IL
PALLONCINO DA TRAZIONE
La cattura di un pesce di dimensioni “generose” e per di più fornito da madre natura di una resistenza e di una forza assai imponenti oppure di un pinnuto di peso medio che però abbia in dote le ultime due caratteristiche, non risulta sempre un’operazione ovvia e banale. Questa constatazione può apparire evidente, addirittura scontata, eppure molti pescatori finché non si trovano direttamente nel mezzo di un contesto reale non sono perfettamente consci delle problematiche e delle grane che una preda è in grado di scatenare. Tralasciando le avventure con i pelagici arpionati in acqua libera e i combattimenti entusiasmanti con il mulinello e la treccina di nylon che se ne va, smarrita dietro ai sogni, qual è l’animale che risulta maggiormente ostico e tenace nella fase del recupero?
| La cernia è la più conosciuta, la più classica ma
esistono anche delle altre prede, ad esempio i gronghi giganti, che possiedono
delle reazioni d’opposizione impressionanti. Premettiamo che un cacciatore
saggio e previdente in certi frangenti dovrebbe evitare i pasticci come ad
esempio: premere il grilletto su bersagli non collocati in buona posizione;
“esercitare” in condizioni atletiche esasperate e tirate psico fisicamente
al limite; usare armi dotate di scarsissima capacità offensiva; sparare senza
avere la presumibilità alta di letalità. L’atto conclusivo del tiro deve
essere la sintesi razionale di una sincera azione di pesca, non l’ultimo
barlume coatto e cinico di persecuzione venatoria. La logica fuorviante
finalizzata esclusivamente a colpire un pesce senza curarsi di che cosa accadrà
in seguito, delle fattibili reazioni di difesa, della complessità
architettonica dell’habitat in cui esso risiede e delle conseguenti probabilità
negative d’estrazione, eccetera, eccetera è una realtà fuori campo, anomala:
non è un contesto appartenente ad un soggetto che ama definirsi sportivo.
Comunque anche se tutta la pescata segue i sacri crismi e persegue
intenzioni del tutto positive possono verificarsi delle situazioni
sfortunate o particolari per cui non si riesce a uccidere repentinamente
l’animale; questo, talvolta, potrebbe non abbandonare passivamente il proprio
rifugio e dare inizio ad una guerra pericolosa e snervante. Metterà in atto
tutte le strategie di difesa di cui dispone e se sarà equipaggiato con fasce
muscolari potenti, spine spesse e robuste, branchie e corpo ad “espansione”,
renderà davvero arduo e altamente rischioso il compito dell’apneista.
Generazioni di sub hanno lottato strenuamente con prede intanate e i racconti di pesca sono continuamente farciti di leggende frammiste a verità: apnee interminabili, dedali labirintici, aste conficcate in schienoni nerissimi, battaglie concitate protratte per svariate ore, fucili smarriti, cordini tranciati inesorabilmente, mani e avambracci rovinati, invocazioni ed epiteti, torbido inviolabile e sangue copioso… |
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Siamo
certi che prima di quel campionato del mondo tanti altri pescatori del
Mediterraneo intendevano il bisogno di un ausilio supplementare, di un sistema
intelligente per coadiuvare una situazione alieutica infausta o di dubbia
risoluzione. Chissà quanti sistemi empirici ma altrettanto efficaci nacquero
dalle menti più ricche e geniali per ottenere lo scopo suddetto: taniche,
tanichette, fusti, e ogni recipiente che poteva essere riempito di aria svolgeva
dei compiti di responsabilità notevoli. Era sufficiente attaccarci una cima,
adattare un bidoncino sigillato di giuste proporzioni
per avere una spinta positiva decisa da impiegarsi nei casi più critici.
| Il motore che ha dato i natali al palloncino da trazione proviene da un antico e celebre principio: quello di Archimede. Semplificando l’enunciazione sappiamo che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso (del volume) del liquido spostato. Un contenitore ripieno di gas (peso specifico bassissimo) fornisce una spinta di galleggiamento notevole, quantificabile in svariati chili e proporzionale alle dimensioni possedute. Immaginatevi l’azione di un grosso pallone di sollevamento professionale: riporta in superficie ogni sorta di reperti alcuni di dimensioni eccezionali. Adattando la medesima strategia concettuale al nostro sport si possono fare delle manovre strategiche notevoli e al contempo si contribuisce preziosamente alla questione della sicurezza attiva durante i tuffi in apnea. Molte tane fertili, oggigiorno, sono veramente difficili, impervie, collocate in posti assurdi e spesso nel contesto di ambienti abissali. Un animale colpito ma che non ha “sentito” adeguatamente la botta, che è rimasto vitale, che vive in una cavità con parecchio spazio di fuga posteriore o laterale, che è un combattente coraggioso e inesauribile, possiede tutte le carte in regola per farvi sudare le proverbiali sette camicie. | ![]() |
Una volta scoccato il tiro bisogna immediatamente afferrare il sagolino ed
impedire che il pinnuto trovi una qualsiasi zona dove ancorarsi o dove
nascondersi. E’ un intervento apparentemente elementare ma che, come potete
facilmente dedurre, possiede delle implicazioni imprevedibili. In certi casi
l’avversario è così svelto da portarsi dietro il dardo e una passata
abbondante di corda prima che possiate capire dove l’avete centrato. In altri
resterete spiazzati per l’opposizione di forza che esso vi trasmetterà con
tutte le forze al terminale tanto da riuscire a trascinarvi passivamente nella
corsa a ritroso. Cercare di giocare al tiro alla fune con un bestione da 20
chili, avendo 30 secondi utili di autonomia vitale a disposizione e 25 metri
ancora da risalire, non è un’ipotesi plausibile ne affrontabile da un comune
mortale. Poniamo che si riesca a bloccare il serranide o il congride subito dopo
lo sparo e che questi non riesca a mangiarci sul momento decimetri preziosi.
Come fare per mantenere la situazione favorevole durante il raggiungimento della
superficie? Il mulinello apposto sull’affusto del fucile o agganciato alla
cintura in vita contiene i metri sufficienti di sagola per non abbandonare
liberamente l’arma e il pesce, ed è una prima risposta necessaria che
qualsiasi cacciatore deve saper fornire. In questa opzione, però, può
incombere come un incubo lo spettro dell’eccessivo consumo d’ossigeno: se il
cernione è determinato a scappare e inizia a “rimorchiarci” con vivacità
c’è il rischio di non essere in grado resistere durante il tempo impiegato
nella fase d’emersione. Raggiunta
la superfice come faremo a tenerlo sempre sotto tiro? Come comportarsi? La
soluzione vincente è rappresentata per l’appunto dal palloncino da trazione.
L’anello posto sul manico o sull’impugnatura dell’arma potrà essere
fissato ad una cima collegata direttamente con la classica boa segna sub (se non
avremo una barca appoggio vicina con esposta la bandiera regolamentare) oppure
direttamente al palloncino. Se c’è un compagno
che vigilerà dalla superficie sarà lesto ad afferrare la treccia, a formare
eventualmente un cappio, ad applicare il piccolo elemento gonfiabile di supporto
dopo aver messo in tensione la struttura. Il palloncino resterà sommerso ma in
continua e micidiale trazione verso l’alto. L’arnese è in grado di fiaccare
la resistenza dei grossi pesci intanati e di “lavorarli” per lunghe ore
senza dispendio di energie e senza rischi aggiuntivi per gli operatori.
| In commercio, da un paio d’anni circa, esistono dei distributori che hanno in catalogo delle boette da trazione. Possiedono colori sgargianti e una costruzione discreta. La forma è a “goccia” e sulla parte inferiore del sacco plastico è ricavata una sede circolare per i collegamenti d’obbligo. Chi volesse fabbricarsi un palloncino artigianale robustissimo dovrà trovare, in qualche rifornito esercizio, una vescica stagna in PVC o in tela gommata e poi munirla di una valvola semplice e sicura. Il fatto di poter trasportare dei componenti sgonfi nella sacca è un indubbio vantaggio ma se ricercate il prodotto eterno, affidabile, incomprimibile, dovrete impiegare una gamma di supporti plastici che andranno dalle spartane taniche alle porzioni di poliuretano espanso o ad altri materiali dotati di spiccata galleggiabilità, eccetera,. eccetera. A questi dovete necessariamente collegare un paio di anelli metallici magari integrandoli con un involucro resistente di rete esterna (contenitori cavi senza manici) o di un’intelaiatura scheletrica passante (particolari pieni e compatti). Dei moschettoni ad aggancio rapido sono utili per numerosi scopi e non dovrebbero mai mancare nel corredo. | ![]() |
La sagola di unione
dovrà essere scelta possibilmente tra quelle a bassa elasticità poiché
un’ampia escursione mobile vanificherebbe in parte la costanza e
l’inflessibilità della trazione. Qualche sub corona il tramite ultimo di
nylon (o di multifibre speciali o di Kevlar) con una serie di cappi distanziati:
sono il segreto per lavorare con rapidità ed efficacia anche se non fosse
disponibile all’istante il compagno di superficie. Si scende con il fucile
sagolato, si spara e si pone subito in funzione il marchingegno di spinta
positiva agganciando tra loro due anelli: una mano abbasserà la porzione di
corda che fa capo al galleggiante, lo trascinerà forzatamente verso il basso e
lo unirà facilmente a un cappio sottostante con un moschettone.
Parecchi
anni fa ci trovavamo in una classica battuta di pesca mattutina con un caro
amico e affrontammo un caso che stampigliò nella memoria di entrambi che cosa
significava ferire malamente una cernia, quanto bisognava tribolare dopo e come
fu difficile pervenire ad un risultato favorevole. La spelonca in cui si dileguò
l’ombra fuggente era una stretta fenditura nella montagna che terminava con
una camera finale posta in lieve salita rispetto alla breccia d’ingresso.
Vedemmo la cernia imbucarsi lentamente da sopra e pensammo stupidamente di
averne facilmente ragione per una serie speculativa di motivi: non si trattava
di un pesce mastodontico, risiedeva a una profondità accettabile, le tane della
zona non erano geologicamente impossibili, non sembrava troppo spaventato.
Quanto ci eravamo sbagliati! Le conoscenze povere di due fanciulli imberbi si
scontravano dolorosamente con la carenza quasi assoluta di esperienza! Effettuai
la capovolta e raggiunsi lo spacco dopo poche pinneggiate: mi affacciai
guardingo e trovai la cernia vicinissima all’imboccatura. Peccato che
impugnavo malamente il pneumatico: era dritta di muso in un mantello pigmentato
di macchioline biancastre e se avessi tenuto in asse l’asta avrei potuto
tirargli subito. Ci scambiammo uno sguardo fugace poi lei fece una rapida
piroetta, scodò una nuvoletta di polverino sulla maschera e sulla volata
dell’arma e si spinse aristocraticamente all’interno della cavità. Dopo un
breve istante discese Willy, esplorò l’antro buio con una potente torcetta e
individuò nuovamente il serranide. Era immobilizzato sul soffitto di una
piccola volta quasi al termine del percorso casalingo. Le pareti offrivano
all’antagonista (pure supposizioni!) scarse opzioni di ripiego ad eccezione di
un paio di gibbosità rocciose piuttosto irregolari. Decidemmo il da farsi e
promettemmo di non tirargli se non fosse stata ancora “sicura” al 100 %
(come recitavano le riviste dell’epoca). Il fucile entrò comodamente nel
tunnel, si allineò placidamente con la linea sfuggente del capo marroncino,
stabilizzò il mirino sopra il margine dell’occhietto, e si espresse con
fragore. L’impatto scombussolò i sensi e la visione per un attimo e
immediatamente dopo la sagola si tese diabolicamente. Le mani si strinsero sul
calcio della pistola senza riuscire a pilotare attivamente la situazione. Il
collega riemerse piuttosto arrabbiato filando il nylon in bando e fissandolo poi
sotto un anello della plancetta segna sub. Tornammo giù a vedere che cosa era
capitato e vedemmo anticipatamente il calcio bianco dell’SL che galleggiava
fuori dalla tana e in seguito, ben dentro alla frattura, il codolo della freccia
che spuntava da una sorta di piccolo arco: la vistosa corda bianca di vincolo
compiva più spire su se stesso per poi scomparire stranamente dietro ad uno
sperone. Tirammo come matti in tutte le direzioni, ci intrufolammo in quella
maledetta tana come furetti ma la cernia sembrava essere stata un miraggio. Dopo
qualche ora di fatiche ercoline non avevamo cavato un ragno dal buco. Meno male
che l’amico ebbe una bella intuizione (una delle sue proverbiali risorse
pitagoriche!) se no avremmo dovuto abbandonare il campo con un peso morale sulla
coscienza e un bel cappottaccio a seguito. Prese della corda sul gommone, ci legò
il manico di una tanica dove mettevamo la benzina di riserva e confezionò un
paio di cappi ad una certa distanza all’altra estremità del filo. Discese sul
fondo lasciandomi questo strano equipaggiamento in mano; lo seguii curioso e
vidi che liberò dapprima il fucile poi collegò la sagola allo spezzone
proveniente dall’asta. In una successiva immersione si portò appresso un
moschettone e mi mostrò come porre in trazione continua la bestia ferita: il
gancio metallico passò nel primo cappio e successivamente, dopo aver tirato a sé
il più possibile la porzione collegata al recipiente di plastica, al secondo
anello. Il galleggiante artigianale fuoriusciva per metà dal pelo dell’acqua
e la corda era molto tesa. Per ogni eventualità fissò quest’ultima
attorcigliando una nuova sagola di sicurezza al perimetro di uno scoglio:
avevamo la certezza che nessuno avrebbe potuto portarsi via l’eventuale preda
stanata. Tornammo sul sito verso sera e con immensa gioia constatammo che il
metodo aveva sortito i suoi effetti: la cernia si era spostata nel bel mezzo
della tana. Un colpo col secondo fucile pose fine all’agonia e consentì un
facile recupero.
Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo