La Muta


 
Il Neoprene Come si indossano Criteri di scelta Manutenzione Le modifiche
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Articoli Pesca Sub

scritti da Emanuele Zara

 

 

l corpo umano è rivestito da numerosi decimetri quadrati di un tessuto straordinario e unico, denominato: pelle. Questa struttura, formata da più epiteli sovrapposti, riveste una serie di ruoli primari per la nostra esistenza. Per prima cosa, anche se sembra strano, essa fornisce una buona protezione meccanica ai muscoli e agli organi sottostanti, mediante un’ottima solidità e tonicità complessiva. L’impermeabilità è un’altra caratteristica saliente dell’epidermide: si tratta di uno sbarramento valido per gli agenti microbici dannosi, le sostanze tossiche, l’irradiazione solare, ecc, e, al contempo, limita anche le perdite di liquidi dell’organismo, attraverso l’argine indotto dallo strato corneo. Una terza proprietà, essenziale, che c’interessa assai da vicino, sia come esseri viventi sia come sportivi, è la regolazione termica. 

Il nostro fisico funziona alla stregua di un classico motore: lavorando intensamente e continuamente, produce tanto calore; questo calore viene poi smaltito in molti modi e uno di questi è, ad esempio, la traspirazione, l’evaporazione del sudore. In sostanza, come un radiatore automobilistico, che espone l’acqua attraverso una serpentina di tubicini distribuita a sua volta su un’ampia superficie, così la cute, ricchissima di capillari sanguigni degli strati dermici, “raffredda” l’operato cellulare, trasmettendo l’eccesso calorico verso l’esterno; ciò permette alla macchina biologica una situazione lavorativa, ambientale e funzionale, ottima. 

Quest’azione è coadiuvata fantasticamente dai meccanismi della vaso dilatazione: le variazioni vaso motorie, come la vaso costrizione o la vaso dilatazione, lasciano affluire più o meno sangue, aumentando o diminuendo l’efficacia della dispersione termica.

I brevi ed incompleti cenni d’anatomia, introducono un discorso profondo sull’indumento principe che i subacquei di tutto il mondo adottano per poter andare sott’acqua: la muta. E’ stato un tentativo caparbio ed arduo che solo un’intelligenza evoluta poteva permettersi di tentare spavaldamente: un esserino glabro, senza adipe sottocutaneo abbondante, privo di squame e peli folti, dove avrà trovato l’arroganza, e il modo, di emulare i grandi predatori terracquei, i veloci nuotatori degli spazi marini, sfidando l’acqua, il mare, il freddo? I geni sono imprevedibili, è vero, ma chi avrà escogitato il primo, specifico, indumento protettivo per allungare i tempi di permanenza umana nell’elemento liquido? Probabilmente non lo sapremo mai con precisione e comunque di fronte alla tecnologia attuale ci troveremmo davanti ad iniziali proposte e soluzioni da.... far rabbrividire! 

 Gli insegnamenti sperimentati nell’antichità si tramandarono alle generazioni future e rimasero abbastanza radicate folcloristicamente, fino alla metà del nostro secolo. Il freddo rappresentava l’ostacolo più temibile anche per i subacquei degli anni fine 50.

Sentite cosa scriveva un manuale dell’epoca: - Il freddo è il primo e il peggiore nemico del sub perché finisce presto per avere il sopravvento, fargli batter i denti e paralizzargli ogni efficace proposito. L’insorgere dei tremiti convulsi e di una accentuata orripilazione cutanea, la cosiddetta “pelle d’oca”, denuncia un’eccezionale perdita di calorie, quindi di uno stato anormale fisiologico che diventa pericolosissimo in immersione. 

Se si prevede che il bagno sarà breve e l’acqua sopra i 15 C°, si possono adottare due sistemi spicci: a) ungere tutto il corpo con un’abbondante stato di grasso ma con lo svantaggio che ciò rende ridicoli e bestialmente ripugnanti e ci vuole molto tempo per toglierselo di dosso; b) coprirsi con un maglione di lana di tessuto assai fitto che riduca al minimo la continua e rapida circolazione dell’acqua fredda con il difetto che il procedimento non protegge coloro che non hanno una buona resistenza al freddo (!). 

 

Non sono trascorsi molti decenni da quando si proponevano questi consigli pratici e neppure dalla comparsa dei primi “vestiti di protezione”, fabbricati con attillati fogli di gomma, che lasciavano sul corpo dei sub i segni “dell’accollamento” (pieghe dolorose ed impaccianti provocate dal materiale sottoposto agli effetti della pressione, che si “stampava” sanguinosamente sulla pelle). Il problema fondamentale, tante volte circoscritto ma mai affrontato con criteri scientifici, stava delineandosi lentamente nei cervelli dei progettisti. Vivere il mare agilmente e sportivamente non voleva dire ingabbiarsi in scafandri stagni scomodi, con tanto di elmo e oblò, (come quello inventato da Turner nel 1886) ma penetrare nell’ambiente liberamente, senza costrizioni, magari sfruttando l’elemento liquido come concausa di protezione termica. 

Per isolare il corpo dal freddo è istintivo pensare, per prima cosa, d’impedire completamente il contatto diretto con il fattore che lo provoca. In effetti il principio non è campato in aria e i vecchi tentativi volsero tutti in questa direzione: dall’assembramento di semplici indumenti di para, fino a quelli più sofisticati che prevedevano la possibilità di essere gonfiati con l’aria (per rendere sicuri e inviolabili i sistemi). 

Queste mute, concettualmente identiche a quelle prodotte ai nostri giorni, avevano (e hanno) un handicap: molta aria all’interno del capo significava, innanzitutto, anche tanta positività e quindi dei chili supplementari di zavorra per compensare l’eccessiva galleggiabilità; inoltre, i movimenti e le azioni, comprensibilmente, risultavano impacciati e lenti. 

Per un professionista del lavoro subacqueo non sussistevano grandi problemi di mobilità ma chi andava in mare per svago, per attività in cui servivano mobilità e scioltezza, non si trovava certamente a suo agio. Occorreva un capo pratico, senza insufflaggi d’aria aggiuntiva ma che offrisse al contempo un isolamento valido e prolungato: la risposta fu fornita dalle mute umide. 

Per la verità, i pionieri avevano fiutato la strada giusta, indossando pesanti canotte di lana che s’impregnavano d’acqua e la imbrigliavano per pochi attimi, non facendo patire, ben inteso per brevi periodi, i rigori marini: la scoperta dell’esatto principio d’azione era solo questione di tempo.

 I capi fabbricati nel dopoguerra con la schiuma di lattice iniziavano a permettere agli appassionati dell’epoca prolungate passeggiate sottomarine: completi interi o divisi in giacca e pantalone, erano impermeabili per quello che riguarda la parte esterna ed essendo parecchio aderenti non facevano neppure filtrare moltissima acqua tra le maglie di lana e il busto. Mantenevano caldi i sub? 

Il concetto di tepore non era sicuramente corrispondente a quello odierno ma per chi era abituato a tuffarsi senza nessun indumento che non fosse il tipico costume ascellare, o la maglietta, o gli unguenti, il fatto era da considerarsi una vera delizia, anche se il sottile strato di gomma non proteggeva a sufficienza. L’introduzione del neoprene, negli anni a venire, aprì definitivamente gli occhi e le meningi di molti subacquei del tempo. 

Nonostante il liquido freddo, a volte glaciale, penetrasse attraverso i polsini, le caviglie, le giunzioni del cappuccio e scivolasse lungo la schiena, l’addome, le gambe, non erano rilevate spiacevoli percezioni: dall’iniziale brividino sottile e diffuso si transitava in uno stato provvisorio di tiepido abbraccio. Cosa succedeva? La pelle si comportava, né più né meno, come una stufetta, un termosifone: riscaldava piano piano tutta l’acqua che si era insidiata tra lei e il materiale particolare che la tratteneva, a sua volta, il più caldamente possibile.

La domanda frequentissima che un po tutti gli spettatori curiosi rivolgono ai subacquei in procinto d’immersione è la seguente: - Ma entra l’acqua? Vi bagnate? Patite tanto freddo?-

La risposta pacata ed esauriente sorprende gli ignari osservatori: sembra impossibile che la nostra muta, in effetti, lasci “passare” l’acqua per proteggerci, ma è proprio così, non ci sono trucchi palesi. 

 L’idea concettuale è davvero geniale. La temperatura del corpo umano è regolata intorno ai 36.5 – 37 C° e questo dato si rivela d’importanza fondamentale per i processi vitali: una piccola variazione, nell’ordine di qualche grado, in eccesso o in diminuzione, sarebbe incompatibile con il proseguo dell’esistenza biologica e provocherebbe danni irreversibili. 

Il nostro organismo spende di per se parecchie calorie per la conservazione dei parametri ideali. Il sesto continente, quello che circonda le coste mediterranee, ad esempio, oscilla tra i 10 gradi dell’Adriatico, in inverno/primavera, e i 27/28 gradi, in estate, di qualche amena località del Meridione. Privi di un qualsiasi vestiario che tuteli il mantenimento del corretto gradiente calorico è impensabile protrarre il bagno per un tempo indefinito. A secondo della costituzione fisica individuale, della stagione delle uscite, dei litorali frequentati, disporremmo di un’autonomia variabile, comunque sempre molto ridotta, rispetto a qualsiasi altro mammifero marino. 

La muta subacquea protegge permettendo un’esilissima infiltrazione di liquido che umidifica la superficie cutanea e impedisce a quest’ultima di disperdere precocemente il calore sviluppato. Compiendo un’immersione, dapprima, e per qualche successivo istante, si potrà avvertire la percezione di lieve disagio dell’acqua fredda che ci “assale”; ma rapidamente i ruoli s’invertono, si ribaltano, e un avvenimento termico felice s’impossessa del sub: l’acqua intrappolata dal capo sintetico assume progressivamente la medesima temperatura del corpo. 

Il fantastico termostato naturale dell’uomo provvederà, con i sistemi visti in apertura di capitolo, a conservare stabile il dato e garantire al soggetto un conseguente grado di benessere. Naturalmente questo fenomeno specifico non è il solo a determinare il relax dell’apneista: intervengono e concorrono nella dinamica protettiva altri parametri altrettanto salienti. La dispersione termica all’interno del sistema avviene comunque, più o meno celermente, a causa del ricambio tra il liquido esterno (a temperatura minore) e il velo d’acqua intrappolato (che deve essere riscaldato continuamente). Il ciclo può essere rallentato e fatto passare quasi in secondo piano, con l’impiego di capi e soluzioni particolari.

 

                                                            Emanuele Zara & Lucia Notarangelo