QUANDO USARE LA FIOCINA

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Quando Bruno varcò la porta del circolo subacqueo si capì al volo che la settimana di pesca era andata a gonfie vele: gongolante aprì la busta che teneva sotto braccio e mostrò a tutti la foto della preda che stupì l’assemblea. Bruno è un cacciatore bravissimo, un vecchio campione dotato di un fiuto eccezionale per il pesce e ancora una volta aveva dato dimostrazione della sua indiscussa classe. Stava cacciando nella parte nord occidentale della Sardegna, in un fondale assai torbido per la scaduta di una mareggiata, alla ricerca di spigole e orate. Impugnava un oleopneumatico di lunghezza media armato con una fiocina a cinque punte. Dopo una serie di agguati e aspetti infruttuosi si trovò improvvisamente al cospetto di un enorme testone: era una leccia da venti chili. Sparò immediatamente e il cinque punte penetrò lateralmente nel cranio del pesce fulminandolo all’istante. In tanti anni si contano sulle punte delle dita le volte che ci è capitato di sentire effettuare una cattura così imponente con una corta fiocina, anzi: i racconti di caccia erano strapieni di pesci persi dopo una breve reazione, di animali corpulenti che si disarpionavano in un battibaleno, di avventure mancate. Il dilemma e sull’uso della fiocina, comunque, è combattuto giustamente da molti atleti perché qualcuno afferma che si tratta di un sistema di pesca scarsamente sportivo, altri lo difendono strenuamente. In alcuni paesi che si affacciano sul mediterraneo è proibita la versione a cinque punte ed è ammessa invece quella da tre: sulla strana scelta ci sarebbe da discutere perché non si capisce bene quale grande differenza possano fare due punte in più. La fiocina si adopera con parsimonia ed è molto utile in specifiche situazioni, senza che si debbano provocare forzatamente mutilazioni varie, danni biologici, massacri e stermini su pesci piccoli. Noi, generazione di qualche anno fa, siamo cresciuti a pane e fiocina poi, col passare del tempo, l’impiego delle tahitiane sugli arbalete ha preso il sopravvento e le fiocine sono state messe un po in disparte. Ciò non significa affatto che siano strumenti da condannare senza appello: in determinati campi sono quasi insostituibili.  

Le fiocine classiche sono dei particolari in metallo muniti di più punte, tre o cinque, saldate a un tondino che si accoppia meccanicamente, tramite un passo filettato femmina, al terminale maschio di un’asta. Fanno bella mostra sugli scaffali in esposizione, di una colorazione giallo oro vistosa, che non è altro che la zincatura protettiva superficiale applicata a del comune ferro; si possono reperire pure in altre varianti cromatiche, nerastre, verdastre oppure in più pregiato acciaio inossidabile. Su aste molto sottili o con filettature non conformi allo standard si possono reperire dei raccordi di adattamento. La lunghezza e la larghezza delle punte è variabile così come il numero e la forma dei piccoli ardiglioni di tenuta.

Statisticamente la più usata in Italia è quella a cinque punte: la si applica solitamente alle aste filettate degli oleopneumatici corti e cortissimi che così armati sono micidiali. Il cinquedenti è largo circa 7/8 centimetri e quando l’arma è carica fuoriesce abbondantemente dalla linea dell’affusto; si orienta orizzontalmente o verticalmente rispetto al fucile, a seconda delle esigenze pratiche dell’utilizzatore. Nella pesca subacquea, difficilmente si prende la mira collimando le tacche apposite: spessissimo si spara all’imbracciata, si preme il grilletto con una certa approssimazione e abitudine. La fiocina, sporgendo fisicamente dalla volata, diventa un ottimo riferimento visivo e dona al sistema occhio, braccio, dito una rapidità d’azione esemplare, perdonando così i frequenti errori di allineamento. In acque molto torbide, con pochissima visibilità, s’instaura una condizione pesantissima per la pesca subacquea. D’inverno molte località litoranee sprofondano in questa dimensione e per gli apneisti inizia una difficile stagione. Il campo d’azione consueto è un fazzoletto di un paio di metri quadri, nei pressi dell’immediato sottocosta, dove i pinnuti fanno delle apparizioni fugaci tra i giochi di ombre e di luci soffuse dei frangenti. Controllare il fucile che fatica a rimanere in posizione, tra la risacca e le correnti, non è facile e le padelle e i cappotto sono usuali. Il profilo stretto e affusolato di una spigola guizza a mezz’altezza ma prima che riusciamo a inquadrarla precisamente con la tahitiana si è già dileguata. 

Il pneumatico da sessanta prelevato dalla plancetta è munito di freccia da 8 mm a cui è stata avvitata una fiocina. Si ripete un’analoga scena nella riviera ligure di ponente: il branco di cefali dorini scapola dietro il pietrone e sfila poco sopra il nascondiglio soffocato da uno strato semitrasparente di fanghiglia; il cinque punte si allinea ad un ventre biancastro e poco dopo la preda fiocinata si accascia stecchita sulla sabbia. Il grosso branzino sbuca dal fango e ci punta di muso a meno di mezzo metro: il cinquedenti è in mira e penetra integralmente dietro l’occhio, con un impatto devastante. Da questi brevissimi racconti deduciamo che la fiocina ha il suo territorio d’elezione in pochissima acqua, quando gli spazi di manovra sono limitatissimi e si spara a distanza assai ravvicinata. 

Un amico marchigiano, Massimo, mi racconta che dietro i moletti frangiflutti della sua città adriatica, dove la visibilità invernale è praticamente proibitiva non c’è nulla di meglio che un piccolo fucile ad aria e una bella fiocina per aver ragione delle spigole di cinque o sei chili. 

In tana la fiocina incrementa gli apprezzamenti del pubblico perché svolge un ruolo a dir poco strategico. Si esalta con tutto il pesce bianco che vive nei budelli di roccia, che ama mostrare per un attimo solo la schiena stretta, che transita velocemente nei passaggi del grotto, tra i massoni di una franata. Al giorno d’oggi i pinnuti che abitano le spaccature sono estremamente mobili e basta che vi affacciate con la maschera ad un’apertura per scorgere una diserzione generalizzata o qualche balenio che ripiega in una cavità passante vicina. Un fucile corto munito di fiocina è quanto di meglio ci sia in circolazione: molti atleti famosi li utilizzano in competizioni traendone risultati indiscutibili. Si spara al volo, mantenendo altissime le percentuali di successo. I pinnuti si colpiscono ugualmente mentre scappano, mentre vi mostrano un piccolo particolare anatomico: di coda, di fianco, di testa, di schiena. 

C’è sempre una coppia di punte, o a volte un dente solo, che blocca inesorabilmente il malcapitato. Uno dei lati che stupisce ogni volta è il fatto che i pesci fiocinati bene non sbattono, non si dibattono a differenza di tiri portati con una punta unica. In un anfratto con più esemplari ciò è fondamentale se si vogliono prendere più pezzi. Talvolta si preme il grilletto su una famigliola assiepata di saraghi o di corvine: compiendo un’operazione svelta, e cioè estraendo in un battibaleno il primo animale immobilizzato, potrà capitare di osservare gli altri membri della combriccola starsene statuari, tranquilli appena irrequieti per il rumore e la sparizione di un membro. Al cospetto di murene, gronghi, anche di dimensioni giganti, non temete che la loro reazione post ferimento vi procuri dei pasticci o vi esponga a dei pericoli: una fiocinata in piena testa (per le murene una zona letale è l’interno bocca, mascella superiore, con un tiro portato, se si può, dal basso verso l’alto) crea un violentissimo shock d’impatto. Noi, in Corsica, siamo riusciti a fermare con un tre punte, senza reazione alcuna, un grongo di ben ventidue chili. Potete premere il grilletto anche su pesci attaccati alle pareti certi di non stortare puntali e sicuri che le prede non si libereranno a causa di alette che si richiudono dopo l’impatto con la roccia. Un’altra caratteristica lodevole si nota nell’economia di esercizio. 

Sparando in tana con le fiocine potete dire addio ai soldi spesi per comprarvi ogni tanto una costosa asta nuova. I rischi di perdita di dardi; di incagli in buchetti, di “piantaggi” indesiderati di arpioni in concrezione madreporiche o in substrati tufacei è ridottissimo, quasi inesistente. Non capita che uno sparide venga insagolato e che la tahitiana prosegua la sua corsa chissà dove; non si cuciono i pesci che possono trascinare l’asta dietro ad un’asperità rendendo impossibile il recupero repentino della stessa o impegnandovi in un azione di liberazione faticosa e protratta nel tempo.  

Il brevetto n. 113016 depositato il 14/2/1967 dalla O.ME.R ha rappresentato una vera rivoluzione nel mondo delle fiocine tradizionali. L’ingegnoso Valerio Grassi progettò e realizzò una bellissima serie di fiocine mediante la simbiosi di due materiali: l’acciaio temperato svedese e il nylon purissimo tedesco. Praticamente le tre e le cinque punte metalliche furono annegate nella plastica col preciso obiettivo di attutire gli impatti delle fiocine contro gli scogli. La base elastica e tenace ammortizza le botte evitando storture e piegature. Due aperture circolari nell’anima del tecnopolimero consentono di inserire comodamente le dita e caricare le armi pneumatiche. Rispetto alla produzione classica si nota che i denti in ottimo acciaio sono più lunghi, ravvicinati e che gli ardiglioni di ritenzione sono più robusti. Il risultato tangibile è quello di una migliore manovrabilità in siti architettonicamente complessi, come microscopiche fenditure, tagli stretti, buchi lillipuziani. Il tre punte, a differenza del cugino in semplice ferro zincato, conserva un discreto potere di trattenuta e di arresto soprattutto se il dente centrale possiede due ardiglioni contrapposti. 

E’ minuscolo, si infila dappertutto e se le prede sono colpite in testa o in punti non troppo molli è fantastico anche su prede di peso medio. Al momento di sfiocinare la maggioranza dei pesci, soprattutto se questi sono stati centrati in testa oppure se sono dotati di una pelle particolarmente coriacea, avrete di che sudare. La tenuta può essere così salda che dovrete estrarre il pinnuto strattonandolo decisamente con i talloni dei piedi o addirittura lavorarlo sul pagliolo del gommone.  

I difetti e le curiosità. Le aste armate con le fiocine sono meno precise delle versioni a punta unica e ciò va tenuto presente nel caso si cacci al libero e l’acqua non sia troppo torbida: oltre il paio di metri di gittata utile si rischia di veder scartare di lato il dardo e mancare clamorosamente la preda. Le fiocine di semplice metallo, se perfettamente dritte, sono migliori nelle lunghe distanze: conservano meglio la traiettoria. Quelle con la base in plastica deviano un po di più a fondo corsa ma quando trafiggono un pinnuto sono così “cattive” che possono tranciare di netto pesci superiori al chilo; se sono montate su arbalete il fenomeno è saltuario ma con un pneumatico molto carico il dato distruttivo è quasi la norma. Non serve caricare eccessivamente il fucile: bisogna trovare un giusto compromesso soprattutto se si pesca in tana, pena il danneggiamento continuo di fiocine e pesci. Il fuoriclasse Toschi impedisce che gli animali trafitti finiscano contro la base della fiocina legando a mo’ di fermo una sottile sagola tra i denti. Un’altra precauzione riguarda il fissaggio delle fiocine alle aste: per impedire che la fiocina si sviti, per riuscire a smontarla senza fatica bisogna porre una striscia di teflon da idraulici sul filetto dell’asta oppure una goccia di blocca filetti apposito.  

I francesi armano i loro arbalete con dei tre punti disposti a cerchio, buoni più che altro per cefalopodi, oppure con un’asta speciale che termina con tre mini tahitiane appaiate. Questo tipo di fiocina lunga (i denti laterali misurano una ventina di centimetri mentre il centrale una trentina) è usatissima sulle coste Atlantiche e viene adoperata dai pescatori per cacciare enormi spigole. Chi volesse provarla può cercarla da qualche importatore di prodotti subacquei d’oltralpe. Noi ce la siamo procurata e l’abbiamo modificata per uso pneumatico: fantastica!  

 

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.