LE CAVIGLIERE

Un ricco catalogo di accessori 

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Inverno: tempo di aspetto in acqua bassa, di agguato, di attese e ricerche strategiche meravigliose, di spigoloni, lecce e orate da batticuore. I mesi freddi, però, sono anche sinonimo di brezze glaciali, di aria pungente, di baveri alzati fino al mento, di cappelli di lana calzati sulle orecchie, di sciarponi avvolgenti, e, per conseguenza logica, di vestizioni affrettate, di brividi incoercibili, di mute spesse due dita, di calzari e guanti “sostanziosi”, di zavorrature incredibili. Un tempo, identificabile in soli pochi anni fa, si era soliti aggiungere un semplice sottomuta alla classica 5 millimetri bifoderata e tuffarsi spensieratamente, senza mostrare cedimenti strutturali e soprattutto senza dover eccedere con i pesi in vita o aggiungere altri orpelli piombati. Successivamente, la diffusione di neopreni dalle prerogative straordinarie, la nascita di artigiani dalle forbici e dalle qualità sartoriali sopraffine, l’esperienza trasmessa da pescatori stranieri, lo sviluppo e la progressione di nuove tecniche, dettarono le regole per stagioni invernali vissute con ottica e metodica completamente rinnovata. L’abbraccio tiepido e soffice di un generoso strato neoprenico, altamente elastico, di misure calibrate alla perfezione, di fodere e rivestimenti termici innovativi e dai vantaggi assai apprezzabili, rappresentarono di fatto le migliorie più sentite, cambiarono le vecchie abitudini permettendo principalmente una lunghissima e piacevole permanenza in acqua. Oggi è difficile reperire sul territorio nazionale qualcuno che pratichi la caccia subacquea in inverno con una muta scarsamente “tecnica” e spessa meno di 6 millimetri. 

Un noto commerciante ci ha mostrato la tendenza per la stagione 88/89, confermata da un numero significativo di richieste: un fantastico “giapponese” da 8 millimetri di spessore! Purtroppo ad ogni innovazione tecnologica corrisponde talvolta un lato oscuro, una contropartita, un qualcosa che volentieri si vorrebbe eliminare: noi, amanti della pesca invernale, sappiamo benissimo cosa vuol dire andare per mare con un capo pesante e una vagonata di piombo sulle reni. Non c’è rosa senza spine! E’ a conoscenza di tutti che il neoprene è un tessuto spugnoso che ingloba miliardi di bollicine d’aria; più è spesso, più ne contiene, più fa galleggiare ogni zona del corpo da esso rivestita. Per combattere l’acqua fredda e aumentare il comfort generale è naturale che si cerchi di incrementare la sezione millimetrica del materiale isolante ma poi pochi si rendono conto che non è assolutamente semplice occuparsi dell’opportuna e congrua zavorratura generale: necessaria sia per una motivazione obbligata, relegata a evidenti cause fisiche, sia per l’adempimento corretto dell’azione di caccia. Il primo atto che compie l’apneista in erba, ma spesso anche l’atleta con qualche annetto sul groppone, è quello di aggiungere chili e chili di piombo sulla cintura finché riesce ad annullare approssimativamente la spinta positiva del capo indossato. 

Questa però non è attualmente la strada migliore da percorrere perché si affronta la questione con troppa superficialità. Uno dei tanti inconvenienti che si verificano è presto svelato: una cintura oberata da dieci o dodici chili di piombo si comporta alla stregua di uno strumento di tortura medioevale, di una soma opprimente. La schiena inizialmente non si capaciterà al volo di tale affronto ma trascorsa qualche oretta vi domanderà istintivamente se l’avete scambiata per la parte anatomica che ricopre il noto quadrupede ragliante o se avete la brutta intenzione di schiantarle definitivamente e rovinosamente i lombi. Per capirci, è un po come se il vostro gommista di fiducia vi equilibrasse i pneumatici disponendo a casaccio, sul cerchione, gli specifici piombini di taratura. Non trascuriamo neppure il fatto che esistono degli apneisti con un giro vita così mingherlino e sottile che dopo “l’inanellamento” di una serie di sei o sette pesi sulla cintura sono già al completo e non riescono più a infilarne altri e quindi a bloccare la cinghia aderentemente al corpo. Con il susseguirsi delle immersioni il dolore potrebbe comportare una scelta forzata ma se il titolare possedesse una resistenza corporea eccezionale e stoica, e non rientrasse nella casistica sopra descritta, dovrebbe affrontare altre questioni molto più determinanti ai fini stessi del proseguimento dell’avventura venatoria quali: l’assetto favorevole durante il momento della discesa, i movimenti necessari al compimento della strategia prevista, la ricerca di una sistemazione stabile sul fondo.  

