ARPIONI E LE CUSPIDI DELLE ASTE

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Alcuni componenti dell’attrezzatura di un pescatore subacqueo sono costantemente sotto la luce dei riflettori mentre altri fanno fatica a ritagliarsi un angolino di gloria: ricordiamoci di non trascurarli mai perché, talvolta, risultano determinanti nell’azione di caccia. Gli arpioni, e nello specifico le cuspidi delle aste tahitiane, fanno parte di un settore poco appariscente, se vogliamo, ma importantissimo al cospetto di pesci di una certa caratura. Chi ci segue da qualche anno sulle pagine di Pesca Sub, sa che abbiamo sempre sostenuto con vigore la necessità di curare maniacalmente ogni più piccola componente dell’equipaggiamento, al fine di non sciupare la possibilità di catturare un pesce che meriti sul serio. Il sub che si diverte a inanellare collane di labridi, cefalopodi e pescetti che non superano i tre, quattrocento grammi di peso potrà sorridere durante la lettura di questo articolo, perché i suoi orizzonti venatori lo obbligano a utilizzare delle armi di bassa potenza finalizzate, più che altro, a non disfare il “pescato”, e soprattutto dei puntali “normali” visto che i bersagli sono minuti, facili da perforare e privi di reazioni fisiche sostanziose. 

Chi, al contrario, cerca dei pesci di una certa stazza oppure vuole imparare a pescare nel modo più ecologico e sportivo possibile, impiegherà sicuramente delle aste munite di punta unica. Campioni internazionali del calibro di Massimo Scarpati sono stati e sono tuttora dei paladini della caccia con l’arpione, esibendo dei carnieri fantastici e confermando la bontà di certe scelte sportive. Pescando con la fiocina si aumentano le probabilità di fare centro su sagome sfuggenti, è più facile “fermare” delle superfici esili, la mira permette un margine di errore maggiore ma se all’orizzonte compare la silhouette eccitante di un bestione... ecco che tutte le certezze maturate fino a quel momento crollano di brutto!

 Dinanzi a una spigola di quattro o cinque chili, di un’oratona, di una leccia o di una ricciola da brivido esiste un unico, certo viatico per la dipartita terrena: l’arpione.  

Il regolamento vigente in Francia vieta l’uso delle fiocine con più di tre denti eppure i pescatori francesi sono abilissimi nella cattura di pesce bianco. Cerchiamo anche noi di abituarci a limitare l’uso di terminazioni a più punte: i pesci si prendono lo stesso e forse con più lealtà atletica. E se proprio non riusciamo fare a meno di montare la fiocina sul fuciletto da tana ricordiamoci di infilare sempre un arpioncino nella manica della muta o all’interno del calcio, in modo da far fronte a potenziali grosse prede. In commercio esiste un ampia gamma di arpioni tale da soddisfare ogni utilizzatore. Qualche anno fa il repertorio era davvero sconfinato grazie all’esclusivo uso delle aste filettate: ora la produzione è minore (l’avvento del fucile elastico ha soppiantato l’uso di molti pneumatici che montavano di serie i dardi filettati), ma nella globalità si apprezzano le innovazioni della ricerca tecnologica e la qualità degli acciai impiegati. Comunque, chi ha la pazienza di frequentare alcuni negozietti di sport che in passato hanno trattato articoli di pesca subacquea, per esempio i bazar dei lungomare di qualche località turistica, potrà scoprire dei cassettini abbandonati ripieni di vecchi articoli che hanno scritto pagine di storia marinara. Le aste tahitiane sono così denominate per l’integrità della loro composizione che presenta l’aletta solidale alla cuspide, senza parti smontabili. Naturalmente sia l’arpione che la tahitiana perseguono la medesima funzione letale quindi le analogie tra le due componenti sono simili. L’arpione è solitamente costituito da un corpo di metallo (acciaio inox o acciaio semplice poi protetto da un trattamento galvanico di zincatura) che a una estremità presenta una sede cava filettata e dall’altra esibisce una punta acuminata.

Appena sotto l’ogiva c’è, generalmente, una porzione della struttura centrale più sottile: è il risultato di una fresatura o di una tornitura, comune pure a certe frecce tahitiane, o della forma dello stampo.

 Questo tratto è una delle parti più importanti poiché ospita la sede in cui sarà montata l’aletta o la coppia di alette. Un forellino trasversale da 2 mm circa accetta un esile perno, il ribattino, che ha il compito di vincolare le alette. All’apparenza del profano gli arpioni e le cuspidi dei dardi sembrano tutti uguali invece le differenze di materiale, di progetto, di realizzazione risultano assai diversi. Cercheremo di schematizzare i vari arpioni, e tra le righe forniremo riflessioni anche sulle punte delle tahitiane, fornendo una panoramica, crediamo, sufficiente a effettuare una scelta oculata.  

Arpione standard con un’aletta (tahitiano). É un articolo semplice che somiglia al terminale di una tahitiana per via del profilo snello ma di questa non garantisce le stesse performance. Il problema che affligge tutti gli arpioni è quello che si devono avvitare, per forza di cose, ad un’asta da 7 o da 8 millimetri. Il diametro del corpo, e nello specifico del tratto femmina che si accoppia con il dardo, presenta uno spessore maggiore di quest’ultimo (generalmente si parte da 9 mm) poiché i filetti necessitano di un po di spazio meccanico per essere realizzati. In gioco ci sono pochi millimetri, due o tre, ma sono sempre dei millimetri supplementari che “ingrossano” la sezione frontale di una freccia che deve viaggiare in un liquido. Il fatto, poi, che il tahitiano abbia una sola aletta, lo rende abbastanza idrodinamico ma come tenuta sul pesce colpito... bisogna sapersi accontentare. L’aletta è imperniata solitamente a poca distanza dalla punta della cuspide e così, in caso di pesci molto combattivi e dalle carni facilmente smembrabili, c’è il rischio palpabile che l’arpione si sfili dal corpo. Se, al contrario, la punta dell’arpione è lunga, la tenuta migliora ma esiste il rischio che sparando ad un pinnuto appiccato alla parete di uno spacco l’asta rimbalzi indietro e l’aletta di ritegno non abbia il tempo di aprirsi.  
Arpione standard con due alette contrapposte normali. Qui ci troviamo al primo gradino evolutivo e i progressi rispetto al precedente articolo sono notevoli. Quando si parla di arpione classico novantacinque volte su cento ci si riferisce a questo tipo. Due alette montate su un perno unico garantiscono una tenuta buona in moltissime situazioni venatorie e non si avverte il bisogno di distanziarle eccessivamente dall’ogiva.. Le tana e gli spazi corti sono il territorio d’azione privilegiato: gli specialisti sparano alle cernie, ai saraghi, alle corvine, ai gronghi, eccetera, senza timore che una volta centrati possano liberarsi.

 Le alette misurano tre, quattro centimetri l’una e a volte anche di più, e in apertura assicurano un ancoraggio di sei, otto, dieci centimetri di larghezza. Non c’è il rischio che un’aletta “ruoti” sotto pelle e si trascini appresso la punta dell’arpione: due alette si appoggiano contemporaneamente alla pelle e allargano la superficie di tenuta complessiva. I pesci con carne discretamente soda una volta trapassati da parte a parte difficilmente si lacerano. Il fatto che le alette siano appaiate aumenta il diametro totale dell’arpione (si arriva talvolta a 14/15 mm di diametro complessivo con una coppia di alette robuste!) e ciò rallenta la velocità dell’asta. Considerate la questione a priori e non montate questo tipo di arpioni su armi di scarsa potenza. Con arpioni di tipo classico si sono catturati ogni tipo di pesci e montati al posto di una fiocina fanno compiere un bel salto di qualità. L’impatto sulla preda è shockante e aiuta a fiaccare la resistenza di pesci di mole: il peso di qualche arpione massiccio rientra nell’ordine di una decina di grammi che aggiunti al peso della freccia incrementano, seppure di poco, la massa complessiva del proiettile. La precisione risulta migliorata poiché l’asta viaggia dritta e non compie quelle improvvise “virate” incontrollabili che affiggono i dardi accoppiati a fiocine.  

Arpione fine con due alette contrapposte o sfalsate. Il corpo di questi arpioni può essere estremamente sottile e filante inizialmente per poi allargarsi a imbuto sul tratto maschiato. Chi monta questi arpioncini cerca di ridurre gli attriti in fase di tiro al libero e in genere giunge a questa scelta dopo aver testato qualche modello di arpione classico. In effetti la velocità dell’asta è più sostenuta, e il dardo schizza sul bersaglio come un fulmine. Le alette possono essere montate su di un unico ribattino oppure essere sistemate su due piani diversi. La prima soluzione è la più ambita tra i pescatori di un certo livello che pretendono grande sicurezza di tenuta. Ci sono modelli che hanno alette contrapposte molto lunghe, sei o sette centimetri cadauna, che una volta aperte trattengono qualsiasi preda. Gli arpioncini ad alette sfalsate risultano attrezzi meno tecnici in virtù di alette molto corte e corpi assai fini e vengono adoperati da molti principianti. Basta toccare un sasso perché si storpino e il sistema di ritenuta non è il massimo: se il pesce si divincola brutalmente è facile che superi i punti di ancoraggio e conseguentemente si liberi. Nella scelta degli arpioni fini prestate attenzione alla realizzazione meccanica che a volte è un capolavoro di torneria, con pezzi ricavati da un’unica barra e lavorazioni accurate mentre, in altri casi, si osservano manufatti costituiti da più pezzi collegati alla bene meglio.
Una costruzione affidabile garantisce che l’arpione sia perfettamente dritto, e che possegga una certa robustezza. Un area critica è data dal rapporto tra il diametro dell’ogiva e la porzione in cui si infulcrano le alette. Non vi è mai capitato di sparare ad un pesce e ritrovarvi con delle squame incastrate a mo’ di ombrello esattamente a livello del ribattino? A noi sì, e credeteci: non si trattata di una piacevole esperienza, specialmente se si tratta di un denticione di diversi chilogrammi! Le cuspidi che “coprono” l’inizio delle alette, cioè che possiedono un diametro più grande della misura offerta dalle due alette appaiate, sono in grado di offrire maggiore penetrazione sia nel liquido marino sia nel corpo dell’animale.

 Il puntale  (il discorso è assolutamente valido pure per le aste tahitiane), apre un varco appena più “comodo” nella massa muscolare od ossea, e le alette chiuse scivolano senza impedimenti e freni all’interno del bersaglio. Gli arpioni fini, o le frecce tahitiane, che montano le alette direttamente sul corpo, senza lievi diminuzioni di sezione, presentano ad esempio, un cono che si allarga alla base fino a sette millimetri e poi, di colpo, un “ostacolo” ad angolo retto di dodici, tredici millimetri offerto dal pacchetto alette più l’ingombro bilaterale delle teste del ribattino. Con queste caratteristiche, se il fucile non sfodererà prestazioni più che maiuscole, riscontreremo che il dardo colpirà la preda senza trapassarla abbondantemente, o esaurendo subito l’energia cinetica residua non insagolandola, segno che quel piccolo gradino metallico è stato dannosissimo ai fini della penetrazione.  

Arpioni e puntali a profilo speciale. La categoria delle ogive speciali segnala un attenta ricerca sugli effetti che una punta particolare può avere su una preda. Chi ha la possibilità di consultare o visionare la produzione statunitense od oceanica rimarrà allibito dall’esecuzione di certi articoli. Al cospetto di pelagici da svariati quintali bisogna possedere delle punte assolutamente micidiali in grado di perforare pelli dure come il cuoio, masse muscolari spesse come un’utilitaria. E così sono giustificate: punte temperate acuminatissime; lati taglienti come rasoi; ogive a sezione triangolare o quadrangolare; puntali mobili innestati ad un corpo predisposto; cavetti multifilari di acciaio che permettono alla punta di scomporsi una volta trapassata la preda, eccetera, eccetera. In mediterraneo, solitamente, le prede sono molto più piccole e non necessitano di tali marchingegni d’offesa. Qualche anno fa, però, una prestigiosa azienda italiana ha illustrato un suo catalogo con arpioni e puntali dirompenti, penetranti. E’ stata la conferma che il classico cono dell’ogiva può subire delle lavorazioni che lo specializzano in vari ambiti. 

Chi si dedica alla pesca delle grandi ricciole o delle cernie apprezzerà una punta che progredisca facilmente nelle ossa del cranio o in 60 centimetri di carne compatta. Qualche anno fa era divenuto famoso l’arpione spaccaossa che non era l’arpione che oggi si adopera per dare il colpo di grazia ai serranidi ma bensì un oggetto dotato di un ogiva triangolare dai profili taglienti in grado di farvi male solo a maneggiarlo in negozio! 

Montato su aste pesanti da 9 mm faceva furore nella pesca alle ricciole. Poco dopo, in alcune riviste del settore, apparve la pubblicità di un arpione nero “ più forte della roccia”, che al posto di un’ogiva in acciaio possedeva una punta ad altissima resistenza, in eccezionale carburo di tungsteno, un metallo duro usato nell’industria bellica (punte perforanti) e degli scavi minerari. Al giorno d’oggi bisogna arrangiarsi e se si desidera modificare qualche puntale occorre lavorare di lima, di fresa o d’ingegno. 

Lo spaccaossa.  Quando si caccia in tana con un fucile munito di asta a punta unica può capitare di sparare a una preda e di non ucciderla immediatamente. Al libero c’è la possibilità identica di colpire un pinnuto e non riuscire a recuperarlo perché questi si è imbucato in una lunga fenditura o in un altro sito “difficile”. Che fare? Se stiamo pescando con un’asta tahitiana, o con una freccia filettata e l’arpione terminale, risulterà arduo recuperare il pesce ferito se le alette di ritegno svolgeranno bene il loro compito: il pinnuto non si libererà certo facilmente e se colpito male sarà altrettanto pericoloso cercare di estrarlo. 

Sotto la boa segnasub o dentro l’imbarcazione preleviamo il secondo fucile e scendiamo per dargli “il colpo di grazia”. Naturalmente l’apneista intelligente sa che se il secondo colpo non fosse letale la situazione potrebbe divenire seria poiché un’altra asta rimarrebbe inutilizzabile. La soluzione c’è, e si chiama spaccaossa. Il pregio delle aste filettate è sicuramente quello di poter intercambiare a piacimento parecchie punte. In brevissimo tempo si svita l’arpione, o la fiocina di un tipo, e se ne monta un altro. 

 Lo spaccaossa non è altro che un puntale privo di alette e privo di sporgenze o protuberanze che costituiscono punti di attrito. C’è chi adopera un’asta tahitiana priva di alette ma non è proprio la stessa cosa. Lo spaccaossa deve uccidere l’animale ed essere recuperato immediatamente se l’azione primaria non va a buon fine. Certi pesci si ammazzano subito perché sono intanati in una posizione che permette comunque di centrare un punto vitale mentre altri necessitano di parecchi tiri poiché sono messi male o possiedono una resistenza fisica esagerata. Un buon spaccaossa filante e acuminato, ma sempre robusto e massiccio, penetra facilmente nel capo di un cernione e al contempo fiacca i bestioni più tenaci grazie alla sua conformazione demolitiva. Usatelo spesso anche su prede ferite non enormi perché con pesci morti si lavora meglio.  

Consigli d’uso e d’acquisto. L’arpione va avvitato all’asta filettata con accortezza poiché può capitare di perderlo durante il nuoto, sotto al pallone o peggio, dopo aver colpito un bel pesce. Un amico stava pescando saraghi con un oleopneumatico e la fiocina. In uno spacco scoprì una bellissima orata e in fretta e furia svitò il cinquepunte e montò rapidamente l’arpione. Si immerse, individuò lo sparide e scoccò il tiro. Il pesce, di quattro o cinque chili, beccato a centro corpo iniziò a sbattere come un ossesso e prima di essere trascinato fuori si liberò lasciando il sub con una freccia nuda e un oggetto luccicante sul pavimento della spacca. Il corpo dell’arpione è in acciaio come la filettatura dell’asta e i due materiali non fanno un grip eccezionale una volta che sono uniti. 

Ci sono in commercio degli arpioni a gambo guidato e cioè con dei corpi che calzano abbondantemente sull’asta in modo che l’accoppiamento meccanico risulti robusto e affidabile. Ma questa soluzione non basta ancora per evitare di smarrirlo: occorre interporre tra i filetti del teflon da idraulici oppure un frena filetti liquido. In questa maniera non avrete problemi né durante il nuoto né in piena azione e l’arpione sarà un tutt’uno con il dardo. Il tintinnio delle alette aperte si evita con l’inserimento di un O. Ring che terrà chiuse le alette anche durante il tragitto di volo. 

Noi adoperiamo degli anellini elastici ricavati da un tubicino di silicone: sono eterni. Gli arpioni sono commercializzati in acciaio zincato o in acciaio inox: l’acciaio inossidabile non si corrode a differenza della zincatura che prima o poi si deteriora. 

Comunque è sempre meglio verificare la comparsa di eventuale ruggine su tutti gli arpioni: controllate l’integrità della filettatura e del forellino in cui passa il ribattino. Riguardo la solidità della cuspide è consigliabile approfittare di acciai temperati con un numero elevato Hrc che indica la durezza del materiale: l’impatto con la roccia indurrà danni limitati. L’arpione di riserva trova collocazione nei polsini della muta, in piccole bisacce portaoggetti sistemate sotto alla boa o in cintura, all’interno di alcuni calci cavi. Infine una regoletta che ci ha guidato in tutti questi anni: la punta che taglia inizialmente è preferibile all’ogiva che semplicemente  “punge” e se i fori d’ingresso e uscita saranno piccini in relazione al dimensionamento delle alette... tanto di guadagnato!

 

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.