IL SECONDO FUCILE
Quando si ultimano i preparativi relativi a una battuta di pesca riguardanti la sistemazione, l’ordinamento, la cura, la pianificazione della strategia esecutiva e della propria attrezzatura, esistono varie correnti di pensiero. C’è chi non si interessa eccessivamente ai vari elementi interagenti e c’è invece chi li controlla nei minimi particolari non tralasciando nessun aspetto, neppure il più marginale. Il dato inconfutabile, da non dimenticare a priori è che non sempre, in mare, tutto fila liscio: ci immergiamo in un ambiente ostile ricco di centinaia di variabili imprevedibili. La questione diviene scottante, balza alla ribalta se la disattenzione, la sfortuna, la distrazione intervengono a complicare ulteriormente il quadro sportivo: possono rovinare di sana pianta un’intera giornata. La scala di seccature potenziali e di disagio conseguenti ad un’errata scelta d’equipaggiamento, soprattutto, è assai dinamica, interessa molteplici scenari; si può innescare per una quisquilia esilissima fino a raggiungere tetti verticali, problematiche così cattive da rischiare teoricamente un esaurimento nervoso. Immaginate di partire tutti eccitati, salire in auto all’alba, guidare per un’oretta e accorgervi, un attimo prima di varcare la battigia, di aver dimenticato in garage il boccaglio o addirittura il paio di pinne.
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Oppure avete preso il largo con il gommone e constatate in piena navigazione che dalla sacca dei fucili spunta uno spezzone anomalo: è un pezzo d’affusto dell’arbalete (l’unica arma portata appresso quel giorno) crepato in due tronconi in seguito a un urto maldestro sul pagliolo. Sono episodi crudi che di fatto rendono impossibile il proseguo delle pescate: il più delle volte vi arrabbiate maledettamente, ritornate a casa con la coda in mezzo alle gambe, e a parte il travaso di bile, tutto si dissipa in un paio di settimane. Cosa succede, piuttosto, se vi rendete conto che qualcosa non funziona solamente dopo essere stati in ammollo per ore o che la strategia di caccia esige un attrezzo diverso da quello previsto? Non accenniamo neppure al possibile dramma di una cattura sfumata per il suddetto motivo ritenuta già inanellata nel cavetto: presupponiamo che l’ira bollente innalzerebbe immediatamente la temperatura corporea e il mordente siliconico dell’aeratore verrebbe triturato in un lasso di tempo infinitesimale. E’ indubbio che un’attività sportiva, qualsiasi essa sia, se affrontata con le dovute attenzioni tecniche permette di concentrarsi ed esprimersi ai massimi livelli. Non possiamo prevedere e prevenire tutti i potenziali avvenimenti tecnici o dotarci di mille ricambi ma, forse, facendo un piccolo esame di coscienza, deliberiamo che siamo responsabili di qualche eccessiva ingenuità: non siamo organizzati al meglio, peschiamo con un filo d’improvvisazione, crediamo di possedere l’optimum per tutte le situazioni… e invece… |
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Il fucile è per un pescatore subacqueo qualcosa di più che un semplice cilindro inanimato. Molti apneisti lo venerano al pari di una reliquia, lo coccolano amorevolmente, non gli fanno mai mancare nulla. Dopo aver sbavato davanti ad una vetrina per settimane risparmiano i denari necessari e finalmente corrono ad acquistare il desiderio (o l’intera serie); al primo week end accompagnano fedelmente l’arma sott’acqua, la battezzano con devozione, e con pazienza e impegno durevoli danno inizio a un legame profondissimo. La simbiosi tra uomo e arma diviene totale; ci si affeziona; l’amicizia si consolida. Le emozioni che il mezzo aiuta a realizzare sono così intime che non si possono tradurre adeguatamente: né verbalmente né su sterili paginette di carta. Giorno dopo giorno aumenta la passione; le battute si avvicendano, le prede sempre più selezionate sollazzano le papille gustative, l’esperienza diventa un processo percepibile e prezioso, l’album dei “santini” si riempie progressivamente di magnifiche fotografie. Il processo potrebbe continuare beatamente per un ventennio ma presto l’atleta si accorge che forse, in alcuni frangenti, in seguito a situazioni speciali, a malfunzionamenti, a rotture, al cospetto di certi pesci occorrerebbe un companatico lievemente differente o addirittura supplementare, di riserva. Non si tratta di “tradimento” di una scelta prioritaria ma di una sorta di affiancamento, di sinergia esecutiva, di pronto soccorso. Si cambia arpione, diametro dell’asta, tipo di sagola, propulsione ma l’insoddisfazione resta palpabile. C’è qualcosa che manca. Inizialmente il neofita non si rende bene conto di ciò che vorrebbe, di ciò che realmente servirebbe in talune circostanze ma poi inizia a leggere alcune riviste del settore, a parlare con le vecchie volpi del mestiere, con gli amici canuti della società… e si schiariscono le idee. Incomincia a focalizzare il nucleo della questione. Prende coscienza che l’arma singola, solitaria non è una scelta del tutto felice; capisce che non si può pretendere che un solo tipo di fucile ci tolga dai guai dappertutto, che vada bene dovunque. Talvolta è oberato da troppi compiti o non riesce a svolgere sempre la funzione che meglio gli si addice; è temporaneamente impotente, ha bruciato l’unica cartuccia a disposizione. L’atleta analizza i trascorsi, il vissuto subacqueo e gli appaiono come in un film dell’orrore tutte le avventure sfumate per non aver agganciato sotto al pallone un secondo fucile, le volte che è uscito in barca senza riporre nel gavone un misero archibugietto! Il libro delle delusioni ha dei capitoli amari, dei resoconti che mai avrebbe voluto rammentare ma che sono serviti a comprendere fino in fondo la molteplicità della spinosa faccenda.
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Dopo una ricerca spasmodica ecco la spaccatura tanto agognata: in mezzo alla distesa di alghe una piccola area di sabbia con un’enorme pietrone nel mezzo. La fessura è lunga, profonda e il settantacinque, nonostante il braccio completamente disteso, non riesce a scagliare il dardo sul dorso dei saraghi distantissimi. Ripieghiamo su una distesa di grotto vicino al faro: i buchetti sotto di noi sono così striminziti che risulta nuovamente impossibile colpire le agili corvine. Ci vorrebbe un fucilino molto più corto. Dopo essersi escoriati i gomiti, dopo averle provate tutte riemergiamo depressi. Stiamo nuotando dinanzi a un’insenatura: a riva c’è della bella schiuma. Il novanta è perfetto per pescare con una visibilità di tre, quattro metri e fino a questo momento si è comportato signorilmente. I primi tuffi rilevano che i pinnuti si sono spostati dal centro baia e stanno incollati al bagnasciuga, tra i vortici della risacca e gli scoglietti affioranti: brandiamo il gioiellino ma in una spanna d’acqua capiamo alla svelta che non abbiamo tra le mani l’attrezzo idoneo. |
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Ritentiamo la posta osservando la tahitiana da un metro e quaranta sbandierare in corrente e scomparire tra le alghe in sospensione e la nebbia sollevata dai marosi. Cambiamo sito ma riscontriamo amaramente che il torbido andrebbe affrontato con altri mezzi... Per oggi ci dobbiamo accontentare di una mesta nuotata di ritorno.
L’aspetto è stato condotto in maniera superba: il dentice risulta colpito un po basso ma gli abbiamo concesso morbidamente il sagolino necessario per sfuggire senza lacerarsi le delicati carni. Con trepidazione discendiamo lungo il tragitto disegnato dalle volute di cordino riuscendo a localizzare facilmente la pietra dove si è imbucato. Ci affacciamo è vediamo l’asta “nuda” depositata sul fondo: il grosso sparide si è disarpionato e staziona sulla parete del budello con le dorsali tese. Poco distante filtra la luce di un’ampia apertura: captiamo al volo l’idea balenata pure nel cervello del pescione ma una nuvoletta di sospensione e il rumore annichilente della fuga uccidono la fioca speranza, sciolgono l’euforia stuzzicante del trofeo. Peccato davvero non averlo doppiato con un altro colpo.
La cernia sembrava ferma, immobile: come abbiamo fatto a non fulminarla? Abbiamo mirato bene, tra gli occhi: quando abbiamo schiacciato il grilletto si è girata di scatto e la freccia è penetrata nella schiena. Ora si è intrufolata in un budello angusto ma si scorge ancora un angolo di capo scoperto: tiriamo il treccino di nylon come disperati ma non riusciamo a muoverla di un solo millimetro. Il testone è in evidenza e basterebbe fiondargli un’altra freccia nel cervello per lavorarla senza difficoltà. Dobbiamo desistere dal recupero immediato poiché siamo disarmati e una trazione sul serranide ferito darebbe un esito infausto.
| Dopo un intero giorno passato sul monitor dell’ecoscandaglio ecco apparire la traccia miracolosa: la rimonta s’innalza dagli abissi per qualche decina di metri e poi ritorna nel blu più misterioso. Le occhiate sfaccettano i raggi di luce in mille deviazioni e la vita sul cappello della secca sembra esplodere da un momento all’altro. Le ricciole sono ferme nel cono d’ombra del pinnacolo, sul ciglio sottostante. Il sub arriva silenzioso, allinea impercettibilmente il braccio con il corpo massiccio più vicino e scocca il tiro. La bestia sembrava lì ma il ferro che sporge eccessivamente fa temere di non averla trapassata da parte a parte. La reazione conseguente è potente: fortunatamente c’è il mulinello che si sbobina velocemente consentendo la riemersione del pescatore. Il combattimento è intenso, protratto nel tempo, sfiancante. Dopo trentacinque minuti l’animale sale lentamente verso la superficie contrastando sempre più debolmente l’azione dell’uomo. La bocca si spalanca ritmicamente e ciò indica che la resa è vicina. Un sussulto scuote l’asta, l’aletta è quasi fuoriuscita, scosta un esile lembo di pelle: il pescione si sta fieramente liberando. L’apneista invoca aiuto. L’amico è vicino, purtroppo a mani nude, senza un mezzo d’offesa. Effettua una specie di capovolta raggiungendo subito il corpo argenteo e scivoloso del pelagico. | ![]() |
Cerca di bloccare alla bene meglio il peduncolo caudale che assomiglia a un tronco, ma una scodata più vitale delle altre interrompe bruscamente la fiaba. Abbiamo raccontato una serie di esempi pratici che meglio di altre spiegazioni letterarie prolisse colpiscono dritte al cuore i subacquei poco previdenti; si potevano citare centinaia di altri modelli nefasti con un unico denominatore comune: l’arma adoperata nel contesto non era sufficiente o non era appropriata. E’ difficile che uno strumento soltanto soddisfi completamente le esigenze pratico dinamiche di un pescatore; immaginate a quali rischi drammatici siete virtualmente votati se questi è inaspettatamente impegnato sul campo.
Il pallone segna sub o la plancetta sono dotati (o si possono dotare) di ganci, di anelli, di fibbie con chiusura rapida, di elastici: sono i punti ideali per sistemare il secondo fucile. E’ scontato che durante il decorso della giornata venatoria dobbiamo avere la possibilità di intercambiarlo rapidamente con quello che impugniamo: verifichiamo che si possa liberare senza intoppi e senza manovre macchinose. Un’asola di sagola intrecciata abbastanza rigida apposta nella sede dell’impugnatura o del calcio facilita i compiti anche se indossiamo guanti, muffole, spessi e quindi poco sensibili. Quando si ha la fortuna di un’imbarcazione al seguito e un barcaiolo astuto ai comandi, tutto diviene istintivo: basta un richiamo accordato e conosciuto per risolvere le diatribe. Naturalmente l’ordine e la disponibilità a bordo non devono fare difetto. Nel caso l’aiutante non fosse idoneo all’uopo posiamo servirci di uno stratagemma banale: sui tientibene, attorno agli scalmi dei remi, sui golfari di poppa, sul maniglione di prua sistemiamo una o più funicelle con moschettone inox terminale in modo da agganciare ogni sorta di accessori. Riguardo al fatto di tenere in gommone i fucili di riserva carichi segnaliamo che dal punto di vista della sicurezza c’è il rischio tangibile di farsi seriamente male o di affondare il battello oltre che di documentata illegalità. Sotto la boa noi li conserviamo armati: più di una volta abbiamo risolto delle operazioni che avevano preso una piega malandrina.
Che tipo di secondo fucile bisogna adottare? La scelta del secondo fucile deve tenere conto del tipo di pesca impostata e deve seguire parallelamente l’orientamento abituale del cacciatore. Chi ama la pesca dei pelagici e che frequenta gli spazi nel blu, le secche, i promontori a strapiombo dove è più probabile l’incontro sensazionale è bene si doti di una coppia di oleopneumatici o arbalete lunghi. Non è semplice doppiare, passare e immobilizzare una leccia di trenta chili che si divincola a venti o più metri oppure anche in caso di rotture fortuite non rinunciamo al tipo di pesca che ci strega. Chi batte una fascia litoranea con sbalzi di batimetriche, con ambienti profondi, medi e bassi, con fondali differenti è bene collochi sotto al pallone almeno un secondo fucile più corto o più lungo rispetto al modello impugnato (c’è chi ne colloca anche un terzo…) in modo da adattare istantaneamente il tipo d’arma alla qualità del fondo a alle specie di pinnuti insidiate. Il tanista sarà votato a frugare nelle tane e magari a chiudere o sparare da ingressi multipli e secondari: cosa c’è di meglio che l’opzione tra un cinquanta, un sessantacinque o un ottanta? l’aspettista o l’agguatista varierà le fasce d’azione in relazione alla morfologia rocciosa, alla torbidità dell’acqua, all’intensità della corrente e del moto ondoso: per lui un novanta, un cento o un centodieci e un settantacinque di supporto. Per non smarrirsi in scelte complesse, per chi non ha troppe pretese tecniche, per chi pesca senza “aggressività” è sufficiente ricordarsi di un semplice settanta in aggiunta: risolverà i doppiaggi eventuali e consentirà di concludere dignitosamente la giornata.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo