LA ZAVORRA

 

Articoli Pesca Sub

scritti da Emanuele Zara

Zavorra per l' inverno

Tutto sulla zavorra

L’uomo sin dall’inizio della sua attività subacquea ha percepito il mare come fonte di risposta ai suoi bisogni. I pescatori ne traevano cibo e merce di scambio: pesce, ostriche, spugne, corallo, ecc...; i guerrieri, le prime notizie risalgono ad alcune centinaia di anni a.C., si celavano fra i marosi per difendersi; gli antichi “palombari” recuperavano i materiali preziosi dai relitti (il più antico racconto risale a circa 500 anni a.C. e riguarda il ritrovamento di navi persiane). In principio, i primi apneisti non utilizzarono probabilmente nessun tipo di zavorramento: non era necessario poiché si andava in acqua privi di qualsiasi indumento ma soprattutto non si raggiungevano profondità “abissali” e le specie ittiche e non, che arricchivano il mare, erano a facile portata. Ancora oggi abbiamo una testimonianza di tale operatività grazie ad un gruppo di poche donne giapponesi, le ama, che corredate di soli minuti occhialini e di una veste in cotone leggero raccolgono le ostriche perlifere. Quando, in parte mossi per curiosità ed in parte per necessità, i nostri avi iniziarono a sentire l’esigenza di esplorare il sesto continente allungando il tempo di permanenza in acqua e aumentando la quota di profondità, ebbe inizio la ricerca di metodi e materiali che potessero facilitare l’impresa. Per difendersi dal freddo, provocato non solo da una profondità maggiore raggiunta ma anche da un più lungo periodo di tempo trascorso in ammollo, l’intuizione geniale fu quella di vestirsi. Questo portò, immediatamente, al problema galleggiabilità. I primordiali e rudimentali tentativi si risolsero con l’utilizzo di pietre: l’imbarcazione prima della partenza veniva parzialmente riempita di sassi. Una volta giunti sul luogo di pesca i subacquei si gettavano in mare ed effettuavano la discesa muniti di una di queste zavorre; raggiunto l’obbiettivo veniva abbandonata la pietra e l’azione di pesca e la conseguente risalita erano prive di problemi. Un’alternativa era rappresentata dalla metodica usata dagli spugnari greci. Essi si tuffavano appesantiti con una grossa pietra e, per non perdere il rapporto con la propria barca, si legavano una cima intorno alla vita. Questa aveva anche un secondo fine: permettere il recupero veloce del pescatore appesantito che dopo un’estenuante e lunga permanenza sul fondo, conservava ben poche energie da sfruttare per la risalita. Il rischio di irreparabili incidenti era costantemente in agguato. Ben presto si comprese che era necessario studiare qualcosa di più pratico, meno faticoso e che avesse minori difficoltà d’esercizio. La storia ci porta ad una rapida carrellata che va dalla prima cintola fatta con una striscia di cuoio, all’interno della quale venivano avvolti dei sassetti, al progenitore delle attuali cinture con piombi: una striscia di tela, fatta di spessi e robusti fili intrecciati, su cui veniva colato direttamente il piombo fuso. L’originalità e la stravaganza di questi materiali e dei metodi spartani di confezionamento erano (ma sarebbe meglio dire sono...) il risultato della riflessione di singoli pescatori subacquei che artigianalmente e personalmente producevano le proprie attrezzature di lavoro. Procedendo con questa filosofia non si contano i tentativi e le proposte tecniche che durante le centinaia di anni trascorsi gli apneisti si sono trovati ad affrontare; basti pensare al “boom” che, dagli anni ’30 ad oggi, ha investito i mercati delle attrezzature subacquee in generale, in cui si è egregiamente difesa anche la zavorra. Fra tutte le produzioni viste, l’esempio sicuramente più eccentrico è quello di una cintura, tipo cinturone messicano, che presentava una serie di cavità, all’interno delle quali era possibile inserire dei piombi cilindrici, come se fossero cartucce. Qual  è il reale problema che ci obbliga ad usare la zavorra?

Il corpo umano, privo di vestimenti o ammennicoli vari, è in grado di galleggiare o inabissarsi senza l’ausilio di nulla; ci basta inspirare e quindi riempire i polmoni per restare a galla anche in posizione verticale e senza muoverci, come è necessario espirare e automaticamente svuotare i polmoni per iniziare a discendere, pur restando immobili. E’ necessario sottolineare che non si tratta di un principio assoluto poiché i tessuti corporei sostanzialmente, sono dotati di un determinato peso specifico creando così individui dotati di una maggiore galleggiabilità in confronto ad altri: principale responsabile di questo evento è il tessuto adiposo seguito dal tessuto osseo. I problemi seri iniziano quando ci addobbiamo per garantirci una salutare pescatina: muta completa, calzari, guanti, maschera e pinne, per non parlare del periodo invernale in cui non solo aumenta lo spessore della muta ma talvolta anche il numero dei pezzi che aggiungiamo al nostro corredo (sottomuta, bermuda). Quindi giungiamo alla conclusione che la zavorra ha il fondamentale compito di controbilanciare la spinta positiva, sostanzialmente, del neoprene. Occorre comprendere come ciò possa avvenire e, di conseguenza, come sia possibile intervenire sullo zavorramento al fine di raggiungere i migliori risultati tenendo costantemente d’occhio il fattore sicurezza.

 Il Principio di Archimede recita: un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del fluido che sposta. Quando il peso di un corpo immerso è inferiore a quello dell’acqua che sposta, si dice sia in assetto positivo e cioè galleggia; quando il suo peso è uguale a quello dell’acqua si parla di assetto neutro o di equilibrio idrostatico; se invece il suo peso supera il peso dell’acqua parliamo di assetto negativo e quindi affonda. Abbandonando per un momento la fisica, cerchiamo di capire come tutto ciò possa essere applicabile al mondo della pesca subacquea e come in effetti influenzi le nostre performance. Ci sono due motivazioni ben supportate scientificamente. Il corpo, abbiamo detto prima, in fase di inspirazione galleggia (aumento del volume della cassa toracica); se aggiungiamo i millimetri di spessore di neoprene che rivestono il nostro corpo, otteniamo un incremento rilevante della superficie ed un conseguente assetto positivo. Per ovviare a questo sarà necessario aumentare il nostro peso aggiungendo qualcosa che sia di ridotte dimensioni e che abbia un peso specifico molto alto: il piombo. Ora, c’è la seconda causa; secondo la legge di Boyle/Mariotte all’aumentare della pressione diminuisce il volume di un gas. Come sappiamo il neoprene è composto, oltre che dal materiale gommoso, anche da milioni di micro bolle d’aria, (ricordiamoci che i gas sono comprimibili a differenza dei solidi e dei liquidi che non lo sono). Il volume iniziale in superficie si ridurrà sensibilmente man mano che la profondità d’immersione aumenta, sino a schiacciarsi quasi completamente se la profondità è cospicua. L’indumento protettivo perderà progressivamente la sua spinta positiva. I parametri indicativamente sono questi:

·        A -10 metri ci sono 2 atmosfere quindi un volume d’aria si riduce della metà (½).

·         A -20 metri  3 atmosfere  e la riduzione passa a un terzo del volume iniziale.

·         A -30 metri  4 atmosfere  e la riduzione passa a un quarto del volume iniziale.

Comprendiamo, a questo punto, quanto sia di vitale importanza effettuare un ottimo zavorramento. Non basta più tenere presente la regoletta frugale, spesso citata su molti testi, secondo cui si raggiunge l’ideale quando alla fine dell’inspirazione si ha una leggera tendenza a salire e al termine dell’espirazione una lieve tendenza a discendere. E’ necessario programmare bene il tipo di immersione che si intende effettuare e poi scegliere e prevedere il numero di chili e il tipo di zavorra da utilizzare in base alla muta indossata, al tipo di acqua (salata o dolce), alla tecnica di caccia praticata, alla profondità d’esercizio impostata; il panorama di scelte è vastissimo. L’errore principale che il neofita fa, appena si avvicina a questa disciplina, è di pensare che un assetto negativo possa aumentare le sue prestazioni globali. Essere pesanti accelera la discesa nel blu e le divagazioni venatorie sul fondo, con la fallace supposizione che il tempo dedicabile alla pesca sia maggiore e che le profondità marine diventino tangibile appannaggio di chiunque. La credenza si scontra immediatamente con un faticosissimo distacco dal fondo e una risalita senza fine, sempre al limite dell’aria. Questa condizione è una delle cause maggiori che predispongono gli atleti alla sincope (perdita di coscienza). E’ cento miliardi di volte meglio avere un assetto leggermente positivo in superficie e per i primi metri sott’acqua, piuttosto che  piombarsi a dismisura e precipitare negli inferi solo dopo un paio di pinnate. E’ assurdo mettere in gioco la propria vita e magari anche quella del compagno venuto a soccorerci. Un allenamento sincero e serio per migliorare le tecniche di base fondamentali è particolarmente consigliabile per chi trovasse difficoltà nelle prime fasi dell’immersione: effettuare una buona capovolta, con gli stili e le tecniche preferite, è un metodo che porta addirittura ad inabissarsi per i primi 3-4 metri senza dover pinneggiare. L’unica eccezione ai concetti fin qui dipanati è la pesca in acque bassissime dove si adottano soluzioni eccezionali.

Con il termine di zavorra non s’intende solo ed esclusivamente la cintura classica ma anche tutta una serie d’altri pesi costruiti e adattati in modo particolare, tanto da favorire la distribuzione del carico su quasi tutto il corpo. Questa è la strategia di tendenza del pescatore subacqueo moderno. L’equilibrio e l’integrazione dell’uomo sott’acqua transitano da una ricerca metodica delle piombatura migliore che favorisce i movimenti, l’azione di caccia, l’occultamento tra i massi del fondo, l’avanzata tra le rocce delle franate, la discesa, ecc. Concentrare tutto il contrappeso su un'unica zona, (per la cintura classica è la colonna vertebrale) può portare, inoltre, ad un affaticamento eccessivo di gruppi muscolari, tendinei, articolari. Le motivazioni suddette spingono i perfezionisti di questo sport a cercare mille soluzioni per dipartire equamente lo zavorramento utile. Per capire meglio quali e quanti sono i “protagonisti” di questo capitolo sarà necessario fare un breve ma sostanzioso elenco descrittivo.

LA CINTURA DI ZAVORRA.

E’ come dicevamo in precedenza sicuramente il più antico metodo utilizzato. Rappresenta il più pratico, conosciuto, veloce e sicuro modo di zavorrarsi. E’ divisa classicamente in tre parti strutturali anche se alcune soluzioni alternative ricercano delle sottili differenziazioni: il mondo dei sommozzatori con autorespiratore influenza anche il nostro e così alcune particolarità impiegate dai bombolari sono passate di mano. Alcuni modelli possiedono delle variazioni sul tema ma la sostanza centrale del discorso è sempre la stessa da decenni

La fascia. E’ una striscia di tessuto che cinge la circonferenza del tronco umano. Può essere fabbricata con materiali diversi come composizione, sezione, elasticità: nylon, nylon cordura, nylon trecciato, nylon polipropilene, nylon poliuretano, poliestere con fibre elastiche, gomma telata, gomma sintetica, caucciù, ecc. Per convenzione ha un’altezza standard di 50 mm a parte un tipo differente e  insolito: un fascione alto e imbottito che fa da supporto a dei divisori per piombi. Le caratteristiche principali della cintola sono: la lunghezza abbondante, per adattarla alla fisicità individuale visto che lo spessore della muta e l’inserzione di pesi alterano le dimensioni conosciute; la robustezza, per evitare che durante il suo uso ripetuto si laceri, rovini, fratturi e si possa smarrire; la consistenza, per sostenere gli elementi in aggiunta e interagire sicuramente con i sistemi di aggancio e sgancio; l’insensibilità e la resistenza composita, per adeguarsi ad un ambiente, quello marino, che non perdona le fibre deboli e deperibili. Per il pescatore subacqueo che ricerca un oggetto comodo e di fenomenale comfort c’è da considerare il fattore dell’elasticità. 

Una cintura che si assesti “automaticamente” agli schiacciamenti della muta, dovuti alla riduzione di spessore in seguito alle variazioni d’assetto, ai cambiamenti di tensioni addominali relegate alla respirazione diaframmatica, alla compressione fisica delle pareti addominali, alla perdita di liquidi e conseguente diminuzione ponderale, dopo estenuanti e continui tuffi, è strettamente consigliabile per non sentirla girare attorno ai fianchi o alla vita come una trattola e per un gradiente elevato di comfort.

La fibbia. E’ il fermaglio indispensabile per la regolazione della fascia e per la sua connessione/liberazione. I materiali di stampaggio sono: l’acciaio inossidabile, il nylon, il tecnopolimero caricato. L’oggetto in questione deve garantire robustezza ed efficacia di progetto. E’ composta da due elementi articolati l’un l’altro o separati individualmente. E’ vincolata ad un’estremità del nastro (o di tutte e due) mediante delle feritoie obbligate che consentono di sistemarla fermamente. Il pregio richiesto inderogabilmente è: lo sgancio rapido. Un fattore essenziale di sicurezza decreta che le fibbie devono garantire l’immediata e semplicissima separazione dei due capi. In caso di difficoltà l’utente deve essere messo in condizioni di apprezzare repentinamente l’accesso al meccanismo e liberarsi di tutto l’armamentario in un attimo. Attualmente sono due le fibbie “rapide” in voga: la fibbia a regolazione continua, detta anche a coccodrillo, e la fibbia a sgancio rapido. La prima è la più conosciuta: c’è una base rettangolare con due o tre luci di passaggio per bloccare la parte fissa della cinta e con i bordi orizzontali della lamiera piegati a 90° e forati. Il “coperchio” è un elemento aggiuntivo che s’inserisce sopra la base e che possiede il tratto finale di sgancio rialzato (per un facile accesso manuale) e un piego terminale, opposto ed inferiore, seghettato (come le fauci di un coccodrillo), per lo scorrimento del tratto libero (pendente). Il ribaltamento a 180° del pezzo è permesso da due perni che ruotano all’interno dei fori laterali. La liberazione e la regolazione della cintura consistono nel sollevare il coperchio che tiene vincolato il nastro: la fettuccia, inserita sotto il profilo a dentini, scorrerà indietro progressivamente fino a che fuoriuscirà tutta all’esterno. La seconda fibbia è più rara ma è il vero modello a sgancio rapido. E’ divisa in due porzioni: una “femmina” e una “maschio” che sono fissate separatamente ai capi della cintura tramite dei passanti ricavati verticalmente. La forma e il sistema di chiusura ricordano gli attacchi delle cinture di sicurezza dei veicoli: l’acciaio inossidabile è sagomato in modo che i due pezzi accoppino meccanicamente sovrapponendosi e intersecandosi. Si aggancia saldamente e sveltamente ma altrettanto intuitivamente si liberano i due capi. Oltre a questi reperti c’è una fibbia chiamata “marsigliese” che è uguale a quella presente sulle cinture da abbigliamento terrestre: un quadrato di filo metallico inox con un batacchio centrale. Due rivetti bloccano la fettuccia da un lato mentre il sistema di aggancio è dato dai forellini della cintura che vengono fermati dal perno. Per liberare la cintura si deve tirare il pendente fino a che non si mobilizza dal batacchio centrale. Un quarto meccanismo è simile alle fibbie degli zaini scolastici: il fast-tex. I due tratti di tecnopolimero sono vincolati separatamente, maschio e femmina, e trovano i punti di chiusura tramite l’apposita conformazione scaricata del telaio plastico dell’innesto maschio: ciò rende possibile una lieve elasticità che permette l’aggancio nel corpo cavo della femmina. Per la liberazione bisogna comprimere le sporgenze laterali che spuntano dal supporto.

I piombi. I lingotti che si applicano alla fascia sono costituiti dal piombo, metallo con un peso specifico molto elevato: 11.4 kg/dm ®. Vengono fabbricati mediante  fusione in appositi stampi. Sono sufficienti pochi pezzi per appesantire abbondantemente il sub. In commercio sono distribuiti in differenti grammature: ½ Kg , 1 Kg, 1.5 Kg, 2 Kg, 2.5 Kg, 3 Kg,  tali da soddisfare ogni richiesta e necessità. Le forme e le dimensioni sono svariate: quadrata, rotonda, rettangolare, trapezoidale, anatomica, cilindrica, dai bordi angolati, smussati. I pescatori amano i profili arrotondati, privi di asperità e appigli pericolosi. 

I produttori cercano di rendere la struttura e la disposizione contigua dei mattoncini, migliore, di anno in anno. Il colore del piombo appena stampato è grigio argento ma al contatto dell’aria diviene scuro e opaco. Esistono piombi verniciati di nero e altri rivestiti di una pellicola termoplastica o gommosa con tantissime colorazioni: verde, giallo, fucsia, lime, fluo, marrone, addirittura mimetico. Il posizionamento della fettuccia generalmente segue un percorso classico: si fa passare alternativamente in due feritoie parallele, ricavate in fase di lavorazione; oppure, come una ditta ha escogitato, sono state create dei passanti particolari che permettono il passaggio della fascia all’esterno del  lingotto. I piombi più sofisticati sono dotati di un sistema di pinzatura meccanica, a vite o a pressione, che blocca saldamente il tutto. 

In qualche caso, evidente il suggerimento tecnico dell’altra categoria subacquea, il peso viene sostituito da pallini di piombo che trovano posto all’interno di sacche o retine apposite. Il problema della comodità e dell’interferenza delle mattonelle di piombo con l’anatomia del corpo (ossa del bacino, bordi costali, vertebre) è sentito e si stanno adottando soluzioni sempre più raffinate. Un piombo che non dovrebbe mai mancare dalla cintura di un’apneista é il piombo a sgancio rapido: dotato di un pratico metodo di ancoraggio esterno, a leva, permette all’apneista di collocarlo in sede senza dover rimuovere necessariamente la cintura: si sfila e si posiziona con velocità e immediatezza. 

In questo modo e molto più facile: trovare l’assetto perfetto direttamente in acqua, durante la vestizione; adeguarsi istantaneamente ad una variazione di profondità d’esercizio rimuovendo un chilo o due a seconda della nuove, accresciute, profondità d’esercizio (la boa sarà la base d’appoggio);

Le modifiche e le  elaborazioni artigianali.

Materiali occorrenti: Indirizzi di negozi di cordami, cinghiaggi vari, vendita di gomme, tratti di camere d’aria di camion, una fibbia a sgancio rapido, cutter, monofilo di nylon da pesca e aghi da cucito grossi, cemento a presa rapida in polvere, del filo di ferro da 3/4 millimetri di sezione, una pinza, un pezzo di foglio d’alluminio, della tela smeriglio, una lima, della sagola, del tessuto di nylon antistrappo e imputrescibile.

La fascia è possibile ricercarla e acquistarla con un minuscolo sforzo economico. La prima strada è quella di recarsi presso un esercizio commerciale che venda al dettaglio cordami e affini. Vicino a casa nostra, per esempio, ce n’è uno fornitissimo che ha delle matasse di cinghiaggi di tutti i tipi, spessori, lunghezze. Il costo dei prodotti è variabile da materiale a materiale ma assolutamente parco (a partire da 2-3 mila lire al metro). Oltre al nylon classico di tutte le tinte, utili per chi desidera la massima avvistabilità o un mimetismo assoluto, ci sono cinghie interessantissime: nylon con un’orditura di fibre elastiche, tela elasticizzata, poliestere ad alta resistenza, ecc. Ogni esigenza specifica troverà la soluzione più adatta e consona. È sufficiente comperarne un metro e  trenta, un metro e mezzo, e procedere alle varie prove sul campo. Un piccolo spezzone di cinghia elasticizzata ci ha permesso di elaborare una cintura di nylon classica e trasformarla in semi elastica. Abbiamo cucito, con del monofilo da pesca sottile, un tratto di dieci centimetri di fascia elasticizzata a due “pince” ricavate sui fianchi del cinghiaggio originale: ora la cintura è statica per la maggior parte di tessuto ma ha i segmenti elastici laterali che la modellano al giro vita di quel tanto che basta per accomodarla alla perfezione. La fibbia classica si reperirà in un negozio per sub oppure, con lo stesso metodo della ricerca sulle pagine gialle o utili, cercheremo una ditta alla voce – fibbie -, per articoli innovativi e alternativi. Troveremo agganci rapidi in plastica e metallo di tutte le forme e per gli impieghi più disparati: chissà che qualcuno non s’incuriosisca in modo particolare… La seconda via riguarda la cintura in gomma. Un metodo semplice e spartano è quello di tagliare una striscia di camera d’aria con le forbici, secondo il profilo che interessa, e adattarla alla fibbia inossidabile. Un altro sistema consiste nell’andare a curiosare in una rivendita di articoli in gomma: troverete cinghiaggi in caucciù, in gomme antisaline, antiinvecchiamento, anti UV per tutti i gusti e per tutte le tasche. A queste potremo far vulcanizzare da un gommista delle sovrapposizioni di materiale: per irrobustirne dei tratti, per evitare spostamento orizzontale dei piombi intercalandone una striscia di rinforzo tra uno e l’altro, per sistemarci anelli, D-ring plastici o fermagli speciali. Per la massima robustezza si possono applicare, come punti di aggancio eventuali, i passanti e gli anelli adoperati nell’alpinismo: leggeri, inossidabili, robustissimi.

I lingotti di piombo vengono stampati in serie con svariate forme e soluzioni ma potrebbero essere fusi personalmente in casa, per curiosità o per necessità di forme e pesi differenti. E’ sufficiente creare lo stampo voluto con del cemento a presa rapida o del materiale simile, insensibile al calore: calcolare bene i volumi, le sezioni e gli spazi per il passaggio della cintura. Una pellicola di alluminio o dei pezzetti di filo di ferro adagiati sul fondo e comunicanti con l’esterno, aiuteranno a estrarre il manufatto al termine della fase di raffreddamento. Il piombo di recupero si trova in abbondanza da qualche lattoniere, idraulico, o rigattiere. Costa pochissimo al chilo però bisogna sapere che si scartano sempre delle scorie durante la lavorazione e quindi acquistatene in lieve eccesso al vostro fabbisogno. Il piombo fonde a 327 C°: basta farlo scaldare alla fiamma su un fornello da cucina adoperando un pentolino a perdere.

 E’ consigliabile espletare l’attività all’aperto: attenti a non respirare i vapori che si formano durante l’azione di “bollitura” perché sono altamente tossici (c’è una patologia tipica che colpisce gli addetti alla fusione del metallo: il saturnismo). Quando il piombo si liquefa compariranno sulla superficie del pentolino dei prodotti di scarto che elimineremo con un mestolino; si cola caldissimo nello stampo, delicatamente, senza produrre bolle. Chi desidera può annegare al termine della colata dei ganci di metallo, degli anelli accessori o una scheletratura metallica per l’attacco del pedagno o del telaio di un mulinello volante. Una volta raffreddato si capovolge lo stampo e si recupera il peso artigianale. Una rifinitura con della tela smerigliata si rende necessaria se ci sono sbavature o malformazioni della struttura. Utile, per chi pesca con la necessità di avere sempre con se dei piccoli ricambi (un’ogiva, un arpione, del filo, ecc), è l’applicazione di una tasca laterale: si cuce rapidamente con del tessuto sintetico e si assicura alla fascia con dei passanti o con del velcro. Gli aspettisti e gli agguatisti potrebbero dipingere i pesi con la tecnica mimetica  mentre i tanisti con colori sgargianti. C’è un settore del modellismo che ha la passione per i soldatini in piombo: gli appassionati li preparano con una prima mano di primer e con la copertura definitiva di vernici acriliche. Nei negozi specializzati troverete la soluzione ai problemi di reperibilità componenti. Molti pescatori ritengono che anche la forma arrotondata dei lingotti sia una prerogativa positiva che migliora la fluidità di penetrazione idrodinamica, riduce rumori, attriti e possibili appigli indesiderati. Una lima (un modello scadente perché il piombo impasta il mordente) e della carta vetro, saranno gli artefici del “rimodellamento” a spigoli vari e angoli acuti. Un’elaborazione sofisticata e laboriosa consiste nel fabbricarsi un sottile e fasciante contenitore morbido utilizzando una serie o un unico sacchettino di tessuto imputrescibile, una camera d’aria, e riempirli poi di pallini di piombo; un tratto di cinghia elastica e una fibbia a sgancio rapido completano adeguatamente l’opera. L’adesione al corpo e il comfort sono elevati così come risulta affinata la silhouette. Non c’è subacqueo che non si circondi di ganci e moschettoncini utili: li posizioneremo o forando trasversalmente il corpo del piombo con un trapano o creando un’asola con della sagola intrecciata, inserita in un passante plastico, o con un’architettura in filo di acciaio.

 

La vestizione.

E in genere l’ultimo elemento dell’equipaggiamento che un subacqueo indossa (fanno eccezione particolari situazioni). Prima di indossare la cintura di zavorra bisognerà appurare che la fascia sia integra, i pesi ben fissati,  la fibbia in perfetta efficienza. Le metodologie di indossamento variano: se siamo seduti il metodo migliore è posizionarla svolgendola nella sua lunghezza, ribaltandola al contrario sulle cosce, afferrandola dalla parte dove non c’è la fibbia, farla girare intorno alla vita quindi appoggiarla e serrare la chiusura; se invece siamo in piedi basterà prenderla sempre dalla parte opposta alla fibbia, flettere il busto in avanti, adagiarla sulla schiena e provvedere alla chiusura. Questa ultima tecnica è la più usata perché permette di tendere la cintura al punto giusto, sul giro vita, senza contrastare il peso che flette a destra e a manca giù dai fianchi. Attenti a verificare che il coperchio della fibbia abbia “morso” (soprattutto tra fibbia plastica e caucciù) la fascia e non stia in bilico: altrimenti, appena sgusciati in mare, vedreste la vostra cara zavorra prendere il largo. E’ efficace stirare un po il lembo pendente mentre si chiude la fibbia: si riduce lo spessore del materiale gommoso e il grippaggio riesce meglio. Spesso, comunque, sarà necessario assestare la cinghia ulteriormente, appena entrati in acqua, in posizione orizzontale, per avere le tensioni ottimali e di conseguenza la comodità migliore durante le pescate. C’è chi la ferma in posizione lombare, chi un po più bassa, sui fianchi: è una questione di gusti soggettivi e di tecniche intraprese. E’ sufficiente che non schiacci troppo il diaframma, le viscere, che non segni i fianchi, che non comprima l’attaccatura degli arti inferiori: un carico dolce, applicato sulle parti anatomiche che interferiscono con le dinamiche respiratorie e di pinneggiata, non complica l’immersione. Il lembo del pendente, se possediamo una fibbia a regolazione continua, è meglio sia tenuto sempre sotto tiro e ogni tanto si verificherà, con una mano, che sia sempre raggiungibile istantaneamente. La parte sporgente non va infilata sotto la fascia perché in caso di sgancio rapido potrebbe vincolare pericolosamente la zavorra, ne tenuta lunga perché  sfarfalla e sbatte dappertutto. Controllate che gli accessori eventuali, come mulinello, pedagno, cavetto porta pesci, coltellino, siano a disposizione immediata e ben piazzati.

Osservazioni.

La cintura di zavorra deve essere un accessorio comodo, con il peso calibrato al punto giusto, di ottima vestibilità. La fascia dovrà rispondere ai quesiti citati nell’apposito spazio dedicato: molti materiali soddisfano i cacciatori ma la regina attuale resta lei, la cintura elastica in gomma. Il problema maggiore che si avverte con una cinghia in nylon statica è che ruota attorno al corpo appena scendiamo e risaliamo da un fondale di media profondità. Ad ogni diminuzione di volume (del neoprene, del fisico umano, ecc.) questa si sposterà di un poco. Cercheremo la fibbia, e sarà finita sulle reni; il manico del coltello e sarà dalla parte opposta di dove l’avevamo posto; il cavetto portapesci, e dovremo scorrerne un metro prima di trovarne il capo d’inizio. Noi abbiamo reperito una cinta in nylon elastico che svolge egregiamente l’operato soprattutto con carichi di piombo elevati. Il problema di apporre tanti lingotti su un’unica cintura in caucciù porta a deformare la gomma e a lesionarne in tempi rapidi la struttura, mentre il nylon, in questo specifico caso, si rivela migliore poiché è più stabile e duraturo.  Per ovviare allo scorrimento della cinta sulla muta si può apporre, cucendolo, un piccolo pezzo di tela gommata sulla parete interna: la frizione sarà magnifica. Infatti, un altro grande pregio della cintura elastica in gomma si apprezza quando indossiamo una giacca in neoprene liscio: il caucciù fa attrito con il neoprene liscio e quindi risulta un ottimo “aggrappante” già di per se. La distribuzione e il posizionamento dei piombi sulla cintura dovranno essere fatti con criterio: saranno equidistanti, per non sbilanciare le rotazioni e le movenze attente del sub e se dovremo adottarne un numero elevato converrà optare per i modelli singolarmente più pesanti, montati non troppo vicini alla fibbia, in modo da lasciare spazio per l’eventuale aggiunta degli altri accessori o solo per trovare una semplice accoglienza su una cintura troppo corta. Ricordatevi che i piombi, per via delle feritoie di fissaggio, prevedono un doppio passaggio all’interno della loro struttura. Ciò significa che sottrarranno molti centimetri di tessuto ogni volta che ne montiamo uno; più ce ne saranno maggiore sarà la sottrazione di cintura: può darsi che un pescatore che abbia un vitino da vespa si trovi a non avere più spazio a disposizione per infilare altri piombi. E’ buona norma  apporre un piombo a sgancio rapido a chiusura di tutta la sequenza, per evitare smarrimenti dovuti allo sfilamento degli elementi, oppure acquistare gli appositi fermagli plastici denominati per l’appunto, fermapiombi. Le fibbie in acciaio inox risultano eterne e interagiscono meglio con la cintura in gomma: i dentini a coccodrillo serrano bene il materiale cosa che non riesce troppo ai profili plastici. Da provare quelle a sgancio rapido, non conosciute da tutti, che si rivelano un acquisto intelligente per le problematiche relative alla sicurezza.

Iniziamo ora un capitolo specialistico, particolare, che prevede uno zavorramento supplementare, variabile, adeguabile esclusivamente alle metodiche di pesca all’agguato, all’aspetto, entrambe portate a profondità basse o bassissime. In questo caso la scelta della piombatura assume un ruolo attivo che può essere complice e compagno di sostegno nel compimento corretto dell’azione di caccia.

LE CAVIGLIERE.

Questi simpatici accessori sono nati per merito dei primi aspettisti che si dilettavano a insidiare spigole, orate e altre prede nel sottocosta e si sono dimostrati ben presto un’accattivante novità. L’immobilità della figura umana è una prerogativa essenziale ai fini di un’esecuzione della tecnica dell’aspetto “pulita”. Occorre acquaticità per sfuggire ai turbinii della risacca, al moto ondoso furente ma anche per stare incollati e piattissimi in una spanna d’acqua col mare tranquillo; in molti frangenti, la sola dote atletica, potrebbe non essere sufficiente. L’utilizzo di una piombatura idonea, calibrata al rialzo, è la strategia comune per risolvere il contenzioso. Come succede sempre quando si decide di escogitare qualche diavoleria in fatto d’attrezzatura, ecco che incominciano i turbamenti psichici. Aumentando i chili sulla cintura di zavorra tradizionale, otto, dieci, dodici, si determina subito un miglioramento sostanziale, avvertibile dopo i primi tuffetti. La ventilazione è traballante e le bevute non sono rare, tendiamo ad affondare continuamente ma, praticamente senza effettuare capovolte, ci troviamo piantati sulla sabbia. Peccato solo che la piombatura massiccia crei una situazione prima di dolore fisico poi di invalidità periodica: le reni sembrano spezzarsi, le ossa scricchiolano e voi, per una settimana camminate, se riuscite ancora a camminare, strascicando i piedi e sostenendovi con una mano un fianco; le meningi, intanto, si consumano spasmodicamente alla ricerca di qualcosa di diverso e migliore. Pensandoci bene perché si deve continuare a collocare un enorme massa di piombo unicamente sulla schiena e non separarla in tante porzioni da distribuire qui e là? La muta subacquea di neoprene rende positivo tutto il corpo, escluso, forse, l’ovale del volto; perché non annullarne parzialmente la spinta positiva fin dove si riesce ad intervenire? Sarà capitato a molti di vedersi sfuggire la preda per un’improvvisa svirgolata di una pala o per un pezzo di pinna comparsa inavvertitamente dietro al sub appollaiato tra due sassi…- eppure le pinne degli apneisti, ci avevano detto, sono “affondanti”!- Aggiungendo al quadretto idilliaco l’importante considerazione che attualmente quasi tutti gli apneisti adoperano i calzari in neoprene, da almeno 2/3 millimetri di spessore, si evidenzia senza dubbio un problema reale: i piedi tendono ad emergere innalzando di conseguenza anche le pinne. In effetti la posizione delle gambe, quando si pesca in pochissimi metri d’acqua, è essenziale ai fini della cattura. Il neoprene fornisce una spinta di galleggiamento proporzionale allo spessore che possiede: mantenere schiacciate le pinne, allora, diventa un compito particolarmente arduo per chiunque. C’è da dire che qualche agonista caccia in fondali molto bassi senza utilizzare nulla di supplementare ma si tratta di eccezioni che esulano dal contesto terreno: riescono ad incastrare le pale e le ginocchia, tra le rocce, come le alette degli arpioni. Le cavigliere servono immancabilmente, ai comuni mortali, per appesantire gli arti inferiori evitando che i piedi e le pinne si staglino dal profilo del fondale e segnalino la nostra impavida presenza sul fondo. Esiste anche chi, felice e tranquillo, le impiega costantemente, a quasi tutte le quote, ma il consiglio che viene da più parti è quello di non indossarle quando si scende sotto i quattordici, quindici metri: lo schiacciamento della muta inizia a farsi sentire, diminuiscono al contempo le spinte positive, e con un po di abitudine si riescono a nascondere perfettamente tutte le pinne senza difficoltà. Una regoletta da tenere sempre a mente è quella di risparmiare energia in ogni frangente; se appesantiamo i gruppi muscolari delle gambe creeremo inevitabilmente un incremento di consumo d’ossigeno: ne consegue una riduzione della capacità apneistica. Le cavigliere interferiscono negativamente sulla dinamica della pinneggiata sia per l’idrodinamicità accresciuta della silhouette, con relativi micro vortici e vibrazioni di disturbo, sia per l’azione retroattiva di dispendio calorico sui muscoli dovuti all’aggravio di peso, tanto maggiore quanto è l’ammontare della grammatura di piombo. Quando non c’è l’indicazione specifica (leggi pochi metri di profondità e scarsi spostamenti orizzontali a nuoto) è meglio andare a pescare leggeri, senza orpelli aggiuntivi. Vediamo come programmare l’acquisto di due sistemi di cavigliere efficaci per l’aspetto in poca acqua.  L’artificio consiste nel cercare gli strumenti idonei a caricare di quel tanto che occorre le due estremità senza interferire troppo nelle varie dinamiche di pesca e pinneggiata. Il percorso attuabile è duplice: si possono piombare le pinne, e questa è un metodica francese, oppure impiegare delle microscopiche cinture piombate alle caviglie. Il piombo da apporre sotto alla pala delle pinne è distribuito dalla Sporasub ed è un’intelligente soluzione perché permette, tramite un kit a slitta (Mercure), di infilare un peso da 450 grammi in posizione abbastanza avanzata (all’altezza delle sede viti fissaggio pala)e, al bisogno, si può sfilare e applicare come piombo a sgancio rapido anche sulla cintura di zavorra. Il kit di due piombi e supporti è venduto ad un prezzo medio indicativo di circa 45.000 lire. E’ richiesta solo un minimo di capacità manuale per sistemare gli scheletri della slitta con delle viti. L’altro metodo è il più conosciuto e si tratta di un classico cinturino di gomma, o di silicone, uguale a quello che c’è su qualche fodero di coltello; viene corredato a piacimento da una serie di pesini che presentano una luce verticale di passaggio, fatta apposta per far transitare di misura il cinghiolo. Dal mondo dei pesi ricoperti con la plastica o la termogomma è apparsa una cavigliera strana: ha i piombi disposti verticalmente collegati da un supporto dello stesso materiale con cui sono rivestiti i due elementi. La chiusura è a strappo, affidata al velcro. Un attrezzo che ha riscosso un notevole successo tra gli appassionati è la cavigliera morbida. Questo accessorio è composto da un tratto di sottile neoprene foderato, confezionato a mo’ di taschino longitudinale, e a due chiusure a sgancio rapido regolabili, maschio e femmina, di tipo fast-tex, montate su una corta fascia di nylon. I “salsicciotti” sono ripieni di pallini di piombo per un peso oscillante dai 250 gr, ai 500 gr, ai 1000 gr, e sigillati con delle cuciture che separano l’ammassamento disordinato delle sferette. La comodità di posizionamento e il comfort sono validi poiché il salamino appoggia sulla caviglia senza segnarla. Il rumore di eventuali contatti con i sassi sono scongiurati. Il costo in lire parte dalle 25/26 mila lire delle più leggere fino alle 35/37 mila lire dei pesi massimi.

Le modifiche ed elaborazioni artigianali.

Materiali occorrenti: cemento a presa rapida o materiali simili, della pellicola d’alluminio, rettangoli di lamiera di piombo o spezzoni di tubo, un seghetto da ferro, una cesoia per lamiera, un martello, cinghioli di ricambio per foderi di coltello, un pezzo di camera d’aria di camion, una forbice, una camera d’aria di bicicletta, un ritaglio di neoprene da 1.5 mm o 2 mm, un chilo di pallini di piombo, del mastice neoprenico, dell’Acquaseal.

Probabilmente la maggioranza dei pescatori subacquei che usano le cavigliere non le hanno comperate ma auto costruite. In commercio, fino a qualche anno fa, non c’era una scelta enorme e allora i più intraprendenti si prodigavano autonomamente. Il metodo più immediato consiste nel tagliare con le cesoie o con il seghetto un rettangolo di piombo o una sezione di tubo. Facendo una prova o due, con una bilancia, riusciremo a sapere il peso dei pezzi prelevati in rapporto alle dimensioni. Una volta determinata la geometria del piombo si adagia centralmente il cinturino e si ribatte sopra il foglio di metallo aiutandosi con il martello: il lembi si sovrappongono indissolubilmente. Una variante che prevede un’applicazione assai tecnica è la lavorazione di un sottile frammento di lamiera o di tubo, seguendo le stesse manovre, senza apporci centralmente nessun cinturino: il rettangolo si piega facilmente come un braccialetto e si fissa attorno alla caviglia, sopra il gambale dei calzari, sotto al bordino dei pantaloni. Non si usano grammature elevate e il profilo idrodinamico è assoluto. La tecnica della fusione con la colatura in piccoli stampi è un’altra soluzione, certamente più complessa e difficile. Il cemento a presa rapida o un altro materiale vanno modellati in modo da creare piccoli mattoncini con il passaggio longitudinale oppure delle formelle bislunghe con due semplici passaggi forati alle estremità. Il piombo fuso andrà versato con cautela. Una possibilità consiste nel modellare i piccoli pesi in verticale in maniera da ottenere facilmente il foro. L’alluminio in fogli aiuterà a rimuovere i lingotti senza far leva con attrezzi vari. Viste le ridotte dimensioni si possono anche fare stampi a perdere, in modo da sbizzarrirsi in forme “anatomiche”. Le cavigliere morbide possiedono un cinturino regolabile: non a tutti i pescatori può andare bene la circonferenza di chiusura e allora si taglierà la fettuccina originale e si sostituirà con una striscia di camera d’aria automobilistica terminante con la medesima fibbia o con una pattina di velcro, incollata o vulcanizzata. Continuando con il bricolage della gomma fabbricheremo una cavigliera morbida, impiegando un breve pezzo di camera d’aria di bicicletta da corsa. Si taglia un moncone, si riempie di pallini di piombo, si sigilla con un collante o si fa vulcanizzare da un gommista, s’incollano due chiusure a sgancio rapido e si collauda il tutto al mare. Il medesimo procedimento si effettua con il ritaglio del neoprene: il vantaggio è quello di poter suddividere, con ago e filo, tante cellette da riempire con i pallini di piombo. L’Acquaseal è l’adesivo che salderà le paratie e le fettucce con i meccanismi di sgancio/aggancio.

La vestizione.

Dipende direttamente dal modello. Le cavigliere devono essere indossate all’asciutto o comunque in luoghi dove non si possa rischiare di perderle. Bandire quindi tubolari di gommone o allacciamenti volanti appollaiati sulla boetta in mezzo a un torbido che più torbido non si può. Dopo aver controllato attentamente che la struttura di ancoraggio sia integra, è necessario adeguare le lunghezze dei cinghiaggi o la regolazione delle fibbie in stretta relazione alla circonferenza della caviglia. Una cavigliera lassa darà fastidio perché ruoterà di continuo e costituirà una potenziale sede d’aggancio (spuntoni metallici, lamiere, ecc…) e di rumore (urti contro le pietre). Una eccessivamente stretta bloccherà la circolazione ematica con possibili crampi e un’accresciuta sensazione di freddo. Le cavigliere montate su cinghioli comportano una chiusura sicura se avremo l’accortezza (nel caso di fibbiette a “batacchio”) di inserire nell’apposito anellino passante di gomma il pendente. In tutti gli altri casi in cui sono presenti i fast tex, bisogna stare attenti che il maschio sia ancorato perfettamente altrimenti la perdita dell’accessorio è garantita.

LO SCHIENALINO.

L’influenza dei pescatori francesi ha introdotto tra le nostre solite attrezzature una particolare piombatura dorsale denominata “baudrier” o, semplicemente schienalino o piastra. Come per le cavigliere, anche la piastra dorsale trova la sua ragione d’essere quando si indossano mute in neoprene di spessa sezione e si pesca in poco fondo. Il problema di compensare la spinta positiva dell’abbigliamento conduce ad aumentare, per forza di cose, i chili di zavorra. Abbiamo visto che non possiamo caricare straordinariamente il giro vita, a causa di dolorini vari e motivazioni tattiche, e l’utilizzo di questo accessorio è un valido espediente per tentare nuove strade di benessere. Non è semplice vederne molti in giro poiché chi  ne fa uso è solitamente un’aspettista invernale che li produce artigianalmente, considerato che in commercio esistono solo uno o due distributori che possono fornirli. Nelle gelide mattinate invernali l’intrepido sub sonderà con il suo fedele schienalino i litorali spumeggianti di onde alla ricerca di una bella spigola. Con mute da sei o sette millimetri di sezione, molte parti del corpo tendono a galleggiare: il tronco è una di queste. Purtroppo è anche la porzione maggiormente visibile e che allarma precipitosamente i pinnuti. L’esigenza di tenere abbassato il busto diventa ben presto il consigliabile obiettivo da perseguire per riuscire perfettamente nella tecnica intrapresa. L’acquaticità dell’atleta è la prima regola per un’attuazione corretta dell’appostamento di caccia ma una volta testata è verificata la bontà dell’attrezzo difficilmente se ne potrà fare a meno. Gli agguatisti sono un’altra categoria di pescatori che ha beneficiato di questa soluzione in quanto la distribuzione accurata e frammentaria del piombo permette di aggirarsi tra i massi e tra le pieghe delle pareti con un assetto molto equilibrato.  

L’oggetto in questione è un parallelepipedo di piombo, di spessore e forma varie: si possono osservare modelli vagamente triangolari, rettangolari, quadrati, tondeggianti, spessi da uno a più centimetri. Occupa una superficie abbastanza ridotta, 10/15 cm Á,  affinché non sia d’impiccio ai movimenti delle braccia e alla respirazione. Il peso è un dato estremamente soggettivo: c’è chi ama un contrappeso notevole, di 4/4,5 chili, o chi invece si zavorra con una piastra leggera, da 1,5/2 chili. La baudrier originale francese non ha solo un piombo dorsale, posto sotto il bordo scapolare, ma anche due mattonelle anteriori, all’altezza del diaframma, per una grammatura complessiva di circa 7 chili. L’aspetto che differenzia maggiormente gli schienalini nostrani (oltre al fatto di essere “single”) è la serie di aperture o fessure per l’attacco dell’architettura elastica di sostegno. Questa parte è, secondo noi, l’aspetto fondamentale del componente.

Il cinghiaggio.

Il problema principale dell’utilizzo di questo zavorramento speciale è costituito dall’imbracatura necessaria per sorreggerlo e soprattutto mantenerlo nella posizione corretta. Escludiamo a priori un’impalcatura rigida, tipo fasce di nylon intrecciato o simili, poiché è piuttosto statica, opprimente, e non offre sufficienti garanzie di dinamicità. Il piombo dorsale deve essere vincolato da cinghiaggi elastici in relazione al fatto che occupa una zona strategica e non deve offrire il fianco a troppi elementi di critica. Il peso dell’attrezzo condiziona il grado di morbidezza che i cinghiaggi devono possedere: da un lato si avverte la necessità che questi stia ben piantato al centro della schiena, e che non sia vittima di continue oscillazioni laterali e longitudinali, e dall’altro che stia autorevolmente al suo posto. Potrebbero capitarci tutta una serie di inconvenienti - durante le capovolte avvertiamo, in sequenziali episodi, dei tonfi sordi ma dolorosi sulla nuca (ringraziando, per fortuna, lo spessore generoso del neoprene che riduce i danni): il peso scivola su e giù sul dorso e si schianta sul collo che è un piacere; la cresta di un’onda monella ci solleva brutalmente e sentiamo, alla successiva discesa nella pancia del cavallone, una botta immane sulla colonna vertebrale: è lo schienalino che dopo essersi librato in volo, distaccandosi di una spanna dalla muta, segnala l’avvenuto atterraggio; nel corso di una virata sul fondo o di uno scarto rapido laterale, ci troviamo girati su un fianco, con un gomito infilzato da un riccio: l’improvviso spostamento del carico e lo sbilanciamento conseguente ci hanno capovolto - Il peso deve “seguire” il proprietario senza opporre resistenza durante la fase della respirazione assecondando la dilatazione della cassa toracica e non limitandone la mobilità muscolare. Esiste una produzione limitatissima relegata a qualche ditta artigianale italiana e a qualche capo proveniente dal mercato francese: la scelta non è cospicua e se non si trova nulla in giro conviene crearlo artigianalmente. I rari modelli in distribuzione adottano varie metodologie di supporto che prevedono cinghiaggi organizzati secondo una logica tipo “spallacci da zainetto” con delle fibbie a regolazione continua o a sgancio rapido situati sulle bretelle anteriori o solo su una fascia ventrale: si possono seguire i medesimi suggerimenti o inventare qualcosa di diverso.

Il problema relativo alla sicurezza in questo specifico caso, è inutile negarlo, passa in secondo piano per la natura stessa dell’attrezzo: anche se dotato di sistemi di sgancio rapido il fatto di essere costituito da più cinghie e da passaggi anatomici multipli, non ne rende immediato l’abbandono. Prestate quindi assoluta attenzione a non oltrepassare quote di immersione che potrebbero rivelarsi estremamente pericolose o ad infilarvi in tane e spaccature varie. Ricordatevi di tenere a portata di mano un affilatissimo coltellino: in caso di bisogno si deve riuscire anche a tagliare tutto.

Le modifiche e le elaborazioni artigianali.

Materiali occorrenti: fasce  e  cinghie di gomma di diversa elasticità, una pistola per rivettare e dei rivetti in ottone o acciaio inox, una forbice, del velcro in strisce larghe, della colla neoprenica, delle fibbie a sgancio rapido, dei rottami di piombo, del cemento a presa rapida in polvere, un vassoietto in alluminio da forno.

Lo schienalino è un attrezzo che deve essere progettato secondo criteri assai personali. Il peso, la forma, la collocazione sono variabili che trovano risposte eccellenti dall’auto costruzione. Per il piombo bisogna preparare uno stampo con il cemento o con un vassoio di metallo basso, considerando molto attentamente le predisposizioni per i sistemi di collocazione cinghiaggi: i contenitori di alluminio monouso per alimentari, venduti in tutti i supermercati, sono idonei; per una maggiore robustezza dell’insieme conviene contornarli in una cassettina di legno, ottenuta da quattro assicelle inchiodate. L’altezza della colata dipenderà dal peso che si vorrà avere così come il perimetro della forma: generalmente non si superano mai i 5 kg e si preferisce una struttura sottile e dai bordi stondati. Una volta che il piombo è raffreddato si pulisce dalle sbavature; se ci sono spigoli o angoli fastidiosi con un seghetto si eliminano e si osserverà come appoggia sul dorso. A volte, con un martello, si deforma poi la struttura, incurvandola lievemente, in maniera da assecondare al massimo la fisiologia curvilinea della schiena. Una volta preparata a dovere la piastra arriverà il momento di confezionare l’imbracatura. E qui iniziano gli esperimenti. Le possibilità d’intervento sono quasi infinite. Le corregge di caucciù rappresentano la scelta migliore: decine di tipi, qualità, elasticità, durezza che non costano un’enormità, e sono facilmente acquistabili.  E’ sufficiente recarsi nel retro bottega di un gommista o direttamente da un rivenditore di prodotti di gomma per reperire delle strisce di ottimo materiale. Dove sistemarle e come ancorarle? Prendendo spunto dai cinghiaggi dei jacket o dagli zaini da montagna porremo due spallacci correnti sopra le spalle e due posteriori. I primi si possono raccordare a due fasce che vincolano la cintura di zavorra classica (o meglio ad una nuova fascia appositamente creata per questo scopo) tramite attacchi a regolazione continua e due passanti rivettati, mentre i secondi saranno fissati direttamente al retro della cintura sempre con i rivetti. Un’altra soluzione, utilizzata da un fuoriclasse ligure che vive da decenni in Sardegna, consiste nell’agganciare due semplicissime asole (striscioline di camera d’aria), attorno agli stessi piombi della cintura di zavorra: uno anteriore ed uno posteriore. Il vantaggio di tale collocazione, adoperata con uno schienalino di peso moderato, è la facile indossabilità e la non interferenza con la respirazione. Dovrebbe essere anche abbastanza immediata nell’azione di sgancio dovuta ad imprevisti. Nel corso dei preliminari di vestizione di una battuta di pesca abbiamo fotografato un cacciatore che portava un gilet di neoprene con inserito un triangolo di piombo arrotondato. Il peso era magnificamente annegato nel velcro (forse incollato) e incastonato a regola d’arte nel neoprene: certamente non si muoveva durante le capovolte! L’unica eccezione ad una serie di cinghiaggi fascianti in qualche modo il busto, è rappresentata dal manufatto di un artigiano genovese che posiziona un piombo rivestito di velcro direttamente sulla muta, nella zona mediana fra le due scapole. Un doppia pattina di velcro ingloba e sigilla la mattonella di metallo senza che questa traballi o dia fastidio.

IL PIOMBO MOBILE

Questo specialissimo piombo è un attrezzo molto particolare appannaggio esclusivo di grandi profondisti e recordman di apnea super allenati. L’idea basale è la stessa che animò i primi subacquei che facevano uso di pietre e altri tipi di pesi per scendere a fondo: l’immersione in assetto variabile. Si effettua la capovolta muniti di un peso collegato alla superficie e appena raggiunto il fondo lo si abbandona,  risalendo poi in scioltezza (assetto positivo). Il fatto di possedere una muta in neoprene incrementa la velocità e la facilità della risalita come se si disponesse di un galleggiante. Il recupero del piombo verrà effettuato con calma, una volta raggiunta la superficie, tramite una cima assicurata alla boa segna sub. Qualche pescatore tiene in cintura sempre un paio di chili per muoversi bene anche in profondità e non sentirsi troppo positivo. La tecnica della zavorra mobile è definita anche “alla brasiliana” perché pare che i maggiori utilizzatori di questo sistema siano stati proprio i pescatori sudamericani nelle acque dell’oceano. Premettiamo che questa attività non è pericolosa in se stessa, anzi, sulla carta offre innegabili vantaggi: discese rapide, tempi di caccia sul fondo discreti, sicurezza elevata nel momento dell’emersione, risparmio d’energia. Però il distorto uso che si fa di questa zavorra può creare situazioni di rischio e di pericolo assurdo, da mettere bene in chiaro. Il piombo mobile non è fatto per chi cerca di oltrepassare i propri limiti abituali. Non serve per andare più profondi. Non servitevene per pescare necessariamente alle quote che troppi sbandierano ai quattro venti, facendosene chissà quale vanto, e sostenendo continuamente che la pesca subacquea sia sempre relegata ad un discorso di profondità abissali. I metri in verticale, se proprio si è convinti dell’effettiva utilità di questa sfida spasmodica, si conquistano con esperienza, dedizione, allenamento, abitudine, costanza, sapienza, e non con cinque chili legati ad una cimetta ed il profondimetro al polso - per vedere, oggi, quanto siamo riusciti a scendere…-

La cintura di zavorra sagolata è uno dei sistemi più in voga, da tanti anni, ma proprio per questo gli specialisti del genere hanno sviluppato via via degli attrezzi che hanno migliorano notevolmente molti aspetti relativi alle dinamiche del suo impiego. La classica cintura di zavorra, infatti, è comoda nel trasporto perché sta ben ferma sul giro vita e offre una versatilità rapida d’impiego (uso tradizionale fisso oppure come peso mobile all’occorrenza) ma ha dei limiti sostanziali: quando si abbandona necessita di un minimo di tempo per essere sganciata, sfilata, appoggiata delicatamente sulla sommità di un sasso; al momento del recupero dalla superficie si fa fatica a salparla perché questa scodinzola mollemente nel vuoto, facendo attrito, e se non avremo un ferma piombi o un piombo a sgancio rapido come fine serie, rischieremo di perdere anche qualche pezzo; le varie componenti sbattono tra loro e fanno rumore mettendo in fuga eventuali pinnuti; quando sarà ora d’indossarla dovremo avere entrambe le mani libere. Il coltello è bene non collocarlo in cintura e neanche all’esterno del polpaccio poiché nel primo caso lo abbandoneremmo tristemente ogni volta e nel secondo, all’atto dello sfilamento, potrebbe interferire pericolosamente con l’azione di abbandono della cintura.

Per evitare tutte queste complicazioni è nato il piombo mobile. Il suo impiego trova spazio durante le competizioni agonistiche, quando gli atleti sono obbligati a sommozzare per ore e ore, a notevoli profondità, con un occhio costante all’economia energetica ma anche in apneisti che lo hanno adottato famigliarmente per le pescate impegnative in particolari frangenti. Viene adoperato principalmente per la caccia in tana e in caduta ma esiste qualcuno che ci pesca anche all’aspetto. Appare sostanzialmente come un blocco consistente e massiccio di piombo con forma variabile (a parallelepipedo, cilindrica, ecc.) a seconda del metodo di trasporto e rilascio adottato e del suo posizionamento in vita. Il peso del lingotto varia dai tre ai cinque chili ed è fornito generalmente di un anello in acciaio inox affogato nella struttura. Alcuni lo rivestono completamente di gomma per attutire il rumore all’atto della deposizione o per esercitare attrito contro la superficie del materiale della muta. In commercio non esistono modelli in vendita data la specificità di utilizzo e quindi si deve procedere alla realizzazione mediante stampo e fusione di piombo artigianale secondo la manualità vista nei precedenti capitoli.

Nel caso sia infilato tra il ventre e la cintura elastica si dovrà approntare una forma a gancio, con una porzione cilindrica ed una prominenza marcata a mo’ di uncino, atta a non fare scivolare il peso una volta che si effettua la capovolta. L’impiego indispensabile della fascia in gomma si rende opportuno per tenere sempre a contatto l’attrezzo e per evitare che allo schiacciamento della muta o alla riduzione del nostro volume fisico esso si possa liberare spontaneamente. Dato il suo ingombro è meglio sistemare la cintura elastica molto in basso, sulle ossa del bacino, affinché il tubo non interferisca con il diaframma. Con una zavorra mobile di questo genere la fase della discesa risulterà buona perché il peso resta bloccato tra la cinghia e la muta, non si perderà troppo tempo all’atto dello sfilamento e della collocazione sul fondo (basterà sempre una sola mano)e il recupero dai fatidici trenta metri avverrà senza troppe peripezie e rumorini vari.

Una seconda metodologia prevede la collocazione del peso all’esterno della cintura, sempre in vita ma non più “pinzato” tra la cinghia e il ventre: sarà piazzato esternamente; è denominato peso mobile a sgancio rapido. Il piombo sempre a forma tubolare, idrodinamica, è ancorato alla cintura tramite un grosso aggancio, come quelli adoperati sulle barche a vela per gli spinnaker. La soluzione comporta l’uso di una fascia non necessariamente elastica e di un punto sicuro di attacco e sostegno per il moschettone stesso. Durante la pinneggiata di discesa può verificarsi che il peso dia leggermente fastidio, poiché non è imbrigliato in una posizione determinata, ma non scivolerà via di certo; offrirà una fase di sgancio pratica per merito del meccanismo inox semplice e una sistemazione sul fondo senza intoppi. Il recupero sarà agevole e lineare, così come il successivo riposizionamento sulla cintura di zavorra.

Per ultimo vediamo come è fatto un piombo mobile a tavoletta rettangolare o a mattonella. Come dice il nome si tratta di un peso sottile ed esteso piuttosto in larghezza. Adoperato da campioni iberici e nostrani rivela una duplice personalità: potrà essere impugnato a mano tramite una grossa asola inox oppure essere infilato in cintura alla stregua dei modelli precedenti. Per la sua sezione appiattita non c’è bisogno di ricoprirlo con nastrature varie o con profili in caucciù perché rimane abbastanza aderente al corpo: comunque, se si desidera, un giro di camera d’aria lo preserva dai contatti cruenti e sonori contro i sassi. L’anello in acciaio inox ha dimensioni diverse: nel caso si tenga in vita sarà preferibilmente piccolo e non troppo prominente mentre se portato a mano avrà maggiore grandezza e comodità di forme. Il salpamento della zavorra risulterà un po più frenato rispetto ai pesi cilindrici, in virtù dell’attrito lievemente accresciuto che eserciterà alla riemersione. Nel trasporto manuale c’è la prerogativa di non perdere neanche un secondo per appoggiare il peso, in quanto negli ultimi metri di discesa si adocchia già la zona ideale e la successiva e semplice manovra avverrà senza contorsioni corporee o sprechi temporali.

Quando ci accingeremo ad acquistare il sagolone necessario per il fondamentale collegamento con la boetta teniamo presente innanzi tutto lo spessore: se sarà troppo esile faremo una fatica bestia a salpare le decine di metri che ci spettano e il rischio che uno spuntone di roccia  recida di netto il terminale è meglio scongiurarlo a priori. Il materiale scelto non dovrà essere neppure troppo elastico perché il tira e molla ci sfiancherà prima di cominciare. Ottimo è il trecciato di nylon di almeno 4/5 mm di diametro magari colorato per una maggiore visibilità operazionale. La lunghezza cerchiamo di programmarla con accuratezza: la profondità in cui avremo deciso di pescare sarà il metro di giudizio in quanto, se vorremmo evitare che il peso fluttui a “mezz’acqua” portandosi a spasso il palloncino, dovremo tenerci un margine di abbondanza di 4/5 metri, in modo che la zavorra stia sulla verticale. Chi preferirà sganciare a qualche metro dal fondo (per non disturbare eventuale fauna timorosa) calcolerà in difetto questo dato metrico, sapendo che se non c’è l’amico fidato che blocca la boa, esattamente nel punto del nostro tuffo, potremmo riemergere a parecchi metri di distanza dalla stessa, trascinata altrove dalla corrente. E’ molto utile l’avvolgi sagola ad “H“ di qualche pallone perché permette di regolare perfettamente la quota di cimetta in bando così da averla sempre misurata. C’è anche chi ha sistemato all’inizio della sagola un galleggiante che frena la caduta del peso e accompagna cautamente all’appuntamento, con il masso di turno,  il piombo mobile. Un bel paio di guanti aiuterà le azioni di recupero del filo magari da intercalare amichevolmente ed alternativamente con il compagno d’avventure.

Una modifica o elaborazione interessante potrebbe consistere nel costruirsi una piastra ergonomica da tenere in cintura, magari in materiale plastico o in metallo (se amiamo il chiletto fisso per lavorare meglio in profondità), e studiare un meccanismo di aggancio/sgancio rapido, intuitivo, affidabile, immediato, da inserire stabilmente in un piombo mobile, fuso ad esatta immagine del supporto di base d’accoppiamento. Il recupero della sagola avviene tramite un grosso mulinello posto sotto la boa, dotato di maniglione di avvolgimento.

MANUTENZIONE: la cintura di zavorra, le cavigliere, il piombo mobile sono le attrezzature meno seguite da questo punto di vista. Il piombo non si deteriora, tende a divenire opaco e “mimetizzarsi” ottimamente con l’ambiente sottomarino. Le varie chiusure a sgancio rapido sono costituite da materiali plastici o dall’acciaio inossidabile: il controllo meticoloso e accurato della loro struttura, dei meccanismi, delle articolazioni, va sempre eseguito con estrema attenzione pena una rottura imprevista o una frattura indesiderata. L’acqua dolce sarà l’agente lavante che se ne prenderà cura. Le fasce, i cinghiaggi di nylon seguono la stessa trafila e se presentano degli sfilacciamenti o delle estremità non bruciate adeguatamente bisognerà rifare l’operazione servendosi di cerini o di un accendino. La gomma dell’imbracatura o della cintura di zavorra, invece, è l’unica che patisce gli agenti meteo salini ed il sole. Sottoposta a trazioni fa in fretta a rovinarsi e la possibile perdita di qualche attrezzo o componente non è da accantonare. Noi consigliamo di sciacquarla sempre e se possibile , almeno una volta all’anno, scioglierla dai vari sistemi di sgancio presenti, dai pesi, e lavarla a fondo, in modo che smaltisca le tossine accumulate in tutto il corso della stagione.

CRITERI DI SCELTA: Consigliamo di acquistare almeno due o più tipi di zavorre e utilizzarle specificatamente per ogni differente attività senza intercambiare piombi e piombini, cinghie e spallacci, ogni volta che si rinnovano le stagioni o gli stili di pesca. Se potete, provate e riprovate le vostre piombature con maniacalità: dovrete  adeguarla millimetricamente al vostro fisico, al tipo di muta, alla tecnica di caccia, alla profondità.

·                   La muta. Questo adorato capo che ci ripara dal freddo condiziona ancora una volta, fondamentalmente, le nostre scelte. Il suo spessore ci obbliga a valutare i chili di piombo da aggiungere o eventualmente togliere dalla zavorra; è ovvio che più sarà elevato lo spessore e più chili dovremo aggiungere e viceversa. Un 8 mm sarà compensato diversamente da un 3 mm. Se possediamo un pantalone a vita alta invece di una salopette,  o i calzari, i bermuda, i guanti, le considerazioni saranno diverse: più neoprene sarà presente  più dovrà aumentare la zavorra. Anche la tipologia intima del materiale gommoso vincola la valutazione oggettiva poiché esistono dei neopreni più positivi e altri meno: ci sono cellulari con caratteristiche di memoria di schiacciamento prodigiosi e altri che dopo un paio di mesi d’uso sono la metà della  sezione originale. Ne consegue che man mano che aumenta la profondità, e la relativa compressione del materiale, i giochi saranno ben diversi, a seconda delle qualità possedute: - scarsa memoria – negatività accentuata e scarsissimo aiuto in emersione; - buona memoria elastica - positività progressiva da sfruttare in risalita. Fate molta attenzione anche allo stato di conservazione della muta: più sarà vecchia e iper usata e più sarà soggetta alle variazioni di pressione, creando così un’accentuazione delle considerazioni appena fatte.

·                   La costituzione fisica. Ognuno di noi fisicamente è fatto in modo diverso quindi la zavorra necessaria per il nostro migliore compagno di pesca non è detto sia l’optimum anche per noi; essa sarà strettamente personale e valutata singolarmente. Gli individui longilinei e con un’ossatura fine, di norma abbisognano di meno chili mentre chi è tendenzialmente dotato di riserve caloriche non indifferenti, e ossatura possente, risulterà un po più galleggiante e quindi da trattare con un carico maggiore. La sensibilità individuale riguardo alla compressione delle pareti addominali e, soprattutto ai muscoli deputati alla respirazione, potrebbe richiedere un differente posizionamento della cintura o dell’imbracatura rispetto ad un altro sub: privilegiate il comfort e la rilassatezza generale.

·                   L’immersione. La profondità d’immersione è la prima realtà inderogabile da considerare: la regola è che più si scende a fondo meno chili si portano addosso. L’unica eccezione è la pesca in quattro, cinque metri d’acqua. I campioni illustrano che è meglio “lavorare” di più durante i primi metri di discesa che in fase di risalita. I dieci metri iniziali saranno percorsi in leggera positività per poi discendere negli abissi con una tendenza lievemente negativa. Alla riemersione avvertiremo la naturale fatica al distacco dal fondo ma, progressivamente, saremo sospinti a gran velocità verso la superficie senza compiere particolari sforzi fisici. In quest’ottica eviteremo gli atteggiamenti di rischio e privilegeremo la sportività dell’apnea sicura. In acque dolci, per la minore densità del liquido, si tende ad affondare molto di più che in acque salate, in virtù della minore spinta idrostatica, quindi si adopererà una zavorra ridotta rispetto a ciò che s’indosserà al mare.

·                   Le tecniche di pesca.. Per la pesca in tana bisogna evitare le zavorre che possono agganciarsi da qualche parte e che risultano difficilmente abbandonabili con immediatezza. I piombi arrotondati possono evitare incagli. La classica cintura di zavorra con la fibbia a sgancio rapido è il supporto di norma anche se qualche altro presidio morbido non è da sottovalutare. In caso di discese ripetute o di prede incastrate dopo essere state colpite, a profondità molto elevate, i più esperti possono utilizzare la zavorra mobile, da usare incondizionatamente in stretta compagnia con un altro sub, alternando i tuffi e sorvegliando le azioni reciprocamente. I chili di peso saranno valutati sempre in funzione della profondità d’azione e dello spessore della muta. Per l’agguato in basso e medio fondale sarà opportuno calibrare alla perfezione la piombatura, in assetto medio, quasi neutro, suddividendola in più punti, cavigliere, piastra dorsale leggera, cintura in vita. L’equilibrio di spostamenti, il silenzio di manovra devono risultare senza ombre d’incertezza: né troppo leggeri né troppo pesanti. Nell’aspetto profondo è sufficiente la cintura di zavorra normale, con la fettuccia in gomma che recupera le variazioni di schiacciamento e non gira malamente attorno alla vita; un profilo attillato e idrodinamico sarebbe vantaggioso per il silenzio di discesa e la riduzione generalizzata degli attriti. Le cavigliere s’indossano se la profondità non è superiore ai dodici, quindici metri: a questa quota le pinne possono stare a contatto del fondale senza bisogno di appesantire ulteriormente la muscolatura delle gambe. In bassissima acqua saremo, invece, negativi, con una distribuzione capillare di pesi su tutta la superficie del corpo: l’immagine che il pesce deve osservare per l’ultima volta è quella di uno strano essere incastonato come un polpo a filo dei sassetti, nel fragore delle onde e nei vortici di spuma.

                                                       Emanuele Zara & Lucia Notarangelo