Più volte e da moltissimi autori insigni, si è ribattuto a gran voce che la scelta della piombatura è un operazione importantissima, addirittura fondamentale nell’esecuzione e nello svolgimento di alcune tecniche di pesca. Essa, infatti, assume un ruolo attivo, complice e compagno, soprattutto nella pesca all’aspetto e all’agguato in acque basse. La positività della muta dovrebbe teoricamente essere “domata” dalla punta dei calzari fino all’estremità del cappuccio per non ostacolare in nessuna maniera l’apneista e connaturarlo il più possibile al sensibilissimo mondo sottomarino. Immaginate come si potrebbe cacciare con un rivestimento coibentante completamente neutro e insensibile alle variazioni di profondità, di corrente, di direzionalità: sarebbe veramente l’invenzione del terzo millennio, un capo dalle potenzialità micidiali! Con un unico peso sistemato a metà corpo questa finalità non solo è considerata nebulosamente dai suoi potenziali fautori ma non è neppure lontanamente perseguibile: vi immaginate quante bollicine di gas premono per raggiungere la superficie del mare in tutti gli altri distretti (la testa, le spalle, il tronco, le gambe) stoltamente trascurati dal soggetto? Analizzando per benino il nuoto, la capovolta, la stabilità, la coordinazione dei movimenti, il bilanciamento motorio, ci rendiamo conto della fatica ad avanzare, a muoversi correttamente, infagottati in un abito che tende a sbilanciarci continuamente e che non risponde pienamente ai nostri input direzionali? 

Prendiamo in esame il comportamento degli arti inferiori: essi evidenziano maggiormente il bisogno di essere giustamente equilibrati in quanto sono il segmento che forse si riesce meno a “sottomettere”. In due o tre metri d’acqua, con i pantaloni da 7 millimetri, i calzari da 5 o più millimetri, le pinne lunghe circa un metro, dovremo cercare di condurre autonomamente il gioco e non lasciarci condizionare dal moto ondoso, dalla corrente, dalla spinta galleggiante neoprenica che spesso agiscono in senso contrario. Le due pale che sventolano liberamente secondo il flusso marino o che sbandierano di qua e di là senza un minimo controllo sono la regola per non far avvicinare a distanza di tiro neppure una castagnola. Originano una fonte di vibrazioni scarsamente riconducibili ad un ambiente marino abituale e conseguentemente reputato dai suoi abitanti: - provvisoriamente esente da rischi -. Per uno sportivo, inoltre, è davvero disarmante e frustante il fatto di veder sfumare una cattura, o rendersi conto di non poter cacciare come previsto, solamente perché una zona del corpo non reagisce al disegno strategico stabilito a priori. Nel tentativo di tenere basso il profilo delle gambe si deve procedere con rapidità e silenzio poiché la preda percepisce a grande distanza i rumori provocati da movenze maldestre e scarsa delicatezza, e li identifica come segnali di pericolo, di anomalia improvvisa. Il branzino, ad esempio, è un predatore scaltro, attento, e capita frequentemente che avverta quasi simultaneamente il momento della nostra immersione, senta quando “atterriamo” tacitamente e perfettamente tra i blocchi:

- spostiamo impercettibilmente gli occhi… e lui è incredibilmente già lì davanti, con il muso guardingo e la dorsale ritta -. Fossimo planati tra le pietre con fare approssimativo, urtando rovinosamente parte dell’attrezzatura (all’apparenza poi neppure tanto), probabilmente ci saremmo guardati intorno senza osservare granché, ignorando che il manicaretto prelibato sarà già sospeso nel torbido a chissà quale distanza.  

Non sappiamo chi è stato il prode che per primo ha applicato alle caviglie dei piccoli pesi ma senza dubbio egli si sarà trovato in netto vantaggio rispetto agli amici pescatori del tempo. In un attimo s’integrava a meraviglia con i fondali, armonizzava la discesa e riusciva a penetrare nel mondo dei pesci con assoluta discrezione e micidialità. Le cavigliere rappresentano una parte preponderante di quello zavorramento frazionato che fornisce un modo nuovo di vivere la predazione sportiva. Nell’ultimo decennio c’è stata una presa di coscienza collettiva, affinata dal fatto che i pinnuti sono divenuti astutissimi, e relativa a tutti gli stratagemmi possibili ed immaginabili che possono concorrere a rendere le probabilità di cattura più elevate. Applicando una zavorra ad ogni singola gamba si riesce a ridurre la spinta positiva indotta sia dei calzari sia dei pantaloni. La silhouette umana apparirà lineare nel suo nascondiglio, priva di elementi fuorvianti che all’improvviso possono sconvolgere i piani della posta.

 All’agguato ci sentiremo a nostro agio nelle movenze e negli spostamenti tra le rocce, sicuri che l’avanzamento ponderato e la progressione quasi inerziale non allarmeranno preventivamente la popolazione ittica. La scelta del modello, della fattura, del peso di due cavigliere non deve lasciare il passo alla pubblicità, alle notizie provenienti dall’amico, alle motivazioni di parte espresse con grande insistenza dal negoziante smaliziato. Le componenti devono essere acquistate o auto prodotte secondo un preciso progetto personale e consono all’ambiente di pesca, alle potenzialità soggettive, alla tipologia di caccia intrapresa, alla profondità, allo stato marino; non agite senza un minimo di strategia metodica. Costa poco recarsi in riva al mare, agganciare sotto il pallone o apporre sopra alla plancetta, una serie di piombi, di pesini tests, di cavigliere di diversa foggia. Faremo delle prove e adotteremo la zavorratura che meglio si adatterà al nostro modo di pescare tenendo come riferimento tutti gli altri fattori. Ci sarà colui che amerà distribuire un chilo per caviglia, chi preferirà i 750 grammi, chi i 500, i 350, i 200, ecc. Chi prediligerà fermare i piombini con una fettuccina di velcro, chi li porrà in un sacchetto di tessuto imputrescibile, chi li fisserà con un cinghiolo di gomma, di silicone, chi li bloccherà semplicemente sotto il bordino dei pantaloni. Gli amanti del fai da te si potranno sbizzarrire nel confezionamento di manufatti unici, spartani o al contrario, riccamente lavorati (vedi box).

 

Elaborazioni artigianali.

Materiali occorrenti: cemento a presa rapida o materiali simili, della pellicola d’alluminio, rettangoli di lamiera di piombo o spezzoni di tubo, un seghetto da ferro, una cesoia per lamiera, un martello, cinghioli di ricambio per foderi di coltello, un pezzo di camera d’aria di camion, una forbice, una camera d’aria di bicicletta, un ritaglio di neoprene da 1.5 mm o 2 mm, un chilo di pallini di piombo, del mastice neoprenico mono o bicomponente, dell’Acquaseal.

Probabilmente la maggioranza dei pescatori subacquei che usano le cavigliere non le ha comperate ma le ha auto costruite. In commercio non c’è una scelta enorme, e allora molti intraprendenti si prodigano autonomamente. Ultimamente sembra che le acque si siano leggermente mosse e ringraziando qualche illuminata ditta distributrice si può incominciare a scegliere qualcosa di assai interessante anche a livello industriale. Il metodo più immediato consiste nel tagliare con le cesoie o con il seghetto un rettangolo di piombo o una sezione di tubo acquistato da un idraulico o da un demolitore. Facendo una prova o due, con una bilancia, riusciremo a sapere il peso dei pezzi prelevati, in rapporto alle dimensioni. Una volta determinata la geometria del piombo si adagia centralmente il cinturino e si ribatte sopra il foglio di metallo aiutandosi con il martello: il lembi si sovrappongono indissolubilmente. Una variante che prevede un’applicazione efficace è la lavorazione di un sottile frammento di lamiera o di tubo, seguendo le stesse manovre precedenti, senza però apporci centralmente nessun cinturino: il rettangolo si piega facilmente come un braccialetto e si fissa attorno alla caviglia, sopra il gambale dei calzari, sotto al bordo dei pantaloni. Non si usano grammature elevate e il profilo idrodinamico è assoluto. La tecnica della fusione del piombo e della successiva colatura in piccoli stampi è un’altra possibile soluzione, certamente più complessa e difficile delle precedenti. Il cemento a presa rapida o altro materiale, vanno modellati in modo da creare piccoli stampi a forma di mattoncini, con un passaggio longitudinale, oppure delle formelle bislunghe con due semplici passaggi forati alle estremità. Il piombo fuso andrà versato con cautela. Una possibilità alternativa consiste nel modellare i piccoli pesi in verticale in maniera da ottenere facilmente il foro. L’alluminio in fogli aiuterà a rimuovere i lingotti senza far leva con attrezzi vari. Viste le ridotte dimensioni si possono anche fare stampi a perdere mediante della creta o del gesso, in modo da sbizzarrirsi in forme “anatomiche”, curve, semi curve, dai profili smussati, angolati, eccetera. Le cavigliere morbide possiedono un cinturino regolabile: non a tutti i pescatori può andare bene la circonferenza di chiusura e allora si taglierà la fettuccina originale e si sostituirà con una striscia di camera d’aria automobilistica, terminante con la medesima fibbia o con una pattina di velcro, incollata o vulcanizzata con gli appositi mastici bicomponenti. Continuando con il bricolage della gomma fabbricheremo una cavigliera morbida, impiegando un breve pezzo di camera d’aria di bicicletta da corsa. Si taglia un moncone, si riempie di pallini di piombo, si sigilla con un collante o si fa vulcanizzare splendidamente da un gommista, s’incollano due chiusure a sgancio rapido e si collauda il tutto al mare. Il medesimo procedimento si effettua con il ritaglio del neoprene: il vantaggio è quello di poter suddividere, con ago e filo, tante cellette da riempire con i pallini di piombo. L’Acquaseal è l’adesivo che salderà le paratie e le fettucce con i meccanismi di sgancio/aggancio.

 

Il mercato nazionale non possiede una valanga di offerte e bisognerà spulciare attentamente tra gli articoli presentati delle varie aziende del settore. Tradizionalmente si possono reperire delle cavigliere formate da un cinghietto elastico, simile o del tutto uguale a quelli adoperati per i foderi dei coltelli subacquei, chiuso con fibbia di tipo fast – tex o tradizionale, e corredato da una micro zavorra. Qualcuna possiede dei piombi rettangolari con la luce di passaggio centrale, altre sono rappresentate da fagottini di neoprene, morbidi e leggermente elastici, ripieni di pallini di piombo. Consideriamo a priori che una gamba eccessivamente appesantita potrà, nei lunghi trasferimenti a nuoto, richiedere maggiore energia ai grandi gruppi muscolari dell’arto; una cavigliera grossolana, sporgente e poco idrodinamica potrà essere un’appendice pericolosa, e talvolta rumorosa, per l’atleta, visti i numerosi rottami, originati dall’incuria umana, siti lungo i bistrattati litorali mediterranei; con i tuffi a batimetriche impegnative solitamente è preferibile non calzarle, visto che cambiano le condizioni oggettive sia delle pressioni e dei conseguenti schiacciamenti neoprenici sia delle metodiche di caccia impiegate. La produzione d’oltralpe, la precorritrice effettiva di ricerca e sistemi di piombatura alternativi, da qualche anno offre in catalogo un piombo che si applica, mediante una slitta, al di sotto della pala delle pinne. Un amico ci pesca da parecchie stagioni e ci ha riferito che non sono niente male poiché il peso resta spostato abbastanza indietro rispetto alle posizioni classiche, e inoltre si possono rapidamente sfilare e collocare a riposo sotto alla boa. Per contro non sono il massimo per le leggi dell’idrodinamica e il piombo è unicamente fornito con grammatura fissa.

 

La vestizione.

Dipende direttamente dal modello. Le cavigliere devono essere indossate all’asciutto o comunque, fondamentalmente, in luoghi dove non si possa rischiare di perderle. Bandire quindi tubolari di gommone o allacciamenti volanti appollaiati sulla boetta in mezzo a un torbido che più torbido non si può. Dopo aver controllato attentamente che la struttura di ancoraggio sia integra, è necessario adeguare le lunghezze dei cinghiaggi o la regolazione delle fibbie in stretta relazione alla circonferenza della caviglia. Una cavigliera lassa darà fastidio perché ruoterà di continuo e costituirà una potenziale sede d’aggancio (spuntoni metallici, lamiere, eccetera) e di rumore (urti contro le pietre, sassi). Un cinghietto eccessivamente stretto bloccherà la circolazione ematica con possibili crampi e un’accresciuta sensazione di freddo. Le cavigliere montate su cinghioli comportano una chiusura sicura se avremo l’accortezza (nel caso di fibbiette a “batacchio”) di inserire nell’apposito anellino passante di gomma il pendente. In tutti gli altri casi in cui sono presenti i fast tex, bisogna stare attenti che il maschio sia ancorato perfettamente altrimenti la perdita dell’accessorio è garantita.

 

Le cavigliere, comunque, non devono essere viste come la panacea di tutti i mali, il rimedio miracoloso che guarisce ogni sorta di disguido, di carenza tecnica di base, di mancanza d’acquaticità. L’apneista che crede sia sufficiente una piombatura disumana delle caviglie per rimanere incastonato nella buca a perfezione, o che pensa di librarsi a mezz’acqua oppure di vagabondare tra gli scogli come un leggiadro calamaro, probabilmente deve rivedere attentamente i capisaldi dell’attività intrapresa. Le cavigliere restano un mezzo importante per raggiungere l’obiettivo, ma non sono l’unico e il solo mezzo per eccellenza: tutto va visto nell’insieme, nel capitolo globale della zavorratura. Occorre anche saper sfruttare all’aspetto gomiti, ginocchia, gambe e bacino, per immobilizzarsi come statue; occorre sapersi muovere felinamente tra speroni, guglie, paretine, per carpire all’agguato l’attimo fuggente; bisogna saper creare quell’atmosfera palpabile e sottile che faccia credere al pescione, nei vortici bianchicci e vaporosi di schiuma e tra il fragore dolce e amaro delle onde, che l’essere in caccia non sia l’ultima immagine percepita nella sua prorompente esistenza.

                                                  Testi e foto di:   Emanuele Zara & Lucia Notarangelo