Le Modifiche e

le Elaborazioni Artigianali

 

L’uomo che insidia il pesce lo affronta in un ambiente che è difforme sotto molteplici aspetti rispetto alla terra emersa. L’assorbimento dei raggi solari da parte dell’elemento marino altera la percezione sensoriale dei colori e della luce. Dopo i cinque metri, approssimativamente, sparisce il rosso, poi a quindici l’arancione, poi il giallo a venticinque, ecc... fino ad appiattire uniformemente tutte le tonalità in un blu - violetto dopo i trentacinque metri

I pinnuti si dice che non abbiano una vista molto acuta e che si affidino ad altri meccanismi biologici per individuare le loro prede o per orientarsi generalmente; si da il caso che riescano troppe volte a scorgerci anticipatamente e a darsi ad una fuga precipitosa. 

Molti cacciatori subacquei sono assolutamente convinti che in tanti frangenti una muta mimetica offra chance maggiori di successo per non essere individuati. In vendita esistono tantissimi capi dotati di fodere che ricalcano le tinte osservate nei fondali vicino a casa, o frequentati solo d’estate, ma ci sono anche luoghi o preferenze soggettive che non sono riconducibili alla produzione in serie. Non tutti “i mimetismi” si comportano alla stessa maniera. 

C’è chi preferisce la scomposizione dell’immagine, attuata con ampie parti colorate e settori non dipinti, per non dare l’idea della figura intera di pericolo, e chi ama sfumature e macchiettamenti casuali. Non c’è una ricetta universale ed impiegabile dappertutto: solo l’esperienza e la pratica verificata in prima persona potrà apportare scelte e miglioramenti significativi. 

 

Materiali occorrenti:  

numerosi quotidiani vecchi o cumuli di stracci; colori per stoffa ad acqua; tamponcini di gommapiuma; pennelli; fogli di cartoncino o carta da modelli; una forbice; dell’adesivo poliuretanico o dell’Acquaseal; una biro o un gessetto per tessuti; dei ritagli di neoprene di vario spessore; del mastice per mute; della fettuccia velcro; del diluente per colla a base neoprenica; dei pigmenti colorati in forma liquida; delle mollette da bucato; dello scotch.

 

Per mimetizzare una muta è sufficiente un po d’ingegno. 

I risultati migliori e duraturi si ottengono sui neopreni con fodera in tessuto mentre per i capi che presentano esternamente il neoprene liscio, l’operazione diviene più complessa. Per prima cosa si deve dilatare il tessuto per permettere alla pittura di penetrare tra le fibre. 

Riempiamo per la giacca: maniche, collo, testa e busto, e per i  pantaloni: gambe; degli ammassi di stracci o delle palle di carta di giornale si rivelano un buon metodo pratico. Successivamente si sistemano appesi o per la gruccia o con delle mollette in un luogo aerato. 

Se la fodera fosse nera bisognerà dare un fondo biancastro affinché la tinta non “scompaia” misteriosamente.  Se invece il filato fosse chiaro non sussisterà alcuna difficoltà a far risaltare la pittura. I colori ad acqua per stoffa sono semplicissimi da utilizzare. In questo caso non si diluiscono eccessivamente e si applicano con mani sottilissime per non indurire la muta. 

I pennelli o i tamponcini sono mezzi facilmente impiegabili per avere risultati discreti ma se si vuole il massimo bisognerà adoperare o la pistola a spruzzo o ancor meglio un aerografo. La creatività non avrà confini. 

Dopo aver verniciato tutte le parti interessate si lascerà asciugare il lavoro per almeno quarantott’ore.

La muta in neoprene liscio deve essere innanzitutto detersa dai residui di stampo (silicati) che la rendono “inverniciabile”. 

Si può provare con del diluente (alcool, acetato) testato preventivamente su un piccolo campione, poiché si potrebbe danneggiare gravemente  il delicato materiale. 

 

Per preparare la tinta che si fissi sul neoprene molti sono i tentativi effettuabili: qualcuno diluisce abbondantemente la colla a base neoprenica, vi aggiunge dei pigmenti di colore e spruzza un leggero strato; altri seguono lo stesso metodo ma utilizzano dell’adesivo poliuretanico; altri ancora, “allungano” l’Acquaseal. La lavorazione comunque è impegnativa e costosa.

 

Quando ci si aggira tra scogli, rocce, non c’è subacqueo che, anche solo inavvertitamente, non urti il corpo contro qualche ostacolo. Probabilmente senza un fattore di protezione torneremmo a casa con lividi ed escoriazioni multiple.

 Quindi è molto facile che la muta subisca delle micro lesioni, dei danneggiamenti. In certe situazioni le ginocchia e i gomiti vengono impiegati addirittura come punti di ancoraggio, per non essere ad esempio in completa balia dei marosi. 

Per sopperire al problema, che riduce rapidamente la nostra muta in brandelli, con un esborso economico rilevante, si può, innanzi tutto, adottare un capo che abbia la fodera esterna; essa garantirà e sopporterà, sicuramente, maggiori traumi che non una muta in semplice neoprene liscio. 

Possiamo intervenire direttamente sulla prevenzione dei danni con l’applicazione di rinforzi ad hoc nelle zone più soggette a sfregamenti. Un caso tipico sono le ginocchiere, apposite pezze di neoprene bifoderato, acquistabili nei negozi di subacquea o fabbricabili autonomamente secondo esigenze soggettive. La sovrapposizione di un ulteriore strato di materiale è un ottimo deterrente. Per gli amanti del “fai da te” occorrono dei ritagli di neoprene, del mastice apposito per un incollaggio adeguato e della fettuccia di velcro per fissarle rapidamente.

Se invece, non si vuole aggiungere nulla all’equipaggiamento, si rinforza ciò che si possiede. 

Si preparano delle mascherine con della carta o con del cartoncino opportunamente pre forato: ciò servirà a distribuire ordinatamente la colla poliuretanica o l’Aquaseal che applicheremo abbondantemente sulle parti interessate e cioè ginocchia e gomiti, come se creassimo delle toppe. 

Prendiamo in considerazione il fatto che questa manovra indurirà la muta e che quindi, si dovranno disporre i rinforzi “anatomicamente”, flettendo le maniche e i gambali che saranno precedentemente imbottiti con carta e posizionati correttamente con l’ausilio dello scotch.

   

Abbiamo visto nei dettagli come funziona una muta umida e come questo fattore interagisca nell’agognata protezione termica. 

Riducendo tutto ad un semplice “motto” potremmo affermare che: più è alto il ricircolo e il volume dell’acqua, tra la pelle e l’indumento preposto, maggiore sarà la difficoltà a conservare sufficientemente alto il calore indotto. Abbisogniamo certamente di una muta aderentissima, di pantaloni e giacca che consentano una tenuta ermetica di raccordo ma esiste una causa che altera qualsiasi sistema e in un certo senso ne stravolge i meccanismi di funzionalità: l’urina. 

Ne produciamo abbondantemente nell’ambito della dinamica di immersione o per stimoli ormonali o per compensazioni biochimiche e introduciamo, numerose volte, parecchi centilitri di liquido che impediscono, di fatto, un aderenza intima con la cute. 

Certamente il problema durante la stagione calda non si pone, tranne per l’olezzo e i miasmi terribili che si diffondono tutt’intorno durante la svestizione, ma in pieno inverno si affacciano altre “degenerazioni” sistemiche ben più sentite. Per prima cosa è vero che l’immissione in circolo di un liquido tiepido provoca un immediato sollievo, in presenza di tanto gelo, ma poi pochi pensano a cosa accadrà in seguito: l’urina si raffredda, rimanendo però racchiusa nel sistema e dopo breve tempo insorgono i conseguenti brividi. 

 

Suggeritomi da un amico l’ho montato anch’io su un paio di pantaloni invernali ed i risultati sono stati immediati. 

Il contenitore di espulsione, se così si può chiamare, è un cilindro di neoprene che resta sempre sigillato in condizioni normali, mentre al bisogno basta comprimerne l’apice per far fuoriuscire immediatamente il liquido. 

La lavorazione prevede un po di dimestichezza tecnica: si prende una pezza di neoprene con interno liscio, si disegna il profilo (secondo l’esempio della foto) e si ritaglia il tutto. La pratica chiusura è affidata a due lembi combacianti e all’incollaggio di due piccolissime strisce di rinforzo laterale. 

L’operazione più delicata è quella di ritagliare la porzione circolare sul cavallo dei pantaloni verificando molto accuratamente il posizionamento dell’appendice: deve essere strettamente adattato alla propria anatomia prima di praticare il taglio finale. L’incollatura degli elementi tra loro, e sul pantalone, deve essere precisa e perfettamente stagna, pena un aggravio della situazione complessiva.

 L’ideale sarebbe rinforzare l’operato con delle belle cuciture non passanti ma una rifinitura con l’Acquaseal svolge ugualmente un ottima e duratura funzione.

 

 

                                                                 Emanuele Zara & Lucia Notarangelo