Tutto sul coltello
Parlando di coltelli per uso subacqueo non possiamo fare a meno di rappresentarli idealmente in una gamma d’effetti spettacolari, maturati nel corso dei tempi. La fantasia corre sicuramente verso i molti fumetti letti nell’ignara fanciullezza o nei film propinati qualche anno più tardi, dagli amici grandicelli della compagnia. Nelle sale cinematografiche di turno si potevano sorbire miscele di efferatezze, che all’epoca intrigavano assai, ma che se sono appaiate a certi spettacoli odierni, fanno di certo una gran tenerezza. C’era il James Bond di turno che affrontava i cattivi della fazione opposta con una lama di lunghezza e peso ciclopici, menando fendenti a destra e a manca sui poveri malcapitati, con una leggiadria di movimenti incredibili, o il guardacoste depresso, che si difendeva dall’attacco dell’immortale pescecane in plastica, protagonista di inesauribili scorribande, con il solo coltello subacqueo scintillante di luce propria, modello “Rambo I°”. E così, tra sogni e incubi, si percorrono le tappe dell’adolescenza, fintantoché la dura realtà ha, come succede comunemente, il doloroso sopravvento. Davanti alla vetrina di articoli subacquei, farcita con ogni ben di Dio, è impossibile resistere al conturbante fascino dei tre chili d’affilatissimo acciaio inossidabile. Il costo elevato dell’ammennicolo potrebbe costituire un valido deterrente ma la volontà ferrea dell’acquirente sormonta anche codesto ostacolo. Finalmente l’arma è a casa, si appoggia sul tavolo e si estrae dall’erculea custodia: i fratelli, accorsi in massa e disposti a cerchio, battono entusiasti le mani; la nonna, afflitta da un lieve calo visivo dovuto all’età, per il quale deve stare a dieci centimetri dal luogo dell’evento, vacilla, ondeggia, e si appoggia alla sedia, terrorizzatissima; il papà, spettatore ignaro, dopo un breve silenzio esclama: - ma dove vai a pescare, oggi, nel golfo del Messico? -
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Arrabbiato
e ferito nell’orgoglio dal tono canzonatorio del genitore, il neo sub si
rifugia nella sua camera con il trofeo e fuoriesce dal locale solo quando gli
effluvi alimentari, provenienti dalla cucina, hanno interessato i recettori
olfattivi, mettendo in moto quel delicato ciclo biologico al quale un giovanotto
in forze non può quasi opporre resistenza. Trascorrono i giorni e l’occasione
di recarsi al mare diviene un pretesto imperdibile. Il primo elemento inserito
nel borsone, guardacaso, è l’agognato coltello. Al momento della vestizione
sorge il piccolo problema di dove piazzare il “machete”. Niente paura!
L’esile polpaccio viene inglobato dal piattello di plastica largo dieci
centimetri e assicurato con i cinghiaggi “da paura”. La gamba, insensibile e
formicolante dall’eccessiva tensione dei laccioli, si avventura sulla battigia
in compagnia della sorellina che però, al confronto, è leggera e soave come
quella di una ballerina classica. Il solco, derivante dall’arto strascicante
sulla sabbia, è l’ideale per un gruppetto di bimbi che, ringraziando
festosamente per l’operato, danno inizio ad un’appassionante corsa di
biglie. Il prode entra in acqua e, percorsi pochi metri, controlla la cintura di
zavorra pensando di aver aggiunto troppi piombi: - eppure sono solo cinque
chili...- esclama tra se e se. Annegato
in mille divagazioni, trascina la boa, ma questa sembra ancorata a fondo; dopo
qualche tentativo non riesce più a filare la cima. Prende rabbiosamente la
sagola in mano e inizia a salparla con violenza. Giunto al termine
dell’operazione si sente tirare per una pinna: caccia la testa sott’acqua
credendo di vedere una fila di denti triangolari bianchissimi ma, con malcelata
delusione, coglie al volo solamente un mega ingarbuglio tra la corda e il fodero
del coltellaccio. Terminata la fatica per recuperare ordinatamente il tutto,
avverte che è ora di ritornare a riva; le forze lo stanno lentamente
abbandonando... Probabilmente c’è qualcosa nell’equipaggiamento che non è
proprio l’ideale... Cari
amici, per la scelta di un coltello subacqueo mi auguro che nessuno passi da
un’esperienza simile. L’attrezzo in questione è uno strumento molto
importante per l’apneista ma non inteso come mezzo d’offesa verso qualche
povero squaloide, o di strenua difesa nei confronti di tentacoli giganti,
presenti, peraltro, esclusivamente nei racconti di fiabe marinaresche.
Nonostante la base culturale degli uomini sia in costante evoluzione esiste
ancora radicato, in parte dell’opinione pubblica, il concetto
“dell’esagerato”. Vedremo di smitizzarlo. Il coltello contribuisce
principalmente a risolvere delle situazioni di pericolo, in cui malauguratamente
potremmo incappare, e in secondo luogo, per uccidere rapidamente la preda ferita
dal nostro arpione. |
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Le
fonti di rischio “estrinseche” per il cacciatore subacqueo non sono presenti
in numero eclatante. Nei nostri mari, per fortuna, abitano specie animali tutto
sommato mansuete e anche se venissimo a contatto con un bianco di cinque metri o
con le temibili ventose di un calamaro gigante, ipotesi di una rarità
esagerata, quale tecnica di difesa si potrebbe attuare brandendo un coltello?
Tralasciando le fiction televisive entriamo nei dettagli concreti e occupiamoci
dei pericoli indotti nell’ambiente dall’uomo stesso che sono di gran lunga i
più temibili. Il fondale del mediterraneo è, purtroppo, un ricettacolo di ogni
sorta di scarti sia in forma liquida, subdola e misteriosa, sia di consistenza
solida, sotto forma di una serie infinita di “monnezze”. Ce n’è per tutti
i gusti: si va dal relitto del gozzo alla petroliera arenata, dalla batteria
dell’autoveicolo alla lavatrice industriale, dal phon alla bottiglia di
plastica. La lista, che conoscete tutti, da ogni angolo della penisola, da
Ventimiglia a S. Maria di Leuca, potrebbe continuare all’infinito. In questa
vergognosa macedonia, ci sono dei rifiuti specifici che s’inseriscono
prepotentemente nel nostro sport e che in alcuni casi sono stati responsabili di
terribili incidenti: i resti delle reti da pesca e i monconi dei palamiti
abbandonati per incagliamento sul fondo. Qualcuno suggerisce di fare attenzione
quando si nuota rasenti al fondo, e noi lo ringraziamo caldamente per il
prezioso consiglio, ma a volte la precauzione non è sufficiente. Da un po di
tempo si utilizzano in Italia delle reti prodotte in oriente, denominate in
gergo popolare “barracuda”, caratterizzate da una costruzione assolutamente
micidiale: la tramatura è ordita con trasparentissimo filo di nylon. Il guaio
maggiore è che sono maledettamente invisibili e per questo motivo anche
straordinariamente pericolose. Certamente nessun pescatore subacqueo, mi auguro,
è così curioso da cacciare il naso tra le maglie di una rete perché
basterebbe una distrazione, un colpo di pinna, una movenza azzardata... e ci si
finisce inesorabilmente dentro, come delle triglie: più uno si agitata e
maggiore diviene il garbuglio. Una lama tagliente come un rasoio sarebbe una
soluzione provvidenziale sempre sia velocemente afferrabile, sia il tempo
d’azione lo permetta. L’altra minaccia è costituita dai chilometri di lenze
e ami abbandonati tra gli scogli. Quando si salpano i palamiti, e cioè quelle
lunghissime sagole caratterizzate dalla successione ciclica di braccioli, con
l’amo terminale, si può verificare che una parte di questo s’incagli tra le
pietre e risulti impossibile disimpegnarlo: in tanti casi si deve tagliare lo
spezzone e si lascia affondare la restante parte. Vi racconto un breve episodio
che commenta da solo i rischi connessi a questa seconda variante e lascio a voi
tirare le conclusioni.
Qualche
anno fa un amico, reduce dalla vacanza estiva, ha raccontato una scena che mi ha
fatto accapponare la pelle. Un
apneista sommozzava a ridosso di una parete quasi verticale e le profondità
d’azione si aggiravano sui trenta metri. I tuffi erano tranquilli e il
compagno controllava costantemente la situazione con occhio accorto e vigile.
L’azione si protraeva da alcune ore quando, inaspettatamente, successe
il fattaccio. In una risalita dal baratro, dove anche la più piccola
sciocchezza si può tramutare in un problema di un’enormità inaudita, la
gamba del poveretto, nell’atto dello stacco dal fondo, sfiora una falda
rocciosa. L’atleta continua
nell’ascesa imperiosa quando un dolore acutissimo e lancinante lo assale:
proviene dal retro della gamba, ma non è un crampo. I secondi sfilano
inesorabili e il cacciatore, inspiegabilmente, non rimonta. L’amico si
catapulta verso l’abisso ma, mentre discende rapidamente, osserva il compagno
che sgancia la zavorra e cerca di raggiungerlo. Entrambi, non sanno come,
giungono in superficie: uno è stravolto dallo spavento, l’altro è in preda
ad uno stato di semi incoscienza ma prontamente torna in se, dopo aver respirato
affannosamente a pieni polmoni. Il calzare è squarciato, e un sottile rigolo di
sangue si diffonde nell’acqua blu cobalto. Il viso del sub è una smorfia
tetra di dolore e presto se ne intuisce il motivo: il tendine d’Achille è
lacerato orribilmente da un amo di palamito, collegato ancora ad un tratto di
filo di nylon.
L’affilatura
di una lama, è una delle chiavi di volta per risolvere quasi tutte le avventure
critiche. La sicurezza non è però direttamente proporzionale al fattore
lunghezza, per questo non è il caso di dotarsi di una scimitarra per ampliare
il discorso. Un attrezzo di corte o medie dimensioni, garantisce un corretto
impiego subacqueo in termini di praticità e funzionalità: quando la parte di
acciaio è intorno ai dieci centimetri, andiamo sul sicuro. Il problema della
forma e del disegno non riveste un’importanza fondamentale. Tutto va
analizzato considerando la logicità delle azioni: un lato seghettato è utile
per recidere una cima, senza che la sagola scivoli via, o al limite per squamare
i pinnuti, mentre un lato liscio serve per tagliare qualunque altra corda, o
all’occorrenza per pulire il pesce. Qualche coltello ha una sede rientrante
della lama, denominata tagliasagole, ma se non è veramente un rasoio serve a
poco. L’importante è non mettersi
a fare cozze, patelle, ricci o dedicarsi a smontare qualche fucile, o a piantare
chiodi, perché in brevissimo tempo il nostro utensile perderebbe la punta, il
filo del tagliente, e in caso effettivo di bisogno lamenterebbe gravi disagi. Il
coltello dell’apneista deve essere sempre in condizioni perfette. Per
l’affilatura è bene affidarsi ad un bravo arrotino che con la sua esperienza
saprà intervenire sulle lame “pigre”, donando al nostro coltello un
tagliente micidiale.
Vicino
a casa mia c’è un certo sig. Carlo, titolare di una graziosa coltelleria: è
un vero “mostro” nel proprio lavoro. Nelle mani dell’abilissimo artigiano
un coltello rinasce in tutte le sue dimensioni. Con il suo apporto tecnico, la
padronanza nell’arte della coltelleria e qualche mia malsana idea, abbiamo
modificato ed elaborato numerosi prototipi.
Il piatto forte rimane l’opera d’arrotatura; quando posso, resto a
guardare l’operato per lungo tempo, ma nonostante non perda occasione di
carpire segreti, non riuscirei mai a trattare con tale maestria il metallo.
Quando la classe è una... Le diverse mole girano con moto lento, sorvegliate
dai motori che borbottano e dalle cinghie che stridono, bagnate incessantemente
dal rigolo d’acqua che raffredda dolcemente l’acciaio. Mentre l’affilatura
prende corpo definitivo, il manufatto luccica; quando il coltello termina i vari
passaggi, ultimo quello della lucidatura, la lama è speculare, dotata di un
filo meravigliosamente tagliente...
A
prescindere dalla foggia, dal peso, dalle dimensioni e dai contorni della lama,
il problema maggiore sorge effettivamente quando l’acciaio di fabbricazione
non è all’altezza del compito assegnatogli. Purtroppo la tendenza di molti è
comunemente quella di cercare il prodotto bello esteticamente, e ciò può
rivelarsi un’arma a doppio taglio. L’acciaio è una lega tra il ferro e il
carbonio, in percentuali variabili. Sin dall’apparizione del ferro in Europa
(intorno al 700 a.c.), fino ai giorni nostri, passando per la rivoluzione
industriale, (metà dell’ottocento), l’arte di forgiare lame ha subito
innumerevoli variazioni. Agli inizi del novecento le acciaierie tedesche del
sig. Krupp, dopo varie prove, brevettarono finalmente l’acciaio inox: la
percentuale aggiuntiva di cromo nella struttura metallica (18%) garantiva
un’ottima resistenza alla corrosione. Purtroppo ciò non vuol significare
sempre che un materiale straordinario sotto un punto di vista lo sia anche per
tutte le altre caratteristiche meccanico - fisiche. La lama di un coltello
subacqueo ha si il pregio di patire in modo insignificante l’azione
dell’acqua di mare, ma spesso l’apprezzata qualità va a scapito della
durezza del tagliente, che è l’essenza intima dell’attrezzo. I coltelli
migliori, infatti, sono realizzati con acciai fortemente carburati ma non sempre
perfettamente inossidabili. Esistono in commercio delle lame straordinarie che
non confermano la regola, fabbricate con acciai speciali, tipo D2, 440 C, ma il
loro prezzo è piuttosto elevato e sono riservate a prodotti di una certa
classe. Chi volesse costruirsi un attrezzo senza compromessi potrebbe recarsi in
una fornita coltelleria, acquistare un pezzo eccellente, scomporlo nelle varie
parti (lama, elsa, guanciole o manico) e assemblarlo nuovamente, con le
soluzioni più idonee all’uso subacqueo, magari facendo realizzare da un
fresatore, ex novo, un’impugnatura ed un fodero particolare.
Un coltello che si differenzia da tutti gli altri è un modello
distribuito dalla O.ME.R: la lama bianca è costituta da un sottile strato di
ceramica, materiale durissimo che non perde mai il filo. Peccato che sia
indirizzato verso chi s’immerge con l’ARA e quindi non abbia l’estremità
acuminata per finire i pesci feriti.
Il
secondo compito dello stiletto subacqueo è quello di porre fine all’agonia
dell’animale raggiunto dalla nostra fiocina o dall’arpione. La punta della
lama è naturalmente la caratteristica cui ci dedicheremo con priorità. Non si
tratta di essere soci di qualche ente protettivo o essere iscritti alla lega
protezione branzini, ma il far soffrire per lungo tempo un pesce ferito lo trovo
un po gratuito e crudele. Raramente i campioni appendono i pinnuti ancora vivi
al portapesci; esiste inoltre, per gli irriducibili, la remota possibilità di
fuga del pesce che sembrava morto... Seguendo l’esempio corretto dei grandi
vediamo come procedere. Afferrato il pesce lateralmente, per la testa, possiamo
perforare la calotta cranica con una precisa stilettata qualche centimetro
dietro gli occhi: se si raggiunge il cervello la morte sarà istantanea e verrà
confermata da un ultimo, marcato, fremito di irrigidimento. Non si deve
esercitare una forza esagerata perché, a parte il caso specifico dei grandi
cernioni, le ossa frontali dei pesci non sono troppo dure, e si penetrano con
facilità. Fate molta attenzione nello svolgimento di quest’operazione: è
facile che la punta scarti di lato, se la preda è molto mobile o se la lama non
è tenuta perpendicolare all’osso, e ciò costituisce un pericolo da non
sottovalutare. L’estremità dell’arma deve
appunto presentare un disegno a stiletto, in altre parole molto acuminata e
rastremata: la sezione esigua, ma non fragile, intorno ai quattro millimetri,
consentirà una penetrazione esemplare. La lama, lateralmente alla punta, è
bene sia liscia, non seghettata, almeno per qualche centimetro, così da
consentire uno scorrimento ideale nel foro d’ingresso. Nel caso si debba
infliggere il colpo di grazia ad un grosso serranide, o ad una colossale
ricciola, occorrono coltelli lievemente differenti: in pratica pugnaletti veri e
propri. I taglienti saranno lunghi non meno di dieci, dodici centimetri, per
riuscire a centrare il cervello anche da posizioni non proprio canoniche, e con
entrambi i lati regolari, senza zigrinature; la sommità del manico, arrotondata
e priva di angoli vivi, consentirà di compiere l’iniziale pressione con il
palmo della mano, senza rovinarsi. Un coltello così strutturato è micidiale
come letalità d’offesa ma se affilato a dovere, recide di netto anche
qualsiasi sagolino o nylon che affronti in situazione d’emergenza. Una
metodica raffinata, impiegata ormai da tantissimi apneisti, è quella di
uccidere il pesce raggiungendo il cranio da tergo. Alcuni impiegano direttamente
l’asta o lo spillone del cavetto portapesci ma il coltello svolge egregiamente
la funzione. La mano sinistra (per i destri) infila il pollice all’interno
della fessura branchiale e scosta l’opercolo verso l’esterno; con la punta
dello stiletto si cerca di pungere la parte del cervello che è situata quasi
all’attaccatura delle branchie, al termine della spina dorsale, in posizione
centrale. La manovra è semplice: basta farci un po l’abitudine.
Nel panorama dei coltelli proposti dalle ditte del settore subacqueo,
esistono armi completamente smontabili e altre che hanno “l’anima” della
lama inglobata saldamente in una struttura gommosa o termoplastica. I modelli
scomponibili presentano l’impugnatura forata e una mazzetta d’ottone cromato
o in acciaio inox, che mediante un passo filettato si avvita al termine del
metallo. I vantaggi di tale soluzione sono la robustezza dell’insieme, e la
facilità di manutenzione.
L’impugnatura
è la parte con cui brandiamo il coltello; è di gomma dura, di plastica e in
alcuni casi mostra in bell’evidenza le sedi anatomiche per le dita. Sempre più
diffusa è l’elsa realizzata nella stessa stampata del manico così da ridurre
i processi di lavorazione; offre una valida protezione e permette di raccordarsi
magnificamente con i ricercati congegni di blocco del fodero. Ci sono ancora
degli articoli che possiedono la classica elsa in acciaio, robustissima, ma
l’unica soluzione in tecnopolimero offre ottime performance e non fa
rimpiangere il particolare di medioevale memoria. Ricordiamoci che quando
acquistiamo un coltello è opportuno controllare la maneggevolezza,
l’ergonomia, la stabilità all’interno della mano serrata tenendo presente
che indosseremo un paio di guanti più o meno spessi secondo la stagione di
pesca. L’impugnatura che termina con il pomello metallico si rivela
adattissima per affondare con decisione la lama sul duro osso cranico di qualche
bestione, senza subire abrasioni nel palmo della mano. Un occhio di riguardo
alle dimensioni del componente: più sarà idrodinamico e dall’architettura
lineare meno resistenze passive e appigli indesiderati incontreremo sulla nostra
strada. Il colore del manico ha una
sua importanza: chi ama tenere il coltello sul braccio e pratica l’aspetto,
cercherà tinte tenui, mimetiche; per chi, invece, pesca molto in tana diventerà
interessante e razionale cercare colorazioni vivaci, fluorescenti, per contare
su una facile reperibilità in caso di smarrimento, o per sfruttarlo come
pedagno in un’occasionale segnalazione. L’impugnatura, o meglio la sua
conformazione strutturale, interagisce in numerosi casi con il sistema di
ritenzione del fodero. La custodia
del coltello subacqueo da apnea è un’altra chiave di volta nell’interezza
delle problematiche sulla sicurezza. Il coltello deve essere sfilato rapidamente
quando la situazione lo richiede, e altrettanto intuitivamente va riposto;
inoltre deve rimanere all’interno dell’involucro senza che si sganci per un
nonnulla. I foderi, quasi tutti in polimero o in plastica caricata, sono
caratterizzati da una resistenza al taglio notevole: ciò impedisce che la lama
possa perforare accidentalmente le pareti e che il coltello non si “impunti”
da qualche parte quando si rinfodera. Esiste anche una custodia in morbida
cordura, presa in prestito dalla tradizione militare, che ospita arnesi di
ridotte dimensioni: è leggerissima e discretamente robusta. Il mezzo con cui
vincola l’arma è una pattina di velcro e ciò non la rende troppo sicura e
funzionale.
Un
paio d’anni fa avevo un fodero, a cui ero legato affettivamente, che dopo un
sofferto periodo d’uso mi ha fatto perdere le grazie: il materiale plastico
era troppo morbido e, complice il filo temibile della lama e l’acuminatissimo
puntale, ogni volta che cercavo di riporlo questi non faceva scivolare
l’attrezzo all’interno o ci finiva malamente. Dopo aver smarrito un paio di
coltelli l’ho deposto in soffitta, definitivamente.
Le
custodie rigide hanno degli spigoli, degli angoli che in certe situazioni
costituiscono un potenziale ”aggancio” per la cima del pallone o per qualche
sagolino errante. Armati di carta vetro e limette varie entreremo in azione,
spianando idrodinamicamente ogni surplus. Il metodo più tradizionale per
bloccare il manico alla custodia è stato per decenni l’anellino di gomma:
veniva cinta l’ultima parte dell’impugnatura e finché l’usura non lo
annientava, tutto sommato funzionava benino. Poi la tecnologia e l’ingegno dei
progettisti hanno escogitato un turbillon di diavolerie che hanno semplificano
l’operato ai sub. Ci sono: la fibbia basculante, il pulsante a sgancio rapido,
il gancio di trattenuta, la slitta rotante, il bottone bionico, ecc, ecc. Tutti
garantiscono una liberazione veloce dell’attrezzo e quindi una buona
manovrabilità, ma se quando si ricaccia dentro non si sente il “click”
fatale che testimonia l’avvenuto bloccaggio...pensiamo tranquillamente a che
cosa comprare la prossima volta. La
custodia presenta diversi sistemi per essere vincolata all’uomo immerso. Nel
corpo dell’astuccio sono ricavate delle apposite sedi in cui s’inseriscono i
mezzi di fissaggio. I più istintivi sono i passanti presenti sul retro: sono in
numero di due e generalmente il coltello di piccola fattura ne possiede uno alto
come la cintura di zavorra (circa 50 mm), e l’altro ricavato su una superficie
laterale o sul fondo dell’astuccio. Le ditte forniscono nella scatola di
vendita due cinghiaggi di gomma, di un paio di centimetri d’altezza, per i
coltelli di medie dimensioni e per le lame mignon, una banda di velcro.
DOVE
SISTEMARLO?
Con
questo breve box tocchiamo l’ultimo punto che concorre a rendere maggiormente
sicura la nostra pescata. Abbiamo visto l’importanza che assume la lama
affilatissima nelle occasioni ingannevoli, la bontà di un discreto mezzo di
liberazione/ immediatezza nella manovra di espulsione dell’attrezzo, ora
analizziamo le differenti metodologie di sistemazione. Non staremo a dilungarci
sul perché e sul percome è indispensabile porre il nostro coltello in una
posizione facilmente e immediatamente raggiungibile: crediamo sia un discorso
acquisito e intuitivo.
La
zona statisticamente più impiegata dalle orde di subacquei delle generazioni
precedenti è l’arto inferiore sinistro. Con i laccioli di gomma si blocca il
fodero o all’interno del polpaccio o all’esterno della tibia. Per afferrare
l’impugnatura, si flette lievemente il busto e si allunga il braccio destro.,
verso il basso, a seguire. Costituisce, soprattutto con modelli “magnum”, un
occasionale impiglio per la cima del pallone, e se tenuto sull’esterno- gamba,
un potenziale ostacolo allo scivolamento della cintura dei piombi in caso di
sgancio; dal punto di vista idrodinamico è sempre “un qualcosa in più” che
sporge dalla silhouette dell’apneista. Il vantaggio pratico consiste nel
tenerlo sempre addosso e poterlo controllare visivamente.
Molti
agonisti portano il coltello direttamente in cintura, tra i piombi. Si sfrutta
il passante superiore e lo si ferma o sui fianchi o sulle reni. Secondo la
posizione assicurata, l’immediatezza di presa è molto veloce ma si procede a
tatto, a conoscenza, poiché è raro, anche in posizione anteriore, potere
osservare l’azione direttamente: il campo visivo delle mascherine non sempre
scende così in basso. Quando si abbandona la zavorra si perde anche
l’attrezzo. Alcuni professionisti della pesca con la zavorra mobile pescano
con due cinture per ovviare all’inconveniente: una con il peso, l’altra con
il coltello.
Un
altro metodo, nato alcuni anni orsono, consiste nel fissare con del velcro, con
dei mini cinghiaggi, con anelli ottenuti da camere d’aria di autoveicoli, il
coltello di ridotto ingombro, sull’arto superiore sinistro o
sull’avambraccio (naturalmente per i destri). E’ sempre visibile
direttamente quindi è difficile perderlo anche usando spessi guanti. La mano
che lo può afferrare è però solo quella opposta alla sede del fodero,
ovviamente. Nella pesca in tana, costituisce un ingombro e un appiglio
potenziale. In alcuni casi, per il movimento, la contrazione dei muscoli del
braccio, i cinghiaggi si allentano e il fodero non rimane ben fermo.
LA
MANUTENZIONE.
Il
fodero rigido è bene sia privo, all’interno, di asperità e trucioli di
plastica che possono essersi creati con varie manovre di inserzione e di
estrazione del coltello. Con della cartavetro si spianano i rilievi e si lucida
la sede. I meccanismi vari di ritenzione non devono presentare fratture, mal
funzionamenti, grippaggi: attenti alla sabbia, all’uso maldestro,
all’incuria della non-manutenzione. Sciacquare con una doccietta i sistemi di
sgancio, quasi tutti di plastica o con mollettine in inox, ogni volta che
l’immersione è terminata. I laccetti di gomma è consigliabile sostituirli
non appena mostrano crepette e micro lesioni: è molto facile che se sottoposti
ad una minima trazione, abbandonino alla sorte il fodero e il prezioso
contenuto.
L’acciaio
temprato dei coltelli subacquei offre un grado di inossidabilità elevato. Ciò
non giustifica il fatto che, una volta giunti a casa dalle vacanze, si debba
gettare l’attrezzatura in un cantone e dimenticarla fino all’anno
successivo. Il metallo fa sempre una patina di ossido. Le prove di resistenza
alla corrosione sono effettuate in tante varianti e una delle più tremende è
quella della “nebbia salina”. L’inox è resistentissimo, quasi eterno, ma
alla lunga si danneggia anche lui. Non vi è mai capitato di trovare un coltello
subacqueo smarrito in mare da un certo numero di anni? Controllate per curiosità
il punto d’inserzione con il manico e poi tirate le debite conclusioni.
Terminata l’immersione è sufficiente sciacquarlo nell’acqua dolce corrente
e, se non è smontabile, insistere tra la lama e l’elsa di plastica: è qui
che solitamente si ferma il sale. Per una lunga sosta stagionale è
consigliabile spruzzarlo con uno spray siliconico o passare una pezza di tela
con dell’olio; le cure più amorevoli saranno rivolte alla preziosa lama. Il
tagliente, soprattutto se il materiale ferroso non è stratosferico, non
mantiene il filo per una vita e quindi, ogni tanto, bisogna accompagnarlo
dall’arrotino. Assicuratevi che l’artigiano esegua una lavorazione a
specchio, senza passaggi grossolani alla mola o abrasioni superficiali.
L’acciaio, liscio come il vetro, non trattiene troppe molecole di sale sulla
superficie perché è questa stasi che favorisce l’insorgenza di processi
ossidativi ed erosivi.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.