IL FUCILE MEDIO

 

Nella mia “infanzia” venne il tempo di appassionarsi ad un mondo di cose belle che necessariamente non rientrassero strettamente nell’ambito scolastico. Gli amici costituivano un serbatoio di avventure, mangiate, risate che sembravano non finire mai. La spensieratezza e la goliardia la facevano proprio da padrone. I genitori purtroppo, come d’altronde normalmente accade nel periodo adolescenziale, apparivano ai miei occhi come elemento di freno, di argine, di limitazioni un po in tutti i campi. Voltandomi indietro, però, non so per quanto tempo li ringrazierei visto che il peggior metodo educativo, che a volte si intuisce troppo tardi, penso proprio sia dare carta bianca ai propri figlioli su tutti i fronti. Intorno ai quindici anni, il desiderio di avere in tasca qualche spicciolo era una sentita e pratica necessità. Uscivi un pomeriggio a mangiare il gelato e ti occorrevano 500 lire ( ! ); si organizzava una pizza con l’amichetta di turno e,  per fare il cavaliere,  ti recavi dalla cassiera con non chalance, pagando anticipatamente le otto, diecimila lire del conto.  

Via di questo passo non era difficile collezionare “paghette mensili” di venti o trentamila lire. Il fatto mi creava un fastidio e un colpo all’orgoglio che,  man mano che passavano i mesi, aumentava sempre più.  Cerchiamo di spiegarci: non che fossi esoso nel chiedere quattrini, o scialacquone nel spenderli, visto che verificavo tutti i giorni la fatica del mio babbo e della mamma per guadagnarli, ma il chiedere sempre contrastava “ moralmente” con  le aumentate  richieste soggettive. Era in poche parole una questione di autonomia. Che fare? L’unica strada percorribile si rivelò il cercare un’occupazione saltuaria, dopo l’attività scolastica, per concretizzarla ulteriormente nelle vacanze estive. Il progetto non piacque subito ai miei: primo perchè avevano paura che abbandonassi gli studi precocemente;  secondo punto, più sottile, perchè “sentivano” che diventavo grande. Avevo la testa  parecchio dura e iniziai a cercare un lavoretto part time. Il fato volle che una simpaticissima coppia di anziani commercianti, da cui mio padre si recava ogni tanto, che avevano un negozio, udite, udite, di caccia e pesca, ricercavano un ragazzotto che servisse da factotum. 

 Mi presentai appena possibile e detti una buona impressione, tanto che quasi tutti i pomeriggi mi permettevano di stare in bottega a trafficare.  Dopo un breve periodo di praticantato mi “assunsero”.  Tra cassetti di galleggianti, fili, mulinelli ami, canne, cartucce, scovolini, olio minerale ecc, c’era da divertirsi un mondo. I ricordi più belli,  però, li conservo per i racconti vari che  sentivo dai pescatori e dai cacciatori.  

Che bello il contatto con la gente!   Storie di pescioni pescati con la canna,  lepri, fagiani stanate dai pointer dall’olfatto mitico, carpe che tiravano come vaporetti, cinghiali feriti a morte che percorrevano centinaia di metri prima di capitolare, e altre mille avventure. In negozio non si vendevano attrezzature subacquee e per il mare c’era ben poco, fino a che due ragazzotti non si presentarono in udienza privata. Dopo anni di attività i proprietari, prossimi all’età pensionabile, misero in vendita l’esercizio commerciale, a malincuore, sperando che almeno qualcuno continuasse a gestire quel genere di prodotti.  L’affare venne fatto ed io non entrai nel novero dei disoccupati precoci.  I signori che erano venuti a sostituire i “vecchi” si chiamavano Paolo e Piero Bonassi, e quest’ultimo nonostante fosse residente in Piemonte, era uno degli agonisti che partecipavano ai campionati italiani di pesca sub del tempo,  con personaggi come Scarpati, Toschi, Santoro, ecc.  Mi tennero con loro perché  ce la mettevo tutta e me la cavavo discretamente con i prodotti della pesca di superficie. La sezione caccia venne eliminata, non si era rinnovata l’autorizzazione dalle forze dell’ordine, e si introdussero alla grande tutte  le attrezzature subacquee.  All’inizio, il mondo delle immersioni non mi affascinò particolarmente, ma con il trascorrere dei mesi crebbe una fiammella che divenne sempre più un vero e proprio incendio.  Avevo contratto il virus. Presto, sotto la guida dei miei espertissimi tutori, acquistai la muta , le pinne e tutte le altre necessarie componenti  per le prime, desolatissime, pescate. Ebbi la fortuna immensa di testare direttamente prodotti che costituivano le teste di serie di ditte prestigiose. I fucili subacquei rappresentavano, nel mio lavoro, l’articolo che riuscivo a proporre meglio. L’avevo così interiorizzato che riuscivo a convincere all’acquisto anche i più riottosi. Da allora, acqua sotto le pinne ne è passata molta, ma la sostanza non è poi cambiata così radicalmente.  La domanda che molti mi rivolgevano era: - Quale fucile devo comprare che vada bene un po’ per tutto?-.  E’ una domanda da dieci milioni. La risposta non è per niente scontata e va analizzata per benino. Ogni subacqueo che si avvicina alla caccia sub, si trova dinanzi ad un’offerta di armi che supera l’immaginazione.  Come orientarsi?  

