I CAVETTI PORTAPESCI
| Un
ricco catalogo di accessori
è a vostra disposizione per gli acquisti sul sito è disponibile l' elenco di rivenditori diviso per zone |
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Presupponendo
che l’attrezzatura fin qui vagliata abbia funzionato a dovere, donandoci un
mondo di soddisfazioni, giungiamo ad occuparci di una questione che interessa
tutti i pescatori e che è un po l’atto conclusivo delle nostre peripezie
sportive: la sistemazione e il trasporto del pesce catturato. Insieme al
carichino, altro fratellino povero della combriccola, rappresenta uno di quegli
accessori all’apparenza insignificanti, futili, ma che in pratica svolgono
un’attività saliente e di cui non si può quasi fare a meno. La riprova di ciò
è che quando si dimentica il cavetto nel borsone, a terra, si condiziona
probabilmente l’intera giornata di pesca: si è costretti a fare salti mortali
per scovare un qualcosa, un mezzo di fortuna, atto a veicolare adeguatamente il
pescato. Nel caso fossimo assistiti da un valido barcaiolo e dalla relativa
imbarcazione, la questione non risulterebbe una gran disgrazia, sempre che
l’omino o la signora addetti al governo si prestino a remare appiccicati al
sub e che l’azione di pesca e lo stato del mare consentano le manovre di
interscambio. Purtroppo non è la regola di tutti i giorni e la realtà ci
richiama subito al dovere, con la nostra boetta al seguito e i chilometri di
costa vagliati centimetro per centimetro, al ritmo di pinnate infaticabili.
Cagliamo i piedi per terra, o meglio, in acqua, e analizziamo cosa propone il
settore…
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elemento che balza alla mente e che è suffragato abbondantemente dalla
letteratura classica, è una bella rete: un ordito di tessuto minuto, a forma di
sacco, in cui piazzare ordinatamente quattro pescetti prelevati dal sesto
continente.
L’idea non è troppo balzana perché uno dei primi orpelli a cui molti neofiti fanno ricorso è proprio un portapesci a retino. L’oggetto in causa può avere tante dimensioni e quello più caratteristico, distribuito da anni per i cacciatori subacquei di tutta la penisola, è una sorta di gonnellino in trama di nylon. Ha una forma cilindrica, e in cima e in coda non ha chiusure: possiede solamente due cordoni in caucciù. Il “tubo” viene prima infilato per i piedi e assestato in vita, poi si prende il capo terminale e si ribalta anch’esso sull’addome. |
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La sacca di rete così creata diviene un mezzo contenitivo adatto per riporci prede entro i 4/5 chili e reperti marini. Una variante un po più recente come età è costituita dall’applicazione di una fettuccia rigida in luogo degli elastici primitivi e di uno sgancio rapido tipo fast tex.. In realtà entrambi gli arnesi non sono ben visti dagli apneisti più accorti e giudiziosi. Le ragioni del dissenso sono facilmente deducibili: la retina ampia e fine portata in grembo è un’invitante supporto per incagliarsi in ogni dove, sia quando si striscia a breve distanza dal fondo sia quando si girovaga in spacchi e crepe irti di appigli; non risultano prive di rischi neppure le soste all’aspetto o i passaggi rasenti tra i massi.
