Le Aste

Un ricco catalogo di accessori 

è a vostra disposizione 

per gli acquisti sul sito è disponibile l' elenco di rivenditori diviso per zone

 

 

Acciao Zincato D 6.5 Accessori
Accaio inossidabile temperato D 7.0 Le modifiche
Acciaio inossidabile D 8.0 Sagola 
Acciao Armonico D 9.0 Spaccaossa

 

L’asta montata sul vostro oleopneumatico è così importante da condizionare in gran parte l’opera dello stesso. C’è un rapporto strettissimo tra performance balistiche, sfruttamento adeguato della potenza, risultati conseguibili. Con essa si carica l’arma, si punta la preda, si cerca di raggiungere il bersaglio, si trattiene il pesce una volta colpito. 

Comprendete che le mansioni a cui è preposta obbligano l’acquirente ad accertarsi che il prodotto scelto sia valutato molto accuratamente sotto il profilo tecnico e qualitativo. Un’asta scadente farà risultare negativamente anche il sistema che c’è a monte, senza alcun dubbio. Per armare il fucile, come abbiamo già visto, occorre che l’asta sia spinta con forza all’interno della canna: questa manovra comporta un notevole carico meccanico sulla freccia che non deve principalmente stortarsi o piegarsi malamente. Sulle armi a canna lunga l’operazione è senza dubbio maggiormente delicata ed è quindi più facile rovinarla: la precisione del tiro si ottiene con un’asta perfettamente diritta, non dimentichiamolo. 

 Il problema della ruggine è un altro di quegli aspetti che è meglio evitare in partenza: sia per i residui ferrosi che potrebbero distaccarsi dal metallo ed insinuarsi tra la guarnizioni di tenuta del pistone, determinando una possibile perdita d’aria, sia per la possibilità di grippaggio della rondellina di scorrimento e centraggio con la freccia. Esiste poi il capitolo immenso e discusso delle dimensioni fisiche che il tondino deve possedere. La lunghezza è un dato fondamentale per scoccare tiri precisi e in lontananza. Semplificando il tutto si potrebbe dire che il dardo, in acqua, ha una portanza idrodinamica, per capirci come quella di un’ala di aeroplano. Un fuciletto piccino, con una freccia da 50 cm, anche se fosse caricato a 40 atm non potrebbe mai scagliare il dardo a grandi distanze subacquee. Per vincere le resistenze e gli attriti dell’elemento liquido occorre anche un diametro ed un peso adeguato. Una sezione frontale delimitata, filante, garantisce che l’asta viaggi con una velocità sostenuta senza freni supplementari. Con una buona massa, inoltre, avremo un dato indispensabile per incrementare la capacità di penetrazione a fine tragitto.  

Le aste per il pneumatico sono solitamente fornite di: un codolo o fondello in acciaio inossidabile, avvitato alla filettatura di coda. Esso ha una forma prettamente conica: la parte inferiore è il famoso cono “morse” che si vincola nella sede del pistone (ogni marca ha una conicità differente che non è possibile, quasi sempre, adattare universalmente su qualsiasi pistone), mentre la parte superiore orizzontale è piatta e fornisce il supporto di battuta alla rondella.  Una rondella scorrevole in acciaio inox, alta qualche millimetro, che accoppia all’esterno con la fresatura della ghiera di testata e offre una base di “ancoraggio” agli accessori presenti. Una molla in acciaio inox, che ha il ruolo, tutto sommato, marginale, di ammortizzare il cordino di collegamento quando l’asta è a fine corsa.  

Uno scorrisagola di plastica, mobile, a cui viene annodata la sagola che trattiene la freccia. Generalmente per i pneumatici vengono vendute aste con una punta brevemente filettata su cui si possono avvitare le fiocine o gli arpioni ma da qualche anno la solfa è cambiata. Se volete ottenere prestazioni inimmaginabili ed eccezionali, adoperate sui fucili medi e lunghi una tahitiana (asta di lunghezza leggermente aumentata rispetto al ricambio originale e con un’aletta incorporata nella stessa struttura): tanti supposti difetti scompariranno d’incanto e vi ritroverete fra le mani un vero gioiellino. 

Il materiale che offre i migliori compromessi globali, sia in fatto di flessibilità, inossidabilità, peso, durezza, costi, è l’acciaio, in tante sue sfumature, vediamole insieme.

Quali diametri utilizzare?

Il fucile oleopneumatico può adottare aste di differente diametro senza mostrare stravolgimenti radicali e sostanziali delle sue proprietà balistiche. Aumentando o diminuendo la pressione di precarica potremo giostrarci la questione alla grande, cercando sempre l’indice di adattabilità migliore. Con le armi che possiedono la canna interna da 11 mm (i Cyrano della Mares) non si possono oltrepassare gli 8 mm mentre con tutte le altre da 13 mm si possono usare anche frecce da 9 mm e, adattandone alcuni componenti intimi, anche oltre. L’unica precauzione per il montaggio di aste maggiorate, consisterà nel misurare, con un calibro di precisione, il diametro del codolo dell’asta che dovrà, per prima cosa, passare liberalmente dentro la boccola d’ammortizzo (ultimamente le più recenti boccole sono state ridimensionate come foro centrale passante per consentire al pistone un margine di appoggio superiore, e quindi si deve controllare attentamente il diametro interno del foro, pena l’impossibilità materiale che un’asta grossa possa transitare all’interno) e poi assicurarsi e sincerarsi del suo rapporto millimetrico con il diametro del dardo: devono esserci almeno due decimi di battuta supplementare per la rondella scorrevole, altrimenti al primo tiro vedremo l’asta scomparire nel blu.  

   

 

 

 

Acciaio zincato

tradizionalmente presente sulle rastrelliere dei negozi subacquei lo si riconosce dai riflessi dorati che presenta sulla superficie. Ha accompagnato schiere di pescatori. La colorazione giallastra è dovuta alla zincatura elettrolitica, un processo chimico che protegge il materiale ferroso su cui è fissata. Si possono anche reperire aste in altre tinte: nere, verdi, argentee. La durata del riporto di zinco le preserva dall’ossidazione per qualche stagione. Non sono di qualità meccaniche eccelse poiché si piegano facilmente ma altrettanto agilmente si possono raddrizzare anche nella stessa battuta: basta prenderle a due mani e fletterle controlateralmente con un ginocchio. Il proseguo della pescata è assicurata. Per la loro scarsa propensione alla flessione elastica durante l’armamento, non si adottano per i fucili lunghi oltre i 90 cm e in diametri sotto gli 8 mm. Sono molto usate per la pesca in tana, in versione filettata. Il costo è basso e la reperibilità comune.

   

 

 

 

Acciaio inossidabile: 

riconoscibili dalle precedenti per il colore lucente del metallo. La resistenza alla corrosione è ottima, quasi secolare, ma non si può dire altrettanto per le caratteristiche meccaniche: solitamente sono costituite da inox AISI serie 300 che non è a livelli massimi di robustezza ed elasticità per questo scopo specifico. Di norma l’acciaio di questo tipo non viene temprato e resta con le sue qualità originarie: si storta, quindi, abbastanza facilmente. Impiegate in luogo delle precedenti zincate ripagano approssimativamente con le medesime qualità intrinseche ma con una durata nel tempo, praticamente infinita. Proponibili spassionatamente per la pesca in tana e per i fucili non oltre i 90 cm: aste da 8 mm, o da 9 mm, con la filettatura di corredo. Esistono in tante versioni e calibri ma, ad esempio, le tahitiane si caricano con elevati rischi di piegatura, sempre in costante agguato, e non sono quindi troppo consigliabili. L’impatto diretto con le rocce denota, inoltre, la morbidità del materiale con punte schiacciate e rovinate seriamente. L’opera di raddrizzatura è immediata, vista la duttilità dell’acciaio. Il prezzo d’acquisto è medio basso e la reperibilità semplice.

