali, particolarmente buone dal punto di vista qualitativo, hanno elevato i margini di sicurezza: le qualità meccaniche generali sono molto valide. L’opera di avvitatura deve essere svolta con cautela ed attenzione perché un’imboccatura affrettata e maldestra potrebbe compromettere pericolosamente la tenuta in trazione dei delicati filetti. E’ consigliato verificarne, di tanto in tanto, l’integrità strutturale, per non avere spiacevoli sorprese improvvise.

 

2.  Un archetto metallico. Questa è la porzione che si aggancia all’asta e che si unisce alle boccole. Due le qualità assolutamente irrinunciabili dell’elemento metallico: la robustezza senza compromessi, (la carenza di ciò provoca frequentemente  lesioni agli arti superiori per improvviso cedimento strutturale) e un perfetto accoppiamento meccanico con la tacca dell’asta e i due elastici. L’archetto più semplice, che viene fornito in prima dotazione su alcuni fucili, è un’elementare spezzone di filo rigido, d’acciaio inossidabile. È piegato con un’angolazione accentuata e il suo diametro millimetrico s’incastra agevolmente nella fresatura del dardo; si ferma all’interno delle boccole mediante un piego serrato dello stesso tondino o una battuta di pressa. Usato per una serie di tiri tranquilli, senza pretese, stupisce per un’alta precisione ma alla lunga può apparire un difetto grave: spezzarsi proprio all’altezza dell’inserzione sulla freccia, la parte più sollecitata da un’azione di armamento irregolare. Succede che quando si stirano gli elastici non sempre si effettua una posizione di carica irreprensibile, con le mani tenute perfettamente parallele e in asse con il fusto e tirando uniformemente con tutte e due le braccia, e così viene stortato malamente il debole segmento filiforme: una, due, tre volte, e la rottura sopraggiunge inevitabile. Un’evoluzione del manufatto elementare è l’archetto a due riccioli. Sostanzialmente simile al precedente come materiale costitutivo, differisce da questi solo per la particolare conformazione geometrica del metallo. Non ci troviamo più di fronte ad uno spartano angolo acuto ma ad un’arricciatura bilaterale a forma di occhiello. In realtà il filo metallico fa un semplice giro su se stesso prima di proseguire nel solito tragitto. Questa peculiarità gli dona un margine di accomodazione e torsione maggiore che perdona molte imperizie dell’atleta che se ne serve. Per un utilizzo normale è una scelta buona, poco costosa, adatta ad un’ampia schiera di pescatori. La sua fine è anche in questo caso una frattura improvvisa dell’acciaio, con tutti  i rischi connessi. Una soluzione di alto pregio e funzionalità, relegata al mondo delle elaborazioni e modifiche, è la costruzione di un’ogiva con un’archetto insolito: il cavetto intrecciato di acciaio inox. Usata in campo agonistico e da specialisti del doppio elastico, questa ogiva rivela una versatilità e una precisione notevoli. Il multi trefolo adoperato nella nautica a vela è l’ideale per la composizione del supporto. Due boccole vengono corredate da una decina di centimetri di cavo inossidabile, fissato a posteriori da un impiombatura in ottone o bronzo (qualcuno si limita a fare un semplice nodino…). I pregi di tale accessorio sono: la robustezza e il notevole preavviso di rottura che si evidenzia con una lenta spelacchiatura iniziale della treccia; la bontà d’accoppiamento sinergico tra gomme e asta, la possibilità d’ accorciare l’archetto a piacimento per incattivire, di conseguenza, gli elastici; la non interferibilità con i sagolini e i nylon che trattengono il dardo; la silenziosità di sgancio a fine corsa delle gomme, il bassissimo costo di realizzazione. L’ultima opzione, e ci inoltriamo nella tecnologia sofisticata, è la famiglia degli archetti snodati o articolati.. La solidità assume un ruolo raramente discutibile e le pescate in sicurezza sono all’ordine del giorno. L’inserzione sulla tacca dell’asta è frutto di uno studio accurato. Praticamente dalle boccole dipartono due bacchette di acciaio inox che sono bloccate posteriormente: o con un tratto schiacciato o con un bulloncino di fermo; terminano con un particolare rigonfiamento cilindrico finale o con una semplice deformazione a sogliola, ottenuta con la pressatura del metallo. Un foro verticale passante, e in alcuni casi una fresatura orizzontale del rigonfiamento cilindrico, completano l’analisi. Lo snodo o l’articolazione prendono vita quando si posiziona un particolare pezzo di acciaio, fissato alle due estremità mediante perni opportunamente ribattuti. Il tratto di lamiera che s’impiega può essere stampato e piegato a “Z”, oppure solo scaricato centralmente da un colpo di utensile, alla maniera francese.  L’obiettivo è duplice: permettere un’azione di armamento degli elastici senza curarsi eccessivamente “dell’apertura” dannosa delle mani verso l’esterno, (il gioco laterale degli snodi lo consente); recuperare il rapporto perfetto di congiunzione meccanica e parallelismi, tra gli elastici e la tacca sull’asta, (la piegatura e l’inclinatura del lamierino sono progettati per abbassare sulla stessa linea di tiro entrambe le parti) visto che proprio per un ingombro fisico delle boccole ciò è compromesso sfavorevolmente  di qualche millimetro.

 

LE ASTE DEL FUCILE AD ELASTICI:  

abbiamo inserito nel discorso dei moduli fondamentali anche questa voce perché è strettamente in relazione con l’economia del sistema: anzi, ne è direttamente dipendente. L’asta classica dell’arbalete deve essere caratterizzata da:

-    una lunghezza marcata rispetto all’affusto, per avere la necessaria portanza atta a mantenere più a lungo possibile il “volo” di gittata e possedere,  conseguentemente, un peso discreto e una massa adeguata per donare una sufficiente capacità di penetrazione;

-    una sezione piccina, di pochi millimetri, un puntale cosiddetto “tahitiano”, con l’aletta incorporata, senza scorrisagola, per ottenere la migliore penetrazione idrodinamica nel fluido viscoso e la riduzione di tutti i potenziali elementi d’attrito atti a rallentare l’energia cinetica impressa in partenza;

-    due fresature oblique o tacche, sul dorso, una a circa dieci centimetri dall’altra, che sono le sedi di aggancio dell’archetto e che, in base alla loro distanza dalla testata, permettono una tensione elastica di differente potenza esecutiva;

-    un “tallone” posteriore, un incocco a sella, uno o due forellini trasversali, per interagire col sistema di sgancio e adattarsi alla conformazione intima del castello, e per collegarsi al sagolino senza elementi voluminosi;

-    la bontà del materiale di costruzione che non deve ammettere ruggine, superfici irregolari, vibrazioni e tremori deleteri, “dolcezze” di strutture molecolari.  

Ognuna di queste peculiarità agisce direttamente sulle doti balistiche dell’arma. Se solo provassimo a montare delle frecce tozze, corte, di diametro elevato, “flaccide”, otterremo dei risultati molto scadenti che stravolgerebbero la natura stessa dell’arnese. Quindi, se si vuole esaltare al massimo l’arbalete dovremo usare aste che rientrino in una certa casistica di qualità. Il materiale è solitamente l’acciaio nelle sue versioni più nobili e cioè: l’armonico puro trattato o l’inossidabile temperato. I nostri fornitori italiani si difendono onorevolmente dagli attacchi dei cugini d’oltralpe che hanno una lunghissima tradizione nella fabbricazione di frecce per arbalete. Un’abbondante trattazione dell’argomento è stata fatta nel capitolo dei fucili pneumatici e valgono le medesime considerazioni. Il metallo deve risultare rigido, con durezze superiori ai 50 Hrc (170 Kg/mm `) e al contempo dotato di una memoria elastica sopraffina. Una buona tenacità è fondamentale per il discorso della precisione. Abbiamo avuto l’occasione di visionare un filmato speciale, girato in una piscina, dove si riprendevano le fasi di tiro di un fucile ad elastici. Le zone inquadrate con insistenza erano quelle: del fine corsa degli elastici, del distacco dell’archetto dalle tacche e dell’uscita del dardo dalla testata. Riguardando le varie fasi al rallentatore siamo rimasti sbalorditi. Incredibile! Il tondino d’acciaio sembrava essere scosso da un milione di volt; era divenuto un susseguirsi farneticante di onde sequenziali, conformato a  serpentina, a “kriss” malese! Non potete immaginate le sollecitazioni, le trazioni avverse, le deformazioni maligne che subisce il lungo proiettile durante l’abbandono dal fusto e la sua necessaria stabilizzazione nel fluido. Un acciaio con scarse qualità si comporterà disonorevolmente e al momento richiesto non garantirà nulla di valido. Potete controllare la lealtà meccanica delle vostre aste, grossolanamente, impugnandole per il tallone e facendole agitare due o tre volte orizzontalmente: la bacchetta deve tornare rapidamente in posizione di partenza senza innescare ondeggiamenti secolari. In Francia hanno sperimentato aste in titanio e sue leghe, in materiale composito, in lega d’alluminio. Il prezzo di questa produzione è elevata e i vantaggi offerti spesso non compensano i difetti. A fronte di una completa inossidabilità e indeformabilità c’è il grosso problema del peso che risulta troppo leggero e che quindi compromette sia la gittata che l’offesa. Qualche dardo è stato armato con inserimenti interni di piombo. L’unico che è rimasto in gioco è il titanio, abbastanza rigido, ma vanta dei costi stratosferici e si deve adattare a testate e a castelli per il diametro comunque elevato in cui si è costretti a usarlo: 8 o 9 mm. In Italia non ha preso piede nessuno tra questi esperimenti ma in compenso abbiamo dell’acciaio armonico zincato e dell’inox che viaggiano come treni. Un altro pregio che deve possedere il materiale ferroso è il fatto di essere diritto. Sembra un’affermazione scontata ma non è così. Troppi pescatori maledicono l’arma che ha mancato il pesce senza prima aver dato un’occhiata all’oggetto in questione.

 Un fucile che scaglia un dardo a velocità iniziali sostenutissime non può ammettere una freccia storta, neanche di un pochino. La traiettoria impostata subirebbe una deviazione in partenza di qualche insignificante millimetro che diverrebbero però abbondanti centimetri sulla distanza terminale. Gli acciai temperati resistono bene all’impatto sulle rocce ma quando si storcono è molto difficile recuperare la linearità primitiva. Le stesse argomentazioni valgono per le tacche di aggancio che devono risultare assolutamente centrate sulla freccia e con un’inclinazione corretta altrimenti l’ogiva lavorerà malissimo. Provate a misurare le fresature con una sottile lastrina rettangolare di plastica, da un paio di millimetri di spessore: la collocate ad incastro nelle gole, come fosse un archetto, e poi ne verificate l’allineamento e la squadratura con una bolla o rispetto al castello dell’impugnatura. Vedrete che non mancheranno le sorprese. La superficie del metallo deve risultare liscia, senza rugosità superficiali dovute a erosioni corrosive o a ruggine incipiente. Ogni quisquilia e micro turbolenza inficiano sulla bontà del tiro. La tahitiana è l’asta per antonomasia, l’asta nata per l’arbalete. Tutti gli altri surrogati, in qualche modo, snaturano lo splendore dell’arma a propulsione elastica. La linea priva di tanti orpelli è filante e offre performance uniche. Le alette solidali al dardo dovranno essere accollate ad esso, senza evidenziare sbalzi o gradini che turbano l’avanzamento. Per la cuspide ci vorrebbero due pagine esplicative ma basta sottolineare il fatto che siccome non giochiamo con masse d’urto prodigiose avremo necessariamente bisogno di punte sempre acuminatissime. La penetrazione nel pesce molte volte sarà affidata solo a questo piccolo aspetto e se non lo avremo assistito amorevolmente con lime e mole potremo dannarci di nervoso. Rispetto alla testata, generalmente, le aste tahitiane “escono” per circa 30/35 cm e anche più: i teorici puri calcolano, a volte, anche i millimetri, perché affermano che pure questi incidono sui comportamenti balistici del fucile e facilitano la mira. Un settantacinque accoglie, indicativamente, una tahitiana da 115/120 cm; un novanta da 130/135 cm; un 100 da 140/145 cm, un 110 da 150/160 cm. Il diametro è un parametro di scelta preponderante che va sottobraccio alla lunghezza del dardo.

_  La sezione che esalta al massimo le doti peculiari dell’arbalete è il 6 mm. Con questo spillone la rapidità fulminea del tiro si tocca con mano e si rimane letteralmente a bocca aperta… E’ assai impiegata al libero, all’agguato, sul pesce bianco, e garantisce un potere d’arresto discreto su animali di peso non esagerato anche se campioni di talento indiscutibile hanno fermato prede stratosferiche. In tana è veloce ma è piuttosto delicata e si piega per un nonnulla; c’è da considerare che la massa è lieve e quindi al contatto con le pietre non s’incastra e danneggia paurosamente. E’ essenziale che l’acciaio sia di ottima fattura sia per un discorso di comportamento balistico sia per la durata stessa del tondino. Nel caso l’acciaio non sia inossidabile è opportuno controllare l’interno delle tacche e verificare che non siano segnate pericolosamente dalla ruggine (altrimenti si possono spaccare facilmente visto l’esiguo spessore in gioco). Una modifica che impedisce di perdere la preda, se si spezza l’asta, consiste nel bucare il tondino metallico davanti alle tacche e legare la sagola in questo nuovo punto. Considerate che un dardo lungo 130 cm pesa all’incirca 300 grammi, che rappresentano, secondo noi, la soglia critica per una certa tranquillità di letalità. Molti pescatori francesi montano queste frecce assai sporgenti dalla testata per recuperare ancora qualche grammo utile.

_  Il 6.5 mm è uno dei diametri più in voga ed è quello che offre ottima velocità e penetrazione anche nelle aste di lunghezza media. E’ robusta, affidabile e dotata di una spiccata velocità e massa d’urto. Viene fornita di primo equipaggiamento su tanti fucili e si può usare fruttuosamente sia in tana, sia all’agguato che all’aspetto. E’ universale. Per una lunghezza di 130 cm si pesano circa 350 grammi di prodotto e ciò fornisce una buona sicurezza di fronte a quasi tutte le prede, anche di peso elevato. L’acciaio di calibro maggiore risente in maniera minore delle deformazioni sulle rocce e quindi molti pescatori le impiegano tra gli scogli con successo. Non è prevista la versione filettata e il puntale è sempre tahitiano. Sopporta bene elastici un po più cattivi del solito, sempre senza esagerare: l’innesco di una vibrazione iniziale è da scongiurare a priori pena la perdita immancabile di precisione. Le due tacche non indeboliscono troppo la struttura metallica ed è difficile, fermo restando la constatazione di salute del supporto, fratturarle di colpo. Nel dubbio rimane sempre la modifica accennata precedentemente. L’inserimento della monoaletta o della coppia di alette può avvenire limando di soli 5 decimi di millimetro l’asta: sembrano un’inezia ma così si riesce a semi incassare il profilo degli elementi aggiuntivi incrementando la bontà della sezione idrodinamica.

_  Il 7 mm  è un dardo micidiale ma snatura un po la dimensione della rapidità tipica conosciuta con i diametri precedenti. I territori d’impiego elettivi sono le tane e i grandi spazi in mare aperto dove l’incontro con prede di mole è più probabile. Per la prima sessione fanno la comparsa le aste filettate o i fiocinoni a tre punte: trovano utilità su fucili corti negli spacchi a breve distanza di tiro e per l’aspetto in acque torbide. E’ una situazione di compromesso visto che la gittata dei fucili che le montano è molto limitata. Un’asta di 130 cm pesa circa 400 grammi. I chilogrammetri all’impatto sono svariati ed è difficile che il supporto appuntito non trapassi da parte a parte un corpo ittico. L’unico problema è assicurargli una buona “pappa”, un valido carburante di spunto. E’ consigliabile impiegare un affusto rigido e serio, e soprattutto due gomme ottime, leggermente accorciate. Alcuni specialisti mediterranei consigliano addirittura l’adozione dell’elastico circolare di supporto e di un’asta più corta del normale di circa dieci centimetri. La spinta globale di un fucile così armato si avvicina al quintale! Le alette possono essere montate quasi a scomparsa, allineate al profilo della punta, con i vantaggi conseguenti. 

 

LA SAGOLA: sarete stupiti di vedere trattato questo semplice capitolo a seguito degli altri, molto più specifici, ma anche in questo caso la questione del collegamento con l’asta riveste una notevole valenza. In primo luogo la scelta incide sulla velocità globale e in secondo sulla gittata del proiettile. Nel pneumatico non esistono questo tipo di sottigliezze maniacali ma nella propulsione ad elastico anche un cordino insignificante, un’asola mal fatta, un nodo prominente, possono tramutarsi in elementi che incidono negativamente ai fini balistici. Tutto, nell’arbalete, deve essere svolto all’insegna, alla ricerca, dell’idrodinamicità esasperata e del rapporto peso/potenza maggiormente favorevole. Nei pescatori raffinati non osserverete mai una cima spessa tre dita o uno scorrisagola grossolano. La micidiale tahitiana avrà come corredo di nozze un sagolino finissimo, legato sapientemente, atto a non opporre alcuna resistenza e al contempo estremamente robusto per non spezzarsi al primo tiro. Per la pesca in tana non ci sono grosse problematiche ma per i tiri al libero è doverosa una serie di precisazioni. Il nylon intrecciato è igroscopico, assorbe acqua, quindi aumenta di volume e inoltre la sua conformazione a trefoli sovrapposti non è certo il massimo in termini di penetrazione idrodinamica. Ripiegheremo su cordini differenti, a treccia compatta e perfettamente lisci al contatto con le dita: in commercio ce ne sono di buoni. Un problema abbastanza sentito è quello relativo alla legatura della sagola nei forellini presenti sull’asta. Il punto di passaggio è stondato, con un angolo interno di 60° affinché la cimetta non subisca abrasioni e si tagli. Normalmente si può introdurre un capo nel foro, farlo fuoriuscire, ed eseguire un nodino di serraggio; al termine, con un accendino o un fiammifero se ne brucia un’estremità per impedirne lo scioglimento. Questo è il metodo più semplice ma si può anche chiudere il sistema con una gassa d’amante, eseguibile dopo un cappio di qualche centimetro. Il tallone dell’asta viene sospinto dentro il castello e il cordino che si posiziona all’interno non deve interferire col dente di ritegno: è opportuno lasciare un po di gioco al filo perché si accomodi senza rischi e non si interponga tra l’incocco e il delicato meccanismo. Esistono delle frecce con un foro aggiuntivo situato non sulla coda del dardo ma bensì appena oltre la fresatura d’incocco: è stato creato appositamente dai francesi per evitare il disguido tecnico; il cordino si passa una prima volta nel passaggio a tergo e poi si fissa con il solito nodino di fermo, in maniera che resti parallelo al tallone e non s’intrufoli al di sotto. La soluzione ha un risvolto interessante per la pesca in tana: si recupera l’asta sempre in linea, con il codolo che non s’impunta trasversalmente tra gli spuntoni di roccia. Le stesse precauzioni sono rivolte al decorso della sagola lungo l’asta e nelle conseguenti passate inferiori sullo sganciasagola: controllate che il filo non sia pizzicato sotto il tondino metallico, non faccia “pance” pericolose che potrebbero finire sotto le ghiere degli elastici. Coloro che pescano assiduamente con il doppio elastico hanno numerosi guai con la situazione poc’anzi citata. Non sarebbe ingegnoso applicare un microscopico scorrisagola sull’asta da 7 mm? Molti disagi scomparirebbero e non si accuserebbe neanche un grosso calo prestazionale vista l’esuberanza di potenza a disposizione. Un altro rimedio spiccio consiste nel legare un anello elastico o anche un semplice elastico da cartoleria (quelli verdi, un po più forti) per mettere leggermente in tensione un tratto prestabilito di corda. Normalmente l’elemento ammortizzante si applica nei pressi della testata vicino al punto di attacco della sagola. Una girella con moschettone, come quella descritta sul fucile pneumatico, consente al filo di non arrotolarsi su se stesso rendendo disponibile un’eventuale rimozione urgente. L’elastichino di tensione troverebbe a questo livello un buona sistemazione, magari attorcigliato allo spezzone di cordino che ancora la girella alla volata.

Nel caso volessimo ottenere le prestazioni assolute, e questo discorso è particolarmente valido per le armi dai 75/90 in su, non esitate a procurarvi del monofilo da pesca del diametro iniziale dell’1.40 fino ad un massimo dell’1.80. Il monofilo di nylon donerà alla freccia una leggiadria e una rapidità miracolose poiché gli attriti saranno ridottissimi. I tentativi con monofili sottili, sotto l’1.40, sono un’impresa troppo azzardata perché è facile che l’usura abbia il sopravvento sul capillare. Il nylon viene commercializzato in matasse e si vende a peso. Prima di prelevarne parecchi metri è necessario stirarlo, per evitare parrucche inestricabili. L’operazione è semplice: si prende un capo e si lega ad un supporto fermo e stabile; dopodiché ci si allontana per qualche decina di metri (l’ideale per il lavoro intrapreso è uno spazio ampio, come un cortile, un piazzale, una banchina nel porto, ecc.) e si stira il materiale con una trazione abbastanza sostenuta e protratta per un paio di volte, poi si imbobina sul mulinello o su un raccoglitore di sughero. Il collegamento con la freccia non si compie tradizionalmente perché qualsiasi nodo indebolisce marcatamente il monofilo. La tecnica più efficace è l’impiombatura. Nei negozi specializzati per la traina d’altura o presso qualche dinamico negozio di pesca, potrete acquistare gli “sleeves” o “giunti” in ottone, che sono dei piccoli tubicini ovalizzati o, ancor meglio, a forma di canna di fucile, che accettano al loro interno un determinato diametro di filo. Una pinza speciale, con dei denti e una conformazione apposita, li stringerà, bloccando magnificamente l’insieme. Il consiglio che ci sentiamo di darvi è quello di cambiare il monofilo di nylon e la sagola tradizionale con una certa frequenza, perché l’usura del collegamento sul foro asta è una realtà concreta, troppe volte sottovalutata. Un pescatore fuoriclasse ligure ha realizzato uno spartano attacco per la sagola che minimizza questo inconveniente: due o tre centimetri di filo in acciaio inox, opportunamente piegato ad occhiello da un lato, vengono assicurati direttamente al foro dell’asta, senza vincolarsi staticamente, mediante un altro piego terminale; il movimento dell’attacco mobile consente un’ottima articolazione del filo e non ci sono elementi suscettibili a rotture improvvise.

 

 

Le modifiche e le elaborazioni artigianali.

 

Iniziamo i paragrafi dei lavoretti artigianali che in questo caso sono abbastanza semplici e facili da eseguire. Non c’è olio, pressione, meccanismi strani: tutto è alla luce del sole e si presta meravigliosamente a subire i nostri esperimenti. Tanti piccoli bocconcini sono già stati rivelati durante la trattazione fin qui svolta. La tentazione di “truccare” il proprio arbalete passa dalle meningi di quasi tutti i pescatori vuoi perché si ricerca un’arma personalissima vuoi per incrementare il dato della gittata o della potenza. E’ difficile, crediamo, che l’idea di sostituire un paio di gomme o di cambiare l’asta in dotazione, non abbia sfiorato mai proprio nessuno. I più arditi avranno anche scambiato il tubo di un modello con un altro, le testate, il calciolo di carica…

 

L’impugnatura. Nel fucile ad elastici è una componente che riveste dei compiti specifici ed è sottoposta a carichi meccanici, durante l’azione di armamento, imponenti. Ogni limatura, carteggiatura della struttura plastica va svolta con parsimonia per non minare la robustezza complessiva. Si elimineranno quei punti che ostacolano la presa anatomica, rallentano l’ergonomia dell’insieme e soprattutto puntano eccessivamente sull’addome. Nel caso di una bella impugnatura in lega d’alluminio i margini di lavorazione sono più ampi e allora si può andare giù “decisi” sempre ricordando che al termine delle procedure di asportazione materiale si deve ricorrere ad una nuova anodizzazione protettiva. Nessun timore, invece, per conformare un calciolo troppo magro e sfuggente con la fasciatura, ad opera del nastro per ciclisti opportunamente stirato e fissato con la colla o per la nastratura con pellicole adesive ad alta avvistabilità. Indicata è anche l’applicazione di una sovrastruttura in vetroresina o addirittura (potendo) in materiale composito nobile, tenendo in debito conto che ogni interferenza con la parte posteriore del calcio potrebbe ostacolare direttamente l’azione di carica. Un’ottima soluzione è apporre il calco di epossidica solo su una delle guanciole laterali. Se si presentasse l’eventualità di una fragilità accentuata o di un’incipiente rottura del calciolo non esitate a sostituirlo radicalmente perché un tentativo di riparazione o rinforzo interno è pericoloso e azzardato. I supporti di gomma dura o in tecnopolimero che vengono utilizzati per facilitare l’appoggio corporale non sono ben accetti da tutti e, al contempo, c’è qualche atleta che invece  li vorrebbe su tutti gli arbalete posseduti. Per rimuoverli non esiste difficoltà: basta svitare la grossa vite a tergo o estrarre la spina trasversale di blocco; il pezzo sarà eliminato e l’impugnatura apparirà lineare, pulita. La difficoltà tecnica aumenta se si vuole aggiungere l’oggetto (o un ricambio originale o un pezzo ricavato artigianalmente) su un altro calcio. Prima di tutto si verifica che l’innesto tra le parti sia fattibile e cioè che ci siano dei punti di contatto e battuta abbastanza sicuri per la tenuta meccanica e poi si procede. Per certe impugnature è necessario smontare precauzionalmente la meccanica di sgancio o il castello che la supporta e per non rischiare di danneggiarla. Un trapano forerà la culatta secondo il diametro approssimativo della vite che avremo scelto e successivamente con un maschio per filetti si creerà la sede per l’avvitatura. Sarà necessario elucubrare il metodo per rifinire e assicurare saldamente il nuovo articolo e la fantasia avrà tutte le prerogative per agire: c’è chi stucca le parti vuote con la resina bicomponente, chi adopera la colla termica, chi inserisce dei manufatti di sostegno rigidi, ecc. La porzione anteriore dell’impugnatura è suscettibile di un paio di suggerimenti tecnici. La zona dove si inserisce il tallone della freccia è in alcuni casi super curata ed in altri un po spartana. L’asta ha in questo punto il dovere di non ballare, muoversi eccessivamente perché se già in partenza non è ben allineata e salda difficilmente offrirà una precisione ottimale. Con della resina epossidica si predispongono due costolature laterali che, in base al diametro di dardo che impieghiamo solitamente, dovrà guidare i fianchi del tondino metallico fino al dente di sgancio. Una scartavetrata iniziale e una spatolina flessibile per il modellamento successivo saranno i nostri ausili. Un foro eseguito perpendicolarmente al castello, una maschiatura successiva, ed una vite di plastica posta nella sede, costituiranno gli ingredienti per tenere centrato il proiettile anche dall’alto. La vite avrà un diametro di 4/5 millimetri, la punta piatta e una facile regolazione di avvitatura: ogni asta sarà adattata perfettamente al sistema. Un altro metodo, molto più raffinato ma altrettanto costoso è la realizzazione di una guida a “ V “ in teflon, materiale plastico autolubrificante, da fissare con microscopiche spine inox alle pareti dell’ingresso strategico. Il collegamento con l’affusto è uno degli aspetti più critici di quasi tutti gli arbalete. Nel nostro piccolo possiamo assicurarci che non ci siano giochi dovuti a tolleranza scadenti in tal caso possiamo applicare qualche giro di teflon per idraulici sull’innesto maschio. Un’altra strada è quella di verificare che il tubo sia posto in un punto sufficientemente rigido altrimenti si dovrà asportare il gradino plastico che non permette al cilindro di far battuta dove il supporto è più massiccio. In un fucile autocostruito (vedi PescaSub 12/1997) abbiamo smussato finemente l’innesto dell’impugnatura, manualmente con la carta vetro, per un lasso di tempo drammatico. Non sempre si risolve il dubbio e allora ci può essere il fanatico che vuole tornire un raccordo d’alluminio o di ergal per risolvere tanti patemi o per collegargli sperimentalmente un nuovo affusto. Lo sganciasagola a coccodrillo può essere sensibilizzato limando via qualche dentino o assottigliandone il profilo esterno per renderlo maggiormente flessibile. Un nuovo elemento è strutturabile allo stesso modo del fucile ad aria tenendo presente che qui non c’è paura di forare o intaccare un particolare che deve risultare stagno e inviolabile.

 

La meccanica di sparo. La sensibilità del grilletto di un arbalete è un’aspetto splendido. È talmente immediata e allo stesso tempo dolce e “impalpabile” che abbiamo cercato di copiarne alcune caratteristiche anche sulla meccanica dei pneumatici. Il tentativo di trapianto non ha sortito gli effetti desiderati perché il fucile ad elastici è concepito in modo diverso, i leveraggi non sono assolutamente complessi, non c’è pressione, sistema di guarnizioni, ecc. L’unico problema avvertito in quasi tutte le meccaniche, è l’indurimento e la conseguente perdita di precisione di sgancio (che si trasmette anche sull’asta e quindi sulla balistica del tiro) quando si sottopone lo sparuto dente in acciaio a carichi spaventosi; ad esempio con elastici durissimi o più facilmente con doppie gomme molto tirate. Bisogna cercare di non giungere a questi livelli perché si rischia di snaturare tutto ciò che è alla base della filosofia di quest’arma. Noi abbiamo giocato con le molle interne che agiscono tra il grilletto e i vari meccanismi interni: si può ottenere un buon risultato cambiando qualche elemento vecchio,  sostituendolo con molle in acciaio inossidabile di diverso carico e durezza. Un conoscente ha risolto con questo metodo l’eccessiva morbidezza d’aggancio dell’incocco e ora si avverte il “clack” massiccio di avvenuto ancoraggio. La modifica sostanziale dei bracci di leva è un’operazione altamente sofisticata e appannaggio di qualche bravo progettista meccanico. Se alla minima sollecitazione esterna vi parte il tiro conviene innanzi tutto controllare che il dente non sia “mangiato” dalla ruggine o dall’usura (cambiatelo immediatamente!) e in seconda istanza, se l’analisi è risultata negativa, sostituire la debole molla. La sicura può essere rimossa smontando il castello o togliendo le spine del grilletto: ricordate che, anche per il fucile subacqueo ad elastici, valgono i criteri affermati per il pneumatico. La sicura non impedisce all’asta di liberarsi accidentalmente, blocca solo il grilletto, per cui il tiro potrebbe partire  inaspettatamente. Non fidatevi mai!

 

Il fusto. Il tubo di serie non è passabile di grandi modificazioni. Gli interventi banali sono relegati più che altro ai procedimenti per la verniciatura o la nastratura mimetica, all’adattamento di slitte per attacco mulinello o scorrevoli guida aste. Così come l’impugnatura anche l’affusto può essere adattato all’ambiente di caccia, con i colori naturali più consoni. Sull’alluminio anodizzato le tinte non hanno una grossa tenuta di “aggrappaggio” quindi si applica una striscia di pellicola plastica adesiva che si può verniciare  tranquillamente in seguito. I tentativi per impedirne la flessione come: inserti di rinforzo, schiume poliuretaniche, anime di plastica, tubi concentrici, riempimenti con elementi vari, ecc, non sortiscono effetti magici, anzi, il più delle volte stravolgono completamente l’arma senza più possibilità di ritornare alla forma iniziale. Meglio effettuare una valida scelta all’atto delle compere. I sistemi che consentono di fissare il mulinello sono spesso dei supporti cilindrici che calzano coassialmente all’affusto e si bloccano con una spina passante. Tra tubi di diametro esterno identico è possibile scambiare gli accessori, magari adattando con un po di perizia il nuovo. I guida aste seguono l’identica prassi con la differenza che c’è chi smonta l’affusto non per intercambiarli con altri ma per eliminarli in toto; qualcuno controlla l’allineamento e la collimazione con la sella della testata e la guida del castello, che deve essere perfetto, oppure ne trascina uno attaccato all’impugnatura, da impiegare come guida iniziale. Il lavoraccio impegnativo giunge quando si opta per un rinnovamento profondo: l’applicazione di un nuovo fusto. Dopo una serie di misurazioni, di preventivi, di progetti si decreta la scelta. Innanzi tutto si deve analizzare con dovizia di particolari la prassi di collegamento e di montaggio con la testata e il calcio, le modalità esecutive, le tipologie di raccordo. Gli affusti acquistabili vanno dai ricambi di altri arbalete performanti ai tubi vergini prelevati da un deposito di carpenteria. Il legno è una realtà affascinante. E’ rigidissimo, galleggia perché il suo peso specifico è generalmente inferiore ad 1 kg per dm ∆ , lo lavora qualsiasi falegname, si sottopone alle manie personali di rifinitura, sezione, ha un’eccellente comportamento balistico. I legni tropicali resinosi sono i più indicati, perché lievemente idrorepellenti ma la verniciatura con pitture o impregnanti che ne assicurino l’impermeabilità totale è indispensabile: in caso contrario il fusto si gonfia, prende gioco con gli innesti, si piega, imputridisce. La seconda chance è rappresentata dall’alluminio, il costituente originale degli affusti di serie. Esistono dei distributori di tubi di alluminio su tutto il territorio nazionale: è sufficiente consultare le pagine gialle o utili. Il cilindro da utilizzare sarà un 30 mm esterno e 26 mm interno. E’ spesso il doppio di uno normale è ciò lo rende bello tosto. I piantaggi restano invariati rispetto alla maggior parte dei modelli in circolazione e così si utilizzano le componenti accessorie classiche; al massimo si dovrà alesare a macchina qualche interno tubo e per questo, insieme alla centratura dei fori per le spine di fissaggio, ci recheremo da un tornitore. L’ultima fase sarà l’anodizzazione protettiva. Per alleggerirne il carico in acqua, divenuto negativo, si posizionano due sottili fianchetti laterali nei pressi dell’estremità distale: il materiale idoneo è il poliuretano espanso, ricavabile da una tavoletta da piscina, e incollabile con colla neoprenica. Lo stabilizzatore a “testa di cobra” donerà una galleggiabilità, una stabilità in fase di brandeggio e sparo da testare. Utile la prova anche su qualche lunga tubatura standard. Un tocco di perfezionismo sarà l’applicazione di una striscia di sottilissimo neoprene foderato, mediante del mastice, intorno al cilindro per renderlo sordo agli urti. Il problema del filo che s’intrufola pericolosamente sotto le ghiere degli elastici si può risolvere con l’applicazione di un salsicciotto di Acquaseal lungo il profilo laterale dell’affusto (con l’accortezza preventiva di farci passare al di sotto la sagola in questione per prendere esattamente le misure).  Il terzo materiale, è il composito. E’ una  classe di prodotti appartenenti ad un mondo futuribile tutto da scoprire. Si possono acquistare dei tubi in composito o da negozi che vendono per corrispondenza oppure dalle ditte famose che distribuiscono in commercio i loro affusti di ricambio in fibra di kevlar (privilegia la leggerezza) e in fibra di carbonio (privilegia la rigidità). Per garantire a qualsiasi affusto cilindrico la tenuta all’acqua basta far tornire due tappi a misura, di plastica, dotarli di una sede per un O – ring sul diametro esterno, fissarli con una spina trasversale.

 

La testata. Il particolare plastico che trattiene l’apparato propulsivo e guida in asse il dardo ha avuto, negli ultimi tempi, una crescita tecnica assai soddisfacente. La luce di transito dell’asta è solitamente ampia, con una sella mediana a “ V “ in bella evidenza. L’esterno è sufficientemente scaricato e la visibilità anteriore ne ha beneficiato. I modelli vecchi venivano limati e si rosicchiava del materiale finché era strutturalmente possibile: sia dentro che fuori. Ora conviene attingere dal ricco mercato ricambistico una testata nuova. Verificate che si possa applicare al vostro tubo e soprattutto che l’interasse con la meccanica di sgancio posseduta sia identico per non peccare in precisione. Una strada alternativa è la realizzazione di un componente autocostruito per creare qualcosa di personale e unico. La prima via è semplice: si prende una lastra di alluminio o di acciaio inossidabile dello spessore di 4/5 mm, si praticano tre fori nei punti prestabiliti (ancoraggio delle gomme, transito dell’asta) e si avvita ad un innesto fissato dentro al cilindro. Il prototipo potrà essere sagomato come meglio si crede. Le gomme saranno vincolate posteriormente da due bulloni di plastica dura o con altri sistemi. Il passaggio asta va creato assialmente alla centratura delle gomme: devono stare sullo stesso piano lineare. La seconda via è impervia, dispendiosa economicamente ma di grande soddisfazione per l’esecutore materiale del progetto. Si parte da un tondo di ergal sufficientemente dimensionato per la testa e il corpo della testata e si fa tornire in modo disassato. Dopodiché si fanno centrare e fresare i tre fori in questione e la sede per le guarnizione sul piantaggio. Terminata la prima fase dei lavori, e prelevati molti biglietti filigranati dal portamonete, si porta a casa il manufatto e s’inizia un’estenuante opera di sgrossatura e limatura. Dopo un po di giorni potremo montare un’esemplare dall’esilissimo profilo e unico nel suo genere. In Francia abbiamo visto una testata con una particolarità interessante: era tagliata diagonalmente la parte centrale tra le due gomme, dove c’è il mirino, e l’asta poteva essere introdotta, per il caricamento, direttamente da questa apertura trasversale senza doverla infilare dalla solita apertura. Le testate hanno dei fori filettati e accettano: o ghiere piccole (14 x 1) o ghiere grosse (16 x 1). Come si fanno a montare elastici da 16 mm su un supporto predisposto per i 20 mm? Noi abbiamo fatto tornire delle ghiere di riduzione in alluminio che rendono possibile la circostanza: il lato esterno si avvita dentro la testata per il 20, mentre l’interno ha il passo ridotto per la ghiera da 16.

 

Gli elastici. L’intercambiabilità delle gomme, alla ricerca costante dell’equilibrio migliore, è un’attività che coinvolge un po tutti. Basta recarsi in un negozio per trovare elastici di tutti i tipi e lunghezze ma il discorso è però senza fine poiché la scelta di un diametro, di una lunghezza o di una certa qualità di caucciù, è strettamente variabile e soggettivo. In linea di massima potremmo affermare che chi monta frecce leggere e pesca al libero, si trova bene con gomme da 16 perché il peso da lanciare non è bestiale; mentre chi ama i bestioni, la profondità, verte su aste pesanti e il 20 millimetri o la doppia coppia da 16, sono l’optimum. Poi però c’è il campione iberico che siringa ugualmente, con aste da 6 mm e gomme da 20, cernioni da 25 e passa chili, a 30 metri, e allora tutte le vostre suffragate teorie potrebbero stramazzare miserabilmente. La ricerca di perfezionarsi è quasi sempre il denominatore comune che smuove schiere di pescatori. A forza di prove, tentativi, alchimie si trova ciò che fa per noi. La prima panacea perseguibile da molti per incrementare gittata, velocità e potenza consiste nel montare elastici leggermente più corti. Non sappiamo se questa scelta è sempre pienamente appagante ma una gomma un po più cattiva, senza esagerazioni, a volte aiuta. La tecnica per accorciare le gomme non è difficile ma ci vuole manualità ed un pizzico d’esperienza. In primis si smontano dal fucile e si collocano in una morsa. La parte da serrare con forza sarà la ghiera; è meglio far preparare due ganasce di plastica con la sede esatta del diametro esterno da stringere oppure, ancor meglio, due boccole filettate di metallo dello stesso passo dei fori della testata, altrimenti è facile spaccarle o danneggiarle nella stretta meccanica. Con la ghiera bloccata si pinza il moncone di gomma che fuoriesce, servendosi di una tenaglia dai bordi smussati (non si deve correre il rischio di recidere il moncone con uno strumento tagliente). Una volta pinzata la gomma si stirerà verso l’alto; con l’altra mano si smuoverà la parte inferiore, quella classica, così da far fuoriuscire, dal forellino centrale del caucciù, una piccola sfera di plastica che è quella che impedisce alla gomma di sfilarsi dal supporto. Se non c’è sufficiente materiale da pinzare bisogna applicare, tra la ghiera e la gomma (nella porzione posteriore, opposta al moncone), un po di lubrificante idrosolubile, servendosi di un piccolo cacciavite a taglio per farlo penetrare all’interno; l’elastico sarà smosso con pazienza, spingendolo con movimenti rotatori verso l’alto, fino a fargli espellere la sfera di bloccaggio. Le prime volte, probabilmente, sentiremo la biglia schizzare e cadere da qualche parte e sarà opportuno stare attenti a non smarrirla. Una volta che l’elastico è libero di scorrere si effettueranno le regolazioni di misura necessarie e poi si “rimboccolerà” di nuovo. Non togliete mai l’elastico completamente dalla ghiera perché per rimetterlo a posto ci vuole un macchinario specifico. La lunghezza voluta sarà evidenziata esattamente da un segno di pennarello indelebile. Il procedimento è inverso: si riblocca la ghiera dell’elastico, si rimette la pallina all’interno della gomma, lubrificata con del gel idrosolubile, e si spinge decisamente a fondo con un tondino metallico stondato o con una punta arrotondata. Il controllo di tenuta e assestamento si effettua con una trazione decisa.

 

La posizione assumibile per una corretta azione di armamento.

_  La tensione degli elastici è un’operazione che va effettuata con una tecnica corretta e una postura fisica ottimale, pena sforzi erculei e insuccessi deprimenti. Le gomme da 20 millimetri sono un po più “severe” mentre le 16 risultano un po più facili. L’arbalete è obbligatorio armarlo in acqua per un principio di sicurezza e poi per facilitare il compito muscolare. Consigliamo vivamente l’utilizzo di guanti con il palmo anti scivolo per una prevenzione saggia dei potenziali incidenti. Molto interessante il sistema di caricamento assistito che presenta un noto arbalete francese: due maniglie montate su un elemento scorrevole che ancora l’ogiva, costituiscono un valido aiuto per chi non vuole faticare troppo. L’asta s’inserisce dentro il passaggio della testata e s’inoltra verso l’impugnatura, fino a penetrare dentro al castello ed agganciarsi al dente di sgancio. Ci sono fucili che, appena si appoggia il tallone del dardo sul dente, immediatamente fermano l’asta in posizione, con il caratteristico rumore “clack” di avvenuta conferma, e altri che necessitano di pressioni decise per azionare i meccanismi interni. In ogni caso, prima di procedere oltre, bisogna assicurarsi che l’asta abbia fatto presa; si prende il tondino e si cerca di estrarre con forza. Non deve, naturalmente, sganciarsi. La sagola o il nylon devono essere in tensione laterale, senza interferire con le gomme, le ghiere, l’asta. Appurato ciò si afferra il fucile e lo si pone con il calcio al centro degli addominali. Siamo all’altezza della cintura di zavorra o appena più su: molte mute hanno un rinforzo imbottito proprio per evitare abrasioni e tumefazioni cutanee. Un commerciante milanese distribuisce una struttura plastica da inserire nella cintura con l’impronta rovesciata del fondello dell’arbalete: potrebbe servire se siamo un po delicati di stomaco. Ora si debbono prendere gli elastici e tutto dipende dalla lunghezza delle nostre braccia. Chi non ha problemi di statura riuscirà comodamente nell’azione mentre chi è meno dotato dovrà, per forza di cose, agguantare dapprima un solo elastico, allungarselo di quanto basta per raggiungere anche l’altro e infine stringerli entrambi appena sotto le boccole dell’ogiva. L’azione vera e propria incomincia quando si stirano con progressione le gomme fino ad incocciare con l’archetto la prima delle tacche: risulta d’aiuto impiegare non solo le braccia ma anche altri gruppi muscolari come ad esempio i dorsali. La posizione dovrà essere quasi a “uovo”, raccolta. Durante la spinta del calciolo sulla pancia si controbilancia l’azione con l’indurimento delle fasce addominali. I forzuti possono passare rapidamente e direttamente sull’ultima tacca, senza soste intermedie, mentre per gli altri questa risulterà solo la prima tappa di caricamento. I normali, dopo un briciolo di riposo, spostano il calcio del fucile appena un po più su, sotto lo sterno; si riprenderanno saldamente le gomme in pugno da una posizione più favorevole e si porrà, con un ultimo sforzo finale, l’elemento dell’ogiva sulla seconda tacca. La prima tacca corrisponde alla potenza minima, la seconda a potenza piena. Con l’arma a doppio elastico, una volta terminata questa fase, resterà da armare il secondo elasticone; si procede nell’identico modo senza però la possibilità di suddividere il lavoro fisico in due tempi visto che l’aggancio previsto per la seconda gomma é la prima tacca. I rischi derivanti dalle manovre di caricamento sono i seguenti:

1.  eccessiva apertura delle braccia che stanno stirando le gomme, con sollecitazione laterale esagerata per tanti tipi di ogive. Risultato: archetti storti, piegati e conseguenti tiri sbilenchi o precoce usura del metallo nei punti incrinati.

2.     Armatura degli elastici non simultanea e parallela, con aggancio frettoloso dell’archetto in posizione errata. Risultato: gomme non allineate, spinta non omogenea, deviazione iniziale e imprecisione finale sul tiro.

3.  Ogiva difettosa, usurata o aggancio fasullo ritenuto erroneamente corretto. Risultato: improvviso distacco dell’elastico con possibili danni personali.

4.     Sboccolamento di un elastico già in tensione o mentre si sta procedendo al caricamento. Risultato: frustata pericolosissima dell’archetto sulle mani, sulle dita, sull’avambraccio o… solamente un gran spavento.

 

 

PECULIARITÀ’ BALISTICHE.

Un’impugnatura snella, un tubo di sezione e volume limitati, una testata minimalista, due elastici sottili, un’asta leggera: questi sono i frammenti essenziali del fucile più semplice che sia mai stato prodotto. Tutti insieme raggiungono un peso che nella quasi totalità dei casi non supera i sei, sette etti. Alcuni materiali raggiungono leggerezze da record e l’evoluzione sul campo promette novità di aggiornamento strepitose. Portarsi appresso un’arma con una leggerezza sopraffina è un aspetto che si potrà apprezzare molto durante le prime uscite in mare. Il polso non sarà costretto a sorreggere un cilindro che tende a picchiare verso il fondo e la stabilità di trasporto globale ne beneficerà. L’assetto positivo, distribuito lungo tutto l’arbalete, favorisce anche l’allineamento di tiro che risulterà naturale, senza squilibri sfavorevoli. Il brandeggio neutro verrà utilizzato con successo da tutti i pescatori che amano la pesca al libero, perché i “lunghi” sono i più adorati e un notevole alleggerimento strutturale è sempre ben visto, dato che la loro gestione fisica è piuttosto “pesante”. In tutta la gamma di fucili qualcuno spicca sempre dal contesto: o per meriti acquisiti sul campo o per la simpatia che suscita. Il settantacinque è uno di questi, compagno di tanti agguatisti e aspettisti in acque mosse e torbide e partner nelle divagazioni di molti tanisti. Gli specialisti del genere lo amano perché assomiglia ad una piuma, tanto è facile da gestire: ore e ore d’impiego senza avere le braccia indolenzite o contratte dalla fatica.

Il discorso sulla maneggevolezza è invece un tantino diverso e complesso. Il fucile ad elastici è leggerissimo, il brandeggio non è per nulla affaticante ma deve far i conti con gli elementi accessori che spuntano dal contesto. Gli elastici, principalmente, sono una fonte di attrito laterale non da poco, seguiti a ruota dalle lunghissime aste. Negli spostamenti rapidi e improvvisi, eseguiti senza capire perfettamente la tecnica corretta, o in presenza di correnti impetuose, s’innescano delle vibrazioni e dei contrasti che rallentano i movimenti sui piani orizzontali e verticali. Con delle gomme grosse, con la doppia coppia di elastici, o con un affusto massiccio il problema della maneggevolezza è avvertito maggiormente; anche i pesci più sospettosi possono percepire, in qualche frangente, l’insolito fremere e allarmarsi di conseguenza. Le frecce lunghe sono un freno complementare poiché sporgono dalla testata di almeno 30/35 cm e quindi sono un “di più” che in alcune situazioni da fastidio; inoltre possono vibrare anch’esse. Se sommiamo alle misure nude dell’affusto dieci centimetri circa di testata e venti d’impugnatura, avremo la giusta lunghezza di un arbalete “fuori tutto”. Un 75 sarà più di un metro in totale mentre un 115 giungerà quasi ad un metro e mezzo di lunghezza (esclusa la freccia). Muoversi con arnesi che sfiorano i due metri non è impresa immediata: ci possono essere situazioni di pesca particolari in cui le dimensioni e gli ingombri sinceri sono predominanti per condurre un’azione fruttuosa. Se al libero questo problema si affronta con un po di oculatezza ed abitudine, in modo da non farlo pesare particolarmente, non si può dire altrettanto per gli spazi confinati particolarmente angusti. Per un limite fisico legato al rapporto di tensione degli elastici, non vengono prodotti arbalete con tubi inferiori a 40/50 cm e in certi spacchi di grotto dove contano le misure, dove a malapena si riesce a cacciare la testa, dove la roccia è strettissima, un mini pneumatico rivela la sua feroce imbattibilità. Coloro che sono abituati a cacciare con fucili ad elastici, però, gettano all’aria molte delle teorie fin qui dedotte e in pratica sanno come si devono manovrare efficacemente, sia i fusti chilometrici all’agguato, sia i tubi da novanta in tane piccole: li fanno “ruotare” sull’impugnatura che viene utilizzata come fulcro di leva dell’intero sistema o li arretrano incredibilmente tenendoli attaccati al corpo. Utilizzano movenze plastiche, non la brutalità; è il polso che si flette e sposta l’arma, non il braccio; è la calma che orienta le articolazioni non l’irruenza.

Non esistono tante parole per descrivere cosa si prova a sparare con un fucile ad elastici se fino all’altro ieri avete adoperato esclusivamente un modello ad aria compressa. Penetrate in una dimensione totalmente sconosciuta costituita, in primo luogo, da una silenziosità molto elevata, che vi permette di entrare nel mondo sottomarino quasi in punta dei piedi, senza disturbare eccessivamente. I suoni in acqua si espandono rapidamente, molto più che in aria, e ciò per il pescatore attento è una costante spada di Damocle. La contrazione degli elastici non è completamente tacita, morta, assente ma comunque non raggiungerà mai l’intensità della botta d’arresto che possiede il pneumatico. Diverso è il sistema di propulsione, differenti sono gli elementi strutturali, non paragonabili risultano i confronti tra due elastici a fine corsa e una boccola rigida d’ammortizzo e battuta. Il rumore dell’arbalete è una sorta di “frustata” sorda, eterea, ovattata, non ben identificabile; la si ode sul fondo ma non si capisce da dove provenga esattamente. Gli elastici da 16 producono una vibrazione “secca”, acuta, mentre i 20 mm sono “ottusi”, massicci. La doppia coppia è una proposta di autorevolezza sonica ma con i risultati offerti in termini prestazionali si può chiudere un occhio. Le ogive con l’archetto rigido e le boccole metalliche possono urtare, distendendosi e ribaltandosi contro la testata: si potrà avvertire al massimo un debole “schiocchetto” terminale. Le ogive di plastica e treccia morbida in inox, offrono qualche decibel in meno così come la “guaina in tecnopolimero” del nuovo arbalete francese. Le prede non si turbano eccessivamente dopo uno sparo ed ecco che è potenzialmente possibile portare più di un tiro nel medesimo branco di cefali oppure non sconvolgere definitivamente un bell’orlo serale di dentici. Il pescatore ha certamente anche un vantaggio psicologico da tutto ciò e la concentrazione di caccia potrebbe avvantaggiarsene. In un Mediterraneo afflitto da rarefazione di pesce stanno diffondendosi sempre più le tecniche di pesca all’agguato e all’aspetto, dove il pregio della silenziosità è una dote preziosa. Il fucile ad elastici rappresenta un’ottima e insuperabile chance sonora.

Un’altra specialità dell’arbalete è la velocità con cui lancia la freccia. L’asta fine, l’assenza di scorrisagola, la bontà dello sgancio, e altri mille fattori lasciano meravigliati: quando si preme il grilletto si rimane estasiati dalla rapidità del tiro. Gli elastici si raccordano direttamente sul proiettile e non c’è nessun altro elemento che si frappone tra l’arma, l’acqua, il bersaglio. Le resistenze meccaniche sono minute, i pesi in gioco sono quasi “virtuali”. Osservate il branzino che vi punta decisi e dopo un attimo questi è infilato sull’asta, così, senza quasi rendersene conto. Non c’è il rischio di mirare in un punto ben definito e trovarvi in mano tutto un altro risultato: l’impulso sulla falange del dito corrisponde, in un batter di ciglia, al pinnuto centrato in pieno, esattamente lì. Il bello della questione è che non se ne accorge quasi mai neppure lui o a volte … è troppo tardi. Anticipate animali svelti, sfuggenti, affrontandoli con dignità e parità mobile. Un plauso grande grande va alla lunga tahitiana che vola sul pesce senza riuscire quasi a percepirne la traiettoria di partenza. Il tondino metallico in buona salute molecolare, da 6 mm, è il più monello, la saetta per eccellenza, e va d’accordo con tutte le gomme, basta non scaricargli di brutto una valanga di chili sul groppone. Cosa volete: tre etti scarsi schizzano come fulmini. L’elastico nervosetto, scattante, donerà uno spunto immediato; il fratello più progressivo e morbido risulterà costante e “tranquillo” nell’invio. L’aletta di ritenuta starà “bassa” e un anellino di silicone o gomma contribuirà a fermarla lungo il profilo di supporto.  La 6.5 mm è la sorellina maggiore più accomodante, accetta tutte le proposte elastiche. Attenti solamente a non proporre tensioni “impossibili”. L’unica precauzione consiste nel verificare, anche per lei, il materiale di costituzione affinché non “scodinzoli” eccessivamente quando viene spedita con prontezza. Uno può sforzarsi di cogliere l’attimo fuggente, l’angolo di fuga repentina ma… è davvero arduo riuscirci. La 7 mm non è un missile ma possiede il vantaggio di non piegarsi quando è sottoposta ad impegni pregnanti. Accetta uno spuntino energetico sostanzioso e nutriente anzi, è meglio non lesinarglielo assolutamente. Ripagherà il proprietario con tiri insperati. Ha un segreto: adora l’elastico circolare di supplemento per fare felice il tiratore.

Tocchiamo ora il tasto fantastico della precisione. L’arbalete è sicuramente il fucile più preciso che si possa acquistare. Il primo contatto con la linea di mira è già uno shock grandioso. Sparare al pesce mentre riusciamo a scorgerlo per intero è una sensazione sottile, appagante. L’asta che scorre sopra al cilindro e non dentro ad un serbatoio coassiale ad un altro, è un vero piacere per gli occhi, forse è una delle caratteristiche esteriori che amiamo di più. Tutto il fascino dell’arbalete si unisce all’istinto del pescatore che caccia guardando costantemente la sua preda. Una volta che si allinea l’arma con il pesce tutto sembra favorire le azioni conseguenti: il castello basso guida verso la linea dell’affusto; gli elastici tirati costituiscono le tracce laterali, come la pista luminosa di un aeroporto; la testata quasi indefinibile si staglia nel blu trascendendo la fisicità dell’insieme: puntale del dardo, spazio liquido, sagoma ittica. Ed è un attimo, un flash: il dente si abbassa, l’asta prende il via e il messaggio letale coglie perfettamente il segno previsto. Siamo ancora sbalorditi dall’avvenimento quando veniamo destati dal peso, a fondo sagola, del pinnuto. La freccia ha raggiunto l’animale esattamente dove l’avevamo puntato: né un dito sotto né un dito sopra. I giochi essenziali del grilletto, le tolleranze millimetriche della guida nel castello, il fusto irreprensibile, gli elastici buoni e di una lunghezza calibrata, l’archetto apposto simmetricamente sulle tacche dell’asta, il dardo lungo e perfetto, una testata in asse, ecco i gioielli per fare sempre centro. Dobbiamo esaltare nel nostro arbalete la precisione più alta che riesce ad esprimere potenzialmente perché è la caratteristica prioritaria del sistema ad elastici, la natura razionale e infallibile per cogliere successi dopo successi. I francesi, gli spagnoli e tutti coloro che hanno una lunga tradizione di pesca, non soltanto in Mediterraneo ma anche in Oceano e su qualche paese o isola dell’area equatoriale, dove navigano creature enormi, da decenni utilizzano il fucile ad elastici riuscendo a catturare bestioni di svariate decine di chili. Il segreto delle loro performance, l’astuzia di ogni successo, la bravura stessa di tanti pescatori, a guardare bene, risiede nella loro capacità di tirare con l’arbalete in modo impeccabile, con estrema precisione chirurgica. Pesci di un quintale centrati direttamente nel cervello, senza errore, fulminati all’istante. Cernioni dalla pelle e ossa frontali durissime perforati in mezzo al cranio, senza appello. Ricciole da cinquanta chili punte tra gli occhi, senza una benché minima reazione scomposta. Gli atleti del tiro a segno subacqueo riescono a colpire un centrino di 12 millimetri di diametro (!) posto a quattro metri di distanza. Non quattro metri approssimativi e stimati a naso ma esattamente quattro metri dalla punta del dardo. Vi immaginate cosa significa? Noi abbiamo provato ma non abbiamo visto neppure l’area più esterna del quadrato bianco! I fucili “terreni” non possiedono certe raffinatezze ma state tranquilli che si difendono a sufficienza (ce lo ha confidato sinceramente un esperto del tiro). L’unica questione su cui bisogna insistere e convincersi definitivamente è che la precisione non va a braccetto con elastici troppo duri. Una gomma corta sollecita esageratamente le varie componenti e scarica sulla freccia energia non “controllabile” pienamente. Qualcuno di voi potrebbe obiettare che la piscina non è il mare e che le esperienze maturate in questo preciso settore agonistico valgono fintantoché si resta tra due piastrelle colorate e un po d’acqua clorata: si da il caso che tra i fortissimi campioni nazionali ce n’è qualcuno che si diletta a pescare e sa il fatto suo. Parlare con questi personaggi è stato come un fulmine a ciel sereno. Scoprire trucchetti, potenzialità che credevamo essere leggende hanno rinverdito le considerazioni tecniche. Colloquiando con uno di loro abbiamo domandato la ricetta per aumentare la precisione delle nostre armi o almeno dei consigli appassionati su quali accoppiamenti fare, quali gomme e aste impiegare, insomma, i normalissimi dubbi che assalgono i curiosi appassionati. Non ci sono grandi stravolgimenti strutturali ma una minuziosa messa a punto delle varie essenze meccaniche, una confidenza intima con l’arma, la conoscenza profonda. Poi arrivano anche le gomme stagionate e scelte, l’ogiva con il semplice filo inox, i grilletti modificati, le tacche di mira micrometriche, le aste valutate con il comparatore, le tacche misurate col goniometro, gli stabilizzatori laterali in carbonio, i tubi carenati degli elastici, un mare di allenamento…

Il fusto da 71 cm armato con elastici lunghi cm 19, da 20 mm, e un’asta da 6.5 mm, lunga cm 130: quattro centri europei.

Il fusto da 106 cm,  gomme da 16 mm, lunghe cm 28 e l’asta da 6 mm lunga cm 150: cinque centri al campionato italiano.

Naturalmente questi erano i fucili di un campione ma anche cambiando i componenti, impiegando tutt’altre lunghezze e dimensioni, più adatte alla nostra attività di caccia, si  possono perseguire i medesimi risultati e forse migliorare ancora di più il fattore precisione nel nostro ambiente; buon lavoro!

Terminiamo la chiacchierata spendendo due parole sui grandi dilemmi di ogni arma subacquea: la potenza e la gittata. Secondo noi, queste due espressioni, devono camminare insieme, parallelamente. Innanzi tutto chiariamo che la potenza è un dato oggettivo, molte volte scambiato unicamente con le paranoie di qualche pescatore esagerato ma che in realtà si rivela tutta un’altra questione, molto più raffinata e terra terra che, (potrebbe capitare anche  un solo episodio nell’esperienza di pesca) avreste voluto… ma non avete potuto. Cosa ce ne facciamo della capacità di un’arma di spedire una freccia a cinque metri sott’acqua se poi questa non è in grado di bucare neanche una castagnola? Ci accontentiamo di distanze tradizionalmente minori ma con un margine di sicurezza accettabile. Poniamo l’esempio augurabile che un bel giorno a tre metri di distanza dal vostro fuciletto in attesa, si presenti all’appuntamento tanto sperato un ricciolone da 40 chili e voi, che state sbavando dall’eccitazione, decidete storicamente di cilindrarlo. Il problema grave insorge se “l’ottantino” non è cattivo al punto giusto – primo elemento- e se la freccia di corredo è troppo leggera – seconda analisi -. Un milione di probabilità contro una, a meno che non lo centrate in un occhio e che il percorso mortale sia perfetto, che potiate mostrare le fotografie sull’album dei ricordi. E’ una legge fisica che amministra l’avvenimento: senza un’asta dalla massa adeguata non si ha forza di penetrazione; senza una lunghezza discreta non si ha gittata (non c’è portanza). Il denominatore comune di questi due fattori è naturalmente la spinta energetica della propulsione che deve essere progressiva e trasmessa con un’accelerazione sufficientemente prolungata. Nel caso manchi un fattore dell’equazione potreste essere ridicolizzati appena una squame si frapporrà dinanzi alla punta dell’arpione. Non pretendiamo miracoli: è scontato che un 75 avrà una gittata “pericolosa” limitata, (d’altronde serve normalmente per ambienti in cui si spara da vicino) per via dell’asta corta e leggera e della breve corsa degli elastici. La lunga gittata e la capacità di trapassare un grosso pelagico, invece, la pretendiamo su un 100 o su un 110: risultano sulla carta e potenzialmente, i fucili atti ad insediare i pinnuti di una certa consistenza. Il montaggio di un’asta di peso sostanzioso comporta dei cambiamenti non sempre ben accetti che a volte stravolgono l’essenza di un’arma. Il pneumatico digerisce tutto o quasi, basta accrescerne la pressione di precarica per adattargli la nuova compagna, mentre l’arbalete e un po più delicato di stomaco e va curato con passione e metodica alla ricerca del miglior equilibrio. Fermo restando di possedere un’impugnatura, un affusto, una testata, inappuntabili, si ricerca sempre di perseguire il compromesso migliore: gittata di almeno tre metri e mezzo utili, penetrazione a fondo corsa micidiale ma anche velocità e precisione sufficienti. Le aste che soddisfano il palato arido di un cacciatore di ricciole, denticioni, cernie, non sono delle putrelle da muratura: una 6.5 millimetri che pesi almeno 350 grammi (se si privilegia la velocità) la si può trovare a partire da un’arbalete da un tubo da 100 cm; una 7 mm sopra questo dato numerico (se desideriamo una massa d’impatto straordinaria) si può collocare già a iniziare da un tubo da novanta. Considerate solo che la 6.5 mm potrebbe flettersi un pochino in partenza sotto una trazione robusta, mentre la 7 mm sopporta meglio le angherie e gli stress. Per farle viaggiare con un po di birra bisognerà studiare attentamente le varie soluzioni propulsive. Molti cacciatori transalpini consigliano per le aste pesanti, per le grosse prede, la doppia coppia di elastici da 16 mm; c’è ottima velocità e una penetrazione su distanza, molto valida. A profondità elevate (sotto i 20 metri), inoltre, è segnalata una drastica diminuzione della potenza delle gomme semplici e questa soluzione sembra  annullarne in parte gli effetti negativi. Alcuni nostri atleti ci pescano da un po di anni e ne sono entusiasti. L’unico problema è che bisogna curare attentamente la rigidità assoluta del fusto e le ogive impiegate, soprattutto quella dell’elastico circolare, affinché non si verifichino pericolosi imbrogli con la sagola. Nel caso di gomme singole è proponibile la lunga tahitiana da 6.5 mm (160/170 cm), su un tubo da 110/115 che armata con due elastici proporzionati e agguerriti consentirà di risolvere la maggior parte dei contenziosi ittici.

