La maschera per l' Inverno

 

L’attrezzatura di un pescatore in apnea è sempre stata piuttosto spartana, priva di marchingegni e orpelli tecnici mirabolanti, e tutto sommato abbastanza semplice. I nostri progenitori si immergevano con dei sistemi artigianali incredibili al solo confronto odierno che non garantivano certo una protezione termica adeguata, una propulsione spedita, una visione subacquea accettabile. L’abbondanza di pesce generalizzata compensava il deficit dell’equipaggiamento e non si accusavano troppo i brividi precoci lungo il corpo spalmato di grasso, gli sforzi muscolari profusi per circumnavigare l’isoletta, gli allagamenti frequenti e la difficoltà di compensazione dei mascheroni fatti con le camere d’aria. Nel corso di questi ultimi anni il mercato delle attrezzature subacquee ha avuto uno sviluppo buono e chiunque atleta può acquistare prodotti qualitativamente assai validi ma al contempo i pinnuti si sono rarefatti, sono divenuti scaltri, si sono diluiti a batimetriche più profonde e spazi territoriali vasti. 

Queste trasformazioni hanno indotto i cacciatori subacquei ad affinare le tecniche, ad incrementare le performance fisiche, a studiare strategie sempre più efficienti per raggiungere i propri obiettivi. Ora un pescatore che si rispetti non possiede un’unica attrezzatura per tutto il corso dell’anno e probabilmente neppure il medesimo corredo per la pesca in tana, all’agguato o all’aspetto, in presenza di acque limpide o torbide, col mosso o con la bonaccia, a pelo d’acqua o negli angoli reconditi dei baratri, in luoghi dove l’incontro con i bestioni è altamente previsto o nei siti dove vivono ormai solo più diffidentissimi labridi. 

Noi siamo un po fanatici su questa questione ma ci accorgiamo spesso che con il componente giusto nel posto adeguato si ottengono esclusivamente dei benefici apprezzabili. Inoltre, sostituendo periodicamente gli attrezzi, prolunghiamo la vita degli stessi poiché il tempo d’uso e la conseguente usura è minore con un complessivo risparmio di denaro. Terminata l’estate riponiamo in un capace armadione la muta sottile, la cintura di zavorra in nylon elasticizzato, il set di fucili cattivissimi, le pinne lunghe, la mascherina a volume ridottissimo, il tubo aeratore accorciato e sfoderiamo aitanti e appassionati il giaccone autunnale in morbidissimo neoprene da 6 mm, la cintura in caucciù e lo schienalino di piombo, le armi un po più corte e maneggevoli, le pinne con la scarpetta adeguata ai calzari spessi, il boccaglio lungo, e la maschera a grande visuale. Riguardo a quest’ultima la ritroviamo perfetta come l’avevamo lasciata molti mesi fa, nella sua scatola di cartone rigido. Fortunatamente non abbiamo ripetuto l’esploit negativo perpetuato qualche anno addietro quando trovammo l’amata maschera schiacciata in fondo al borsone, con il facciale deturpato e irrimediabilmente compromesso dai chili di peso che lo sovrastavano. L’appoggiamo sul viso e inspirando per controllarne la tenuta non possiamo fare a meno di apprezzarne l’ermeticità visto che l’acqua fredda di questo periodo non perdona. E’ già successo che qualche frangente o l’urto contro una pietra abbia scalzato accidentalmente il facciale in pieno inverno ma è tutt’altra cosa la convivenza subdola con uno strato d’acqua ghiacciata che s’infiltra di continuo sotto le narici per tutta l’immersione! Paragonare il volume interno con il modello piccino calzato per tutta l’estate è un’altra questione spontanea che nasce al momento del cambio di consegne. Beh, con “Pollicino” bastava insufflare una quantità d’aria irrisoria e la compensazione avveniva senza quasi accorgersene invece adesso se ne spreca un po di più. Siamo consci che le esigenze del periodo invernale richiedono obiettivamente ben altre finalità e non ci preoccupiamo più di tanto: è raro che alcuni centilitri d’aria possano fare la differenza ad una batimetrica operativa di cinque o dieci metri al massimo. E poi, se proprio desideriamo centellinare l’aria perché ogni tanto scendiamo più profondi, possiamo sempre creare un riduttore di volume in modo da occupare gli spazi vuoti dell’interno maschera (v. lo speciale 

 Le battaglie ora si svolgono prevalentemente su altri fronti e i pinnuti insidiati navigano quasi nel fango, tra i vortici delle onde, compaiono all’improvviso da tutti i lati. Abbiamo bisogno di una maschera che ci consenta di inquadrare la scena di caccia con sufficiente margine visivo in modo da gestire al meglio le occasioni di cattura. Non possiamo soffrire in mezzo alla foschia come se avessimo due paraocchi per quadrupedi, dobbiamo giocare d’anticipo. Quel benedetto giorno che decidemmo di comperare una maschera diversa da quella adoperata in vacanza nacque proprio dall’analisi razionale delle battute invernali: bassa profondità; pesca prevalente all’aspetto o all’agguato; acqua mossa, torbida e solitamente sporca; prevalenza di predatori avvistabili e catturabili al libero.

 La visibilità nei posti che si frequentavano abitualmente era drammatica: bastava che una perturbazione transitasse velocemente per non più di mezza giornata per ingrossare il mare e renderlo marrone come il caffelatte per una settimana. Effettuavi la capovolta e ti nascondevi stretto stretto, quasi incuneato, tra quelli che dovevano essere degli scogli, in un marasma di alghe morte in sospensione. Tutto il clou dell’azione era affidato agli occhietti che cercavano disperatamente di spingere lo sguardo oltre la mano che impugnava il calcio, nell’anelito di cogliere un indizio vivente, uno scintillio di squame. Il desiderio di poter osservare il mondo circostante con un campo visivo sufficientemente esteso è vivissimo e in quasi tutte le strategie di pesca è fondamentale. Quel girare esageratamente la testa, soprattutto di lato per individuare preventivamente la spigola che ti sfila a fianco, o alzarla troppo, per sorprendere il saragone che controluce si sta avvicinando dall’alto, non sono atti che fanno parte di una metodica corretta. Bisogna conservare una certa immobilità o, proprio quando non se ne può fare a meno, spostare impercettibilmente il collo per guadagnare ancora qualche grado di visibilità supplementare. Non c’è da stupirsi se i pesci scappano o non si avvicinano al sub che per vederli bene deve obbligatoriamente muoversi per osservarli: c’è qualche particolare esemplare che si defila al solo roteare delle orbite oculari figuratevi cosa succede se la testa svetta a mo’ di birillo dietro ad un riparo posticcio! Una buona maschera ad ampia visuale deve consentirvi di guardarvi intorno senza tribolare, deve permettervi di orientare l’affusto del fucile prima che l’avversario vi abbia identificato, deve essere comodissima per pescare rilassati. Durante una pescata con il mare agitato, poi, successe che il cinghiaggio del piombo dorsale si sfilò e per inserire nuovamente la striscia di gomma nella fibbia, posta a livello dell’addome, divenni matto: non riuscivo a vederla direttamente nonostante inclinassi il mento verso il basso. Dopo una serie protratta di tentativi abbozzati riuscii a centrare la fenditura e a continuare l’avventura.  

Quando varcammo la porta del negozio di attrezzatura subacquea eravamo decisi a scegliere una maschera che ponesse fine alle problematiche incontrate di volta in volta e dobbiamo ammettere che di fronte alla smisurata offerta di maschere trovammo abbastanza rapidamente quella che faceva per noi. Non ci soffermammo esclusivamente nel padiglione riservato agli apneisti ma sbirciammo anche sugli scaffali stracolmi di attrezzatura per i subacquei che si immergono con le bombole: sui depliant avevamo notato parecchi modelli che potevano andare bene anche per i nostri scopi. Cercavamo una maschera di dimensioni classiche ma obbligatoriamente con un campo visivo molto allargato.

 Le differenze tra i modelli mono vetro e quelli a vetro doppio comportò una prima selezione naturale: la divergenza tra le varie scuole di progettazione veniva giudicata solo sulla bontà dei requisiti ottici dimostrati, senza pregiudiziali di sorta. Il test applicato ad ogni pezzo era semplice: si poneva il facciale sul viso assicurandosi di allontanare i capelli, si inspirava delicatamente per favorirne l’aderenza che doveva essere assoluta, e poi si verificava la visibilità. La testa era mantenuta immobile con lo sguardo fisso su un punto preciso del negozio che nel nostro caso specifico era una parete adornata da alcuni manifesti pubblicitari. Si fissava un cartellone e poi, senza muovere il collo, si memorizzavano i punti laterali, superiori e inferiori più visibili. Cambiammo molti esemplari fintantoché ne provammo uno eccezionale che proiettava lo sguardo in percentuale nettamente superiore agli altri. Riuscivamo a scorgere contemporaneamente i particolari che si vedevano alternativamente con altre maschere. Un campo visivo orizzontale di quasi 120 gradi. Possedeva due vetri e il tunnel centrale dell’architettura rigida dello scheletro plastico non disturbava eccessivamente la visione d’insieme: forse la struttura mediana sottraeva un po di volume interno a tutto vantaggio della compensazione. Gli occhi erano abbastanza vicini alle lenti e ciò, probabilmente, era il segreto della grande visibilità in tutte le direzioni. Rispetto all’ingombro totale avevamo un po di timore visto che eravamo abituati a telai leggeri e minuti ma questo, nonostante la massa generosa, non era affatto scomodo: i bordi erano sufficientemente arrotondati. L’alloggiamento del naso fu provato con la maschera calzata sul viso: le dita facevano presa senza difficoltà sulla porzione inferiore delle narici. Questo particolare ha una certa rilevanza, che durante l’estate spesso si dimentica poiché il nostro stato di salute e le condizioni del tempo sono felici. Nei tuffi invernali compensazioni timpaniche titubanti e difficoltose devono poter contare sulla possibilità di effettuare una tranquilla manovra del Valsalva. La gomma del facciale era morbida e fummo presi in contropiede quando il commesso ci disse che era fornibile anche in silicone nero o trasparente. Ci pensammo un attimo e optammo tradizionalmente per il caucciù, spinti dal fatto che si poteva impiegare subito senza che le lenti accusassero il noioso problema dell’appannamento. La gomma è delicata ma se si ha l’accortezza di non esporla ai raggi solari diretti e si sciacqua dopo ogni tuffo garantisce un servizio fedele per anni. Il silicone nero garantisce una durata eccezionale nel tempo e un comfort anatomico superiore ma si devono pulire bene i vetri affinché il fenomeno dell’appannamento non si verifichi durante le prime immersioni. Riguardo al materiale trasparente non ci fu storia perché la prima volta che indossammo una maschera in silicone trasparente fu anche l’ultima: la luce che filtra all’interno della maschera crea fastidiosissimi riverberi e riflessi che alterano la visione e la concentrazione del cacciatore. Il facciale di qualche maschera ha delle dimensioni abbondanti e generose. Chi desidera una protezione nei confronti dell’acqua gelida, e delle malattie infiammatorie a carico dei seni frontali come la sinusite, può adottare una maschera che copra un’ampia porzione di fronte; il cappuccio sovrapposto allo strato di gomma dona un buon livello d’isolamento calorico. Passammo ai giudizi successivi con la valutazione dei congegni di regolazione del cinghiolo sempre più sofisticati. Ci eravamo portati appresso dei guanti e simulammo l’azione reale mediante un paio di manovre.

Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo