I FUCILI PER L’INVERNO

In molte discipline sportive, per non dire in tutte, il progresso tecnico ha contribuito sostanzialmente a raggiungere livelli qualitativi sempre più alti: gli atleti hanno a disposizione equipaggiamenti efficientissimi, calcolati e progettati per rispondere al meglio in ogni situazione. Anche nel settore della pesca subacquea è molto importante attrezzarsi con strumenti differenziati per sfruttare tutte le occasioni di cattura. Sin dai primordi della nostra disciplina si è intuito che per pescare bene e dappertutto, bisogna scendere in acqua con un arma di adeguata lunghezza e prestazioni. E’ interessante osservare i cataloghi di qualche lustro fa e notare come la panoramica di armi è stata progressivamente arricchita e soprattutto proposta in tantissime dimensioni operative. Siamo alle porte dell’inverno e chiunque frequenti il mare con un certo interesse verifica che le condizioni meteo sono radicalmente cambiate rispetto alla stagione estiva, sono divenute imprevedibili, l’acqua si intorbidisce spesso, il settore di caccia si limita, le specie ittiche cambiano habitat: è il tempo giusto per assimilare il concetto sopra descritto. Il neofita che prova l’emozione di un tuffo invernale non deve dimenticare che oltre la muta spessa, la piombatura generosa e distribuita in più parti del corpo, una maschera ad ampia visuale, la scarpetta delle pinne più grande in relazione allo spessore dei calzari ci vuole un fucile adatto per l’ambiente che si frequenta, per la tecnica di predazione che si adotta, per il tipo di pesce che si insidia. E talvolta le esperienze vissute sulla propria pelle sono quanto mai educative... 

C’era una volta un manipolo di aitanti pescatori subacquei che avevano una passione sfrenata per la caccia subacquea. Durante le prime stagioni in cui si faceva pratica l’importanza dell’attrezzatura non era tenuta in gran conto, e spesso si scendeva in acqua con ciò che capitava sottomano. L’autunno passò liscio come l’olio grazie alla complicità dell’anticiclone delle Azzorre, e i fucili dei tre apneisti si comportarono a meraviglia di fronte agli sterminati branchi di cefali dell’oro. Ero innamorato di un lungo fucile ad aria, l’SL 95, munito di una asta da 7 mm, che in una fortunata occasione mi permise di catturare addirittura quattro bei muggini con un tiro solo. Mi aveva seguito per tutta l’estate e il feeling riguardante la gittata e il brandeggio si rivelò completo. Anche i miei compagni disponevano di armi medio lunghe sia a propulsione elastica che pneumatica: un cento di produzione francese e un novanta ad aria. Un sabato di dicembre, dopo una delle solite tirate autostradali, arrivammo dinanzi alle dighe frangiflutti con un entusiasmo enorme ma ben presto la sensazione di gioia si tramutò in una delusione cocente: il mare appariva di un color caffelatte dovunque proiettassimo lo sguardo. Gli scogli facevano corpo unico con il limo in sospensione e solo qualche rumoroso frangente rompeva il silenzio della passeggiata a mare portando sulla battigia sottostante ammassi di posidonie morte. Ci dirigemmo verso un tratto ghiaioso e decidemmo di tuffarci lo stesso, a poca distanza l’uno dall’altro. Partii con il morale sotto le pinne e dopo un paio di capovolte mi resi drammaticamente conto che il fucile impugnato era assolutamente inutile in un contesto del genere. 

Troppo lungo in un liquido fangoso che a mala pena mi consentiva di notare il tappo bianco della valvola di ricarica, e troppo ingombrante per effettuare degli spostamenti in direzione di vaghe ombre che sembravano transitare in controluce. Un disastro. E d’incanto mi tornarono in mente i consigli degli amici più bravi, le letture sui periodici sportivi dell’epoca, le deduzioni fatte a tavolino che raccomandavano di adeguare le armi all’ambiente e al tipo di pesca che si voleva o si poteva fare. 

Chissà come se la cavavano i miei amici... Come si poteva pescare nel torbido e nella forte risacca con archibugi del genere? Provai ad arretrarlo completamente sperando di migliorare la questione ma i centimetri in esubero erano davvero molti. Dovevo assumere una posizione innaturale, forzata che risultava fuori luogo in tutti i tentativi d’aspetto. Peregrinando svogliatamente finii in un tratto leggermente più pulito (nel senso che appoggiato tra gli scogli riuscivo a inquadrare circa una spanna di serbatoio) con una visibilità appena sufficiente che mi consentì di proiettare la vista in un raggio di alcune decine di centimetri, verso il chiarore della superficie. Dopo alcuni istanti di immobilità ruotai le orbite oculari verso sinistra e non appena le pupille fissarono la nebbia ebbi un sussulto: la grossa spigola era lì, ferma, a pochi centimetri dal telaio della maschera. Per un attimo i nostri sguardi s’incrociarono sbalorditi. 

Restai come pietrificato e non riuscì a escogitare nessun tipo di reazione. Ci pensò il branzino: lentamente riprese a nuotare, parallelo all’affusto, e si diresse verso la nebbia più imperscrutabile. Ruotai impercettibilmente il polso e premetti il grilletto d’istinto, esattamente dove vidi eclissarsi la grande coda lobata. Sparai con un moto di giovanile speranza, praticamente azzardai il tiro poiché prima di riuscire a puntare l’arpione sul bersaglio visibile passarono troppi secondi: avessi avuto un fucile cortissimo avrei potuto spostare prima la volata e tirare con una porzione di animale ancora avvistabile. Il colpo sordo si confuse con il rumore dei frangenti e le posidonie in sospensione; nel contempo mi staccai dal fondo per riemergere. Sbucai tra la schiuma e non appena ripresi fiato sentii un passante, che camminava sopra le dighe artificiali e che sicuramente osservava il “matto” che pescava in quelle condizioni, sbracciarsi e urlare: - c’è un branzino, c’è un branzino!- In effetti un grosso branzino era giunto a galla agonizzante, a brevissima distanza dalla mia testa. Era un pesce di quasi quattro chili passato da parte a parte come uno spiedo che si dibatteva nel nylon in un vano tentativo di difesa: il ferro aveva lesionato la spina dorsale e ciò gli impediva qualsiasi forma di fuga.

Nella pesca subacquea ci vuole senza dubbio un pizzico di fortuna ma la cosa importante è non adagiarsi sugli allori ma analizzare il problema alla base, confrontarsi con più persone per aumentare il livello d’esperienza, e correre subito ai ripari: l’abilità di un pescatore subacqueo non si misura certamente con una singola preda catturata in evidentissime circostanze fortuite!  Avevo imparato che un solo fucile a disposizione era insufficiente per pescare bene durante tutto il corso dell’anno. Non capitò mai più di partire con la sacca semi vuota: in seguito nel bagagliaio della 127 si stiparono sempre fasci di armi di diversa lunghezza!

La scelta del fucile per l’inverno è fondamentale per la buona riuscita della pescata  e va vissuta con una certa elasticità mentale perché le coste del mediterraneo sono estremamente varie, lo stato del mare è variabile, le prede non sono sempre le stesse, eccetera. La realtà è che non esiste un’arma polivalente in commercio; i fucili che si adoperano in Liguria non sono gli stessi che si usano in Calabria e viceversa. In linea di massima quando giungono i primi freddi e l’inverno è alle porte si possono riporre gli archibugi che oltrepassano i 110 centimetri quelli, per intenderci, che si usano per i grossi pelagici o i serranidi in caduta, perché nella brutta stagione le prede con la P maiuscola svernano a quote abissali o migrano verso altri lidi. Doppi elastici, aste da 170 centimetri, trentacinque atmosfere nel cannone da 130, mulinelli con 150 metri di nylon solitamente riposano esausti in un bel ripostiglio asciutto o nella rastrelliera di legno. Al cospetto di acque molto limpide, come in Sardegna, in Sicilia, in Corsica e altre isole minori, ci sono subacquei che anche in pieno inverno adoperano armi lunghe ma con la particolarità di renderle un po più maneggevoli e un po meno “cattive”. Comunque, ricordo che bisogna essere molto esperti per destreggiarsi tra i marosi e le correnti del bassofondo con armi molto lunghe. La cura dimagrante che subiscono gli arbalete superiori al metro di lunghezza consiste solitamente nel scegliere aste e gomme un po più sottili in modo da privilegiare brandeggio e velocità d’esecuzione. Al posto degli elastici da 20 mm, o della doppia coppia da 16, si montano dei singoli da 16 o da 18 millimetri, e in luogo della pesante tahitiana doppia aletta da 7 mm si adoperano frecce da 6, da 6.3, o da 6.5 mm, magari leggermente più corte. Chi è particolarmente “scientifico” è capace di acquistare lunghi fucili a elastici con affusti e soluzioni tecniche particolari in grado di risultare più maneggevoli in tutte le circostanze come quelli monoscocca in carbonio a sezione rastremata variabile e sistema di sgancio arretrato; quelli dotati di testate speciali basculanti a profilo ultra ribassato; i fucili con fusto di legno o carbonio a forma di osso di seppia, eccetera.  

Gli amanti dei pneumatici di dimensioni generose, non oltre in ogni caso i 110 centimetri, agiranno sulla valvola posteriore e diminuiranno la pressione di precarica: mantenendosi intorno alle 27/28 atmosfere si gode ugualmente di prestazioni soddisfacenti e non si fatica eccessivamente durante l’azione di armamento. Le aste saranno al massimo delle tahitiane da 7 millimetri; qualcuno monta le 6,5 millimetri che risultano molto rapide e quindi micidiali con il pesce bianco. Sul mercato è possibile trovare un pneumatico da 106 centimetri a fusto conico molto intuitivo nel brandeggio e dei 110 con canna da 11 millimetri e ogiva conica assai brillanti come prestazioni balistiche e brandeggio.

I grossi mulinelli che solitamente vengono montati d’estate sui fucili lunghi possono essere rimossi, in modo da guadagnare in facilità di spostamento, e magari sostituiti con modelli da cintura o da manufatti molto piccoli. L’incontro con pelagici da record non è da scongiurare in partenza soprattutto con un clima stagionale variabile, come si riscontra un po dappertutto da qualche anno a questa parte, ma comunque resta un evento piuttosto raro. Una quarantina di metri di resistente treccina di nylon prendono posto in una bobina piccina che si può montare dappertutto e che potrebbe farvi sognare se, all’improvviso, vi sbucasse un bel pescione dietro l’antimurale di un porto o nei pressi di una foce fluviale!  

In condizioni di acqua piuttosto torbida, di mare in scaduta o in monta, di lunghi percorsi subacquei tra i massi e il ciottolato dell’immediato sottocosta (le condizioni tipiche riscontrabile in molte parti del mediterraneo) la maggioranza degli apneisti pesca con fucili medio corti. A seconda della trasparenza dell’acqua, spigole, muggini, saraghi, orate, salpe trovano un pericolo costante in due arbalete: il settantacinque e il novanta. In alcuni casi specifici si usano anche misure più corte, come nella costa adriatica dove il fango in sospensione è un dato costante, ma ricordate che di fronte a una spigola di parecchi chili bisogna presentare un’asta con sufficiente potere d’offesa e spesso un arbalete da cinquanta, o sessanta centimetri, possiede un dardo che pesa pochissimo e quindi non offre garanzie certe di fermare l’animale. Il novanta equipaggiato con tahitiana da 6 mm e gomme da 16 è un classico: risolutivo in moltissime situazioni, versatile, silenzioso, preciso e se l’acqua lo consente (tre, quattro metri di visibilità) si rivela pronto ad allinearsi con il bersaglio. Non stanca il braccio e si brandeggia senza eccessivi problemi. C’è chi monta aste più pesanti come le nuove 6.3 mm distribuite dalla Omer o le 6.5 mm, di serie su molti modelli, e naturalmente le abbina a gomme più potenti, da 18 mm o da 20, per disporre di maggior efficacia balistica. Sul mercato si trovano molti tipi di arbalete: potete scegliere quelli caratterizzati da fusti e soluzioni idrodinamiche in modo da poterli brandeggiare con maggiore naturalezza. Il settantacinque è un’arma che compare nelle sacche di moltissimi appassionati invernali. Con mare mosso e corrente è fantastico per il modo con cui si muove e va in mira. Leggero, super manovrabile riesce ad intercettare qualsiasi pinnuto entri nello spazio visivo dell’apneista appostato sul fondo o vagante tra le pieghe rocciose della costa. Si possono adoperare frecce di diametro compreso tra 6 e 7 mm considerando il discorso fatto per il novanta. Un’ottima coppia di gomme e una tahitiana da 115 centimetri di peso discreto possono regalarvi dei tiri efficaci entro un raggio di due metri e mezzo, tre. La velocità con cui parte inizialmente il dardo è micidiale e con questa peculiarità potete infilzare i pesci direttamente sul muso nel caso vi arrivino frontalmente o colpirli in punti vitali prima che attuino fughe repentine.

 

BOX. I francesi dispongono di speciali aste munite di tre punte saldate. In pratica sono tahitiane che terminano con tre singoli puntali molto ampi, adoperate per la caccia invernale alle spigole. Possiedono un potere d’offesa micidiale, in quanto pesano molto e con varie punte shockano e arrestano l’animale, per grosso che sia. Tralasciando la questione della sportività dell’oggetto bisogna dire che funzionano su corta distanza e con elastici molto potenti. Se consultate un catalogo che importa prodotti transalpini le troverete sicuramente e se nella vostra zona di caccia girano abitualmente bestioni da otto, nove chili questo tipo di fiocina fa al caso vostro (a meno che non peschiate con un pneumatico ad hoc...).

 

Naturalmente tra la varia panoramica di fucili invernali non possiamo trascurare la famiglia degli oleopneumatici perché, per certi versi, possiedono dei requisiti ideali per contesti ambientali difficili. Talvolta la visibilità in mare è molto limitata (penso ai ragazzi della costa romagnola che si devono destreggiare quasi sempre con dei muri di fango), le onde si rompono fragorosamente sugli scogli, grossi pesci spuntano nell’acqua lattescente dandovi appena il tempo di capirne la specie. I pneumatici sotto il metro di lunghezza, quindi paragonabili ad un arbalete settantacinque, si brandeggiano benissimo poiché hanno un affusto lineare e un’asta che sporge poco dalla volata, si possono adoperare con condizioni proibitive, il rumore dello sparo è coperto dal rimbombo dei marosi. Il mio grande amico Willy, bravissimo pescatore, dopo anni e anni di epiche battaglie condotte con fucili ad elastici è passato ai pneumatici... ed è divenuto incontenibile. Caccia abitualmente con un 96 a ogiva rastremata e nei casi più complessi sfodera un filante 85 e asta tahitiana da 7 mm. Mi ha rivelato che ci è voluto un po per abituarsi al differente modo di condurli, di mirare ma poi la velocità con cui riesci a pescare, ad aggirare le pietre semi sommerse, a stare fermo nelle lame di corrente è mitica. Dal settanta al novanta disponete di fucili in grado di uccidere all’istante qualsiasi pesce, comprese le grosse lecce che possono comparire dietro ai muggini, entro una distanza utile che comprende tranquillamente due volute di monofilo. Naturalmente dovete armarli con aste munite di arpione o ancor meglio con tahitiane da 7 mm e curarne l’assetto che talvolta tende a picchiare leggermente in basso. Personalmente pesco anch’io con un 96 con canna da 11 millimetri che ho un modificato proprio per l’inverno. Monto un serbatoio conico molto leggero e interscambio sia tahitiane da 6.5 millimetri che da 7 mm. Le atmosfere di precarica si aggirano intorno alle 26/27. Il monofilo di nylon che assicura il sottile scorrisagola è uno 0.90 di altissima qualità: quando schiaccio il grilletto parte una vera saetta!

BOX. Abbiamo già parlato di fiocine montate sui fucili ad elastici. Nei fucili pneumatici c’è chi adopera fiocine a tre e soprattutto a cinque punte (tipo Mustad, in semplice acciaio, autocostruite) ma si tratta di una scelta da ponderare attentamente. La fiocina dona la possibilità di centrare il bersaglio con maggiore velocità, di sparare spesso al volo senza quasi mirare, ma questo sistema è scarsamente preciso su distanze medio lunghe; rischia di tagliare a metà i corpi dei pesci (collocate su aste filettate da otto e fucili molto pompati si troncano tantissimi pinnuti anche superiori al chilo, chilo e mezzo di peso); non è molto sicuro in caso di prede grosse colpite non letalmente. L’uso di aste tahitiane o con punta unica è innanzitutto molto più leale e sportivo e secondariamente una volta che avete trapassato il pinnuto potete essere certi di recuperarlo intero.

BOX. Per i casi limite, dove la visibilità e davvero una chimera provate un cortissimo cinquantacinque con asta da 7 millimetri o ancor meglio da 8 tahitiana e buttatevi nella mischia! Si tratta di un’arma abitualmente usata nei buchetti di grotto e nelle tane più difficili rivisitata in chiave invernale. Non occorre modificarla troppo: basta cambiare sagola e asta e magari mimetizzarne il cortissimo serbatoio con delle macchie di vernice poliuretanica. Alcuni apneisti l’adoperano spesso con risultati lusinghieri e non manca mai al fondo del borsone o dentro il gavone del gommone. Riuscite a pescare nella schiuma, ad una spanna dalla superficie, al fondo di uno spiaggione con ottime speranze. Un cinquanta precaricato con 20/22 atmosfere è un gingillino temibile, eccezionalmente brandeggiabile, capace di perforare la grossa orata o lo spigolone di cinque chili come un panetto di burro!

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.