LE
PINNE LUNGHE
L’osservazione dei fondali marini è uno dei motivi trainanti che in ogni stagione spinge migliaia di sub sott’acqua; ciò, indubbiamente, è reso sempre più fattibile e piacevole dalla crescente bontà delle attrezzature che permettono all’essere umano di varcare, senza difficoltà estreme, gli ammalianti abissi del sesto continente. Vi siete mai soffermati a riflettere sulle faticacce che i nostri antenati devono aver sopportato e superato prima di giungere a tali risultati? L’uomo, nel graduale e incessante processo evolutivo, cercò di integrarsi con l’ambiente acquatico proponendosi di emulare gli esseri animali che vi dimoravano, ma non sempre riuscì a perseguire l’intento sublime. Il bisogno di sfamarsi, di attraversare forzatamente fiumi, laghi, braccia di mare, atolli, lagune, lo costrinsero a inventare mille stratagemmi e a tentare tutte le strade possibili e immaginabili per il successo: gli sforzi, i tentativi, i prototipi che il piccolo uomo del neolitico dovette mettere in atto furono certamente epici e prodotti in maniera cospicua ma, purtroppo per lui, non del tutto “positivi”. Con un po di fantasia possiamo ipotizzare che, dopo la lenta osservazione del nuoto di un mammifero marino o di un pesce (e un grande moto d’invidia che tutte le sante volte lo avviluppava piano piano…), il nostro predecessore abbia cercato di rimpiazzare la mancanza di propaggini sviluppate ad hoc con alcuni stranissimi manufatti e che da quel momento le bevute colossali si siano succedute con cadenza drammatica. I primi passi furono, probabilmente, quelli di adornare le estremità degli arti con frammenti di corteccia d’albero, tavolette di legno, telai realizzati con pelli o tessuti; l’ancoraggio avveniva grazie a strisce di cuoio o spezzoni di fibre vegetali vincolati alle caviglie. Così bardato il novello apneista compì i primi tuffi in una panoramica di insuccessi, certi, e di timide soddisfazioni, probabili, che lo condussero, nel corso dei secoli, ad affinare sempre più metodologie e ricerche costruttive. L’obiettivo prefisso era quello di riuscire a realizzare degli articoli che gli permettessero dei movimenti fluidi e naturali atti ad avanzare nell’elemento liquido: il desiderio di migliorarsi, aumentando lo spostamento d’acqua indotto con il movimento muscolare, era fortissimo. Passarono centinaia di anni, si successero milioni di uomini, scoppiarono tempeste su tempeste, prima di vedere comparire sulla scena internazionale un personaggio che seppe concretizzare finalmente le esigenze assaporate da molti appassionati e professionisti. La forma approssimativa delle pinne, praticamente la linea che ancor oggi furoreggia a maggioranza, è dovuta infatti all’ingegnoso intuito di un capitano di corvetta che le ideò nei primi anni del XX° secolo. Erano bruttine, realizzate in caucciù, spartane, poco pratiche; un abbozzo accennato costituiva la scarpetta, la pala era larga, pesante, tozza di profilo ma nel nuoto e nell’immersione questa invenzione faceva la differenza rispetto a tutte le altre astuzie create precedentemente. Il mercato si sviluppò su scala industriale solo nel dopoguerra, sfruttando le esperienze degli incursori delle marine militari di mezzo mondo e conquistò via via il cuore di tantissimi sportivi. Dopo qualche lustro ecco nascere la pinna che funse da vero spartiacque tra la vecchia e la nuova produzione, che permise davvero un grande salto di qualità: il notissimo modello Rondine, della ditta genovese Cressi Sub. L’estro del progettista si soffermò su una miriade di ritocchi e migliorie varie: la scarpetta era chiusa e anatomicamente degna di questo nome, la pala corta era in gomma e appariva inclinata di qualche grado rispetto alla calzata del piede, i due longheroni laterali, alti e simmetrici, guidavano e canalizzavano i flussi d’acqua durante il moto natatorio. L’esperienza, fatta soprattutto dai pescatori subacquei, orientò nei decenni seguenti la tendenza internazionale dei fabbricanti di pinne, i quali indussero i partner del settore a sostenere notevoli migliorie di progetto. I risultati si indirizzarono verso prodotti sempre più efficienti e curati: da un canto si constatava la crescita qualitativa riguardante la bontà dei materiali utilizzati nella fase di stampaggio, dall’altro le soluzioni propriamente ingegneristiche. L’esigenza fondamentale dell’apneista, infatti, era (ed è tutt’oggi) quella di muoversi senza l’ausilio di mezzi sussidiari di respirazione, quindi affidava ai suoi polmoni e alle sue gambe, tutta la dinamica esecutiva dell’immersione: in poche parole era praticamente obbligato ad acquistare dei prodotti eccezionalmente performanti. L’obiettivo principale divenne, quindi, quello di ottenere la più alta resa di propulsione possibile impiegando al contempo il minor dispendio energetico. In questo ultimo decennio abbiamo notato uno sviluppo evidentissimo dell’industria subacquea e di pari passo si è assistito anche all’incremento di numerose prestazioni atletiche. Le pinne occupano la parte alta di questa classifica virtuale: con l’incredibile apporto dell’informatica applicata al settore del disegno progettuale, con l’evoluzione delle tecniche di realizzazione, con lo sviluppo relegato all’impiego di materiali dalle caratteristiche favolose, con le idee vincenti di qualche illuminato manager e coadiuvato nelle sue elucubrazioni dalla saggezza di moltissimi collaudatori, sportsmen, eccetera, eccetera, si è raggiunto un livello produttivo elevatissimo. Ci sono apneisti che calzando dei modelli particolarmente efficienti hanno aumentato di parecchio il livello delle loro prestazioni; perché non carpire qualche suggerimento tecnico prezioso? Attualmente il disegno di qualche pala, dotata di diverse soluzioni ingegnose per aumentare la resa meccanica e fluidodinamica, il comfort e l’ergonomicità di alcune calzate, la preziosità di certe fibre strutturali, lasciano quasi a bocca aperta, tanto sono rivoluzionarie e geniali. Tra tutte le innovazioni, le soluzioni, i marchingegni, le diavolerie brevettate, però, stiamo attenti a non perdere di vista la finalità del componente, lo scopo principale per cui è stato concepito originariamente .
All’inizio del terzo millennio quali sono le pinne più amate da coloro che si immergono con il supporto di un auto respiratore? Nei depliants, nei cataloghi promozionali, negli scaffali dei negozi specializzati, sul bordo delle piscine, presso i diving center, sulle barche da crociera, tra gli allievi delle varie didattiche, eccetera, eccetera, sono rappresentati esclusivamente i modelli a pala corta, dotati preferibilmente di scarpetta aperta. E’ raro che si adoperi qualcosa di diverso. L’impiego presuppone quindi l’uso di un calzare a suola rigida che, a pensarci bene, è il vero ago della bilancia; il tutto, infatti, può essere agevolmente inserito nella scarpetta priva di tallone e reso solidale al piede grazie ad un cinghiolo dotato di fibbie regolabili a sgancio rapido. I vantaggi che le fanno apprezzare dal pubblico sono evidenti: la rapidità di metterle e toglierle con estrema semplicità, in tutte le situazioni più strane; la possibilità di poter camminare normalmente e disinvoltamente sugli scogli, su fondi accidentati, sul selciato, senza il timore di rovinare nulla (problematica riguardante in parte il tessuto neoprenico dei calzari tradizionali); la facilità di trasporto in qualsiasi borsone o sacca data la lunghezza e gli ingombri tutto sommato limitati; la vastità di colori e modelli ammalianti a disposizione. Tutti questi requisiti possono essere concentrati in due termini molto in voga al giorno d’oggi: la comodità estrema. Questa è l’arma vincente delle pinne corte, e anche di altre componenti dell’equipaggiamento, il criterio di scelta principe che spesso condiziona l’acquisto. E’ in acqua però, che il dilemma tra pinne corte e pinne lunghe balza alla notorietà delle cronache e che merita per l’appunto una riflessione: come d’altronde avvallare di principio la questione? Non è forse il mare l’oggetto dei nostri interessi più sfegatati? Il clou della passione pura? Le pinne lunghe, quelle che, per intenderci, osserviamo spessissimo ai piedi di chi non usa mezzi di respirazione artificiale, sono considerate ingombranti, scomode, o addirittura non vengono neppure prese in considerazione. Peccato, perché questi attrezzi esprimono delle prodigiose virtù nascoste, delle chicche succulente in grado di potenziare significativamente non solo le prestazioni sportive di un atleta che si tuffa in apnea a più di cento metri di profondità ma anche di interagire furbescamente con chi s’immerge, una domenica sì e una no, con un semplice mono da 15. Sappiamo, da buoni subacquei, che l’aumento di richiesta di ossigeno da parte del nostro corpo dipende da diversi fattori fisiologici e psicologici. Accantoniamo in questa sede i problemi meramente psicologici, anche se non è propriamente corretto riporli nel dimenticatoio, poiché la consapevolezza di essere dotati di una efficace e sicura attrezzatura crea in tutti i soggetti, nessuno subacqueo escluso, un maggior livello di tranquillità e benessere. Soffermiamoci per un istante sull’attività muscolare di un uomo immerso: più essa risulta intensa, prolungata, dispendiosa, maggiore e elevato risulta il consumo di ossigeno. E chiunque di noi, sinceramente, può fare riferimento a qualche avventura capitatagli in qualche occasione, alle corone del rosario snocciolate con speranza, ai pensieri più ombrosi… Riflettendo sui delicati equilibri che interagiscono nel corso di un immersione, e che vengono calcolati diversi minuti prima, ci rendiamo conto di quanto il fattore “risparmio” possa influenzare positivamente, o negativamente, la nostra programmazione iniziale. L’utilizzo di un paio di pinne a pala lunga rappresenta un accorgimento tecnico da valutare con un minimo di obiettività: rispetto agli altri modelli di uso comune noterete una differenza di resa veramente “abissale”. Innanzi tutto sono leggere, raramente oltrepassano il chilogrammo di peso complessivo, quindi parecchi muscoli vi ringrazieranno anticipatamente, e poi dal punto di vista dinamico… non ce ne davvero per nessuno! Basterà produrre un accenno di movimento con le gambe, compiere una leggera falcata o addirittura, nei casi che lo richiedono, dare semplicemente un colpo deciso di pala, per produrre all’istante una risposta decisa, efficace, estremamente potente. Lo sforzo richiesto per tali benefici non è indicibile o tremendo, anzi: si richiede solamente un fisico normalmente allenato e un modo di pinneggiare leggermente diverso dal solito: l’energia impiegata nella pinnata sarà restituita integralmente sotto forma di progressione metrica, senza “buchi” di spinta, con una conversione di forze, meccaniche e umane, esemplari e razionali. Il risparmio di energia porterà conseguentemente ad un ridotto consumo di aria, con proporzioni diverse da soggetto a soggetto, dettato soprattutto dal limitato numero di atti respiratori effettuati. In condizioni normali non si ha la necessità di percorrere lunghi spostamenti verticali od orizzontali poiché il razzolare sul fondo o la discesa lungo una parete crea già di per se appaganti sensazioni, in grado di soddisfare il palato esigente di un tradizionale esploratore turistico, ma ci sono delle volte, delle situazioni, in cui il desiderio di