Il Funzionamento
COME
FUNZIONA MECCANICAMENTE.
L’aria compressa è il motore, il segreto delle eccezionali performance dell’arma oleo pneumatica. Il gas è comprimibile, leggero, non si logora, non costa, è una specie di “mollone” con un ciclo virtualmente infinito.
La presenza di guarnizioni idonee fa si che non ci siano fuoriuscite occasionali dal sistema così che il dato pressorio resta praticamente costante anche dopo numerosi anni di attività subacquea e conseguenti tiri in mare (può subisce una moderatissima diminuzione relativa ad una comprensibile usura dei materiali e degli O ring). I
l fucile viene venduto con una determinata precarica d’esercizio, che è immessa dalla ditta costruttrice e che, generalmente, non supera mai le 20/25 atmosfere di pressione (bar o atm).
Con la pompa, o iniettore, di piccolo calibro e fornita di corredo, si può incrementare il valore, come è previsto dal manuale d’uso specifico: avvitandola alla valvola a spillo e agendo sullo stantuffo, si permetterà ad altra aria supplementare di penetrare all’interno dell’arma, in seguito all’abbassamento della sfera metallica (in condizioni di riposo è tenuta ermeticamente in sede da una molla). Il libretto di istruzioni fornisce suggerimenti e a volte dei grafici che spiegano fino a che livello massimo si può portare la precarica e quanti cicli di pompate si debbono dare a seguito.
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Per diminuirne il volume pressorio, invece, è sufficiente introdurre un piccolo tondino, un punteruolo o un chiodino arrotondato, da 1.5 mm di sezione, nel forellino della valvola e premerlo a fondo senza spingere mai eccessivamente: l’aria che desidereremo evacuare uscirà sbuffando insieme a un po d’olio nebulizzato. Le manovre di precarica, e scarico, debbono sempre essere eseguite: all’asciutto (per non inquinare “corrosivamente” l’interno della canna e annessi meccanici); a fucile preventivamente mantenuto con la testata verso il basso (per consentire all’olio di depositarsi lontano dalla valvola e non disperdersi durante lo sgonfiaggio); se il modello ne è dotato, con il variatore di potenza sempre in posizione di “massima” (con la potenza “minima” inserita, durante la precarica il fucile non può accumulare una parte significativa di pressione e nella fase di scarico non può eliminarla completamente). Passando alla fase determinante, e cioè al momento di armamento pratico, bisogna convenire che la cosa spaventa molti potenziali acquirenti. C’è chi è convinto che si debba possedere inevitabilmente una forza muscolare tremenda e qualcun altro che crede di non riuscire nell’intento già prima di mettersi all’opera. |
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É sicuramente vero che i fuciloni da un metro e passa, pre caricati a più di trenta atmosfere sono dei veri banchi di prova fisica ma spesso, senza arrivare necessariamente a questi livelli mostruosi, adatti a pesche super specialistiche, è possibile ottenere risultati splendidi anche con molte armi medie, qualche atmosfera in meno e conseguente sopravvenuta facilità di caricamento.
Non sempre funziona, inoltre, l’equazione teorica che recita: - maggiore è la pressione di precarica migliori risultano le prestazioni balistiche ottenibili -. Intercedono in questa fondamentale argomentazione molteplici variabili che via via tratteremo.
L’asta, inserita all’interno della testata, si innesta nell’incavo del pistone, grazie a un cono “morse” (collegamento meccanico semplice, possibile per la specifica conicità del fondello del dardo). La sagola viene fissata passandola per due volte o tre volte tra l’appiglio inferiore dell’ogiva e lo sganciasagola.
La rondellina presente sulla freccia cala nella depressione circolare della testata e mantiene centrato il tutto; fa si che l’azione venga guidata correttamente fino al termine, senza impuntamenti o flessioni dannose delle parti in movimento.
Spingendo la freccia all’interno della canna, si agisce di rimando sul pistone che arretrerà e comprimerà l’aria, aumentandone la pressione, fino ad agganciarsi al dente di sgancio.
Il margine appiattito del grano di regolazione sospinge il perno di connessione (più è fine diametralmente più la sensibilità di trasmissione del meccanismo risulterà felice) che a sua volta trasmetterà l’impulso di liberazione al dente di ritegno; questi, come un semplice braccio di leva, libererà il pistone agganciato che. Il cilindretto, letteralmente sparatola dalla potente ri-espansione dell’aria, percorrerà, con un attrito bassissimo, (ulteriormente decrementato da un velatura impalpabile d’olio) tutta la canna, scagliando ad altissima velocità l’asta verso l’esterno. Il disimpegno sarà istantaneo appena la superficie del pistone urterà contro la boccola d’ammortizzo.
La funzione di ammortizzamento è determinata da un sottile
tubetto di gomma che fascia la boccola di resina e dalla struttura interna della
testata. Quando il pistone picchia sulla sede plastica mette in funzione il
cilindro elastico, mobile per alcuni millimetri, che assorbe parzialmente la
botta.
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Il variatore di potenza merita una descrizione approfondita perché ci sono tanti pescatori che non ne comprendono appieno il funzionamento. E’ bene segnalare che questo accessorio dona al fucile oleopneumatico una serie di vantaggi pratici che non si riscontrano in nessun altro tipo di arma subacquea prodotta attualmente ma è anche doveroso ammettere che per sfruttarlo adeguatamente bisogna capirne a fondo i meccanismi d’azione. Il blocchetto di regolazione è sistemato all’interno del serbatoio contiguamente all’impugnatura. E’ solidale a questa per mezzo di inserti maschi sulla circonferenza esterna che si accoppiano con opportune sedi femmine. La canna lo attraversa coassialmente e un O- ring e un anello elastico lo bloccano in posizione, garantendo allo stesso tempo anche una determinata tenuta pressoria. In pratica il serbatoio e la canna devono rappresentare due entità separate, divise, e la comunicazione è resa possibile solo attraverso il consenso “autorizzato” del blocco regolatore che la attua per mezzo di passaggi forzati. Uno è un foro passante che collega la camera del serbatoio con quella della canna. |
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La luce si può bloccare ermeticamente con un tondino munito di apposito O-ring, pilotato esternamente dall’astina regolatrice: quando il cursore è rivolto verso il basso significa che sta chiudendo il blocchetto, quando invece è tirato indietro e verso l’alto lo lascia aperto.
Sparando potete quindi avere la disposizione immediata di due potenze a scelta: la minima e la massima.
La massima, con la piena utilizzazione di tutta l’aria precompressa delle due sezioni (serbatoio e canna), rese simultaneamente intercomunicanti dall’apertura della luce.
La minima, con un’energia volumetrica ridotta perché la luce di passaggio sarà sigillata in chiusura e quindi risulteranno fruibili per la fase propulsiva solo dei piccoli spazi: l’aria presente nell’esiguo volume della canna, la micro camera compresa tra il retro del blocchetto di regolazione e l’interno dell’impugnatura.
Fin qui non dovrebbero sussistere dubbi di comprensione ma progredendo alla fase successiva la questione necessita di un po più d’attenzione. Il regolatore non è solamente utile per variare la potenza ma consente il frazionamento e la diluizione temporale dello sforzo nel caricamento dell’arma.
Se si spara in posizione di “minima” verrà sempre e solo sfruttata una parte piccola di gas compresso che resterà tale e quale anche durante l’armamento del fucile: l’operazione risulterà, di conseguenza, estremamente facile. Se però spariamo in “massima” la faccenda cambia radicalmente: l’aria, sia del serbatoio sia della canna, si unisce e si espande nuovamente in tutto il fucile. Le atmosfere si “avvertiranno” completamente nella loro pienezza e la forza che si dovrà applicare per decomprimere il volume espanso sarà importante (naturalmente in relazione al numero di atmosfere di precarica).
Lasciando il cursore sulla massima sentiremo sempre la durezza nell’azione di armamento fino in fondo e, fino a che la coda del pistone non sarà ancorata al dente, non esisteranno facilitazioni. Vediamo come si può risparmiare un po d’energia fisica: per prima cosa portate l’astina del regolatore in posizione di minima. Adesso il blocchetto è chiuso, stagno, ma se provate a caricare brutalmente l’arma vi accorgerete di nuovo che il fucile sarà ”marmoreo”.
Poiché tutta l’aria risulta ancora espansa all’interno delle due camere, bisognerà ripristinare le divisioni vantaggiose per noi con un po di pazienza. Naturalmente l’unico ed inevitabile modo è quello di spingere nuovamente l’asta nella canna al fine di far decomprimere il gas da un settore all’altro. Al primo tentativo magari farete “abbassare” la freccia solo per una decina di centimetri per poi ritornare stancamente alla posizione d’inizio; vi sembrerà di fare sempre una fatica bestia ma al secondo exploit... ecco che, pressappoco fino al punto raggiunto in precedenza, lo sforzo risulterà decrementato e la spinta esercitata sulla freccia diminuita.
Procedendo a piccoli passi, e tirando il
fiato tra una trazione e l’altra, armerete qualsiasi cannone. Il merito va ad
una minuta valvolina fissa, denominata di “non ritorno” che, come dice il
nome, fa si che l’aria decompressa (fase del caricamento dell’arma) si
accumuli, progressivamente e soprattutto senza ritornare indietro, nei piccoli
spazi preposti e quindi risulti più facile da ricomprimere successivamente.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.