Come caricare i fucili Subacquei

 

Tutte le armi subacquee esercitano un’attrattiva speciale e per moltissimi pescatori rappresentano qualcosa di più che semplici articoli sportivi inanimati.

L’acquisto è spesso la conclusione di una pratica ricercata, attesa con bramosia soprattutto da chi si avvicina alla pesca sub con indicibile e indomabile passione. Si può optare per un fiammante arbalete o per un oleopneumatico dall’aria sorniona, a seconda delle preferenze maturate sui campi da battaglia, o si può essere attratti dalle pagine accattivanti di una rivista: state pur certi che la dose di endorfine è garantita.

Fintantoché il fucile è rimirato tra le pareti domestiche in ogni più piccolo particolare, è maneggiato in tutte le posizioni immaginabili si gode appieno del suo potenziale seducente: i materiali di costruzione sono sempre più ricercati, il progetto è evoluto, la linea di mira è fantastica, l’impugnatura sembra fatta su misura, il peso è ridottissimo, l’asta sottile promette miracoli.

Al momento del “battesimo” in acqua, però, possiamo incappare in spiacevoli situazioni dettate principalmente dall’inesperienza e secondariamente dall’assenza di conoscenze teoriche sufficienti. Una delle più frustanti accade quando non si riesce a caricare il fucile, quando si snocciolano intere sequenze di imprecazioni senza venire a capo di nulla.

In merito a questa spinosa questione potremmo addurre il nostro personale vissuto costellato da clamorose e  dispendiose batoste. Pensate che più di una volta abbiamo comperato dei costosi fucili lunghi, sia a propulsione elastica sia a propulsione pneumatica, vendendoli poco tempo dopo soltanto perché non riuscivamo ad armarli. E’ terribile sapere che un tipo di fucile è eccezionale per una determinata tecnica di caccia o all’interno di uno scenario ambientale da brivido ma rendersi conto amaramente di non poterlo adoperare autonomamente è un dramma: si può andare a pescare con gli amici e chiedere sempre al più forzuto del gruppo di caricare il nostro cannone? Col passare degli insuccessi e degli esborsi pecuniari siamo maturati e abbiamo fatto tesoro di alcune regole: ora i “lunghi” hanno assunto addirittura un ruolo preponderante rispetto al resto dell’attrezzatura.

Per caricare i fucili subacquei occorre innanzitutto premettere che trattasi a tutti gli effetti di armi pericolosissime quindi non vanno mai puntati verso compagni d’immersione e non vanno mai armati e adoperati fuori dal contesto sottomarino. La seconda premessa riguarda la conoscenza approfondita del sistema di funzionamento dell’arma impiegata in modo da sfruttare intelligentemente tutte le risorse disponibili ed evitare potenziali incidenti. Non vi sgrida nessuno se date un’occhiata al libretto d’uso che accompagna certi modelli!

L’arbalete è un fucile spartano composto da un calcio, un affusto, una testata, un paio o più coppie di elastici. Come funziona il sistema di propulsione? L’asta viene inserita all’interno dell’impugnatura e si aggancia a un robusto dente di acciaio grazie ad una apposita fresatura del terminale. Le gomme assicurate alla testata sono collegate tra loro da un filo o da un archetto metallico avvitato alle due boccole distali: questi si inserirà, stirando gli elastici, in una specifica tacca della freccia.

Gli elastici sono l’anima principale del fucile e hanno diametri, lunghezze, composizioni strutturali varie. Il costruttore monta un paio di gomme calibrate per ogni tipo di arbalete e cioè calcolate per accumulare una data potenza e scaricarla efficacemente sul dardo senza che si alterino gli equilibri in gioco. Naturalmente una gomma da 16 o 20 millimetri che rientri in un range ”tranquillo” di chili di spinta, non sarà difficile da distendere e conseguentemente non comporterà eccessivi impegni muscolari. Al contrario un elastico di generosa sezione e più corta dell’originale comporterà  sforzi maggiori.

Prima di procedere alle fasi cruciali del caricamento assicuriamoci che l’asta sia bloccata indissolubilmente al dente di sgancio e cioè che non si liberi spontaneamente appena agganciate le gomme: il rumore di aggancio comporta un sonoro “clack” ma finché non si afferra con le mani il puntale del dardo e non lo si strattona due tre volte verso l’esterno, non procediamo oltre. Il sagolino di collegamento è bene non interferisca in queste dinamiche: i nodi e le legature devono restare possibilmente al di fuori della mischia.

I meccanismi sono dotati di molle e di leverismi differenti e quindi di agganci più o meno duri, silenziosi, rapidi, complicati: si può essere facilmente tratti in inganno da un falso aggancio. Una volta posizionata correttamente la freccia si deve trovare un punto d’appoggio appropriato per il calcio. Alcuni modelli hanno un’inclinazione castello/impugnatura pensata più che altro per il brandeggio o per la rapidità di puntamento, altri possiedono un calciolo supplementare in plastica o in elastomero studiato per rendere l’azione di carica meno traumatica.

 La zona più adoperata è quella addominale: si pone il fondo dell’impugnatura sulla linea della cintura, appena più sopra oppure all’altezza del muscolo diaframmatico; con arbalete corti è possibile poggiare le impugnature direttamente sullo sterno. Esistono sul mercato molte mute impreziosite con appositi rinforzi sternali cuciti direttamente sulla fodera o incollati sul neoprene. Una ditta di Milano ha in catalogo un supporto plastico che accoglie l’impronta rovesciata di molti calcioli: viene montato sulla cintura di zavorra e aiuta chi è particolarmente sensibile alle tumefazioni e alle abrasioni della cute.

La scelta del punto d’appoggio oltre ad essere dettata dalle preferenze soggettive deve tenere conto della lunghezza delle braccia del pescatore, della sua struttura fisica. Un apneista alto 1.50 avrà delle esigenze differenti rispetto ad un soggetto che raggiunge i 2 metri di statura. Il discorso si trasferisce egregiamente pure al successivo passaggio e cioè al momento saliente di afferrare le estremità delle gomme. Gli arbalete medi e corti, sino ad una novantina centimetri di fusto, sono armabili praticamente dalla totalità dei subacquei mentre nelle misure che oltrepassando il metro, il metro e dieci sarebbe meglio superare il metro e settanta di altezza. Chi non possiede tali caratteristiche fisiche deve ingegnarsi ad acciuffare in qualche modo l’archetto che unisce le gomme, o dapprima un elastico e poi, successivamente, l’altro.

Conosciamo un agonista sardo che lega ogni volta una corta treccina di sagola ad un elastico: gli serve per raggiungere agevolmente l’archetto. Altri personaggi praticano una terza tacca ravvicinata sull’asta o dispongono dei “fermi” meccanici lungo il decorso dell’affusto. Nei primi centimetri nessun elastico risulta cattivo e può essere stirato senza difficoltà in modo da poter aggiustare la presa ed effettuare una trazione simmetrica ed equilibrata con entrambe le braccia. Quando si tengono in mano le boccole dell’ogiva o le ghiere degli elastici converrebbe indossare un buon paio di guanti antiscivolo perché se sfugge la presa sull’ogiva, se si spezza qualcosa o se si sboccola una gomma c’è il rischio di farsi molto male.  

Negli ultimi anni sono stati posti in vendita dei fucili e degli speciali accessori brevettati dotati di un corpo in tecnopolimero o in alluminio e due alucce laterali ripiegabili. Questi semplici ma geniali strumenti hanno la funzione di bloccare saldamente gli elastici in prossimità delle boccole e di offrire al pescatore l’opportunità di armare con sicurezza l’arbalete grazie ai bracci di leva sporgenti. Un tipo di caricamento assistito è solidale agli elastici di una nota ditta francese mentre l’altro carichino, orgoglio di un progettista bresciano, può essere usato indifferentemente su tutti i modelli in commercio. I mezzi di ausilio garantiscono un ottimo margine di sicurezza e una presa ergonomicamente valida ma il consiglio spassionato che ci sentiamo di inviarvi è quello di non abbassare mai la guardia durante l’azione delicatissima del caricamento di un fucile ad elastici.

Una volta che il calcio dell’arbalete è puntato stabilmente sull’addome si deve procedere all’armamento vero e proprio. La posizione in acqua sarà leggermente raccolta in modo da esercitare la trazione con l’ausilio di parecchi gruppi muscolari. Nei casi difficili questa metodica di trazione globale è la sola che vi farà raggiungere il risultato preposto. I muscoli dorsali contribuiranno alla trazione finale in modo superbo, potente.

Adoperando esclusivamente le braccia, i bicipiti e i tricipiti non potremmo tirare con eguale forza. Cercate anche di contrarre le fasce addominali e di controbilanciare lo sforzo di trazione per rendere più efficace l’azione complessiva. L’archetto deve incocciare la prima tacca; ribadiamo: deve assolutamente inserirsi perfettamente nella sede dell’asta. Se malauguratamente non fosse agganciato rischiate di affettarvi uno o più falangi appena mollerete la presa. I due elastici, se sono stati tirati uniformemente, risulteranno appaiati ad uguale distanza. Ci sono energumeni che non si soffermano alla prima tacca e proseguono come locomotive direttamente alla seconda e ultima fenditura, senza interruzioni. A noi succede una cosa simile solamente quando armiamo un arbalete corto o al massimo un settantacinque.

Rammentate che se desiderate usufruire della massima potenza dovete portare l’archetto fino alla seconda tacca. La sosta alla prima è adoperata comunque dalla maggior parte di apneisti e si attua per due motivi: il primo è quello di riprendere le forze, il secondo perché su certe armi non si riescono a tirare gli elastici fino in fondo soprattutto se l’arma è appoggiata nella porzione bassa dell’addome. E’ una questione legata ai bracci di  leva sfavorevoli. 

Per caricare fucili muniti di due coppie di elastici si arma prima il paio collegato alla testata (si può suddividere lo sforzo sfruttando la prima tacca e in secondo tempo transitare alla seconda) poi si passa al circolare. Bisogna prestare attenzione alla sagola che non deve interferire con le gomme pena un potenziale groviglio.  

Riguardo all’armamento dei fucili oleopneumatici bisogna adottare le cautele previste per tutte le armi in grado di offendere gravemente. Esistono ancora sub che brandeggiano fuori dall’acqua i loro archibugi come fossero racchette da tennis, senza rendersi minimamente conto che potrebbe partire inavvertitamente un colpo accidentale. Un arma subacquea che spara fuori dall’ambiente abituale scaglia il suo proiettile, di diversi ettogrammi di massa, a parecchi metri di distanza. Le sicure non impediscono al 100% che l’asta non si sganci dal dente di aggancio: un urto violento, l’usura di qualche componente, le regolazioni troppo sensibili …e potrebbe succedere la disgrazia.

Il fucile pneumatico non è spartano come un arbalete e i pezzi di assemblaggio risultano più numerosi, i meccanismi più articolati ma alla fine dei conti anche questa tipologia di armi non è assolutamente difficile da gestire, da capire, da caricare. Il fucile oleopneumatico classico possiede esternamente un’impugnatura, un serbatoio, un’ogiva plastica, una testata. Internamente c’è la canna, chiusa posteriormente dalla valvola di carica ma intercomunicante con il serbatoio per mezzo di aperture apposite poste dietro la sede del dente di sgancio. Un pistone che scorre nell’anima del cilindro d’alluminio e una boccola ammortizzante posta in una sede della testata concludono la descrizione approssimativa.

Naturalmente una serie di guarnizioni statiche e dinamiche O ring provvederà all’ermeticità assoluta e durevole del sistema; qualche decilitro d’olio alla necessaria lubrificazione. Quando si acquista un pneumatico lo si trova già pronto, già pre caricato ad un certo numero di atmosfere di pressione. Per variare il dato ed acquisire quindi maggior potenza basterà immettere altra aria tramite i procedimenti descritti nelle istruzioni dedicate. La modalità di funzionamento comporta che l’aria presente nel serbatoio e nella canna sia compressa dall’arretramento del pistone e si accumuli dietro di esso. Si infila la freccia dentro la volata, il codolo trova la sede apposita nel pistone, quindi si spinge verso l’impugnatura decomprimendo progressivamente tutta l’aria presente nella canna finchè un dente di ritegno non aggancerà saldamente il terminale del pistone. Il fucile è pronto allo sparo: si preme il grilletto, il pistone viene sganciato e sospinto verso la volata a grande velocità dal gas compresso che riprende il volume occupato precedentemente.

L’aria è il mezzo propulsivo sfruttato nel sistema oleo pneumatico: più se ne accumula all’interno del fucile maggiore sarà la forza che dovremo applicare per decomprimerla. Un fucile pre caricato a 18/20 atmosfere non comporterà sforzi eccessivi e il pistone arretrerà abbastanza facilmente; ma se la pressione in campo supererà le 27/28 allora l’impegno muscolare richiesto diverrà più serio. Una parziale eccezione si evidenzia nelle armi dotate di una canna a sezione ridotta e cioè da 11 millimetri (invece che le più diffuse 13 mm). In questi fucili lo sforzo di caricamento è meno impegnativo a parità di pressione. Nell’ultima generazione di armi con questo tipo di canne si riescono a caricare anche le misure più lunghe senza far uso del variatore di potenza traendone una resa prestazionale assai interessante.

L’esubero e lo sfruttamento pieno della potenza in un sistema oleopneumatico è stato affrontato da numerosi progettisti: il più adoperato, e quello che permane sul mercato da numerosi decenni, prende il nome di riduttore, variatore o regolatore di potenza. Gran parte dei fucili pneumatici ne sono dotati e la sua presenza è confermata da quella sorta di pomellino che fuoriesce lateralmente dal castello dell’impugnatura.

Una sottile astina regolatrice prosegue all’interno della plastica e sbuca all’interno del serbatoio; qui si trova esattamente in asse con un foro posto in un blocchetto solidale alla canna; per mezzo di guarnizioni si riesce a isolare lo spazio compreso tra il blocchetto di regolazione e i volumi retrostanti. In pratica si ottiene un volume piccolo e separato (tutto il gas che circola all’interno dell’impugnatura, nella porzione antecedente al blocchetto, all’interno della canna) sfruttabile a piacimento: azionando l’astina regolatrice, munita di un tappino stagno, si sceglie se mettere in comunicazione e quindi disporre di tutti gli spazi disponibili oppure se si vuole utilizzare la poca aria presente a blocchetto chiuso.

La potenza ridotta si adopera istantaneamente sia quando si spara, per cui si scaglia l’asta viaggerà con velocità bassa, sia nella fase di armamento. Nel primo caso la manovra è immediata e sfruttabile nell’azione di caccia con un semplice movimento del pollice mentre per la questione conseguente bisogna capire bene i processi e le interazioni di scambio tra i volumi di gas creati all’interno del fucile. Si inserisce la minima (per i fucili attuali è indicata dal cursore premuto e ancorato verso il basso) e si inizia a decomprime l’aria. Originalmente il gas occuperà liberamente tutti i volumi dell’arma per cui il pistone sembrerà sempre “duro” e quasi “inchiodato”: con pazienza spingeremo l’asta nella canna e faremo arretrare il pistone a piccoli passi, suddividendo a piacimento l’impegno muscolare. L’operazione è resa possibile perché si decomprimerà progressivamente l’aria dietro al blocchetto fino a che il pistone non si aggancerà, grazie a una semplice valvolina di non ritorno situata nel blocchetto di regolazione.

Naturalmente se spareremo sempre in “minima” caricheremo il fucile senza difficoltà ma se sposteremo anche solo una volta il cursore in “massima” metteremo nuovamente in comunicazione tutto il gas disponibile nel serbatoio e quindi dovremo procedere nuovamente al caricamento frazionato, alla decompressione progressiva.

Nell’arbalete il dardo non subiva sollecitazioni dirette nell’azione di caricamento mentre sui sistemi pneumatici la bontà complessiva della freccia, visto che la si deve spingere con forza all’interno della canna, deve essere insindacabile, al fine di evitare danneggiamenti dello stesso tondino metallico, e in qualche caso raro anche della superfice di scorrimento della canna. Noi amiamo gli acciai armonici perché sopportano delle flessioni marcate senza snervarsi e stortarsi. Il codolo, sempre in acciaio inox, accoppia meccanicamente con il foro del pistone e ogni casa ha delle dimensioni diverse, quindi assicuriamoci che i fondelli delle aste siano idonei al tipo di pneumatico adoperato.

La rondella presente sull’asta deve inserirsi perfettamente nella ghiera di testata sia per guidare coassialmente l’asta nella fase di caricamento sia per offrire una buona precisione di tiro. A questo punto si può afferrare l’asta e si può spingere con decisione all’interno del fucile. Le aste del pneumatico si possono correlare di fiocina, di arpione o come accade sempre più frequentemente di una bella tahitiana. Per i tre e cinque punte basta infilare le dita tra i denti o nelle apposite aperture del corpo plastico per riuscire a impugnare e decomprimere il sistema con efficacia. Per gli arpioni e le tahitiane bisogna adoperare un carichino che non è altro che una barretta di plastica dotata di una sede apposita per la punta unica.

Conviene tenerne sempre uno di scorta, magari ancorato alla boa segna sub o tenuto sotto il bordo dei bermuda poiché se si perde l’unico posseduto non si riuscirà a caricare l’arma. Sui fucili entro i 70/75 centimetri si appoggia il calcio sulla coscia, si stringe con una mano la volata e con l’altra si incomincia a spingere verso il basso il dardo; i muscoli del braccio solitamente sono più che sufficienti per espletare l’atto. L’asta deve progredire all’interno della canna in linea retta mantenendola in asse con il fucile, senza piegarla: sono ammesse delle flessioni contenute ma ricordate che con frecce storte si prendono delle padelle micidiali. Per le armi intorno ai 80/90 centimetri che richiedono un po più di atmosfere per far felice il loro padrone si punterà il calcio in mezzo alle ginocchia e si coinvolgeranno necessariamente più muscoli nell’armamento del fucile. Passando a fucili che oltrepassano i 100 centimetri, dove le lunghe aste non montano le fiocine perché sono preposte a infilzare pesci di stazza considerevole, occorrerà collegare al carichino due piccole prolunghe laterali che consentiranno di afferrare l’asta posta a più di due metri dal calcio. Questi troverà punto d’appoggio sul collo del piede o sull’intersezione delle gambe incrociate. Qui i muscoli della schiena, della spalla, delle braccia lavoreranno in simbiosi: a volte le 30 o più atmosfere sono terribili da vincere. In nessun caso, per ovvi motivi, dovrete tenere il fucile che state caricando orientato verso il vostro collo o viso: sarà sufficiente inclinarlo all’esterno di qualche decina di centimetri. Le armi con variatore di potenza vi aiuteranno ad armare qualsiasi cannone, con l’unico pegno in fase di sparo: la detrazione di un po di cattiveria balistica.

 

                                      Testo di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo