TUTTO SULLA SAGOLA

 

Il mondo della subacquea è ricchissimo di personaggi singolari (talvolta fuori del comune...) che si industriano in mille maniere per adattare la propria attrezzatura all’ambiente che frequentano, al tipo di pesce maggiormente insidiato, alla metodologia di caccia preferita. Alcuni mesi fa, lungo il litorale della nostra nuova residenza sarda, ho conosciuto un pescatore di una certa età che è uscito dall’acqua con un paio di belle spigole. 

Mi sono avvicinato per dare un’occhiata al suo equipaggiamento e sono rimasto letteralmente di sasso quando ho visto un particolare dell’arbalete: l’asta non era collegata al fucile, non c’era un solo centimetro di sagola tra la freccia e l’arma! Spinto da un’irrefrenabile curiosità gli ho domandato come mai pescasse senza un collegamento con la freccia e lui candidamente mi ha risposto: - Sono abituato così. Non uso cordini di nessun tipo: cerco sempre di sparare alle prede con precisione, in una zona vitale, e ti assicuro che in tanti anni di attività ho preso sempre bei pesci... -. Recepito il messaggio mi sono complimentato con il sub ma tornato sui miei passi ho incominciato a macinare circostanze e avventure varie giungendo alla conclusione che, secondo me,  il “vecchio” sagolino di collegamento resta un elemento irrinunciabile nell’attrezzatura di un pescatore tradizionale. L’incontro ha suscitato però una serie di interrogativi che mi ha spinto a rivedere in toto la questione della sagola e conseguentemente a scrivere questo articolo. Ci sono molti neofiti ma anche pescatori esperti che non danno molta importanza al tipo e al fissaggio della sagola ritenendola un aspetto trascurabile e secondario dell’armatura dei loro fucili. Non voglio sindacare sul personaggio che pescava senza sagola: personalmente sono convinto che l’unione corretta tra dardo e fucile sia un elemento fondamentale nell’economia della caccia subacquea per ovvi motivi: si recupera l’asta, e il fucile ad ogni sparo; non si smarrisce il pescato colpito e ferito; si mantiene il contatto con la preda di grosse dimensioni non fulminata all’istante, eccetera. Ma esistono altre note che rendono irrinunciabile l’oculata scelta del sistema di collegamento: esso interagisce con il miglioramento o il peggioramento delle prestazioni balistiche del fucile in uso e quindi con la velocità e la capacità d’offesa del dardo, l’assetto del mulinello (e del fucile ad esso vincolato), il recupero di prede intanate o estremamente combattive, eccetera.  

Quando acquistate un fucile potete già trovare nella confezione un cordino nero, di lunghezza prestabilita, utile per unire la freccia alla volata dell’arma oppure dei legami effettuati direttamente dalla casa madre o ancora nessun tramite e quindi la scelta resta libera da parte dell’utente. E qui iniziano i dubbi per molti principianti. Che tipo di cordino acquistare? Quanti metri servono? Come fare i nodi? C’è differenza tra la sagola che bisogna montare su un arbalete rispetto a quella di un pneumatico? Quante passate di sagola devo lasciare sul fucile? La prima grossa differenziazione si deve fare innanzitutto tra le tecniche di pesca esercitate: se cacciate in acqua libera avrete diverse esigenze rispetto a coloro che pescano prevalentemente in tana.  

La sagola per la tana.

Chi batte i fondali ricchi di spaccature, anfratti e tagli entrerà in acqua generalmente con un arma medio corta in modo da riuscire ad intercettare efficacemente i pinnuti nascosti in spazi ridotti. L’asta, di pari passo, dovrà possedere certi requisiti quali: una sufficiente massa d’urto (un’asta lunga una cinquanta centimetri pesa pochissimo e di conseguenza il diametro del tondino metallico dovrebbe essere almeno 7 mm) per fermare l’animale; un puntale abbastanza resistente agli shock contro le pietre, adeguate prestazioni balistiche. Inoltre non si accuserà l’esigenza di curare eccessivamente l’idrodinamica della freccia poiché il tiro avviene tra due pareti di rocce ed a distanze brevi: diffuso è l’uso di fiocine a cinque denti, a tre, di arpioni da avvitare, di scorrisagola, eccetera. 

 

La sagola da impiegare potrà quindi essere piuttosto robusta poiché in questo genere di predazione occorrono, più che altro, materiali resistenti poco propensi a lacerarsi alla prima trazione, all’impatto, o all’inevitabile contatto con rocce molto taglienti. La possibilità di abradere e spezzare i cordini eccessivamente delicati è sempre in agguato. 

Per estrarre pesci arroccati talvolta non si fa molta attenzione dove transita la sagola e può succedere che durante un impegnativo lavoro di estrazione si tronchi la funicella e si smarriscano preda e asta. Se pescate in zone dove l’incontro con una grossa cernia o con gronghi massicci non è un avvenimento raro potete adoperare trecciati di nylon pieno naturalmente di diametro compatibile con il diametro dei fori dello scorrisagola presenti sulle aste del pneumatico o del foro presente sul codolo delle frecce tahitiane dei fucili a propulsione elastica.

 Questo tipo di cordini possiede una certa rigidità che risulterà vantaggiosa nelle manovre di recupero in quelle tane ricche di appigli e asperità interne prevenendo potenziali volute di sagola che potrebbero ancorarsi un po dappertutto.

BOX. Prendendo in esame molti trecciati in nylon potete osservare diversi tipi di composizione strutturale. Ci sono dei cordini economici che possiedono un’unica trama esterna piuttosto lassa e un interno cavo: sono leggeri e morbidi in acqua ma non possiedono un’anima e quindi risultano poco resistenti alle sollecitazioni di sfregamento e facilmente “appigliabili” agli ostacoli del fondo. Il carico di rottura è generalmente scarso e non sono indicati per un uso marino “intensivo”. Qualcuno monta i diametri più elevati come sagoloni sulle boe segnasub. Altri trecciati di nylon sono strutturati da un filamento pieno interno e da una guaina esterna composta da parecchie fibre intrecciate: questo tipo di sagola è la più adoperata in campo subacqueo e fornisce ottime caratteristiche meccaniche. Naturalmente esistono diversi materiali che spaziano da vari polimeri di nylon fino alle fibre aramidiche come il Kevlar®. Le barche da regata dell’ultima generazione hanno sostituito moltissimi cavetti in acciaio con sagole super resistenti che offrono prestazioni maggiori dei trefoli in metallo. Una prova empirica alla portata di tutti è la seguente: prendete uno spezzone di sagola da testare e sfregatela su uno scoglio appuntito o semplicemente sull’angolo di un muro; vi accorgerete che certi cordini si romperanno dopo pochi secondi di lavoro mentre altri si abraderanno, si sfilacceranno solo dopo lungo contatto con le superfici taglienti e non si spezzeranno con facilità.

Scegliete filamenti di colore sgargiante e ben visibile a tutte le batimetriche poiché risulta sempre utile capire istantaneamente dov’è situato il pesce arpionato o quale labirinto abbia imbucato nella fuga anche senza l’uso della lampada: si razionalizza l’azione subacquea e conseguentemente si spreca meno ossigeno. In tane con pavimento fangoso basta un nonnulla per sollevare sospensione e una tinta fluorescente o chiara, per esempio, risulta meglio nella spessa coltre nebbiosa. Un altro motivo che giustifica la scelta di un trecciato generoso e poco morbido si evidenzia quando troviamo tane abitate da più pinnuti, dov’è consigliabile sparare prima agli esemplari defilati, e immediatamente dopo rimuovere la preda fiocinata, in modo che gli altri inquilini quasi non si accorgono del prelievo: la cimetta di buon diametro si individua e si afferra in un battibaleno e favorisce la manovra rapida di recupero. 

Per un motivo analogo sui fucili da tana è preferibile non effettuare più di due passate tra i sistemi sganciasagole e la volata dell’arma del pneumatico, e uno solo per gli arbalete: la regola principale resta quella di non avere troppo filo in bando e tenere sotto stretto controllo il recupero del pesce.

L’unione della sagola all’asta e al fucile può seguire alcuni trucchi che molti pescatori esperti adottano sia in campo agonistico sia nelle pescate di tutti i giorni. Nella pesca in tana si tende a preferire un vincolo saldo in prossimità del codolo, eseguibile preferibilmente con una gassa d’amante, ma si preferisce avere l’altro capo facilmente separabile dal fucile in quanto esistono molteplici situazioni in cui la freccia può restare incastrata sul fondo o nel corpo del pinnuto arroccato, e si vuole recuperare il fucile. Con un sistema di legatura elementare potete scogliere il capo assicurato alla testata dell’arma e recuperare quest’ultima nello stesso tuffo, e se disponete di una seconda asta, magari munita di spaccaossa, potete ripetere il tiro. Il nodo è simile a quello che si effettua per legare i lacci delle calzature: in trazione non si scioglie poiché il cappio formato dal dormiente non passa nel forellino della testata o dell’ogiva, mentre si libera subito appena si tira il capo libero (o corrente). (Vedi diapositiva). Sugli oleopneumatici si può anche utilizzare il metodo che il grande Scarpati usava nelle competizioni: un ampio cappio, formato da una gassa d’amante o da un semplice nodo, passa nel forellino sotto l’ogiva e incappuccia la testata in modo che si possa sfilare con rapidità, adottando la manovra inversa. (vedere foto a pagina 43 di Pescasub n° 34 - Anno V-  Aprile 1992. - Scarpati: sagolino d’autore - di Antioco Lostia). Per mezzo di un cappio libero potete agganciare il moschettone del pallone segnasub e mettere in trazione il pesce ferito; se avete formato un cappio sullo scorrisagola o sul codolo della tahitiana sufficientemente largo, disporrete di un anello utile per trazioni con il raffio, nel caso non riusciate ad agganciarlo direttamente alla preda intanata profondamente. Chi desidera formare un cappio “idrodinamico” sull’asta dell’arbalete o sullo scorrisagola di un dardo per pneumatici, si procurerà del filo imputrescibile (va benissimo quello adoperato per fissare gli anelli e le carrucole sulle canne da pesca, o quello per rammendare le reti), un ago robusto e procederà alla cucitura dell’anello. Per rifinire il tutto si può immergere la giunzione nella colla o nella vernice con cui si rifiniscono le legature dei suddetti anelli.

Pescando con arbalete dovremo necessariamente procurarci dei sagolini fini, 2 o 2.2 mm al massimo, poiché il foro passa sagola sull’asta non oltrepassa i 2.5 mm di sezione. Nei cataloghi di tutte le ditte subacquee ci sono fili appositi che rispondono praticamente a tutte le esigenze, acquistabili in comodi rocchetti o a metraggio desiderato. Gli amanti del fai da te estremo possono recarsi in un negozio di cordami fornito (meglio se nautico) dove troveranno una moltitudine di sagole dalle svariate differenze tecniche: il commesso accorto e competente sarà in grado di consigliarvi i tipi di cordino che non temono l’ambiente marino, che possiedono un alto carico di rottura, che siano trecciati pieni, eccetera. Personalmente ho scovato in un magazzino del trecciato pieno di nylon ordito a fibre elicoidali di eccezionali qualità e prezzo abbastanza contenuto: è talmente robusto che lo impiegano addirittura negli impianti di risalita sciistici!

La sagola per il libero.

Per gli amanti dell’acqua libera, dell’aspetto e dell’agguato il discorso si approfondisce e si fa molto più tecnico. L’apneista che cerca le prede negli spazi sconfinati del mare abbisogna di un arma quasi perfetta che possieda una gittata considerevole, una velocità altrettanto buona, un’insieme di prestazioni balistiche sempre ottimali. E spesso, sotto l’affusto dei “lunghi”, troviamo un capiente mulinello farcito naturalmente di sagolino! Al cospetto di queste osservazioni anche l’umile tramite che vincola il dardo assume una valenza primaria. Le lunghe tahitiane montate sugli arbalete o sugli oleopneumatici risultano estremamente idrodinamiche e il sagolino non può alterare questa peculiarità né con l’effettuazione di nodi grossolani né con l’adozione di materiali scadenti o non appropriati. Quando mi capita di vedere dei pescatori con dei centodieci sfavillanti, aste da 6 o da 6.5 millimetri, ma con sagolini di scarsissima qualità, legati alla meno peggio, mi piange il cuore. Quante imprecazioni si emettono se si spara a una grande ricciola e il filamento cede alla prima strattonata? O se si tira a un cefalo guizzante e l’asta giunge con notevole ritardo sul bersaglio (in gergo popolare, “pilotata”) perché avete montato un filamento di diametro esagerato? Il signore che pescava senza sagola sicuramente desiderava ottenere la massima velocità possibile dal suo fucile ad elastico, e senza dubbio aveva raggiunto l’obiettivo, ma non aveva tenuto conto di svariati effetti collaterali! Bisogna conciliare l’utile al dilettevole. Chiunque provi a sparare su un bersaglio fisso posto a una certa distanza dalla volata del fucile (come avviene negli allenamenti del tiro a bersaglio subacqueo) si accorgerà che usando un’asta priva di sagola, e di aletta, otterrà risultati balistici assai lusinghieri. Ciò fa capire che nella pesca in acque libere il nostro collegamento dovrà apparire il più filante possibile. Bandite i nodi voluminosi e poco idrodinamici; le sagole di sezione superiore al millimetro e mezzo, due; i materiali intrecciati che assorbono troppa acqua e che diventano pesanti e “lenti” nella fase della “fuoriuscita”.

Spaziando tra i vari sagolini si possono reperire capillari finissimi ma non bisogna scordare che il nostro filamento dovrà possedere sempre un buon carico di rottura in previsione di colpire e resistere alla fuga di un grosso pelagico; dovrà assorbire poca acqua per non “frenare l’asta in uscita; dovrà avere una superficie liscia per evitare che il pesce insagolato tagli le carni e si liberi; dovrà annodarsi o legarsi mantenendo un profilo idrodinamico; dovrà possedere una discreta elasticità per ammortizzare fughe e tiri a vuoto; dovrà risultare morbido e duttile per evitare fastidiose parrucche e grovigli; dovrà resistere discretamente alle abrasioni. La nuova generazione di fili tecnici presi a campione dal vastissimo mercato dei pescatori a canna, come i multi fibra, le microfibre aramidiche, i filati ad altissima resistenza, hanno caratteristiche fantastiche per quanto riguarda il rapporto tra diametro ridotto e resistenza allo strappo ma bisogna stare attenti alle altre peculiarità che non sempre fanno al caso di un cacciatore subacqueo. A fronte di un carico di rottura (allo strappo) pari a 130 libbre (una libbra è circa 450 grammi) rileviamo sezioni inferiori al millimetro, scarsa sensibilità all’usura procurata dagli agenti marini, magnifica resistenza alle abrasioni, assenza di memoria e quindi di parrucche; per contro non sono elastici, si rompono senza fornire elementi di preavviso, si recidono solo con tronchesine speciali, hanno un alto costo d’acquisto.

 Una delle scelte più opinate che si possono fare ancora oggi resta l’adozione del classico monofilo di nylon, quello per intenderci che utilizzano i pescatori professionisti per confezionare palamiti o che s’impiega nella traina “pesante”. Una montatura di questo tipo è assai idrodinamica perché la pelle esterna del filo è perfettamente liscia inoltre si trova in commercio un’ampia panoramica di fili e di diametri. Sostituendo un normale sagolino con un tratto di lenza ci renderemo subito conto della differenza: l’asta viaggia molto più veloce e giunge sul bersaglio conservando più energia per trapassarla! Il monofilo di nylon non costa eccessivamente, si reperisce con facilità e con poche decine di mila lire si acquistano matasse o bobine chilometriche. Ci sono lenze morbidissime, contenenti speciali siliconi o teflon, che le rendono scarsamente soggette a imbibizione quindi conservano un peso specifico intorno all’1,15 /1,20: anche riempendo il mulinello con un centinaio di metri non accuseremo pesi eccessivi o variazioni d’assetto importanti. Comunemente si monta un monofilo che spazia da un 1.20 mm a un 1.80 mm ma certi pescatori hanno sperimentato capillari di sezione ancora più esile. Esistono dei terminali per traina dotati di carichi di rottura molto elevati a partire da un diametro di 0,90 mm. Il monofilo però ha bisogno di alcuni accorgimenti per rendere al meglio poiché anch’esso non è scevro di difetti. Innanzi tutto non è facile da legare e i nodi classici lo indeboliscono parecchio. Non ha una lunga vita poiché patisce il salino, i raggi ultravioletti e perciò va cambiato saltuariamente e va salvaguardato possibilmente dall’esposizione prolungata agli agenti meteo marini. Conserva una certa memoria meccanica che lo predispone a cocche e parrucche anche se ultimamente sono stati distribuiti ottimi monofili, assai duttili, che riducono l’insorgenza del problema. Bisogna acquistare monofili ad alta rifrazione in acqua poiché quelli a bassa rifrazione scompaiono alla vista e complicano le fasi di recupero dell’asta in svariate occasioni (i dicroici o addirittura i fluorocarbon vanno evitati in partenza: sono quasi invisibili poiché assumono un indice di rifrazione pari a quello dell’acqua). Potrebbe succedere, infatti, che la preda ferita transiti sotto qualche lastra passante e il sub non capisca rapidamente la direzione e la tana di sosta effettiva.  

Il sistema migliore nell’unione del monofilo di nylon è la cosiddetta impiombatura che consiste nel serraggio del filo tramite dei corti tubicini in ottone denominati giunti da traina o sleeves. L’operazione si attua per mezzo di un’apposita pinza acquistabile in un fornito negozio di pesca. Gli sleeves migliori, di produzione sud asiatica o statunitense, sono a canna di fucile cioè possiedono due sedi obbligate in cui il monofilo dovrà essere inserito. Solitamente esistono misure varie che abbracciano i diametri più comuni. Una volta collocati i due capi della lenza si procederà al primo fermo che consiste nel separare i fili tramite una strozzatura centrale e poi si ripiegherà a libro lo sleeves, facendo attenzione a non stringere eccessivamente i bordi esterni del tubicino (chiusura a carta di caramella). Un bloccaggio così effettuato resiste a trazioni altissime quasi paragonabili al carico di rottura dichiarato dalla casa produttrice del monofilo, cosa che non avviene per il nodo. C’è chi lega il nylon tramite dei nodi classici: è un metodo che bisogna comunque imparare per districarsi in tutte le situazioni. Ricordatevi che il monofilo va inumidito prima di effettuare la legatura e soprattutto durante il serraggio finale delle spire. Nei fucili lunghi preparati per la pesca al libero bisogna generalmente dare un numero di passate generoso per non interferire nella gittata utile dell’arma. Sui pneumatici si danno due passate che in pratica corrispondono a quattro volte la lunghezza del serbatoio, ma in certi fucili particolarmente performanti lo strattone dell’asta che si avverte a fine corsa consiglia di effettuarne ancora una. Non si sfrutteranno tutte e tre le volute (un centodieci disporrebbe così di quasi 6 metri di monofilo!) ma si guadagneranno quei 50/60 centimetri che potrebbero fare la differenza. 

  Per gli arbalete il discorso è analogo: bisogna considerare che una semplice passata offre in realtà tre lunghezze di sagola, per via della porzione che è inserita sulla tahitiana sino al meccanismo di sgancio. Con gomme potenti e progressive, o con una doppia coppia di elastici, spesso si avverte l’esigenza di dare un po più di filo e così si giustificano due passate complete.

Alcuni pescatori raffinati non ancorano i numerosi metri di cordino agli sganciasagole ma li fermano lungo l’affusto con fettuccine elastiche (ricavate da  strisce di camera d’aria) oppure utilizzano gli sganciasagole tradizionali ma pongono delicatamente in tensione il monofilo tramite degli inserti di caucciù.

BOX. Il mulinello è un accessorio che dovrebbe essere sempre presente nel corredo di un buon apneista. Come riempirlo? La precedenza, senza ombra di dubbio, dovrete darla a tramiti molto elastici che costituiranno la vostra arma segreta in grado di fiaccare qualunque antagonista pinnuto. Al cospetto dei mulinelli dotati di una generosa e capiente bobina mettete nylon diretto fino al codolo della freccia mentre se il rocchetto in vostro possesso ha dimensioni ridotte dovrete ricorrere a giunzioni ibride: sul mulinello potreste mettere del finissimo dacron che s’imbobina benissimo e occupa circa il 30% in meno rispetto ad un monofilo di pari sezione. Nell’ultimo tratto, quello solidale all’asta, potrebbe essere adoperato il filo che preferite, magari unito al dacron con una robustissima girella da pesca. Abbondate nella farcitura del mulinello perché è meglio disporre di qualche metro in più piuttosto che disperarsi per qualche metro in meno. Un ultimo consiglio sulla manutenzione del monofilo avvolto sul mulinello: dopo ogni tuffo in mare immergete in un secchio il mulinello pieno di sagola e lasciatelo per un po a contatto con l’acqua dolce poiché una semplice doccia non elimina le tracce di sale fino in fondo e si rischia di “cuocere” il nylon rapidamente.

 

Testo e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.