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Il secondo problema, legato alle dinamiche della
sicurezza è riscontrabile quando si deve sganciare la cintura di zavorra. Per
via della trama tessile che avvolge circolarmente il busto, per la sua estrema
facilità ad aggrapparsi al profilo dei piombi e alla fibbia e per l’ulteriore
sovrapposizione alla fascia di base, lo sgancio diviene un’operazione
laboriosa e non scevra di complicanze. Il consiglio che ci sentiamo di proporvi,
se siete convinti dei sistemi a retino, è di acquistare un portaconchiglie che
non è altro che un sacco a rete dotato di due maniglie rigide, a semi cerchio,
abbastanza corte, e una chiusura a pressione. Non si può portare addosso e
allora si colloca sotto il pallone segna sub mediante uno spezzone di cima e un
moschettoncino inox. E’ pratico per infilarci pesci e molluschi con una certa
rapidità, ad esempio se vi capitasse di lavorare alacremente su una tana
solitaria. Portata la boetta sulla verticale, si pedagna la posizione e si apre
la bocca di plastica del contenitore: saraghi e corvine possono essere ospitati
in quantità senza compiere manovre delicate e sfuggenti. La dilatazione della
rete è ampia e potrebbe essere stipato un pesce di dimensioni discrete:
l’unica questione riguarda l’imboccatura che non supera i 40/50 cm di
diametro massimo. I retini sono l’ideale per contenere eventuali crostacei e
prede scivolose da maneggiare come seppie, polpi, gronghi, ecc oppure per
animali tagliati o quasi dall’impatto con il cinque punte: si cacciano
all’interno della borsa ancora attaccati alla fiocina o all’arpione e si
estraggono compiendo l’operazione comodamente dall’esterno. |
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La famiglia dei portapesci ha il suo esponente più carismatico nel popolarissimo cavetto ad ago. Questi è un tratto di filo che possiede da un lato un cappio e dall’altro un tondino appuntito. L’ago è in acciaio o in tecnopolimero ed è forato al centro per un ancoraggio basculante. La “ T “ che forma lo strumento, una volta abbandonato in acqua a penzoloni, di fatto blocca qualsiasi preda. Il cavetto può essere in monofilo di nylon, in trecciato d’acciaio, in filo d’acciaio, in sagolino. Le giunzioni di capo e coda sono eseguite a saldatura oppure sono caratterizzate da un tubicino o da un morsetto di chiusura deformato a pinza. La lunghezza del portapesci è generalmente limitata ad una cinquantina di centimetri; l’asola terminale si assicura alla cintura di zavorra o al pallone con il solito moschettone a sgancio che permette un disimpegno semplice ed immediato.
| Legare il cavetto ad un piombo o alla cinta
con un supporto tenace e senza possibilità di rimozione veloce, è un rischio
che è meglio evitare. Il portapesci non deve neppure cingere completamente il
giro vita: posizionatelo in modo che lo sgancio della zavorra non ne patisca in
alcun senso. Lo spillone può essere inserito diagonalmente tra la cintura e la
muta, tra gli inserti di un piombo e la cinghia, in una pattina di velcro
artigianalmente creata, in un anello di camera d’aria che abbraccia un piombo,
in modo che se malauguratamente dovesse impigliarsi da qualche parte altrettanto
rapidamente si possa svincolare. Un cavetto ausiliario, ancorato sotto alla boa,
è quasi obbligatorio: si stipano i pinnuti enormi, non si portano chili di
troppo addosso, si scaricano quei pesci che danno fastidio lungo le gambe, come
gronghi e murene, si nuota senza intoppi idrodinamici, ecc. Dopo avere centrato
la preda preoccupiamoci di passarla subito nel portapesci ancora prima di
rimuoverla dalla freccia: preverremo e scongiureremo fughe eventuali.
Conseguentemente la si ucciderà immediatamente con il coltellino, con la punta dell’asta o con l’ogiva acuminata dell’ago: la parte letale è il cervello raggiungibile da tergo, dilatando l’opercolo con un dito e pungendo la porzione superiore tra le due branchie; l’altra variante di grazia è la puntura tra gli occhi, sulla sommità del capo. I pinnuti si accomodano sull’attrezzo tramite lo spillone: o passati per l’orifizio branchiale e poi dalla bocca, o infilzati per le cavità orbitali. Siccome l’intervento non è sempre elementare, qualche ditta ha pensato bene di vendere degli spilloni dotati di sezioni cave o scanalate che fungono da “estrattori”: si appoggia il dardo sull’incavo o si mette l’ogiva all’interno della predisposizione, favorendo lo scorrimento diretto del pesce all’asta e poi al filo. Naturalmente le varianti di posizionamento e “inanellamento” spaziano a secondo dell’inquilino, e delle esigenze del proprietario: per ciascuno c’è la giusta mercé. Le cernie hanno la scheletratura delle branchie che graffia e taglia seriamente: per loro è prevista la cucitura delle labbra o il transito sotto mandibolare. I branzini di peso medio piccolo, i cefali, le salpe hanno una fragilità dei tessuti marcata: si adotta la perforazione trasversale delle cavità orbitali. Per seppie, calamari e polpi viene trafitto longitudinalmente il mantello che espelle l’acqua. |
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Una premessa importante riguarda la
pericolosità di morsi che gli animali possono arrecare durante le manovre: fate
attenzione come li afferrate e come li trasportate. Le murene e i gronghi
andrebbero decapitati o almeno si dovrebbe incidere la muscolatura deputata ad
aprire le fauci: con una lama affilatissima si tagliano i lati della bocca
affinché non riescano a mordere. Il cavetto si passa poi in un punto non
soggetto a lacerazioni bucando il corpo centrale. Gli scorfani e le tracine
hanno aculei velenosi e dopo averli uccisi si infilano con grande cautela.
| La terza
soluzione è prettamente artigianale ma è quella meno costosa e per certi versi
più sicura. Noi lo adoperiamo da quando un conoscente ci ha raccontato
un’esperienza drammatica: a causa di un cavetto d’acciaio con lo spillo
rimase impigliato tra due sassi e per un pelo l’avventura non gli costò la
vita. E’ un povero cavo plastificato, generalmente bianco o verde
scuro, utilizzato per gli stendi biancheria. Ricorda, da lontano, il famoso
anello che si usa nelle competizioni di pesca sub.
Le ferramenta lo vendono in matassine da cinque metri o più. L’unica prerogativa richiesta è che l’anima in acciaio dolce zincato sia da 4 mm di sezione, molto morbida. Infatti non tutti i fili sono uguali e non bisogna acquistare la qualità rigida, altrimenti le peculiarità dell’attrezzo sfumano in parte. Serve un materiale cedevole e allo stesso tempo che mantenga la piega. Un amico ne adopera uno realizzato con uno speciale cavo telefonico: ha l’anima in rame pieno molto flessibile. L’occhiello per l’attacco di base si struttura avvolgendo più spire, strettamente, in maniera da formare un piccolo cappio atto al fissaggio del moschettoncino. Una pinza da elettricista, a becco, consente un lavoro pulito. |
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L’altra estremità non avrà nessun spillone di corredo: il pesce si passa direttamente sul cavo appuntito, ottenuto tagliando a 45° il ferro con una tronchesina da metallo. Il cavetto si ripone in cintura e si ferma con un avvolgimento semplice, sfruttando ad esempio un anello rigido posto su un peso o un’intelaiatura metallica ad uopo: basterà afferrarlo con decisione perché si distorcili in un attimo. Terremo i pesci in cintura senza la paura di smarrirli lungo il percorso. Anche circuendo la vita e attorcigliandone i capi opposti, per un paio di volte, non si evidenzieranno legature indissolubili: sarà sufficiente tirare un tratto per vederlo sciogliere. La durata del manufatto non è eccelsa e a forza di rigirare il metallo su se stesso, prima o poi, si spezza. Non vi lascia comunque a piedi sul più bello e vi da il preavviso: la plastica di rivestimento si crepa. |
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Come per tutti gli altri sistemi portapesci si dovranno
comunque ispezionare accuratamente i punti sollecitati o le giunzioni, e al
primo segno di indebolimento strutturale si dovrà procedere alla sostituzione
integrale del cavetto.
CRITERI
DI SCELTA : coloro che abitualmente partono
dalla spiaggia e non hanno il gommone d’appoggio dovranno scegliere
attentamente il tipo di cavetto da portarsi dietro. Un modellino da tenere in
cintura è il primo passo per fissare la preda ed impedire di portarla a spasso
in lungo ed in largo: se il pallone non è nei pressi può anche verificarsi che
nella concitazione o di fronte a pesci feriti, possiate combinare qualche
pasticcio. Ciò vi permetterà anche di concentrarvi sulla zona di caccia
adocchiata senza disperdere l’azione intrapresa. Naturalmente sulla base
d’appoggio, boa o plancetta, sistemeremo un mezzo robusto a rete o il classico
cavo d’acciaio. L’augurio che corre sottile è che possiate prendere un
pesce così grosso da non sapere affatto come infilarlo nel portapesci e neppure
trascinarlo fino a riva…
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo