Il Neoprene

 

IL NEOPRENE: è un materiale appartenente alla famiglia degli idrocarburi: è un espanso e la lavorazione è effettuata principalmente pressando dei pani a caldo che “lieviteranno” secondo una reazione chimico - fisica. E’ prodotto, principalmente, nell’area sud orientale del continente asiatico, da paesi come la Corea, il Giappone, la Tailandia, la Cina, ecc., ed è venduto, per i nostri scopi sportivi, sotto forma di fogli. 

Una limitata produzione, estrusa a freddo meccanicamente, ed in atmosfera controllata, proviene dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. I nomi con cui è distribuito sono conosciuti dagli addetti ai lavori e dagli appassionati più accorti e curiosi: l’Heiwa, lo Yamamoto, lo Yaco, lo Sheico, il Nam liong, ecc. 

L’aspetto classico è quello di una lastra spugnosa, porosa, costituita da un numero impressionante di cellette contigue. I piccoli alveoli possono avere una grandezza discreta, qualche millimetro, oppure essere così minuti da non rilevarne quasi la struttura microscopica: in base a queste peculiarità il neoprene si denomina con l’appellativo comune di: macro cellulare o micro cellulare. Le cellule, inoltre, si definiscono “chiuse” quando sono sigillate da una esilissima pellicola (skin), ottenuta all’atto del taglio trasversale della lastra di neoprene con il water – jet (un getto ad altissima velocità di acqua pressurizzata adoperato per tagliare e sagomare molti materiali) oppure “aperte” o “spaccate” quando restano senza pellicina di protezione. 

Ognuna di queste cavità contiene una certa quantità di aria (nel caso dei neopreni estrusi a freddo, vi è un gas, l’azoto) che costituisce il segreto della sofficità e della capacità isolante: la camera d’aria (riconosciuta come uno degli isolanti termici migliori), inframmezzata tra l’uomo e l’ambiente marino, consente di mantenere sufficientemente alto il livello di coibentazione corporea. Ultimamente c’è la tendenza da parte di qualche produttore a “farcire” il neoprene con sottilissime lamine di materiale metallico per aumentarne le caratteristiche termiche: tutti gli sforzi creativi sono da valutare con cognizione di causa ma chissà dove giungerà la ricerca scientifica... 

 Le qualità intrinseche del neoprene sono diversissime da materiale a materiale e ogni azienda affronta la concorrenza con decine di soluzioni per tutte le esigenze specifiche; sovente il prezzo del prodotto finale, in base al foglio impiegato, può differenziarsi di tantissimo rispetto ad un analogo sfidante, così come la bontà conclusiva della nostra muta. 

Alcune di queste sono: l’igroscopicità, l’attrito idrodinamico superficiale, il potere coibentante, l’elasticità, la resistenza allo schiacciamento, la memoria di recupero, ecc. I fabbricanti di mute tagliano le pezze di neoprene come sarti e, secondo precisi disegni progettuali le appaiano, incollando e cucendo insieme le parti. L’incollatura è una fase importantissima e viene eseguita a freddo, con collanti specifici, e praticamente tutti i capi dovrebbero risultare “vulcanizzati” indissolubilmente, a prova d’infiltrazione liquida. 

La cucitura supplementare non è un’operazione applicata a tutte le mute, indistintamente; per i modelli che necessitano di tale soluzione sono utilizzate macchine e fili speciali che non trapassano da parte a parte il materiale (cuciture non passanti) e non imputridiscono mantenendo l’impermeabilità e lo stabile rinforzo delle giunzioni.

Quando la temperatura scende a quote proibitive sarebbe impossibile per il meccanismo termoregolatore umano sostenere una buona compensazione calorica, visto il consistente divario esistente tra il velo liquido sulla pelle e quello proveniente dall’ambiente esterno, ed ecco che in base allo spessore del neoprene si riesce ad isolare maggiormente il pescatore: più è spesso il materiale, più aria c’è all’interno del sistema protettivo. Esistono fogli di neoprene da 10 mm, in grado di salvaguardare da temperature polari e foglietti da 1.5 mm che sembrano impalpabili, tanto sono delicati. Nel mediterraneo sono adottate sezioni comprese tra i 3.5 mm per l’estate e acque temperate in medio fondo, e i 6.5/7 mm per acque invernali o primaverili fredde, intorno ai 10 C°. I garisti, gli agonisti, coloro che non accettano compromessi, possiedono mute di diverso spessore, da alternarsi a secondo della stagione e della profondità d’esercizio.

Altre qualità da ricercare accuratamente sono: l’elasticità e la morbidezza del neoprene, unite ad un’accuratezza che definiremmo: di fattura quasi sartoriale. Un buon capo deve fasciare l’apneista come una calzamaglia di seta, come un’aderentissima tuta ginnica: non sono ammesse sacche, pieghe, rigonfiamenti, abbondanze “centimetriche” ma neppure “striminziture” eccessive, misure sotto dimensionate, compressioni anomale. 

Alcuni modelli sono preformati, nelle articolazioni delle braccia e delle gambe, e la loro calzabilità è superba. Per seguire anatomicamente e identicamente le curve fisiologiche dell’atleta, il materiale deve essere elasticissimo in tutte le direzioni e di una morbidità “spaziale”. Il risultato tangibile che si otterrà supererà ogni previsione: si migliorerà tantissimo l’ermeticità del sistema, sbarrando la strada alle barcate d’acqua che in una struttura lassa navigano alla grande, e quindi si ridurrà la sopraffazione conseguente al gelo, e avremo una comodità di vestizione, di movimenti, di respirazione, che lascerà di stucco qualsiasi indossatore. 

Un indumento impreciso nelle fattezze di taglio potrà essere ottimo come composizione materialistica ma rivelarsi nell’uso pratico una vera calamità criogenica; allo stesso modo una muta splendidamente confezionata, anatomicamente perfetta, ma dura e rigida come la cartapesta, non permetterà un’espansione toracica naturale, dei movimenti liberi, e darà la spiacevole sensazione di essere letteralmente imprigionati. 

Le mute per gli apneisti sono confezionate in due pezzi separati: la giacca con il cappuccio incorporato (il capo e la nuca sono le zone che vanno maggiormente protette ed isolate) e i pantaloni, o a salopette (long john), o a vita alta. La giacca è fermata in posizione da un alamaro o da una striscia di velcro applicati sull’estremità della pattina del sotto cavallo. Le cerniere sternali o facciali non sono previste poiché aumentano le possibili vie d’acqua e incidono sulla delicata elasticità del prodotto. Qualche tipo di indumento adotta sia in prossimità dei polsini, sia sul contorno del facciale, sia alle caviglie, dei bordi stagni che dovrebbero aumentare la tenuta ermetica.

Un altro aspetto qualitativo da considerare a priori è: la memoria di schiacciamento. Il neoprene, sottoposto ad una determinata pressione, subisce uno schiacciamento, si comprime, e ciò comporta: da un lato una brusca diminuzione di potere d’isolamento termico, per l’assottigliamento del micro cuscino di bollicine d’aria, e dall’altro, non conservando più l’iniziale spinta di galleggiamento, un pericoloso scompenso progressivo dell’assetto iniziale. 

Oggi giorno vengono distribuiti dei neopreni che pur essendo morbidissimi conservano un’incomprimibilità e soprattutto una capacità di ritornare alla forma originale (memoria), davvero encomiabile. 

Chi pesca a quote ridotte, entro gli 8/10 metri non subisce pressioni elevate e quindi che il suo capo abbia una grande resistenza allo schiacciamento non è indispensabile, ma se l’apneista è dedito a continui tuffi negli abissi, a veloci e significative variazioni d’assetto, è meglio che il materiale della sua muta sia scelto tenendo d’occhio la questione: si accorgerà di come migliora la resa termica e la sicurezza nelle risalite.

 

                                                              Emanuele Zara & Lucia Notarangelo