La Pala

 

è il componente che attira maggiormente l’attenzione dell’atleta ed è, di fatto, la parte più interessante di tutta la pinna. La struttura geometrica appare rettangolare, allungata, con superfici variamente rifinite e con l’adozione di diverse soluzioni ingegnose atte a migliorarne le proprietà intrinseche dell’attrezzo. I prodotti con cui è stampata a caldo sono in continua evoluzione e i progettisti risultano impegnati in una rincorsa tecnologica appassionante: i comandamenti sono:  escogitare sempre nuovi materiali e nuove diavolerie tecniche per essere competitivi. La gomma è stata, per svariati lustri o meglio decenni, la protagonista indiscussa di tutte le battaglie ma ora, ad un passo dal ventunesimo secolo, lascia parzialmente il testimone a fibre composite e tecnopolimeri caricati (materiali plastici a cui sono aggiunti numerosi additivi) dell’ultima generazione: i miglioramenti ottenuti dalle attrezzature attuali hanno origine proprio da questo specifico ramo di ricerca. Rispetto al comune caucciù si cerca maggiore resistenza agli agenti atmosferici e chimici, ma soprattutto migliore leggerezza e capacità di memoria elastica. 

Esistono pale solidali alla scarpetta, dotate di encomiabile uniformità d’azione, fabbricate e concepite per operare in stretta cooperazione meccanica con la calzata e i longheroni, e altre separate, intercambiabili, molto versatili e montabili alla scarpetta che si preferisce, con semplici viti; pale con micro fresature o, all’opposto, scarichi o canali longitudinali larghi e profondi, per la canalizzazione dell’acqua e per un globale alleggerimento strutturale; elementi comprendenti inserzioni “a fisarmonica” in termogomma o in termoplastica che si espandono lateralmente di qualche decina di millimetri, aumentando così la superficie utile della pala, al fine di ampliare la “raccolta” del liquido e migliorare la potenza d’azione; sezioni a spessore variabile, con inizio pala maggiorato e terminali sottilissimi, per una flessione del puntale calcolata e progressiva; profili laterali con alte canaline convogliatrici o basse alucce apicali idrodinamiche, per contenere lo scivolamento dei filetti fluidi o per incrementare la direzionalità delle pale; durezze aspre e morbidezze suadenti, per pale adattabili al profondista incallito o al pedalatore chilometrico; elasticità fantastica di fibre “lunari”, adatte a risalite miracolose e, in contrapposizione, pigrizia latente di “materiali terrestri” per pinneggiate tranquillissime. 

 Anche la parte terminale è diversa da fabbricante a fabbricante: c’è la stondatura che ricorda la coda di una cernia e quella della corvina, la mezzaluna pronunciata del tonno, appena accennata di un bel denticione o di altri pelagici, l’angolo vivo, quasi spigoloso e la curva morbida, dolce. La forma non è solo dettata da mere esigenze estetiche o da motivi pubblicitari o di marketing; sembra che ogni differenza sia verificabile concretamente, ad esempio nel contenimento dello scartamento laterale della pala impegnata a spingere potentemente o dalla velocità con cui si cambia direzione e traiettoria; e ancora per migliorare lo sfruttamento idrodinamico delle tensioni elastiche della pala e ridurre le turbolenze indotte.

Gli studi fisici effettuati sulla pratica del nuoto pinnato subacqueo, le deduzioni scientifiche (scienza degli effetti del moto laminare su di una superficie in movimento) e l’aiuto di tecnologie avanzatissime, hanno dimostrato che l’uomo immerso progredisce nell’elemento liquido con un movimento sinusoide. Come delle anguille che serpeggiano sul fondo così le pale compiono dei movimenti ondeggianti di piegamento e successivo rilascio consentendo il moto d’avanzamento. Le osservazioni teorico pratiche stanno cambiando la forma delle pale da apneisti: ora assumono una figura più stretta del passato e una maggiore lunghezza, poiché si è notato che, così strutturate, incrementano la resa fluidodinamica e, inoltre, l’azione muscolare sulla pinna risulta assai più potente e sfruttabile appieno, per via delle gambe tenute più accostate e parallele.

Tra una falcata e l’altra la pala subisce delle deformazioni plastiche dovute, principalmente, alla resistenza creata dall’acqua: purtroppo non tutte concorrono ad una fase attiva di propulsione. Esistono i cosiddetti momenti negativi, o tempi morti, in cui la pala, dopo una prima flessione ottimale dal punto di vista meccanico, deve ritornare necessariamente e rapidamente alla posizione inversa, per perpetuare il ciclo; invece si verifica che una, o più fasi di ritorno, per un tempo comunque variabile da pala a pala, sia improduttivo, non sfruttabile nel sistema di progressione attivo. In questo campo le ditte investono molta tecnologia di ricerca; l’avvento di fibre speciali e mescole innovative nervosissime, hanno reso le lunghe pale simili a laboratori sperimentali, fornendole di prestazioni atte a minimizzare i lati peggiori della pinneggiata e promuovere appieno lo sfruttamento delle risorse muscolari soggettive. Alcuni progettisti, inoltre, adottano delle sottigliezze costruttive che consentono alla pala di flettere non solo sul piano longitudinale ma anche di catturare l’acqua con una successiva reazione elastica centrale, per mezzo di strutturazioni e conformazioni particolari.

In linea conclusiva potremmo dire che generalmente una pala molto cedevole non spinge in modo brutale ma al contempo non servono fisici da culturista per fare una nuotatina e una pescatina rilassante. Incrementando di poco la rigidità ma in special modo l’elasticità dell’attrezzo, invece, possiamo spingerci a pescare praticamente in ogni fondale, visto che la pala risponderà alle sollecitazioni senza defaiances e non ci sottoporremo a precoci crampi muscolari. Gli apneisti dotati di ottimo allenamento psicofisico e che sfidano le profondità abissali abitualmente, possono adoperare pinne con pale leggere, dotate di eccellente reazione elastica e soprattutto di grande memoria di ritorno, per ottenere performance solamente impensabili, rispetto a qualche anno addietro.

 

Le modifiche e le elaborazioni artigianali.

 

Materiali occorrenti: cartavetro a grana fine, una limetta, un cutter, primer per supporti plastici, pennelli o tamponcini di garza, solvente, colori poliuretanici, un seghetto da traforo.

 

Il mimetismo può benissimo fare proseliti anche in questo settore così trascurato: esiste in commercio un solo tipo di pala mimetica. Un paio di pale che si confondono tra le macchie delle rocce o lungo le lame di roccia costituiscono, per l’aspettista o per chi pesca all’agguato, una possibilità in meno che il pesce ci identifichi e fugga preventivamente. Secondo le tecniche e i luoghi praticati adotteremo differenti colorazioni. Con poco impegno, quasi tutte le pale possono fregiarsi della componente mimetica (escluse parzialmente le pale in gomma che richiederebbero preparazioni e vernice particolare) e tutti hanno modo di scegliere quelle che più ci aggradano. Con la cartavetro fine si passeranno accuratamente le superfici che si intendono pitturare al fine di creare un’ottima base ancorante. Il primer di preparazione e fissaggio si distribuirà a mano sottile e in tutti gli angoli e le fessure che vogliamo mimetizzare; quando è asciutto, i tempi variano dal prodotto utilizzato, si stendono le tinte, secondo la propria predilezione e tattica. Un amico caro che da tanti anni pesca nella schiuma e su fondali granitici, ha verniciato la faccia della pala inferiore, corrispondente alla soletta della pinna, con un colore argenteo, grigio chiaro. Riferisce che è una favola per le spigole e per altri predatori, come i serra, quando fa gli aspetti o l’agguato in pochissima acqua, perché, probabilmente, i pinnuti scambiano il chiarore degli attrezzi con i riflessi delle rocce chiare e della spuma candida e si fanno castigare con maggiore facilità.

Un vecchio modello a pala lunga, dimenticato in un angolo del solaio, può tornare utile se si vuole riciclare per l’inverno un paio di pinne medio – corte,  utile per i tuffi in acque poco fonde. Con un pennarello indelebile o con una mascherina di carta preparata a priori, disegniamo la parte che si vuole eliminare e la sua forma precisa. Si appoggia o si incolla al supporto designato e si fissa sul bordo di un banco da lavoro o, delicatamente, in una morsa protetta, nel serraggio delle ganasce, da un panno spesso. Con il seghetto da traforo incomincia la fase di taglio che dovrà naturalmente essere simmetrica e regolare. Non dovranno esserci sbavature ne segni di frattura poiché il tecnopolimero può creparsi inizialmente e rompersi di conseguenza in seguito; la cartavetro o una limetta è indispensabile per rifilare i monconi plastici. Per le pale in gomma si adotta un cutter o un forbicione. Così accorciate le pale si irrigidiscono e bisogna tenerne conto negli spostamenti a nuoto e nel grado di allenamento individuale. Un consiglio è quello di non esagerare con l’asportazione di materiale: sono sufficienti sei o sette centimetri al massimo, per destreggiarsi a meraviglia tra i massi. Con lo stesso metodo, oppure con una bella mola a grana fine, si confezionano nuovi profili terminali delle pale e così una coda di rondine può divenire una coda di merluzzo, una tondeggiante acquistare le punte, eccetera. Utilizzando una levigatrice orbitale o un pialletto con estrema delicatezza di abrasione possiamo dare alla sezione della pala una ribassata progressiva per aumentare la morbidezza d’uso e rendere la pala tecnicamente facile. Si comincia dalla porzione vicino all’attaccatura dei longheroni e si va verso l’estremità, eseguendo con ordine le passate di assottigliamento senza formare gradini e salti. Un listello perfettamente diritto o un righello scolastico, appoggiati di volta in volta sul traverso della pala, daranno la misura di come si decrementa lo spessore. Naturalmente non bisogna mai esagerare nell’azione e ogni tanto provare il risultato conclusivo per non superare il punto critico di “non ritorno”.  

  Emanuele Zara & Lucia Notarangelo