LA ZAVORRA PER L’INVERNO
La stagione invernale che più in ritardo del solito ha avvinghiato i litorali italiani attizza i pescatori sfegatati e li invoglia ad affilare la cuspide della tahitiana per giungere preparati all’appuntamento con qualche grossa e solitaria spigola. La pesca subacquea svolta nei mesi freddi non è un’attività alla portata di tutti: occorre essere determinatissimi e supportati da uno spirito forte che non faccia temere brividi di gelo, acque torbide e mosse, costipazioni, insuccessi venatori, depressioni, eccetera, eccetera. Come tutte le realtà “sofferte”, però, è in grado di offrire sensazioni bellissime relegate al tipo di ambiente che s’incontra (finalmente “nostro”, sgombro da tutte le fonti di disturbo e di tramestio che lo affliggono puntualmente in estate), alla qualità delle prede potenzialmente arpionabili, alla metodica di caccia che si attua. La temperatura dell’acqua, oscillante da luogo a luogo attorno ai dieci, dodici gradi centigradi, richiede un’adeguata protezione termica per consentire di pescare in beatitudine e rilassatezza. L’offerta di mute dal potere coibentante eccezionale proviene da vari settori del mercato e la scelta del capo più adatto alle proprie esigenze è affidato unicamente alla disponibilità economica. Esistono dei neopreni di sezione generosa morbidissimi, elastici, tali da consentire di stare a mollo per diverse ore senza accorgersi del tempo che passa, senza accusare un briciolo di freddo. Un buon 6.5 millimetri dovrebbe garantirci un isolamento ideale nella maggior parte dei casi ma se ciò non fosse sufficiente si può propendere per spessori ancora superiori. Non dimentichiamoci che i fogli di neoprene sono costituiti da miliardi di micro o macro bollicine d’aria e che il gas in questione conferisce al tessuto una notevole spinta positiva. Con spessori di 7/8 millimetri le problematiche concernenti l’eccessiva galleggiabilità si ampliano e interferiscono pesantemente sulle dinamiche venatorie: in ogni caso bisogna assolutamente compensare gli indumenti con una dose di piombo adeguata.
| La fauna ittica si concentra principalmente nel sottocosta ed è proprio qui che si svolgeranno le battaglie più cruente: non sarà raro finire in una spanna d’acqua o tra i cavalloni di un forza cinque per fiocinare il serranide o lo sparide da record. Esiste anche la possibilità di allargare il giro di ricognizione raggiungendo quote batimetriche discrete intorno ai dieci, dodici metri, o addirittura di sondare profondità “estive”, ma si tratterà di casi sporadici, di scelte strategiche alternative limitate a particolari siti o condizioni meteo marine. Statisticamente i branzinoni che si sospirano in ufficio o sui banchi di un’aula scolastica, accostano in pochi metri d’acqua, alla caccia di muggini e altra minutaglia che vagabondeggia disattenta nella schiuma. Se manterremo la cintura di zavorra classica, quella da 4 o 5 chili adoperata con la muta sottile durante le vacanze e nei primi week end autunnali, ci renderemo subito conto che il nostro assetto non sarà conveniente: galleggeremo come sugheri, faremo una fatica bestiale per immergerci, non riusciremo a percorrere eventuali itinerari sottomarini, non potremo restare appostati sul fondo e sprecheremo un mare di risorse energetiche. La piombatura nella caccia d’inverno è uno degli aspetti tecnici più importanti non solo per annullare la maggiore spinta positiva delle mute spesse (non gravate da dati pressori sottomarini elevati) ma anche per interpretare al meglio varie tecniche di pesca. Abbiamo bisogno di ventilarci senza affanni, di destreggiarci con perizia tra i marosi, di veleggiare tra le posidonie con maestria, di nasconderci con agilità tra le rocce, di planare sulle madrepore con accortezza. Saper dosare all’ettogrammo la pesata significa acquisire un indubbio privilegio, un’integrazione ottimale nella frequentazione dell’ambiente marino, confermare un’acquaticità a prova di marosi e tramontana. La piombatura coadiuverà i nostri tentativi di occultamento, di manovrabilità, di avanzamento. Non cercheremo una zavorra che ci appesantisca passivamente facendoci annaspare come cagnolini nel tentativo di respirare a sufficienza ma bensì uno strumento pienamente gestibile, fruibile in vari campi. | ![]() |
Solitamente il sub che ha acquistato un capo “pesante” giungerà a equilibrare la cintura con un discreto numero di chili di piombo nella speranza di individuare subito la zavorra congrua; scende in acqua tutto carico di aspettative ma spesso può non trovare le giuste risposte per un corretto equilibrio idrostatico. E’ facile commettere degli errori, in esubero o in difetto, sulla quantità e sulla modalità di posizionamento dei pesi. Crede basti infilare nella cinta una sfilza di chili per “dominare” la spinta positiva del cappotto neoprenico ma l’idea si può scontrare immediatamente con una prima questioncina fisica, tremendamente palese: l’esigua circonferenza del giro vita. Quando ti ritrovi con una settantina di centimetri da amministrare non sai come far stare più di sette/otto chili in un'unica fascia. Aggiungi le formelle metalliche in sequenza, i centimetri di cintura diminuiscono di volta in volta, e ti accorgi amaramente che non riesci più a chiudere la fibbia: non c’è lo spazio sufficiente. Che fare? Personalmente, qualche anno fa, ricorsi alla fusione di piombi piuttosto stretti e alti, di peso singolo abbastanza elevato, in modo da occupare il minor volume laterale; invece oggi si trovano pesi di due chili, due chili e mezzo poco più spessi dei tradizionali, ergonomici e quindi si riescono a caricare le cinture più corte con svariati piombi. Dopo tutti gli sforzi perpetuati per calibrare la ricca cintura di zavorra l’apneista va a pescare per tre, quattro ore e s’impegna nell’espletamento di numerosi immersioni, cerca di eseguire le capovolte con un ritmo strategico, compie cospicui aspetti nel ciottolato, opera brevi agguati tra le pieghe delle falesie, scruta le spaccature all’interno delle baiette, ma si rende conto che tutto quel peso localizzato unicamente a metà del corpo non è la soluzione perfetta, la metodologia di piombatura migliore. Che rabbia: ci è voluto un discreto tempo per mettere a punto il sistema ma il risultato ottenuto non soddisfa pienamente. Desidera dirigere il gioco attivamente ma si direbbe che succede esattamente il contrario. Il carico sui lombi, sulla colonna vertebrale, sulle reni, poi, assomiglia più che altro ad una soma, le ossa scricchiolano e cigolano ad ogni frangente; onda dopo onda, sballottamento dopo sballottamento il carico diviene sempre più greve; il fastidio aumenta, la muscolatura chiede pietà, la concentrazione si perde rapidamente tra le alghe morte in sospensione e lo stridore dei denti che si accaniscono sul mordente dello snorkel. Il divertimento di qualche oretta spensierata scade meschinamente in puro patimento. La testa, le braccia, il dorso, le gambe ricoperte da 8 millimetri di materiale alveolare non si sottopongono completamente agli ordini del padrone: tendono a galleggiare, a sfuggire ai comandi, a ribellarsi. La cintura posta a metà del corpo fa miracoli ma non riesce ad ammansire la totalità della figura umana: le estremità degli arti inferiori inguainati da caldissimi calzari sbandierano le pinne a mezz’acqua, la schiena si sforza dannatamente di restare aderente al fondo, il collo e il capo svettano incontrastate dal minuto nascondiglio… Noi siamo passati qualche lustro fa in sperimentazioni complicate vuoi perché raggiungevamo l’adorato mare invernale con una cadenza incostante, e quindi non avevamo il tempo materiale per eseguire dei corretti tests passivi, vuoi soprattutto per il citato problema fisico, relativo all’impossibilità di caricare tanti piombi sulla cintura. Fummo obbligati a ricercare un’alternativa valida che inconsapevolmente si rivelò un metodo di piombatura ideale per la pesca in basso fondale. La prima imbeccata provenne dall’osservazione dell’attrezzatura di un caro amico che pescava frequentemente sulle coste francesi. I transalpini abituati al contatto con acque atlantiche molto fredde e dediti alla pesca del pesce bianco in poca acqua ricorrevano ad una zavorra pesante ripartita in varie parti del corpo. I primi prototipi stampati con eccitazione nello scantinato- laboratorio furono delle piccole mattonelle di piombo, delle spartane cavigliere. Un chilo e mezzo tolto dalla cintura in vita quasi non si avvertiva ma quando apponemmo quei due cinturini di camera d’aria automobilistica farciti di piccoli pesi alle caviglie, scoprimmo senza indugi che la piombatura ripartita poteva divenire un mezzo attivo eccezionale nell’economia complessiva delle pescate. La postura durante gli aspetti poteva contare fedelmente su quelle due semplici strisce piombate: le pale se ne stavano accucciate tra gli scogli e i pesci arrivavano a tiro più vicini. Provammo a usare cavigliere pesanti ma riscontrammo che troppi chili a carico delle gambe favorivano l’insorgenza di crampi e difficoltà nella progressione natatoria; si doveva restare nell’ambito massimo di ottocento grammi, un chilo per arto. Raccolte un bel po di soddisfazioni passammo alla successiva fase: la creazione di una Baudriere italica. I cugini d’oltralpe adoperavano un piombo dorsale assolutamente fantastico nell’uso pratico collocato sul dorso per mezzo di cinghiaggi. All’epoca (metà anni 70) l’acquisto di tale meraviglia costava l’esborso di troppi franchi e allora traviammo l’amico pasticcere: una vecchia teglia da forno costituiva lo stampo ideale per la colata di piombo. Si ottenne una lastra rettangolare di un centimetro e mezzo circa di spessore con quattro feritoie perimetrali agli angoli. Dopo averla flessa seguendo all’incirca il profilo anatomico della schiena le assicurammo delle corregge di caucciù sull’esempio copiato dagli spallacci di uno zaino da montagna. Furono necessari degli aggiustamenti, delle piccole modifiche ma nel complesso ottenemmo una piombatura straordinaria, efficacissima. La decina di chili era così suddivisa su più punti e quindi non massacrava il fisico, non affliggeva il cacciatore ma il dato fenomenale restava, e resta, la bontà strategica della piombatura decentrata in più zone, che dona al pescatore invernale una marcia in più.
Consigliamo di scegliere la pesata munendo la cintura di un paio di piombi a sgancio rapido, e di dotarvi di un retino o di uno spezzone di cintura da sistemare nei pressi della prova in mare, in modo da agganciarci i piombi che non si adoperano. Si può attrezzare allo scopo una plancetta che si rivelerà un’ottima base d’appoggio. Una volta effettuata la vestizione e terminata la sistemazione delle cavigliere, della cintura e dello schienalino proveremo a stare immobili sulla superficie marina e verificheremo di non precipitare immediatamente a fondo. Solitamente si aggiungono uno alla volta i pesi in modo da ricercare il punto in cui simulando un inizio di capovolta ci si immerge. Ogni muta, ogni persona richiede una piombatura specifica e l’unico metodo esatto è quello di calzarne su misura lo zavorramento. Oggigiorno chi vuole acquistare un sistema di piombatura differenziata può rivolgersi a una ditta nazionale che ha realizzato dei buoni articoli in collaborazione con l’atleta M. Bardi (la Best Divers - Hunters), a qualche laboratorio artigianale, oppure a qualche importatore italo francese. Le realizzazioni casalinghe comunque sono le opere che si adattano meglio alle singole esigenze e dove la fantasia creativa non possiede alcun limite.
Attenti a non esagerare.
Uno degli errori più pericolosi che può commettere il subacqueo alle prime armi, e anche qualche veterano, consiste nell’eccedere con il carico della zavorra. E’ un’abitudine deleteria che molti sub si trascinano dietro non solo nel periodo invernale: esistono atleti che si piombano eccessivamente pure d’estate quando sondano le quote abissali più impegnative. La muta è costituita da un tessuto elastico comprimibile che subisce delle modificazioni strutturali a seconda delle pressioni cui è sottoposto. Il neoprene gravato da una pressione proporzionale alla profondità (rammentiamo che a dieci metri si rilevano circa due atmosfere, cioè due chili per centimetro quadrato mentre a trenta le atmosfere, kg/cm², sono circa quattro) si schiaccia variando conseguentemente la propria spinta di galleggiamento. La piombatura permette di vincere la galleggiabilità dell’equipaggiamento consentendo di pescare ma se si esagera si può incappare in un meccanismo perverso, sfavorevole, assai rischioso. D’inverno è ammessa una certa, razionale, intelligente negatività solamente se si pesca in poca acqua: la capovolta è più rapida e bastano movimenti appena accennati per immergersi, la corrente non sposta troppo l’apneista, la posizione adottata si conserva meglio, si risente meno della risacca, del correntino, eccetera. Una muta da 6.5 millimetri caricata con dieci chili di zavorra sarà gestibile senza eccessivi patemi fino a cinque, sei metri di fondo poiché il materiale spugnoso non si comprimerà troppo ma lo stesso capo portato a venti metri sarà assottigliato a tal punto da non galleggiare più e quindi la zavorra sarà divenuta un orpello “pesantissimo”. Un supplemento eccessivamente negativo adottato per stare “piantati” sul fondo, per immergersi senza effettuare nemmeno un abbozzo di capovolta, per scendere a capofitto senza voler assolutamente faticare, non favorirà lo svolgimento dell’attività sportiva: rischieremo di ingurgitare acqua in continuazione a causa della difficoltà a restare a galla, risulteremo eccessivamente impacciati nelle movenze, ma soprattutto la riemersione da quote medio alte sarà durissima e dispendiosa. L’incognita potenziale di subire una sincope negli ultimi metri, a causa dello sperpero di ossigeno nella pinneggiata di risalita è una realtà da non sottovalutare mai.
Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo