IL RAFFIO

 

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La chiglia del gommone rompeva la superficie liscia del mare con un suono anomalo, stridente, mentre i gabbiani seguivano bramosi la scia dell’imbarcazione tra volteggi spericolati e grida laceranti. Le prime ore del mattino possedevano un fascino strano, ovattato, quasi mistico. La nebbiolina umida si dissolveva nel nulla assorbita dal sole che faceva capolino tra strati incandescenti di nuvole. Lo spettacolo naturale era di una bellezza impossibile da descrivere verbalmente: mozzava letteralmente il fiato. Di minuto in minuto la temperatura maturava al rialzo e l’aria, dapprima pungente e stuzzicante, divenne presto una carezza rovente. L’alta parete che scorreva sulla nostra sinistra era fenomenale e magnificente: scavata in mille sfaccettature dai venti impetuosi del nord allungava un’inquietante ombra sulle basi a strapiombo conficcate nell’indaco. Le onde indotte dall’imbarcazione schiaffeggiavano la costa e la miscela di rumori e di effluvi che scaturivano al contatto spumeggiante accendevano l’eccitazione. L’isoletta che apparve dopo la punta era una scheggia biancastra proiettata nel blu intensissimo del cielo terso, collocata nel Mediterraneo milioni di anni fa da qualche cataclisma ciclopico. Il battello la raggiunse, compì un’ampia virata di circumnavigazione, e s’intrufolò in una stretta baietta borbottando furtivamente. Ci sfilammo le cerate e per alcuni istanti godemmo finalmente del calore della stella, spuntata sorniona da uno spacco della montagna: cosa si poteva desiderare di meglio da un prologo ambientale del genere? Sicuramente un’indimenticabile giornata di pesca. Prendemmo confidenza con il liquido salato compiendo qualche capovolta e accomodando l’attrezzatura nei minimi particolari. Decidemmo, anche questa volta, di cacciare appaiati, immergendoci a turno: la profondità imponeva un controllo visivo reciproco e le emozioni degli avvistamenti, delle catture, si potevano miscelare e godere indelebilmente nei nostri animi. Una lenta e accorta caduta di sorvolamento mi consentì di studiare attentamente lo sperone roccioso che tagliava maestosamente una bella franata. L’agglomerato pietroso precipitava trasversalmente, depositandosi tra aree verdi di posidonia e chiazze abbaglianti di sabbia candida. Il regno delle grandi cernie si svelava a poco a poco tra raggruppamenti di lastroni e massoni sparpagliati qua e là. Lo sguardo si insinuava furtivo nei coni d’ombra creati dalla morfologia del fondo e la speranza di scorgere preventivamente un particolare anatomico di qualche serranide o l’ingresso di qualche spacca promettente era fortissima. Le supposizioni venatorie non si rivelarono infondate: con la coda dell’occhio notai un movimento strano, un ondeggiamento di alghe anomalo dinanzi ad un sassone. Deviai l’impostazione della discesa e mi diressi verso la cresta con enorme trepidazione. 

Appena oltrepassato il crinale avvistai di soppiatto il pesce: era un cernione di una ventina di chili che se ne stava acquattato a sette otto metri di distanza. Cercai di impostare la battuta vincente seguendo un tragitto che mi consentisse di diminuire lo spazio eccessivo che ci separava: impugnavo un 95 oleopneumatico con asta da 9 millimetri e se fossi riuscito a inquadrarle il testone, a meno di quattro metri di distanza, potevo ritenerla in serio pericolo esistenziale. Con estrema pacatezza scivolai un poco più avanti, sempre nascosto tra le pieghe del terreno, fino a giungergli proprio sotto. Sbucai contemporaneamente alla volata del fucile e scorsi la cernia stagliata dinanzi alla tana: era ferma, statuaria, ma l’occhietto nero mobile tradiva lo studio meticoloso del contesto. Mi aveva certamente percepito ma stranamente indugiò per un barlume di secondi: fu l’elemento cardine su cui far immediatamente leva. La testata si allineò verso la sommità del capo, pochi centimetri dietro l’occhio vispo; la falange dell’indice si contrasse sul grilletto e la pesante freccia rovinò sul serranide. L’arpione penetrò lateralmente, passando da parte a parte il bestione ma nonostante il tiro preciso e la massa poderosa d’urto, si scatenò ugualmente un’opposizione rabbiosa. Il cernione si dibatteva furiosamente, come se fosse stato indemoniato, l’asta era infilzata nella testa ma ciò non sembrava averne minimamente minato la smisurata energia. Presi in mano la sagola e la strattonai verso la superficie ma il pinnuto fu più lesto e più forte, si oppose testardamente e si diresse dentro la crepa, trascinandosi dietro un nuvolone di polverino. Risalii contrariato e stupito cercando di tenere in tensione il sagolino che intanto fuoriusciva dal mulinello. Il mio compagno fu rapido a collegare al calcio dell’arma un moschettone in acciaio e in seguito a vincolarlo al pallone segna sub. Il bestione strattonava violentemente e non sembrava darsi pace: forse il colpo assestato era meno grave di quanto, in un primo tempo, era sembrato oppure la lunga appendice metallica impediva in qualche modo all’animale di muoversi agevolmente. L’unico maniera di appurare i dubbi consisteva nel ritornare giù. Aspettammo che la sospensione decadesse leggermente e una composta pinneggiata accompagnò l’amico all’imboccatura dell’antro. Sentii la sagola che tirava e immaginavo già che da lì a poco avremmo potuto festeggiare l’epilogo di caccia. Non udii sparare un secondo colpo e quando il mio collega riemerse credetti che la situazione si fosse stabilizzata positivamente. 

Invece era accaduto un disastro: il serranide nonostante il cranio parzialmente scoperchiato dal colpo devastante aveva conservato un barlume di vitalità e a furia di dibattersi si era quasi liberato. Quando il pescatore entrò nella fenditura lo vide appoggiato su un fianco; il fascio di luce della lampada illuminò l’orribile ferita e istintivamente una mano si protese per afferrare le cavità orbitali e portare il pinnuto finalmente all’esterno. Appena le dita sfiorarono i globi oculari avvenne il fattaccio: la cernia diede un’ultima potente scodata,  si strappò l’esile lembo di tessuto e di osso che la trattenevano al dardo, e si incuneò in una profonda strettoia. Il sub restò di sasso e si dannò tardivamente di non avere inferto subito la fucilata di grazia alla grossa preda. Recuperammo mestamente l’asta, stortata e con un’aletta dell’arpione svirgolata, e ci impegnammo in una serie di elucubrazioni mentali sul perché e sul per come si fosse potuta disarpionare così facilmente. Uccidere all’istante una cernia colpita lateralmente è un’evenienza piuttosto rara, poiché risulta difficile centrarle il cervello da questa posizione, ma aprirle la testa quasi a metà e vedersela sgattaiolare proprio sotto il naso…lascia davvero l’amaro in bocca! Risalimmo sul gommone e lo ancorammo sulla verticale della tana per avere una base di appoggio durante le fasi e i tentativi di recupero. Un fucile fu armato con lo spaccaossa, le torce furono controllate attentamente e, infine, fu portato in acqua un attrezzo che seguiva con apprensione tutte le nostre intricate avventure subacquee e che spesso risultava la chiave di volta dei nostri problemi: il raffio. Lo avevamo procurato alcuni anni prima in una di quelle giornate invernali uggiose dove non si va per mare e ci si abbandona all’attrezzatura curata amorevolmente e agli inventari maniacali su ogni più piccolo particolare. In commercio, all’epoca, vi era una ditta che ne commercializzava uno smontabile, divisibile in tre pezzi, ma noi volevamo qualcosa di estremamente robusto e personalizzato. Ci procurammo un tondino di acciaio inossidabile semi temperato da 10 mm e fu facile dotarlo di un’impugnatura vagamente triangolare, ottenuta tramite una piegatrice meccanica; all’altra estremità si ricavò un gancio simile a quello adoperato dai macellai e si saldò al fianco un corto puntale. Misurava poco più di un metro e trovava posto sul pagliolato del gommone adeguatamente protetto e cioè fornito di tappi di sughero o di spezzoni di tubo plastico sulle punte acuminate (manovra atta a prevenire forature indesiderate). Avevamo applicato all’impugnatura un anello di corda e questo ci permetteva di legarlo sotto al pallone tramite un moschettoncino ogni volta che necessitava.  

La cernia si era imbucata malamente e l’unica porzione che si poteva scorgere agevolmente era il troncone di coda. Aggirammo il sassone da ogni angolo per vedere se esistevano delle vie di accesso secondarie. Reperimmo un buchetto dalla parte opposta ma era così stretto che s’intravedeva a malapena il riflesso luminoso prodotto da una torcia appositamente accesa. Studiammo un piano accurato che consisteva innanzitutto nell’uccidere definitivamente il pesce, poi, in un secondo tempo, nel cercare di ruotarlo con il muso verso l’uscita. Servendosi del fucile munito di spaccaossa sparammo numerosi tiri in direzione del cervello, sperando che la traiettoria stimata da tergo centrasse l’obiettivo cruciale. Il raffio si rivelò subito uno strumento indispensabile: dopo numerosi sforzi eravamo riusciti ad agganciare un labbro e alternandoci nella trazione riuscivamo a inclinare il pesce di qualche centimetro e a sparare con maggiore efficacia. Il lavoro dentro quella buca ostica, sul filo dei ventri metri di profondità, era comunque pesantissimo.

 All’inizio infilavamo il raffio seguendo praticamente a tentoni il profilo del pesce cercando disperatamente di agganciare un punto buono. Peccato che sembrava di sfiorare un blocco liscio e viscido e prima di trovare un appiglio efficace dovemmo procedere a tantissimi tentativi. Non dimentichiamo anche che ad ogni scodata corrispondeva una nuvola di sospensione impenetrabile anche al fascio di luce alogena di un’ottima torcia. Lo sforzo fisico si tramutava inesorabilmente in un accorciamento del tempo di apnea e ad una valutazione certosina e obbligatoria dei propri limiti psicofisici. Si doveva agire con estrema ponderazione valutando molto accuratamente il da farsi. La cernia sembrava incollata indissolubilmente alla pietra, e non serviva a niente tirare con forza: un paio di centimetri guadagnati erano solamente il frutto di un’intelligente opera di lento sfiancamento, di tensioni strategiche, di torsioni millimetriche, di spinte e rilasci calcolati. Chi non ha provato nemmeno una volta a stanare un serranide ferito non può immaginare quanto siano efficaci le spine dorsali, gli opercoli, il testone puntellati strategicamente tra quattro pareti di roccia. Per darvi una vaga idea è come cercare di estrarre un tassello murario espanso nel proprio foro senza usare il cacciavite. Trascorse ancora qualche lunga ora, si spesero valanghe di calorie prima di giungere a capo della faccenda; io ero esausto e scoraggiato e se non fosse stato per il mio amico sarei tornato a recuperarla il giorno dopo. Invece la cernia fu colpita a morte, incredibilmente ruotata sottosopra tramite il raffio, sfilata dal meandro infernale e fatta fuoriuscire agevolmente da una nuova apertura ricavata rimuovendo alcune pietre.  

Questa breve storia ha raccontato una delle prerogative funzionali del raffio: l’aiuto nel lavoro di “stanamento” di alcune prede. La cernia è la regina di questa classifica ma il raffio non si impiega solo per estrarre serranidi arroccati: purtroppo le grandi cernie intorno alla nostra penisola sono generalmente appannaggio dei fondali abissali e ciò presuppone che non si spari neppure a pesci che richiederebbero un lavoro faticoso di recupero. Si cerca sempre, nell’eventualità dell’incontro, di premere il grilletto solo se si è certi di fulminare il pesce. Però non vi è mai capitato di dannarvi l’anima per alcune prede “normali” colpite non mortalmente che subito dopo si siano imbucate a profondità “umane”? Il pregio di un pescatore subacqueo è anche quello di possedere una buona mira ma può succedere che un pinnuto venga centrato per il rotto della cuffia. Il raffio, usato con saggezza, può essere l’asso nella manica in numerose situazioni sfavorevoli. Capita ad esempio che un grongo sia stato arpionato malamente e che si sia portato l’asta in fondo al budello. Provate a introdurre il braccio all’interno del rifugio ma non riuscite neppure a sfiorare il dardo. Tirate la sagola ma il senso di trazione non è quello che desiderate e vi accorgete che le asperità delle rocce potrebbero danneggiare e rompere la treccina di nylon. 

Il raffio può raggiungere il cappio che lega lo scorrisagola o la tahitiana e agire in una precisa direzione di trazione.  Oppure può essere agganciato alla testa del serpentone e direttamente coinvolto nell’azione di recupero. Naturalmente le occasioni per adoperarlo sono davvero molte e noi consigliamo di appenderlo sotto la boa segna sub o dentro un gavone o in una sacca porta attrezzatura, ogni qual volta sia possibile. Personalmente l’abbiamo usato per estrarre corvine e saraghi incastonati in strettissime fessure: la fiocina non permetteva di recuperare pesci “toccati” lunghi e non fermamente bloccati. Il raffio veniva fatto passare dietro alla preda, ancorato alle branchie o agli occhi dei pinnuti e delicatamente trascinato verso l’uscita.

Ricordiamo con piacere anche un grosso denticione che si era intanato dopo una fuga veemente: una delle alette della tahitiana era fuoriuscite a fior di pelle, bassa sul ventre, il lastrone era basso e profondo, era quasi buio e non avevamo un secondo fucile per doppiarlo definitivamente. Tirarlo fuori prendendo in mano il monofilo era da considerarsi quasi una pazzia e così ci affidammo al tondino metallico uncinato: fu facile raggiungere il predone da un’altra uscita, infilzarle decisamente l’attaccatura giallastra delle branchie e procedere alla bramata estrazione; pesava, infatti, quasi nove chili.

 

Fai da Te: come accennato nell’articolo sono molti i pescatori che si dilettano, e si possono dilettare, nella costruzione di un raffio. Tradizionalmente si acquista una barretta di acciaio e si curva nei punti prestabiliti, si salda una staffa trasversale per creare l’impugnatura e voilà… il super raffio è pronto! Chi non vuole faticare, invece, cerca nei cataloghi di alcune ditte l’attrezzo proposto (c’è ne uno molto interessante della Best Hunter), verifica che corrisponda alle proprie esigenze e lo compra. Noi preferiamo assemblarne uno personalissimo e con le conoscenze maturate nel corso delle varie pescate vi suggeriamo come procedere. L’asta di acciaio inossidabile dovrà possedere un diametro di 9/10 millimetri e soprattutto la proprietà di subire, al termine delle varie lavorazioni, un trattamento termico adeguato (cioè un processo di tempra). Il lato che verrà curvato per l’uncino potrà avere un angolo di piegatura comprendente varie ampiezze: determinarne il raggio più o meno aperto è una questione di gusti e specializzazioni. Segnaliamo però che sono abbastanza inutili i ganci enormi o quelli piccolissimi: si dovrà spaziare nell’ordine di una decina di centimetri o poco meno. Per effettuare delle piegature perfette basta aguzzare l’ingegno: i cantieri edili spesso utilizzano delle piegatrici per realizzare le gabbie di ferro da immergere nel calcestruzzo e in due minuti di collaborazione sinergica si può risolvere il nostro specifico caso. L’acciaio inox da temprare è comunque abbastanza facile da lavorare e anche con una morsa casalinga e qualche nozione e perizia meccanica si riesce nell’intento. Una raccomandazione accorata riguarda la qualità della punta che il raffio deve possedere. La punta del gancio dovrà essere acuminata e estremamente penetrante: prendete esempio dagli ami da pesca dell’ultima generazione che hanno sezioni penetranti micidiali. Dovrà bastare una leggera trazione per conficcare repentinamente il metallo nelle parti corporee scelte come ottimali; questa peculiarità eviterà contorsionismi e imprecazioni in vari contesti. Un amico, amante delle ricche insalate marinare, ha saldato due ami da palamito ad un’asta da fucile, e quando deve stanare un cefalopode ci mette pochissimo impegno: infila il congegno nel buchetto, aggancia il mollusco e lo stana in un baleno.

Il corpo del raffio vero e proprio può avere una lunghezza variabile: da una cinquantina di centimetri a 130/150 centimetri. Chi vuole ridurre al minimo gli ingombri relativi al trasporto dovrà sobbarcarsi l’onere economico di un lavoro di tornitura: è possibile filettare e maschiare vari spezzoni in maniera da modulare, tramite queste prolunghe, la lunghezza del raffio, adeguando al decimetro. Non dimenticate che un attrezzo non smontabile è più robusto rispetto a un elemento composto da varie sezioni accoppiate. Per l’impugnatura eviteremo quella a forma di semplice T, o se proprio non ne possiamo farne a meno, la doteremo di un anello in acciaio supplementare. Il motivo di questa preferenza è dettato principalmente dal fatto che sentiamo il bisogno di collegare il raffio con immediatezza alla cima del pallone, a un tratto di sagola, eccetera. La comodità di poterlo assicurare rapidamente con un moschettone,  aiuta a non perdere mai l’attrezzo, a trasportarlo con semplicità, a renderlo più efficace in particolari metodiche di trazione. Piegando l’asta, per esempio, a triangolo, otterremo un ottima superficie di presa e un’ampia area “chiusa” per l’appiglio istantaneo di vari sistemi di aggancio. Terminato il manufatto ci rivolgeremo ad un abile saldatore di acciai inossidabili e ci faremo dare due punti all’impugnatura e gli faremo saldare, poi, un corto puntale diritto, a fianco del gancio principale. Questo spuntone d’acciaio è l’elemento che coadiuva i movimenti di spinta ed è utilissimo per girare pesci, in special modo serranidi. A volte l’ardiglione laterale è più funzionale dello stesso uncino e va adoperato sempre con astuzia tattica. Un’intelligente compito che si può affidare al raffio riguarda il disincagliamento delle aste. A volte è sufficiente toccarle ripetutamente su di un lato per liberarle quando sono conficcate nel tufo o nella madrepora, in altri casi si estraggono da posizioni diverse rispetto alla direzione di tiro originale, ma esiste anche la possibilità che non si riesca in nessun modo a recuperarle, vuoi per le alette che si sono aperte dietro ad una roccia o perché si sono incastrate dentro un buchetto. Alcuni apneisti pitagorici hanno creato una piastrina “disincaglia aste” che presenta una serie di agganci e aperture universali atti ad ancorare i codoli delle aste. Questi dispositivi si possono montare su una prolunga smontabile al corpo del raffio, oppure, come abbiamo fatto noi, sull’ardiglione saldato a fianco dell’uncino. Il tornitore ci filetterà un tratto dello spuntone e maschierà il tubo che a sua volta sarà solidale al porta disincaglia aste (di lunghezza e fattura variabile). Quando tutte le opere artigianali saranno terminate si dovrà cercare un bravo fabbro o meglio una ditta specializzata in - trattamenti termici sui metalli - (consultate le pagine gialle o utili, a questa voce) per la tempra finale. Il raffio acquisterà una durezza e una resistenza notevoli, naturalmente adeguati alle caratteristiche fisiche dell’acciaio e ai trattamenti termici di cui sarà fatto oggetto.

Per curiosità, e per evidenziare la molteplicità delle soluzioni pratiche impiegabili, segnaliamo una soluzione adottata da un nostro conoscente che aveva creato un raffio smontabile, all’occorrenza facente funzioni di “carichino” per i lunghi e caricatissimi fucili pneumatici. Svitava il gancio terminale, avvitava al suo posto un codolo per oleopneumatici (opportunamente limato), infilava la robusta asta da 9 mm all’interno della volata, afferrava l’impugnatura e armava il pistone; una volta agganciato a fine corsa il pistone estraeva il “raffio” e inseriva al suo posto l’esile e velocissima freccia da 7 mm!

 

Sicurezza nell’uso: il raffio potrebbe richiamare alla mente battaglie truculente, sforzi erculei, muscoli e articolazioni esplosive, squartamenti metrici, budella, scaglie e pezzetti di branchie dappertutto. Fortunatamente non è proprio così. L’apneista che si pianta a trentacinque metri con le gambe divaricate, le braccia distese, il raffio saldamente in pugno e che applica una forza di estrazione disumana, è un esempio da non prendere neppure in considerazione. E’ vero che ci sono degli atleti (viene in mente un giovane campione spagnolo) che a quote abissali sono stati visti stanare grossi serranidi a forza di braccia e gambe, ma essi vivono praticamente a bagno per tutto l’anno e ciò consente loro di possedere un allenamento e un’osservanza dei propri limiti straordinaria, neppure lontanamente paragonabile a chi s’immerge saltuariamente nell’acqua clorata di una piscina e vede il sesto continente ogni tanto. E poi, anche tra i campioni, queste manovre sono assai rare e limitate comunque a speciali manifestazioni agonistiche. Azioni del genere potrebbero rivelarsi potenzialmente mortali per i comuni pescatori anche solo a dieci, dodici metri di profondità. In mare bisogna bandire l’applicazione di eccessivi impegni muscolari e l’uso del raffio deve seguire questa regola d’oro. La presenza di un fidato compagno che ci controlli visivamente e che alterni le immersioni con noi è un fattore imprescindibile di sicurezza attiva. Rimaniamo sempre e abbondantemente all’interno delle nostre capacità fisiche e non lasciamo prenderci dalla concitazione della cattura. Stabiliamo a priori un piano strategico e manovriamo il raffio soprattutto per metterci in condizioni di infliggere il colpo di grazia alla bestia, scegliendo postazioni e angolazioni di tiro favorevoli, per poi agire più fruttuosamente quando essa risulti inanimata. Non combattiamo stupidamente consumando litri e litri di ossigeno sul fondo, perché  non scordiamoci che dovremo uscire lucidamente dalla tana, staccarci presto dal fondo, pinneggiare tranquillamente verso la superficie, e raggiungerla senza affanno alcuno …

Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo