LA MASCHERA
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La maschera per l' inverno |
L’osservazione
dei fondali marini è una attività meravigliosa che pervade e affascina
migliaia di persone in tutto il mondo. Le immagini rapite in pochi istanti si
fissano indelebilmente nella memoria, per sempre: scogliere ricche di colori e
pesci, praterie d’alghe pullulanti d’animaletti, distese fascinose di
sabbia, vegetazioni rigogliose di colori e forme inusuali, anfratti tenebrosi
ripieni di vita, franate misteriose…Non c’è forse strumento e momento
migliore per vivere pienamente e integralmente la dimensione “mare”. Ciò
che accomuna tutti gli appassionati
è reso possibile unicamente da uno
dei cinque sensi: la vista. Dovremmo essere profondamente grati all’operato di
quel fantastico organo sensoriale che madre natura ci ha generosamente fornito.
L’occhio umano possiede, infatti, un insieme di caratteristiche fisiche e
chimiche prodigiose che, permettendo di dedurre la forma degli oggetti e la loro
situazione nello spazio che li circonda, di fatto consente la visione della
realtà che ci attornia. L’apparato visivo è costituito da un sistema ottico
(cristallino, umor vitreo, umor acqueo, ecc.) e da un sistema neurologico
(retina, nervo ottico, ecc.); mediante un istantaneo ciclo fotochimico si
convertono i raggi luminosi provenienti dall’esterno, trasformandoli in
impulsi nervosi destinati al cervello dove sono successivamente analizzati e
rielaborati. Naturalmente i nostri occhi sono in grado di offrirci una visione
ottimale unicamente in ambiente terrestre e non risultano propriamente
l’optimum per dare un’occhiata sotto il pelo dell’acqua.
Chiunque abbia provato a guardarsi attorno, durante una breve immersione
in piscina o al mare, senza maschera od occhialini di supporto, avrà verificato
direttamente l’impossibilità di scorgere nitidamente qualsiasi cosa. Una
coltre di “nebbiolina lattescente“, fastidiosa ed irritante, pervaderà ogni
oggetto e tutto apparirà sfocato. Tralasciando il problema della soggettiva
irritabilità della superficie cornea al contatto diretto con l’elemento
liquido, sia esso salato, dolce o clorato, diversa da individuo ad individuo,
esiste una spiegazione razionale anche per il fenomeno d’aberrazione ottica
che si viene a determinare in questa circostanza. L’acqua e l’aria hanno
indici di rifrazione differenti: il sistema visivo umano abbisogna di queste
“diversità” per permettere la formazione corretta dell’immagine
all’interno del bulbo oculare; l’anatomia dell’occhio presenta, infatti,
dei tessuti con l’identico indice di rifrazione dell’acqua (1.33).
Semplificando il tutto si può affermare che senza interporre davanti
all’occhio uno strato d’aria che riequilibri lo stato fisiologico in cui
l’organo lavora perfettamente, sarà impossibile, per il nostro occhio,
mettere a fuoco adeguatamente, sott’acqua, qualsiasi cosa. Una volta però
adottata questa soluzione indispensabile, non si pensi di aver risolto tutte le
problematiche inerenti all’adattamento dell’occhio in un ambiente che non
gli è consono. Il sub, comunque,
avrà sempre una visione alterata della realtà subacquea, dei colori e della
dimensione degli oggetti. Prendiamo ad esempio un bel pesce: esso ci apparirà
1/3 circa maggiore dell’effettiva grandezza stimata e ingannevolmente più
vicino di un 25% circa. Il campo visivo sarà ridotto e limitato tanto quanto
risultino gli ingombri della struttura artificiale che incorpora l’aria: la
maschera è comunque un surplus che impedirà sempre una piena libertà di
visuale. L’assorbimento di alcuni colori (il rosso, l’arancio, il giallo,
ecc.) a partire dai 5 metri di profondità, è un fenomeno osservabile benissimo
nelle fotografie senza il flash: una dominante bluastra invaderà tutti i
paesaggi e i pinnuti ripresi.
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Si
smarrisce nella notte dei tempi la figura del temerario antenato che avrà per
primo osato sfidare le leggi naturali per scrutare le profondità del fiume o
del mare. Con spirito fantasioso cerchiamo per un attimo, di immaginare come
abbia avuto inizio questa storia e a prezzo di quali sacrifici. Per noi,
abituati al tutto facile e alle tecnologie evolute, qualsiasi attrezzatura è
relegata ad uno scherzetto, ad una questioncina tecnica banale banale, ma per
chi aveva a disposizione unicamente delle schegge di vetro e del budello
d’animale, l’inizio dovrà essere stato, per forza di cose, durissimo.
Bisogna attendere gli inizi del secolo per osservare un approccio
evolutivo delle maschere “serie”. La gomma divenne l’elemento principale
per la fabbricazione di arnesi rudimentali. Dopo la seconda guerra mondiale, con
il bagaglio delle inevitabili esperienze accumulate in campo strategico, alcune
aziende sfornarono, in serie, i primi grandi mascheroni. Caratterizzati da
dimensioni interne ed esterne eccezionali e prive di alloggiamento per il naso
erano considerati un vero lusso per i pionieri del nostro sport. Uno stringinaso
esterno costituiva il necessario complemento per i profondisti dell’epoca.
L’innovazione miracolosa si ebbe intorno agli anni 50 per merito del signor
Cressi che mise in commercio un modello innovativo, dotato di una sagomatura
anatomica incorporata per il naso: Pinocchio. Una vetusta pubblicità
dell’epoca recitava pressappoco così – la Pinocchio - maschera di ampia
visuale - permette una facile compensazione e profonde immersioni -. Erano state
gettate le basi, i capisaldi dell’attrezzatura per immersione in apnea: la
visuale non ostacolata da geometrie senza nessi logici; il volume interno ed
esterno molto più piccolo rispetto alla concorrenza; l’immediatezza di
compensazione dovuta alla presenza della sede per il naso racchiusa in
un’unica struttura. Da quel giorno, la strada della funzionalità fu aperta
definitivamente, e innumerevoli modelli comparvero sul mercato senza abbandonare
la linea costruttiva tracciata originariamente dal geniale progettista, fino ai
giorni nostri. Per analizzare accuratamente una maschera moderna, adatta alla
pesca sub, la sottoporremmo ad una scomposizione totale ed analizzeremo nei
dettagli ogni componente. |
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l TELAIO: detto anche testiera o cerchietto, è una struttura rigida colorata, deputata a carenare e sorreggere la parte interna, morbida e flessibile, che ospita il gruppo ottico. Può essere costruito in un’unica soluzione o presentare più elementi d’assemblaggio. Il profilo appare esile e sottile anteriormente con l’eccezione della porzione mediale, atta ad inglobare le lenti o il cristallo singolo, e dei laterali maggiormente irrobustiti per ospitare i regolatori del cinghiolo.
I
materiali impiegati nello stampaggio a caldo sono dei derivati della plastica e
possono essere plasmati in forme svariatissime mantenendo una discreta
robustezza.
I
pregi di un buon telaio da apnea sono la leggerezza, le forme generali
comportanti dimensioni limitate, una buona idrodinamicità complessiva, ottenuta
da superfici lisce ed arrotondate, e una discreta indeformabilità. Osservando
il telaio lateralmente, noteremo delle feritoie o degli attacchi solidali al
corpo plastico che sono impiegati per il fissaggio del cinghiolo sorreggi
maschera. Anche in questo campo le
nuove soluzioni tecniche abbondano e si rinnovano: ci sono meccanismi semplici
ed altri complessi, dotati ad esempio di sofisticati ed ingegnosi sistemi di
basculamento, rotazione, inclinazione.
Una
delle più interessanti novità di questo 1998 è la creazione, da parte di una
nota azienda italiana, di una microscopica maschera, specifica per l’apnea
profonda, che adotta un telaio lillipuziano assomigliante ad un paio di
occhialini da piscina, in modo da contenere al massimo gli sprechi
d’aria. Chissà se questa strada
di ricerca porterà nuovi sviluppi tecnici e una ventata d’innovazione.
Le
modifiche e le elaborazioni artigianali.
Materiali
occorrenti:
carta vetro di varia grana, cacciavite a taglio piccolo, lima a taglio bastardo,
pennelli di varie misure, tamponcini di stoffa, gommapiuma o garza, solvente per
diluizione e pulizia attrezzi, vernici poliuretaniche (con la prerogativa di
scegliere le tinte più consone al fondale marino frequentato), vernice mono o
bicomponente a base gommosa, straccetti, nastro adesivo di carta per
mascherature, trasparente per rifiniture.
Intervenendo
sul telaio della propria maschera si personalizza l’attrezzatura, al fine di
integrare ogni più piccolo particolare tecnico con il poliedrico mondo
sottomarino, fiduciosi che il lavoro si riveli all’atto pratico, una soluzione
vincente. La scomposizione d’immagine, la colorazione sfumata, il
macchiettamento multi cromatico sono metodologie di “occultamento” e
“camaleontismo” che, impiegate in alcuni frangenti specifici, possono essere
assai favorevoli nell’azione di pesca.
Per mimetizzare accuratamente il cerchietto e i restanti elementi
di policarbonato si procede delicatamente, con l’ausilio del cacciavitino,
allo smontaggio dell’intera maschera, nei modelli che offrono tal evenienza,
mentre per gli altri che sono costruiti in un’unica soluzione si mascherano
con ritagli di giornale e con nastro da carrozziere i cristalli. Una volta certi
di non danneggiare le lenti, si cartavetrano con pazienza e dovizia di
particolari, tutte le componenti plastiche, per rimuovere lo strato superficiale
che non permette la fissazione ottimale del colorante. Terminata la prima fase
dei lavori si stende un velo di primer (impiegato nella preparazione dei
paraurti di plastica automobilistici, dono del solito carrozziere amico) e si
aspetta che si “aggrappi” al supporto, secondo i parametri forniti dalla
casa produttrice. Quando il fondo è preparato a dovere si passa alla fase della
verniciatura, con pitture poliuretaniche, seguendo tre possibili metodiche: i
pennelli, che daranno tratti maggiormente concentrati e discretamente
delimitati, i tamponcini che permetteranno di miscelare delicatamente i colori
creando aree che si sovrappongono e s’intersecano, l’aerografo, per i
fortunati possessori, che consentirà l’esecuzione di veri capolavori
artistici. I risultati ottenibili sono duraturi e applicabili in infinite
varianti e soluzioni personali e l’unico metro di valutazione sarà fornito
dalle potenziali prede ingannate, con questo semplice stratagemma.
Gli
amanti della pesca tra i massi, in tana, possono testare un telaio “insonorizzato”,
ottimo per la specifica attività in quanto si attutiscono i rumori
prodotti urtando contro le rocce e si protegge la maschera ulteriormente da
graffi e sfregamenti vari. Il lavoro preliminare è identico al procedimento
della mimetizzazione, per quanto riguarda la fase dello smontaggio, mentre per
la stesura della speciale vernice gommosa (reperibile in un fornito colorificio)
è preferibile usare solo un pennello di medie dimensioni.
Molti
telai, magari vecchiotti o adottati per necessità contingente, presentano
superfici non perfettamente arrotondate e filanti che costituiscono inutili
appendici spigolose. Chi ricerca il massimo in termini di penetrazione
idrodinamica e ingombri ridottissimi può dedicarsi a ”snellire”
l’architettura plastica. Una volta smembrata la maschera occorre limare con
delicatezza tutte le parti esterne giudicate in eccesso, prestando attenzione a
non indebolire lo scheletro principale, e si rifinisce il lavoro con una passata
di carta vetro finissima.
IL
FACCIALE: è la parte fondamentale di qualsiasi maschera subacquea. Essa
raffigura, a grandi linee, l’impronta anatomica del viso e deve assicurare
principalmente la tenuta ermetica del sistema. La forma è tondeggiante e la
sagoma più o meno accennata del naso fa bella mostra nella porzione inferiore.
Quasi tutti presentano lungo il bordo interno un sottilissimo rilievo che serve
da guarnizione supplementare. I materiali con cui si stampa il facciale sono le
mescole di gomma e i composti di silicone. Entrambi hanno raggiunto una qualità
tale che viene difficile proporre e consigliare un prodotto anziché un altro.
Diciamo che il silicone ha il pregio di essere anallergico, insensibile ai raggi
ultravioletti e al salino, mentre la gomma è un pelino meno duratura ma ha
dalla sua un prezzo d’acquisto più ridotto. Non si pensi però che la tenuta
sul viso sia dipendente esclusivamente dal tipo di materiale impiegato. Ogni
prodotto è una storia a se, prova n’è che molti specialisti e campioni di
pesca subacquea non si separerebbero mai da un modello specifico: magari
quell’arnese ha già sul groppone almeno una decina d’anni di pratica.... ma
va così bene che sostituirlo sarebbe quasi un salto nel vuoto. Una questione
importantissima nella scelta della maschera da apnea è lo spazio d’aria
compreso tra il viso e l’interno del facciale. Una legge fisica e precisamente
quella di Boyle – Mariotte recita che, quando scendiamo in profondità il
volume d’aria (ricordiamo che è un gas) insito nella maschera tende a
diminuire e lo fa con un decremento inversamente proporzionale rispetto alla
pressione cui è sottoposto. Per
capirci meglio: se peschiamo ad una certa quota, diciamo oltre i 10 metri, e la
nostra maschera presenta un volume interno di proporzioni televisive, per
compensare la pericolosa depressione che immancabilmente si crea, dovremmo
insufflare all’interno del sistema una quota d’aria abnorme (circa ½ del
volume originario!) per evitare la sensazione di estroflessione bulbare e la
conseguente, possibile, rottura di vasi capillari oculari. A differenza di chi
s’immerge con l’autorespiratore, che d’aria ne possiede a sufficienza, in
apnea si tratta di centellinare preziosamente anche solo un decilitro
d’ossigeno. In pratica la regoletta da tenere presente è: più si scende in
profondità, minore deve essere il volume interno della maschera da compensare;
l’aria risparmiata è per l’apneista un’innegabile priorità che deve
essere sfruttata a dovere. L’argomentazione assume un valore essenziale per i
grandi recordman d’apnea: risolvono alla radice il problema impiegando
specialissime maschere dal volume inesistente o ancora meglio delle lenti a
contatto, apposite per l’utilizzo subacqueo.
Una
caratteristica che hanno quasi tutti i modelli di facciale scelti dalla
maggioranza dei pescatori è la presenza di due sedi per le lenti; in verità
esistono anche quelli che ospitano un vetro solo ma sono scarsamente utilizzati,
vedremo il perché. L’impiego di una maschera bioculare a prima vista può
dare, all’osservatore occasionale, l’illusoria sensazione che la visibilità
risulti terribilmente compromessa ma per fortuna non è così. Le mascherine a
due vetri sono costruite con raffinate tecniche di progettazione computerizzata
e raggiungono alcuni obiettivi strategici.
La
visibilità totale è spesso superiore a quasi tutte le maschere “normali”
poiché avvicinando a pochissimi centimetri dagli occhi i cristalli si riesce ad
ampliare al massimo il campo visivo (intorno ai 110-120° effettivi) con
risvolti pratici, nell’attività sportiva, straordinari.
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Gli studi specialistici del
settore hanno eliminato quasi del tutto il fatidico “effetto tunnel” cioè
l’eccessiva limitazione della visibilità laterale (come si verifica per i
paraocchi di un equino) e l’interposizione tra i due occhi di un ampio
sostegno centrale in gomma per i vetri, che sfalsava la formazione
dell’immagine corretta. Nell’uomo, il campo visivo dei due occhi, per gran
parte si sovrappone neurologicamente tra gli stessi: il risultato è il campo di
visione bioculare che permette di eliminare
o diminuire i difetti ottici imputati ad una visione monolaterale. Ciò si
verifica, semplificando di molto i particolari anatomo fisiologici, poiché ogni
punto della retina destra ha il suo punto corrispondente nella retina sinistra e
quando questi sono stimolati nello stesso tempo, dal medesimo oggetto luminoso,
la sensazione visiva risultante è unica. La funzione essenziale che si
evidenzia è la visione del rilievo, della profondità dei diversi piani. Un
semplice esperimento che tutti possiamo fare è quello di guardare un paesaggio
con un occhio solo: tutto sembra senza prospettiva.
La
riduzione del volume interno è riscontrabile anche per lo spazio occupato
centralmente dalla conformazione dell’architettura centrale d’assemblaggio
che, di fatto, “riempie” la maschera bioculare.
Nel caso del vetro unico l’unione con la sede di gomma o silicone è
comunemente eseguita a caldo e quindi non si può estrarre dal facciale; mentre
per i modelli con vetri separati esistono delle sedi apposite che ospitano sia
le lenti divise, sia due cornici irregolari di plastica smontabili, che li
bloccano, mediante incastri meccanici, in posizione. Chi ha problemi di vista e
fa uso di occhiali deve propendere necessariamente per un modello bioculare
perché solo così si possono reperire nei negozi di materiale subacqueo lenti
graduate, in una vasta serie di correzioni diottriche, e adattarle su misura.
Oramai, per un problema di certificazione, tutti i vetri montati sulle maschere
europee presentano in un angolo una “T” appena accennata che indica che il
materiale è temprato e quindi offre maggiori garanzie di sicurezza. In caso di
frattura del cristallo (urto accidentale contro spigoli di roccia appuntiti,
rottura di archetti o sboccolamento degli elastici, nei fucili che impiegano
questo tipo di propulsione) sono meno propensi a frammentarsi in pericolosissime
schegge.
Le
modifiche e le elaborazioni artigianali
Materiali
occorrenti:
prodotto siliconico bicomponente o materiali similari, guanti di protezione,
pellicola plastica per alimenti, pasta abrasiva leggera di tipo “polish” o
“Sidol”, taglierino, spatola a cucchiaio.
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Il
desiderio di migliorarsi sempre è una costante presente in ogni atleta. Per
quanto riguarda l’apnea, cercare le malizie per incrementare i tempi di
permanenza sul fondo penso sia principalmente un problema d’allenamento e
solo successivamente un discorso d’attrezzatura specifica. Credo però
che anche una somma di piccoli particolari possa concorrere ad un discreto
contributo performante. Abbiamo già insistito precedentemente sull’importanza
strategica del volume interno del facciale per quello che riguarda le economie
d’aria. Se la maschera non ci soddisfasse pienamente da questo punto di vista,
possiamo ulteriormente ridurre i giochi interni con l’inserzione di un
riduttore di volume, coniato a hoc per le occasioni speciali. Si tratta di
riempire gli spazi morti del facciale con un prodotto facilmente malleabile e
insensibile all’azione degli agenti marini.
Il materiale perfetto è quello usato dai dentisti
e dagli odontotecnici per
prendere le impronte: non è tossico, si modella a meraviglia,
è pronto rapidamente.
Nel caso non si riuscisse proprio a trovare si può utilizzare del comune
silicone da idraulico, praticamente acquistabile dappertutto, e si lavora con
alcune precauzioni. Si stende all’interno del facciale una pellicola
sottilissima di plastica per alimenti e si cola come in uno stampo un poco di
silicone liquido. Con un dito protetto da un guanto o con una spatolina bagnati
nell’acqua si stende, seguendo le geometrie interne del facciale, usando
parsimonia di volumi per non creare problemi conseguenti di ermeticità. E’
fondamentale lasciare riposare il tutto per un po’ di giorni, affinché
evapori completamente ogni traccia volatile di solvente. Una volta creato
l’artificio non resta che provarlo in immersione: i risultati che si
otterranno già a partire dai 15/16 metri sono significativi; dopo i 20 metri
sono eccezionali. Molti aspettisti sostengono che gli occhi del cacciatore, nel particolare contesto subacqueo, trasmettono ai pesci sensazione di allarme e pericolo. Alcune prede sono disturbate da questa circostanza e rimangono il più delle volte a distanza di sicurezza. L’ingegno umano ha provveduto, in parte, a risolvere vantaggiosamente il contenzioso. Il trucco è semplice: se l’occhio crea paura e diffidenza celiamolo alla vista altrui. Nacquero, alcuni anni orsono, le maschere con le lenti a specchio. Premettiamo che sul mercato è presente, da circa una stagione, una ditta che ha in catalogo un prodotto con queste caratteristiche ma si da il caso che i visi dei pescatori abbiano fisionomie diversissime tra loro ed è possibile che il modello specifico non calzi bene a tutti. |
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Come fare? Si procede allo smontaggio della propria maschera e si cerca con pazienza un laboratorio ottico che esegua la specchiatura del vetro. Domandiamo di trattare i cristalli con una velatura appena accennata, lieve; infatti, l’unico grande inconveniente è che la specchiatura riduce la “luminosità” nella maschera, rendendo assai problematica la visibilità in numerosi frangenti.
L’ideale è impiegarla in condizioni meteo marine perfette
in modo da minimizzarne l’handicap. E’ uno stratagemma valido principalmente
per le palamite a mezz’acqua, le ricciole,
i dentici e i dotti all’aspetto. Per curiosità l’ho provata anche
all’aspetto in poca acqua, con i branzini e le orate, ottenendo discreti
risultati.
Una
grana fastidiosa capita quasi tutte le volte che si acquista una maschera in
silicone: l’appannaggio totale o parziale delle lenti con conseguente feroce
arrabbiatura del soggetto utilizzatore. Perché si
appannano i vetri? La causa è insita nel materiale del facciale che,
dopo essere stato iniettato negli stampi e portato a temperature elevate, può
rilasciare un velo impalpabile di prodotto siliconico anche nel passaggio
successivo di montaggio delle lenti. Come
si elimina il silicone? I rimedi empirici studiati e provati da orde di
subacquei potrebbero riempire un CD-ROM. Ne elenchiamo qualcuno per conoscenza:
“sgrassaggio” con fetta di patata, frizione con dentifricio, lavaggio con
detersivo per piatti o con sgrassante da fornelli, detersione con sapone da
bucato, pulizia con alcool, trielina, esano, alcool a 90 C°, diluente nitro,
passaggio con polish da carrozziere, cottura in forno a 200C° per alcuni
istanti, ecc, ecc. Un risultato valido e veloce si ottiene anche con del comune
“Sidol” che non è altro che un polish in forma cremosa. Una volta smontate
dal facciale le lenti si passano, più volte, con un tampone imbevuto della
sostanza. La leggera azione abrasiva rimuove le tracce di silicone. Ultimamente
ho saputo che viene distribuito in alcuni colorifici fornitissimi un nuovo
prodotto chimico: è un solvente apposito, di produzione tedesca, per la
rimozione del silicone da tutte le superfici, inclusi i vetri. Promette
miracoli! Umettare un po’ di
saliva sulla superficie dei cristalli rimane in ogni modo il più antico sistema
antiappannante che si conosca: è buona norma ripetere sempre l’operazione
anche su maschere trattate con prodotti chimici e artificiali.
IL
CINGHIOLO: é la classica striscia sagomata di gomma o silicone che permette
alla maschera di rimanere nella posizione corretta per un lungo periodo d’uso.
Presenta un’altezza marcata centralmente che poggia sulla nuca e due estremità
più strette che terminano con un tratto lamellare o in rilievo su di un lato;
le “rugosità” servono a fare attrito tra due superfici al fine di
garantire una buona tenuta con il meccanismo di fermo e regolazione. Il
cinghiolo è trattenuto sul telaio da sistemi meccanici che danno la possibilità
di compiere comodamente tantissime regolazioni, a volte con la sola pressione di
un dito, sia in termini di allungamento e accorciamento sia come spostamenti
verticali. Il comfort in acqua è
per il pescatore in apnea una condizione irrinunciabile ai fini della
concentrazione, e di altri molteplici aspetti personali di benessere.
E’ inutile tirare allo spasimo un cinghiolo se la maschera fa acqua,
perché gli unici risultati ottenibili saranno quelli di perdere del tempo e
crearsi sulla pelle solchi di compressione profondi un dito. Il cinghiolo va
accuratamente sistemato sulla nuca assicurandosi che sia completamente steso e
non faccia pieghe su se stesso: la tensione sarà uniforme, meglio distribuita
su un’ampia superficie, più comoda. La
forza esercitata deve essere normale senza esagerazioni di sorta, in modo che la
maschera non stringa troppo e si possa allontanare dal viso con una leggera
trazione manuale. L’abitudine di tanti pescatori è anche quella di passare
sotto il cinghiolo il tubo respiratore, con il problema che per farlo stare in
posizione si “tira” ulteriormente il sistema; ricordiamo di tenerlo, in
questo caso, un paio di centimetri più allentato. Chi possiede un meccanismo di
regolazione aggiustabile anche in immersione, potrà effettuare una sistemazione
millimetrica “sul campo”, a tutto vantaggio di una pescata in pieno relax.
In Francia è adoperato, da alcuni atleti, un particolare cinghiolo fatto da due
striscioline di tessuto che terminano con una banda ovale morbida di neoprene;
l’ho ricevuto in dono da un caro amico e un po’ titubante l’ho testato:
devo ammettere che si è rivelato molto comodo soprattutto dopo ore e ore
d’acqua.
Le
modifiche e le elaborazioni artigianali.
Materiali
occorrenti:
camera d’aria di camion o similari, anellini elastici, forbici, un cutter, un
pennarello di colore bianco indelebile, cinghioli in silicone.
Riguardo
all’abhartizzazione di questo componente dell’attrezzatura non esistono
particolari accorgimenti. Desiderando cambiare cinghiolo su una vecchia
maschera consiglio di provarne uno in silicone, venduto come ricambio in tutti
negozi di sub. Personalmente adotto
questa soluzione sulle maschere nuove, in gomma: è molto più elastico e
morbido dell’originale ma soprattutto è quasi insensibile agli agenti meteo
marini, perciò dura un’eternità. Chi invece vuole realizzarne una serie
personalizzata con poca spesa, può costruirseli con le camere d’aria
degli autoveicoli. Si ricavano le mascherine di modello con un cartoncino, si
riporta la sagoma sul caucciù e si disegnano i contorni con il pennarello.
Procedendo al taglio della gomma si potranno dare le forme, alla parte nucale ed
ai laccetti laterali, che più si desiderano. Con i cappucci delle mute in
neoprene liscio esercita un ottimo “grip”. Gli sfegatati della pesca
all’aspetto o all’agguato, desiderano avere un’attrezzatura che non dia
adito a critiche tecniche e che garantisca un’efficienza totale, anche nei
particolari che appaiono, agli occhi dei più, insignificanti. Lo sfarfallio e
il battito contro la testa dei cinghioli con le code un po’ troppo lunghe,
potenzialmente costituiscono un deleterio ed indesiderato “avviso di
presenza” dell’uomo cacciatore. E’
sufficiente tagliarli di misura senza esagerare ma se si vuole mantenere
l’originale possiamo bloccarli con un paio d’anellini di gomma o silicone:
saremo silenziosi come rapaci notturni in agguato.
CRITERI
DI SCELTA: scegliere la propria attrezzatura con sapienza e coscienza di
causa è il primo passo per iniziare uno sport correttamente, in modo da
concentrarsi solo sui “contenuti”, senza dannarsi le giornate alla ricerca
di quel quid che non funziona mai a dovere. Una buona maschera da apnea è uno
dei componenti più importanti da stipare nel borsone e deve possedere alcuni
requisiti fondamentali: la tenuta ermetica all’acqua, il volume interno
ridottissimo, le dimensioni esterne piccine, il peso contenuto, la sede del naso
comoda, il maggior campo visivo possibile. Quando entriamo in un negozio ad
acquistare una maschera dimentichiamoci per un istante dei consigli degli amici,
della pubblicità, del sentito dire e dedichiamoci alla scelta personale con
cura e spendendo un po’ di tempo. Si
sceglie il modello che sembra più idoneo e, allontanando i capelli dalla
fronte, si appoggia sul viso e s’inspira con il naso, delicatamente.
La maschera dovrà aderire come una ventosa sul volto, senza lasciare
passare aria. Presa con le mani dal
telaio si prova a staccare delicatamente dalla pelle: dovrebbe esercitare una
lieve resistenza allo scollamento. Solo in questa maniera avremo delle garanzie
di tenuta perfetta anche in mare. Una maschera che lascia filtrare anche solo un
filino d’acqua è una delle più irritanti questioni che possono capitare ad
un apneista. Chi porta baffi fluenti farà un po di fatica a scegliere il
prodotto ma non è detto che per la soluzione definitiva triboli eccessivamente:
è però certo che individuato il modello che fa per lui lo chiuderà in
cassaforte. Il secondo punto da verificare è che il facciale non poggi
marcatamente sulle arcate sopracciliari o alla radice del naso, sulla fronte.
Il motivo è presto svelato: quando la pressione sottomarina si fa
sentire, e cioè quando si scende in profondità, il dolore o il fastidio
indotti dalla compressione di queste zone, rendono il prosieguo
dell’immersione un calvario. Terzo punto: la comodità. Con questo termine
vogliamo accennare alla morbidezza del facciale, che deve garantire svariate ore
d’acqua senza “segnare” il viso, alla facilità di accedere al naso per la
manovra compensativa senza usare un paio di pinze per stringere le narici
(ricordo che per effettuare la compensazione secondo il metodo del Valsalva, è
sufficiente, con i polpastrelli del pollice e dell’indice, esercitare una
debole pressione sugli orifizi nasali, inferiormente, e non necessariamente di
lato), alla semplicità e alla razionalità del sistema di regolazione cinghiolo
in tutte le condizioni. Non abbiate fretta di comprare ma curate con attenzione
ogni piccolo aspetto tecnico per non avere spiacevoli sorprese in seguito.
Per avere un’idea del campo visivo s’indossa il modello da provare e
si fissa un oggetto dinanzi a noi, memorizzando tutti i punti che compariranno
ai lati del riferimento, superiormente ed inferiormente. Testandone un altro
subito dopo, mantenendo logicamente il capo nell’identica posizione del test
precedente, si noteranno le differenze di visuale, che possono riservare
inaspettate sorprese. I patiti dell’aspetto invernale, dell’agguato in poco
fondo, necessitano di un prodotto che privilegi al massimo il campo visivo,
soprattutto lateralmente, anche a scapito del volume interno, visto la ridotta
profondità d’azione. Un consiglio è quello di provare una maschera a più
vetri, o con una superficie vetrata di ampie dimensioni, identica a quella usata
nelle immersioni con autorespiratore: offre una visibilità davvero unica in
tutte le direzioni. Personalmente ne cerco anche una con un facciale molto
esteso in zona frontale per un’ulteriore protezione contro la sinusite. Un
modello da non acquistare mai per andare a pesca, è quello in silicone chiaro,
trasparente: i raggi di luce che filtrano da tutte le parti, attraverso il
particolare materiale, sono una fonte di fastidio continua che non permette di
concentrarsi sulla fase attiva di caccia. Può
essere, invece, una maschera magnifica per far risaltare, in fotografia, gli
occhi della fidanzata.
LA
MANUTENZIONE: con qualche accorgimento elementare potremo garantirci la
compagnia della nostra amica per molti anni.
La maschera è meglio non lasciarla al sole perché i raggi ultravioletti
danneggiano, soprattutto, la gomma e derivati; l’azione del sale è deleteria
ed è un’ottima abitudine sottoporla ad accurato lavaggio (meglio ancora se si
lascia a mollo in acqua dolce corrente) per qualche istante: Soffre un po se
viene stipata in fondo ad un borsone con chilate di oggettistica varia che
deformano il povero facciale o peggio ancora in pericolosa compagnia di una
zavorra. Il cinghiolo va controllato frequentemente: si stende con le mani
verificando che non presenti tagli o screpolature, soprattutto nel tratto
antecedente i sistemi di fermo e regolazione.
In caso apparissero micro o macro lesioni sostituirlo subito con un
ricambio nuovo, pena possibili defaiances nel mezzo dell’azione più bella.
Nel caso si sia pescato con mare grosso e tanta sabbia in sospensione o,
molto più frequentemente, si sia lasciata la maschera sulla battigia senza
protezione, può succedere che qualche granellino di rena o altra sporcizia sia
penetrato tra le lenti e la battuta di gomma, creando una via d’acqua.
Niente paura, è sufficiente smontare i vetri e pulire accuratamente le
sedi del facciale e il bordo dei cristalli con un cotton-fioc o un pennellino
umidi.
Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.