   

 

 

 

 

Acciaio armonico: 

è il tipo di acciaio che, per capirci, si usa per fare le molle. Un materiale splendido, dalle peculiarità meccaniche sopraffine. Sottoposto ad un sapiente e accurato procedimento di trattamento termico acuisce ancora le prerogative salienti: durezza, elasticità, flessibilità, resistenza, memoria di ritorno. Prodotte in tutti i diametri e in tutte le lunghezze le frecce in armonico rappresentano il partner migliore che potete affiancare ai lunghi oleopneumatici. Permettono di armare il cannone perdonandovi errori vari, restano belle diritte per dei tiri precisissimi, sopportano urti sulle cuspidi. Le tahitiane sono la scelta preponderante e consigliabile spassionatamente per ottenere il massimo anche in velocità. In tana sono un po sprecate... Quando si storcono si possono raddrizzare ma non è un lavoro molto semplice: occorrono una morsa e un martello e discrete capacità manuali. Il problema di fondo resta la resistenza all’ossidazione. C’è da dire che se la zincatura elettrolitica è eseguita con cura così come la manutenzione ordinaria, non ci dovremo preoccupare tanto per alcuni anni, mentre se il riporto è scarso, o mal fissato, o mal gestito osserveremo la precoce comparsa della ruggine. I costi si piazzano in una fascia medio alta e la reperibilità selezionata in alcuni negozi.

 

   

 

 

 

 

 

Acciaio inossidabile temperato

definito anche impropriamente acciaio inossidabile armonico, è un materiale abbastanza recente e l’ultimo in ordine di apparizione sui mercati. Sottoponendo a trattamento specifico un particolare tipo di acciaio inox, generalmente della serie AISI 400, si ottengono dei risultati assai lusinghieri. Siccome, però, il tenore di carbonio è inferiore a quello contenuto nel puro acciaio armonico, non avremo mai l’identica bontà tecnica.  Ci accontenteremo ugualmente di un buon prodotto finale. Il colore è argento chiaro, quasi “vetrato”. Il pregio migliore oltre all’inossidabilità, è la durezza, che le fa resistere a violenti colpi contro le pietre e non la fa stortare durante l’armamento. É acquistabile in molti calibri e lunghezze: un occhio di riguardo va rivolto alle lunghe tahitiane. Rammentate che le frecce in inox temprato sono durissime da lavorare (per fori, limature, filettature) e una volta piegate sono quasi sempre irrecuperabili: si snervano e non tornano più diritte. Il problema maggiore resta il prezzo d’acquisto che è piuttosto elevato mentre per la reperibilità vale il discorso dell’acciaio armonico.  

 

 

 

·        6.5 mm.  

Un diametro insolito per l’impiego su un oleopneumatico ma con i fucili dell’ultima generazione (canna da 11 mm) è da testare. La velocità impressionante è la dimensione che spiccherà su qualunque contesto. Consigliabile esclusivamente nella versione tahitiana e preferibilmente sui fucili da 95 cm in poi. La capacità di penetrazione a fine corsa è ottima su lunghezze che oltrepassano il metro (su aste corte c’è il problema del peso). Per l’armamento occorre la massima prudenza e la tecnica deve essere inappuntabile: meglio non eccedere, comunque, con le atmosfere di precarica dell’arma.  

 

 

 

 

 

 

 

·        7 mm

Il diametro classico per chi non vuole rischiare. Sempre in versione tahitiana offre una penetrazione idrodinamica esemplare e conserva una massa discreta: buona in armi dai 70 cm in su. E’ robusta nell’azione di carica e non flette esageratamente anche con fucili mediamente pompati. Montata su vecchi archibugi in luogo dell’originale sembra farli resuscitare: precisa, potente, rapida. In versione filettata è un po più veloce delle sorelline analoghe dotate di maggior peso, ed è utilizzata preferibilmente per i pesci molto sfuggenti. Di serie viene fornita da molti costruttori per esaltare le caratteristiche dei loro prodotti.  

 

 

 

 

 

 

 

 

·        8 mm.  

È il diametro standard di moltissimi fucili. Generalmente è filettata e usatissima nella pesca in tana dove viene corredata di fiocine, arpioni. La massa è poderosa è verificabile anche nelle misure più piccine. Inutile affermare che la capacità di arresto sul pesce è senza macchia così come la resistenza a piegature o danneggiamenti. Riduce lievemente la velocità di propulsione senza comunque scendere a livelli drammatici. Basta acquistarne, o prepararne, una tahitiana, per cambiare subito idea: su pesci grossi e lontani fornisce tiri con un tasso di letalità “da mattatoio”. Abbisogna di sistemi con una precarica di base abbondante e generosa.  

 

 

 

 

 

 

 

 

·        9 mm.  

    Non è comunissima, è quasi scomparsa dai negozi specializzati e appartiene a mondi di pesca abbastanza lontani, purtroppo. L’azione di caricamento è resa quasi insensibile a possibili flessioni anomale. Ha una massa paurosa, di svariati etti, e dove arriva sfonda tutto. Non c’è osso cranico o strato dermico che ne possano ostacolare la devastante progressione. Il tiro potrebbe sembrare un po “pilotato” ma se il fucile è molto carico la questione si ridimensiona ai minimi termini. Usata in tana, per serranidi principalmente, armi dai 70 cm in su; o al libero o ancora in caduta, su pelagici di grande caratura, con i cannoni da metro e oltre.

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli accessori delle aste.

Un primo sguardo, di parte, va rivolto ai sistemi presenti sulle aste tahitiane (comuni ad altri accessori) che impediscono alla preda colpita di liberarsi: le alette di ritenzione. Vengono stampate con lamiera sottile, d’acciaio inossidabile, e rivestono come un guanto il dardo. Sono imperniate con l’apposito ribattino, sempre in inox e si articolano sull’asta con un angolo di circa 80 °; sono fissate a breve distanza dalla punta, perché possano aprirsi subito dopo che l’asta ha passato l’animale. Ci sono pesci che per un nonnulla si lacerano le carni o che si dibattono come ossessi, creandosi dei fori bestiali; per questo tipo di pinnuti occorrono alette lunghe almeno 6 o 7 cm, fissate a distanza dalla punta della freccia (sembra incredibile ma può accadere che il puntale fuoriesca di lato trascinandosi appresso l’aletta e poi tutta l’asta...). Il pneumatico, a differenza di altre tipologie propulsive, ha una tale potenza di perforazione che spesso si trovano le prede insagolate e cioè finite direttamente sul filo di collegamento; la freccia, dopo aver trapassato il bersaglio, fuoriesce completamente dal corpo dell’animale e resta penzolante nel vuoto. Perciò tanti pescatori si accontentano di una mono aletta, sicuri che è essa sia sufficiente ai loro scopi: per garantirsi sonni tranquillissimi sarebbe meglio, però, appaiarne una bella coppia, contrapposta oppure sfalsata, non si sa mai ...  

Con che cosa si adornano degnamente le aste filettate? La domanda ha due risposte che ripercorrono gli annali della subacquea e diecimila avventure passate: le fiocine e  gli arpioni.  

La fiocina è un oggetto quasi familiare alla popolazione mediterranea, nel senso che non siamo solo noi subacquei ad impiegarle ma è in uso anche tra i pescatori con le reti, ricorre nelle illustrazioni di antiche raffigurazioni marinare, ecc. E’ un oggetto dotato di più punte acuminate, nel particolare che ci interessa: tre o cinque. La lunghezza degli aculei, il numero, l’inossidabilità, gli ardiglioni di ritenuta, le rifiniture, sono variabili che differenziano la produzione ordinaria. La fiocina tradizionale è saldata ad un tratto tondo, forato e maschiato, che si avvita al dardo; si adopera principalmente per la pesca  in tana, con armi corte e cortissime, e in casi molto settoriali, come ad esempio per l’aspetto in acque torbidissime.

 L’immediatezza di mira, l’alta percentuale di successo di sparo, la superficie ampia di shock, la rapidità nel tiro su prede instabili e mobilissime, la possibilità di “fermare” pesci attaccati alle pareti: ecco i suoi pregi. I difetti rappresentano l’altra campana: insufficiente trattenuta su pesci larghi e di grossa stazza, freno idrodinamico marcato, gittata dell’asta ridotta significativamente, velocità rallentata. I tre punte conservano una superiorità per la manovrabilità ulteriore tra spazi microscopici, ma perdono in capacità di ritenzione. L’evoluzione tecnica, come si sa, trova le risposta a tutto, e così sono nati trepunte e cinquepunte speciali. Per l’ingegno di un progettista nostrano sono state create delle fiocine (alcuni decenni orsono) che hanno le punte temprate annegate direttamente in un telaio di nylon o tecnopolimero. Divenute ben presto “di tendenza” appaiono in quasi tutti i borsoni dei cacciatori tanisti. Che vantaggi comportano? Principalmente assorbono molto bene le botte che si determinano inevitabilmente quando si spara tra strette pareti rocciose, risparmiando le punte e poi che le due apposite aperture laterali, per l’inserimento delle dita, sono ottime per l’azione di armamento del sistema pneumatico. Per compensare i deficit di gittata (in parte) e soprattutto di sicurezza nella cattura di pesci grossi, è apparso in commercio un tre punte in acciaio inox particolare: ha le punte lunghissime, e su ognuna non c’è l’ardiglione di tenuta ma bensì una piccolissima aletta, una mini tahitiana. Il problema sentito si verifica quando si deve sfiocinare il pesce: non basta esercitare una trazione decisa e uniforme, come si fa con le fiocine normali (a volte, per i casi impossibili si agisce anche con i talloni dei piedi, tenuti di fianco all’asta, e poi si conclude con uno strappo secco) perché la presa è così salda e indissolubile che sembra tutto piantato: si dovrà lavorare di coltello o stiletto.  

L’arpione è un accessorio che  passa inosservato forse per la rarefazione di prede che ne invogliavano l’adozione o anche perché adoperando aste tahitiane non se ne avverte più l’esigenza spicciola; infatti, nel suo piccolo, riproduce fedelmente la medesima struttura: un corpo appuntito, avvitabile al dardo filettato, e due alette contrapposte applicate al di sotto. La differenza cospicua sta nel fatto che è molto meno idrodinamico. Ne esistono di tantissimi tipi, con alette corte e lunghe, con punte di svariati profili e forme, in inox temprato o in acciaio protetto da zincatura, fini o grandi di sezione, tozzi e filanti, pesanti e leggeri. Il vantaggio enorme, secondo noi, che conserva tuttora, è l’intercambiabilità rapida: può essere montato su un’asta che precedentemente aveva la fiocina, in pochi secondi. In alcuni campi, e nello specifico nella pesca in tana, questa dote si apprezzerà adeguatamente. 

Potremo disporre, quindi, di una punta unica al bisogno, con tutta la potenza e la precisione che ne consegue. Se il cinquedenti e tanto meno il tre, non offrivano garanzie sicurissime per l’uccisione di pesci superiori ai due o tre chili (esistono sempre le eccezioni relegate alla bravura e alla fortuna), l’arpione è in grado di fermare praticamente tutti i tipi di pesci, con un traumatismo d’impatto che non ha eguali. Un enorme grongo o un cernione da 20 chili devono ricevere una sorpresina con i fiocchi. Naturalmente con le fiocine resta il fatto che è facile colpire il pesce anche se è messo in posizioni difficilissime mentre con la punta unica diventa più difficile prendere velocemente la mira e centrare le prede. I luoghi dove si ripone in attesa d’impiego possono essere: l’interno polsino, il sotto bermuda, l’interno calciolo, la gibernetta in cintura, il contenitore sotto il pallone, ecc. Una volta trafitta la preda si svita dalla freccia per estrarla senza difficoltà. 

Consigliamo di interporre sempre un giro di teflon da idraulici tra la filettatura maschio dell’asta e la femmina degli accessori avvitabili: tutte le manovre di fissaggio e sbloccaggio ne beneficeranno e non ci sarà il rischio di perdere tutto. Considerando che molti paesi dell’area mediterranea hanno proibito l’utilizzo della fiocina, ritenendola poco sportiva e non sempre letale, affidiamo all’arpione i contenziosi in tana.  

 

 

 

 

 

Spaccaossa

Ora analizzeremo brevemente un arpione di impiego specialistico ma che potremo usare anche in altre circostanze normali e che consigliamo sempre di avere appresso: lo spaccaossa. Praticamente si tratta di un arpione classico a cui sono state eliminate le alette e arrotondate tutte le protuberanze al fine di renderlo straordinariamente penetrante. I miei sono elaborati; vengono filettati e torniti da tondini di acciaio da tempra (poi trattato) e dotati di una bella punta triangolare. Lo scopo primario dello spaccaossa è l’inflizione del colpo di grazia. Non sfoglieremo un trattato di medicina legale e non ci dilungheremo in spiegazioni truculente ma l’uccisione della preda è un fatto fondamentale e compierla il più rapidamente possibile è un atto dovuto. Esistono degli animali dotati di una forza tremenda che, se non sono centrati in punto vitale, ci faranno sudare le proverbiali sette camicie e a volte non solo quelle, prima di averne il sopravvento. Generalmente quando si fanno questi discorsi si finisce a trattare inevitabilmente del gigante degli antri, la cernia. Il serrannide ferito è davvero un osso duro e forse è proprio per lui che si è inventato l’arpione senza alette: avvitato su un’asta di un secondo fucile, è in grado di colpire nuovamente la preda senza che nessun meccanismo di ritegno ne ostacoli l’estrazione successiva. La manovra di recupero dell’asta conficcata sarà veloce così come i tiri conseguenti: l’obiettivo consisterà nel raggiungere un punto mortale per uccidere definitivamente il bestione e ricuperarlo in scioltezza, senza dannarsi l’anima in una raffica di tuffi e tira molla. Vediamo in quali altre situazioni torna utile: poniamo il caso che abbiate sparato ad un pinnuto e questo si sia infilato in un labirinto di grotto, trascinandosi dietro un bel po di metri di sagola. Tirate un capo e vi accorgete che si è formato un groviglio di filo. Cercate in tutti gli spacchi e ... sorpresa! Il denticione fa capolino sotto un tetto di posidonie, troppo pimpante e vispo; scendete con il vostro fucile pneumatico armato con lo spaccaossa, sparate fulminando la preda, vi riprendete l’asta e riemergete. Nel tuffo successivo basterà disincagliare con pazienza la sagola con la tranquillità del pescione già stecchito.  

 

 

Sagole

Le aste si collegano al fucile con la sagola. Le armi pneumatiche possiedono il vantaggio di scegliere, senza problemi, un numero congruo di cordini e cimette varie. La potenza esuberante non le relega all’utilizzo di sagolini finissimi per non turbare le peculiarità balistiche o meglio non è così sensibile a questo genere di variazioni. Per la tana si può andare sul “pesante”, privilegiando avvistabilità e robustezza visto che si spara da corte distanze su bersagli in spazi confinati. Noi adoperiamo un trecciato di nylon pieno da tre millimetri, di un bel colore sgargiante: se ne scorge immediatamente la presenza anche negli spacchi profondi ed indica istintivamente la direzione della freccia nonostante  la sospensione fitta e l’oscurità. Una volta centrato il pesce si può estrarre repentinamente, senza timore che il collegamento tessile si abrada o si laceri contro qualche asperità. L’unione con l’ogiva deve risultare immediata e disimpegnabile all’istante: può tornare utilissima in numerosi frangenti. I nodi speciali sono un paio ma va anche benissimo una bella girella grossa, da pesca in mare per intenderci, con il moschettoncino a sgancio rapido. Si fissa uno spezzoncino al foro dell’ogiva e si collega un capo all’anello del componente girevole: il filo non si attorciglierà mai e voi potrete sganciarlo e sostituirlo con praticità. Per non tirare esageratamente le due passate di filo con lo sganciasagola, indurendo da matti il grilletto, si può inserire lungo la sagola un elemento elastico che allenta e regola la tensione. Al libero si assottiglia il diametro della sagola fino a giungere al traguardo: il monofilo di nylon. La presenza dello scorrisagola, da un lato rappresenta un freno idrodinamico, dall’altra vi offre una vagonata di sicurezza: anche i capillari più esili, legati all’elemento scorrevole, non si tagliano, non si spezzano improvvisamente. Un sagolino da un paio di millimetri è già un buon compromesso ma per raggiungere i vertici della velocità nulla è meglio di un monofilo da 1. 20 mm. Si acquista in un negozio di pesca o in una cooperativa che vende prodotti per pescatori professionisti: si usa d’altronde per preparare i palamiti. Si può legare con un nodino allo scorrisagola, ma la cosa migliore è impiombarlo con gli appositi tondini in ottone (occorre una pinza specifica reperibile in un negozio che vende prodotti da traina). La giunzione sarà molto idrodinamica e resistente.

   

 

 

 

 

Le modifiche e le elaborazioni artigianali.

Materiali occorrenti: lime, cutter, cartavetro, un rotolo di teflon in pellicola, barretta di tecnopolimero, tondino di acciaio inossidabile da tempera, un trapano, delle punte sottili, una morsa, una pinza “grip”, indirizzi di officine meccaniche.

 

Gli interventi sulle aste dei fucili ad aria sono una strada da percorrere necessariamente se si vuole entrare in una nuova dimensione di tiro. La tahitiana oggetto delle nostre cure dovrà sostanzialmente essere il più “nuda” possibile. Per prima cosa cercate di eliminare la molla che è solo un freno idrodinamico. Una morsa con le ganasce protette da una lastrina di piombo bloccherà la freccia e voi, con una pinza grip, sviterete il fondello. Accederete con questa metodica anche per sfilare lo scorrisagola; ricercate la massima forma idrodinamica con l’adozione di un ricambio specifico, o con la modifica, per quello che vi è possibile, di quello posseduto. Se non ci fosse lui la freccia quasi quasi decollerebbe. La lima e il cutter saranno i compagni di lavoro e la riduzione delle dimensioni non deve intaccare assolutamente la zona dei forellini passa filo. Una lucidatura con della cartavetro completerà l’attività intrapresa. Un sistema furbo funziona: inserendo un tondino con il diametro posseduto dalla freccia, o uno spezzone di una vecchia asta, sul trapano di casa mantenuto in orizzontale, montargli  sopra lo scorrisagola e scartavetrarlo mentre questi ruota sul proprio asse, come se possedessimo un tornio. La radicale sostituzione dello scorrisagola con un componente nuovo, è un passo nel quale si comprende che.... incominciamo a far sul serio. Va tornito da una barretta in tecnopolimero autolubrificante o in altri materiali che preferite, nelle dimensioni più piccine che potrete immaginare. Disegnatelo di una linea snella e filante e praticate i buchetti passafilo mantenendoli aderentissimi alla struttura centrale. Chiedete al tornitore solo una sgrossatura a grandi linee del manufatto e l’esecuzione del foro di scorrimento, e poi rifinite manualmente voi l’oggetto: risparmierete sui costi. Il codolo sarebbe opportuno fosse bloccato alla filettatura o con un’interposizione di una strisciolina di teflon da idraulico o con una goccia di blocca filetti, perché esiste il rischio che si sviti improvvisamente. Un lavoro pesantuccio in termini economici ma di grande consistenza tecnica si ottiene con la riduzione e la filettatura del puntale, mediante tornitura, e l’avvitatura finale di una nuova punta, un po più larga di diametro, affilata e fatta successivamente temprare. Così facendo si “copre” l’aletta, o la coppia d’alette, idrodinamicamente e si rinforza incredibilmente la cuspide micidiale del dardo. Ideale per le prede importanti. Sulla stessa dirittura dispendiosa vi è la rettifica integrale di un asta, eseguibile in un’apposita officina, per creare diametri bizzarri: 6.7 mm, 7.3 mm, 7.5 mm, 7,8 mm, ecc. Le alette, dovranno essere molto sottili ma al contempo robuste. Ci sono alcune ditte artigianali che ne forniscono di sublimi e la sostituzione con le originali, sempre che si riesca a ridurre la sezione d’ingombro frontale, è consigliabile.

 

                                                 Emanuele Zara & Lucia Notarangelo