Per me il fucile cosiddetto universale o medio, è un attrezzo che ha inizialmente un ruolo educativo poiché deve aiutare a scoprire, con calma,  per quale tipo di pesca siamo portati. Non si nasce campioni e abbiamo sempre un sacco di cose da imparare: il mondo della subacquea non ha mai trovato troppo spazio per gli “arrivati”.

 Inoltre c’è la questione che  molte persone non sono sfegatate o non possono  spendere  una barca di soldi per procurarsi un’armeria che in tanti casi non viene neanche utilizzata appieno... C’è chi entra in acqua una volta ogni morte di papa e vuole qualcosa che gli permetta di sparare ad un paio di pescetti tra gli scogli, che funzioni sempre, che sia proprio un factotum senza eccessive pretese. La loro attività si concentra maggiormente nel mese di agosto e limitrofi.

 Poi c’è anche il saggio principiante, che parte piano, perfettamente consapevole che è solo all’inizio dell’avventura, sapendo che se lo sport gli piacesse tanto è disposto ad accrescere , col tempo, anche il livello tecnico del materiale. E’ l‘atteggiamento dell’umile che se trova l’aiuto e i consigli di qualche esperto della società d’appartenenza o dell’amico forte, diventerà potenzialmente in gamba. Possiedono una muta completa e frequentano il mare d’estate, con qualche capatina in autunno e all’inizio dell’inverno.

Infine c’è il pescatore “affermato” che vuole un’arma di media lunghezza per ottenere prestazioni in un settore specifico di pesca. Sa quello che vuole e si orienta nel mercato con abilità consumata. Pesca tutto l’anno, con tutti i tipi di mare.

Come vedete il panorama è vasto e lo svolgimento dei temi abbastanza settoriale. Naturalmente i suggerimenti proposti hanno solo il compito di una lieve infarinatura senza voler essere dogmatici a tutti i costi.

 

     Iniziamo a consigliare chi cerca un fuciletto medio per l’estate, per l’immersione saltuaria. Le prede che sono insidiate rientrano principalmente in quelle da tana, come polpi, murene, gronghi, scorfanetti; può capitare, talvolta, che ci scappino anche la triglia o il rombo. La pesca al libero è un desiderio che si vorrebbe soddisfare, ma le prime volte è difficile imparare, non si conoscono troppo bene le specifiche tecniche, si richiedono alcuni sacrifici, quindi si soprassiede volentieri.  La profondità d’azione è intorno ai tre, cinque metri e il più delle volte si entra in mare da riva, dal pedalò, o da qualche barca alla fonda in una baia. La muta è un’optional e quando il pancione non fa a pugni con il corpetto della sesta misura, rigorosamente con cerniera e senza cappuccio, s’indossa esclusivamente per fare “figura” tra gli amici e i bagnanti. L’arma adatta per costoro è un sessantino ad elastici, con asta da 7 mm e fiocina.  Opterei per questo tipo di propulsione, perché è quella che garantisce una tranquilla gestione del sistema senza troppa manutenzione e funziona con una semplicità estrema. I meccanismi interni sono ridotti all’osso e le componenti soggette a deterioramento, cioè gli elastici di questa misura, si reperiscono nei negozi lungo tutte le nostre coste, a prezzi abbordabili. Con quest’arma media e gomme da 16 mm, non troppo tirate, si possono prendere tutti i pesci che bazzicano tra le pietre. Il tiro utile considerata l’estensione dell’avambraccio, è di un paio di metri buoni. La velocità si mantiene ad un livello accettabile senza danneggiare, ad ogni tiro, la fiocina. Riguardo alla maneggevolezza negli spostamenti un arbalete con il fusto da 26 o 28 mm di sezione, non si sente quasi: il brandeggio in tutte le direzioni è estremamente naturale e semplice. L’asta da 7 mm è una freccia robusta che non teme maltrattamenti e brutalità: quali stanare un grongo che non vuole saperne di uscire dal budello di pietra in cui è stato colpito o il polpo enorme che si tira dentro la tana, fiocina e restante appendice. La sagola è meglio sia forte e di treccina di nylon da 2 mm di sezione: per molti anni renderà un servigio fedele e basta darle una controllatina ogni tanto, magari vicino ai nodi. Per le gomme da sedici sarebbe bene spendere qualche liretta per corredarle di un archetto serio: vi risparmierete possibili danni durante la fase d’armamento dovuti, per esempio, ad una scarsa fattura di quelli montati di serie.

    Il saggio principiante è un pescatore che inizia a pescare con spirito di sacrifico e una gran voglia di imparare tanto e in fretta.  Prima di tutto: calma e sangue freddo; ci vuole un pizzico di pazienza, saggezza, e voglia di vivere a lungo senza compiere esagerazioni di sorta. Con il tempo si matura l’esperienza e con gli immancabili errori si affina la cultura di pesca. I risultati, che prima o poi si ottengono, riparano tutte le insoddisfazioni maturate precedentemente. Il fucile per costoro è un tantino più “sofisticato” rispetto alla categoria soprascritta. Bisogna cercare di capire a quale tipo di pesca siamo predestinati, a quale nostra intima passione siamo votati: tutti abbiamo un impercettibile, minuscola, nucleare, preferenza. Per scoprirlo vedrei bene un settanta, settantacinque oleopneumatico con il variatore di potenza, e in secondo luogo, come possibile alternativa, un settantantacinque ad elastici.  Il mio primo fucile, che impiego ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, è un SL 70, con riduttore. Cosa volete che vi dica, è un’arma mitica, veramente universale. Non lo dico per schietto campanilismo ma perché ho una serie di motivazioni in cui credo ciecamente. In primis la lunghezza totale corrisponde ai centimetri con cui viene denominata l’arma, e quindi è realmente meno di un metro. Ciò significa che le soluzioni di praticità sono molteplici: si può riporlo in quasi tutti i borsoni capienti dei subacquei, si maneggia sott’acqua con sforzo nullo, si cela alla vista dei pinnuti anche in un avvallamento ridicolo, entra nel 95% delle fessure, naturalmente, senza dovere modificare, a tutti i costi, le manovre d’approccio. La propulsione oleopneumatica offre alcune prerogative che sono uniche nel panorama dei fucili subacquei. Intanto è possibile precaricarli con una gamma di atmosfere che parte dalle 18/20 fino a giungere alle 30 ed oltre: con quest’aria compressa l’asta viene proiettata ad una velocità molto alta e conseguentemente ne beneficiano sia la potenza, utile su prede di dimensioni importanti, sia la gittata che risulta assai buona. Con un settanta si hanno circa tre metri utili d’azione entro la quale qualsiasi destino di pesce è segnato.  Per terminare la presentazione, spenderei due parole su quell’esempio di mirabile versatilità che è il variatore o regolatore di potenza.  

Non tutti hanno ben presente a cosa serva la comoda manopolina a portata di pollice che si trova sulla destra del calciolo. Essa permette di ridurre quasi del 50% la potenza dell’arma, istantaneamente, direttamente sott’acqua. Dove lo trovate un altro fucile così comodo? Girovagate tra gli scogli e improvvisamente siete attratti da un bel sarago che si sta intanando. Se vi trovate a distanza umana, potete sparargli in massima, sfruttando tutte le atmosfere caricate all’interno del serbatoio, se invece s’imbuca, potete seguirlo, inserire la potenza ridotta e tirare il colpo sul bersaglio, certi di non spaccare tutto.

Per armare il fucile, anche se in queste lunghezze il lavoro non comporta preclusioni, si sfrutta un’altra dote del regolatore di potenza: il frazionamento dell’azione di carica. Sparando in minima e lasciando il cursore nella stessa posizione, si carica l’arma dovendo comprimere unicamente una porzione d’aria ridotta, la stessa utilizzata per sparare. Nel caso invece abbiate sparato alla potenza massima, tutta l’aria presente all’interno del sistema andrà ricompressa, facendo uno sforzo, per ovvi motivi, maggiore. A questo punto non tutto è perduto: se non siete dei Braccio di ferro o vi sentite stanchi da molte ore di mare, potete inserire la potenza minima e decomprimere in due o tre riprese successive, l’aria. Mi spiego meglio: all’interno del blocchetto di regolazione c’è una valvola che facilita i compiti di caricamento, per cui voi arrivate la prima volta, fin dove riuscite, poi rilasciate lentamente l’asta; alla successiva operazione vi accorgerete che fino quasi al punto raggiunto in precedenza, l’azione sarà più facile e così via, in più episodi, sino all’avvenuto aggancio del pistone.  

Le aste adoperabili sono quelle da 8 mm e quelle da 7 mm. Il primo diametro viene corredato di fiocine o arpioni svitabili, mentre le frecce più leggere sono da preferire tahitiane, e cioè con l’aletta incorporata alla struttura del dardo. La fiocina si usa principalmente in tana ma si possono prendere tante prede al libero, su corte distanze, magari approfittando del mare un poco torbido. Il tiro con questo accessorio montato  fa perdere di precisione oltre il metro e mezzo e nel ben augurante caso vi giungesse a portata utile un branzinone... sarebbe meglio avere la punta unica. Con l’arpione si affina la mira, la pesca è più sportiva e riuscirete a sentire lo strappo del sagolino a fine corsa provocato dalla maggiore gittata rispetto al cinquepunte. 

Un’asta da 7 mm tahitiana corredata dalla sagola in monofilo di nylon e scorrisagola idrodinamico, è una scheggia all’aspetto, mentre in tana sopporta meno maltrattamenti della freccia da otto: è utilissima per compiere i primi timidi aspetti e in futuro, molto più tecnici; unita alle dimensioni davvero ridotte del fucile, possiamo imparare bene a nasconderci tra i massi, ad occultare l’arma, ecc.

In definitiva, il fucile oleopneumatico medio, consente quindi di pescare in quasi tutti i tipi di tana (io ne faccio uso, specificatamente, negli spacchi medio-profondi), all’agguato e all’aspetto con acque di media visibilità.  Ciò vi da la possibilità concreta, di capire da quale tipo di pesca siete maggiormente affascinati e di acquistare, in seguito, una seconda arma, questa volta scelta accuratamente in base alle evidenziate esigenze.

L’arbalete da settantacinque è un fucile di lunghezza media, ma io lo farei rientrare nella categoria d’impiego: medio corto. Si comporta egregiamente in tanti campi ma  ha una versatilità minore se paragonato direttamente con il fratellino ad aria. Sono due prodotti differenti. E’ lungo, con l’asta tahitiana inserita, circa un metro e venti centimetri ma non spara, in proporzione, così lontano. Si può montare l’asta da 6 mm, da 6.5 mm e 7 mm; gli elastici applicabili sono o da 16 mm o da 20 mm di diametro. Riguardo alle probabili combinazioni è consigliabile all’inizio il montaggio di gomme non troppo dure e di frecce leggere, questo per esaltare al massimo le doti intrinseche del fucile elastico che sono: la precisione, la silenziosità e la velocità dell’asta.  In questo settore è davvero imbattibile. E’ di buona manovrabilità, ma in certe piccole tane dovrete imparare a impugnarlo in maniera speciale e non proprio istintiva. Lavora benissimo su spacchi più ampi dove, se ci sono corvine, si esprimerà alla grande. Al libero con scarsa visibilità, all’agguato tra gli scogli, è un cecchino micidiale. Ha una gittata discreta, che gli permette di cucire i cefali, le salpe, e tanti altri pesci ad una distanza di circa due metri e mezzo. Considerate anche che la freccia leggera è rapidissima ma una volta raggiunto il bersaglio, soprattutto se è distante, non ha la massa sufficiente a passarlo. Se s’incrementa il peso dell’asta bisogna aumentare anche la durezza dell’elastico, e superato un certo limite possono iniziare i problemi tecnici. Per concludere direi che il settantacinque ad elastico in mano ad un neofita è indicato quando si è deciso a priori l’acquisto di un altro arbalete un po’ più lungo ad esempio un 90 che è una delle massime espressioni in questo campo, ed è veramente letale. Trovo insomma che il fucile ad elastici sia un’arma dalle caratteristiche ottime ma che risaltano particolarmente in mano ad un apneista già abbastanza esperto.

    Il pescatore affermato ha ben presente il tipo di pesce che caccerà, i fondali frequentati e le attrezzature da impiegare con successo. L’arma media per l’apneista esperto sarà adottata durante la pesca in tana, l’agguato, l’aspetto. Per la tana, il 70 oleopneumatico continua a garantire i migliori risultati. Ha la potenza necessaria per fermare grossi cernioni e la delicatezza per fiocinare saraghi. Tantissimi agonisti del passato e dei giorni nostri lo utilizzano nelle competizioni quando la scelta delle componenti da impiegare diventa di primaria importanza e senza possibilità d’errore. L’intercambiabilità dell’arpione e della fiocina anche sott’acqua, il variatore di potenza, le ridotte dimensioni lo rendono il fucile medio da tana più versatile.

Per l’aspetto e l’agguato con poca visibilità emergono le differenti scuole di pensiero. Chi ama l’arbalete adotterà di solito il 75 ad elastico, che in mano a certi specialisti è fenomenale. Permette di cucire saraghi, orate, cefali, spigole con una precisione chirurgica. Di quest’arma si apprezza soprattutto la manovrabilità. Con le aste da 6,5 mm e le gomme da 16 unisce velocità e facile brandeggio, con la stessa freccia e gomme da 20 s’incrementa la capacità di penetrazione a fine corsa.

Per i sostenitori del pneumatico, l’arma media con acqua torbida è un 90. Soprattutto  in questi  ultimi anni l’adozione di serbatoi conici e canne interne da 11 mm  hanno prodotto fucili dalle potenzialità uniche. Molti apneisti utilizzano questo  tipo di arma addirittura per coprire quasi tutti i tipi d’aspetto; infatti ha una gittata, una velocità, una leggerezza di manovra che il più delle volte copre tutti i bisogni. Il fusto conico, assottigliato verso la punta, praticamente ha ridotto ancora le resistenze idrodinamiche del brandeggio, che già in un pneumatico normale erano bassissime ma soprattutto ha velocizzato l’azione del puntamento e la mira avvicinandosi in questo all’arbalete. La canna da 11 mm permette di fare meno fatica a caricare e al contempo aumenta la rapidità con cui viene scagliata la freccia.

Per l’aspetto o l’agguato in condizioni cosiddette normali l’arma media spazia dai 90 cm ai 105 indifferentemente sia che si opti per la propulsione ad aria che ad elastici. Si tratta di armi dalle prestazioni elevatissime e raffinate. I centimetri in più o in meno sono una questione di gusti e di abitudini. Il grande Bernard Salvadori, interpellato sulla questione, mi rispose che lui sia in cinque metri d’acqua che a quaranta e passa, utilizzava sempre lo stesso fucile: un arbalete con tubo da 28 mm, lungo 95 cm, gomme da 16 mm, e asta da 6,5 mm lunga 145 cm. Massimo Scarpati riguardo la medesima domanda, mi disse: “Che cosa c’è di meglio di un 90 oleopneumatico?”

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.