 

LA MANUTENZIONE: il fucile ad elastici è famoso per l’assenza di meccanismi che si possano danneggiare. In effetti il nostro arnese non patisce grandi questioni: i materiali dell’impugnatura, dell’affusto, della testata sono: o di tecnopolimero o di alluminio o di composito, tutti abbastanza insensibili all’incuria. Una sciacquata di tanto in tanto con l’acqua dolce, garantisce un’affidabilità centenaria. Un controllo va eseguito a livello del calcio, delle giunzioni varie per scongiurare fratture iniziali o margini segnati pericolosamente (se si spezzasse un calciolo o un’impugnatura durante l’armamento sull’addome…). Gli unici pezzi di metallo che richiedono un po di “precauzioni manutenzionali” sono: il dente di sgancio, le mollettine contigue, i bracci di leva (se presenti). Con un cacciaspine e un martellino si rimuove, almeno una volta all’anno, la cassetta che li ospita oppure si libera il castello, e si controlla che non ci siano incrostazioni di sabbia e sale, che qualche meccanismo stia cedendo o sia crepato, che i leveraggi funzionino senza intoppi, che la ruggine o l’usura non abbiano danneggiato il noce del grilletto. La porzione meccanica va sempre sciacquata con la doccetta dopo ogni immersione e deve essere riposta senza l’asta agganciata. Il problema maggiore è occupato dagli elastici. La gomma è il motore del nostro fucile e il suo rendimento coinvolge, in bene o in male, tutto il sistema. Il caucciù, essendo un prodotto naturale, teme numerosi aggressori: il calore, gli agenti atmosferici, l’ossigeno, l’ozono, l’invecchiamento. In fase di lavorazione viene mescolato con attivatori, catalizzatori, coloranti, ecc., che lo proteggono dalle insidie in forma leggera. Dopo un certo periodo, a seconda dei trattamenti all’origine, l’elastico si danneggia molecolarmente e inizierà a screpolarsi. Nel nostro caso oltre ad invecchiare normalmente, lavora sott’acqua, in condizioni costanti, o quasi, di trazione elevata. Le ripetute sollecitazioni meccaniche alternate determinano delle fessurazioni, perpendicolari alla direzione di lavoro, conosciute anche da i non subacquei, come “lesioni da fatica”. Il risultato è che una coppia di elastici perde abbastanza velocemente le proprietà intrinseche e quindi dovremo conservarle come delle reliquie per rallentare l’esaurimento fisico e sfruttarne al massimo le peculiarità balistiche: non esporle al sole, lavarle tutti i santi giorni, soprattutto all’inserzione con le ogive, evitare trazioni prolungate nel tempo. Ogni tanto bisognerà sostituirli: la spesa va da un minimo di 25.000 lire ad un massimo di 70.000 lire, la coppia. Quando si rinnovano? La risposta la darete voi: vi accorgerete che avranno perso nerbo, memoria, durezza, elasticità. Gli atleti del tiro a segno le cambiano ogni 40/50 tiri. Non prolungate il loro uso neppure quando dovessero presentarsi tagliate o screpolate profondamente. Anche il fraterno archetto sarà esaminato attentamente e se fosse di alluminio verificate che il filetto non sia mangiato o corroso. L’asta sarà trattata secondo le modalità classiche con una particolarità: affilate sempre e poi sempre la punta, con una cura maniacale, a mola, a lima o a pietra, perché se non bastasse la velocità, la massa, l’impatto d’urto, affideremo alla cuspide… l’ardua sentenza.

 

CRITERI DI SCELTA: le armi ad elastici importano un modo di pescare fatto di peculiarità estremamente sportive e appaganti. La silenziosità, la precisione, la leggerezza, sono gli aspetti che risaltano di gran lunga su tutti gli altri fucili. Abituandosi ad impiegarli dappertutto riusciremo a integrarci bene in quasi tutti i fondali mediterranei. L’eccellenza balistica, comunque, interessa in special modo tutti gli aspettisti e gli agguatisti. Dopo i primi bersagli centrati si viene colti dal raptus “delle gomme” e non si torna più indietro. Il fascino di questa filosofia trasforma senza pietà la qualità delle pescate. Partendo da questi presupposti possiamo strutturare il nostro corredo ideale. Le misure offerte a campione rappresentano un’indicazione di massima dei gruppi di lunghezze e non indicano l’appartenenza a marche o tipologie particolari di prodotti.

_  IL CINQUANTA: l’aghetto. Sotto un tubo così corto non si può scendere a meno di perdere quasi ogni capacità d’offesa. Le gommine sono da 12/13 cm. Le sue proporzioni minute lo rendono consono agli spacchi piccoli, per i pesci sfuggenti, rapidi e di peso medio. Possiede un tiro utile di circa un metro e mezzo anche se la massa ridotta delle aste non garantisce un potere d’arresto elevato su prede imponenti. L’asta tahitiana da 6 mm è un ago, sia in tana sia in acque torbidissime, mentre la 7 mm filettata con fiocina si presta soprattutto per il pesce bianco a distanze ravvicinate.

_  IL SETTANTACINQUE: la piuma. Nonostante il suo metro di lunghezza fuori tutto ed un asta tahitiana da 1.15/1.20 cm siamo di fronte ai vertici della maneggevolezza. All’agguato o all’aspetto in acque torbide è fenomenale: velocissimo, silenziosissimo, preciso e letale per quasi tutti i pesci a distanza utile di circa due metri e mezzo, tre. La versatilità in tana è altrettanto splendida ed è sfruttatissima: s’insidiano corvine e saraghi negli anfratti medi con una rapidità di tiro splendida. L’asta da 6 mm è una scheggia mentre la 6.5 e la 7 mm, con il loro peso maggiore donano un buon margine di sicurezza anche su prede di un certo rango. Gli elastici da 20 mm funzionano molto bene in quanto a spinta ma se si vuole la massima libertà di spostamento laterale meglio i 16 mm che offrono un lieve vantaggio. Il mulinello sarà meglio non applicarlo (in cintura un pedagno ho un modello mobile) per non alterare il meraviglioso equilibrio del fusto.

_  IL NOVANTA: la siringa. Abbiamo varcato la soglia dell’essenza elastica, il mito dell’arbalete. Questo fucile entra nelle borse di quasi tutti i pescatori mediterranei da Gibilterra a Istanbul. In tane lunghe, all’agguato, all’aspetto, in caduta: una medicina prodigiosa per tutti i pinnuti, nessuno escluso. Il brandeggio e l’abitudine alle movenze risulta facile ed istintiva. L’universalità riconosciuta all’arnese si offre a quasi tutti gli esperimenti tecnici possibili con una risposta sincera in ogni frangente. Tiro utile e sicuro: sui tre metri abbondanti. Elastici da 16 mm e asta da 6 mm: velocità sensazionale. Elastici da 20 mm e asta da 6.5 mm: micidialità. Elastici a doppia coppia da 16 mm e asta da 7 mm: potenza. Gli addendi possono cambiare ma la somma resta costante. Consigliabile per chi vuole acquistare il suo primo arbalete e imparare ad apprezzarlo in ogni luogo. I fusti presenti in commercio, entro questa lunghezza di tubo, difficilmente inarcano: saremo avvantaggiati nella ricerca personale di nuove soluzioni propulsive ed esperimenti balistici.

    IL CENTOQUINDICI: lo sterminatore. Non è facile reperire istantaneamente l’orientamento, l’abitudine, l’affiatamento sinergico a questo cannone che con l’asta da 160/170 cm rasenta i due metri fuori tutto ma una volta trovati è consigliabile non innamorarsene perdutamente. Tutti i pesci, di qualsiasi grandezza, lunghezza, peso, che capitano nel raggio d’azione di circa quattro metri sono praticamente defunti.  In caduta, al libero, si effettuano dei tiri “impossibili”. L’unica precauzione sta nel ricercare un affusto sincero, forte, inflessibile e sistemarci sopra delle gomme qualitativamente impeccabili: 20 mm o doppia coppia da 16 mm. L’asta da 6.5 mm è impressionante per la rapidità sui dentici, dotti e sui saragoni distanti. La 7 mm è letale per ricciole, lecce, cernioni. Un consiglio spassionato: il tiro restituisce un contraccolpo notevole ed è meglio mantenere il braccio teso e marmoreo. Quando le gomme frusteranno l’acqua azzurra della secca, ascolterete un suono strano, sconvolgente, indimenticabile: è il rumore della potenza pura.

 

                                             Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.