varcare i confini abituali si avverte sottilmente. Poniamo il caso di sorvolare relitti lunghissimi, di spaziare in lungo e in largo su un paretone incantevole, di circumnavigare una secca splendida ma dal cappello che sembra non finire mai… A ciò aggiungiamo il fatto che non sempre le condizioni atmosferiche o marine al momento dell’immersione sono quelle spesso visionate e sospirate sui cataloghi scelti per le vacanze o per il week end. Il mare piatto e caldo, la bonaccia, il vento assente e il sole allo zenit non sono sicuramente i presupposti indispensabili occorrenti per questo sport: se lo fossero saremmo vincolati a range d’azione molto limitati; oltremodo non potremmo goderci spettacoli faunistici e floreali irripetibili che si manifestano, in qualche circostanza, in situazioni meteo marine particolarmente eccitate. Può capitare a volte di tuffarsi in condizioni non proprio ottimali e con fasi di variabilità marcata: il tempo incerto che preannuncia instabilità, irrequietezza, alterazione della quiete; un vento forte che può levarsi quando ancora si è sott’acqua a far decompressione lungo la cima; l’imbattersi in una lama di corrente marina bestiale, il trovarsi improvvisamente tra i flussi pericolosi dei cosiddetti fiumi sottomarini o di qualche altra astrusa evenienza; la risacca percepita a molti metri di profondità, eccetera, eccetera… insomma il ventaglio di casualità e la panoramica di eventi indesiderati a cui si può andare incontro, prima, durante e dopo l’immersione, è vastissimo. Il sub deve essere sempre vigile, attento, pronto e perfettamente attrezzato, deve essere in grado di riconoscere, risolvere e superare qualsiasi difficoltà. Alle mere conoscenze metodologiche ed esperienziali pensano le varie didattiche di preparazione, all’apporto tecnologico relativo alla strumentazione provvedono le diverse ditte specializzate nel settore ma l’acutezza intellettuale dell’acquirente non deve eclissarsi chissà dove. La sicurezza dovrebbe essere la parola chiave che orienta ogni sportivo e che dovrebbe oltrepassare tutti i condizionamenti pubblicitari. Le pinne lunghe, in tal senso, consentono di avere in ogni frangente un valido supporto propulsivo poiché sono stampate per offrire, come unico scopo, un buon mezzo di spostamento. L’unica limitazione che potrebbe sconsigliarne in parte l’utilizzo è riferita ai percorsi assai tecnici, svolti in grotte anguste o in altri luoghi particolarmente stretti, dove qualche centimetro di lunghezza in più potrebbe determinare difficoltà nelle manovre. Nella totalità delle altre occasioni, che sono la maggioranza, si beneficerà di un modo nuovo di scendere, risalire, muoversi, economizzare: sembrerà di aver cambiato inspiegabilmente registro. Il manometro o lo schermo del computer ci segnaleranno che l’aria a disposizione, stranamente, è ancora molta; le nostre gambe non mulineranno più come frullini nel disperato tentativo di arrancare di qualche metro; con la solita corrente fastidiosa non ci troveremo in difficoltà e basterà reagire con tranquillità estrema per toglierci da qualsiasi impiccio, ci sentiremo finalmente padroni dei nostri spostamenti.
Strutturalmente ci troviamo di fronte a delle pinne in cui si riconoscono due parti separate e distinte che lavorano in perfetta simbiosi: la scarpetta e la pala. La prima è di gomma o in elastomero dell’ultima generazione, è chiusa, cioè non è dotata di aperture varie, laccioli e fibbie di regolazione, ed è affiancata da due costolature pronunciate, denominate longheroni. Ha la funzione di rivestire il piede in modo perfetto e di raccordarsi intimamente la pala per trasformare in modo ottimale l’energia applicata dall’atleta. Ogni zona “aperta” e cioè non solidale all’arto, in qualche modo non partecipa alla completa distribuzione dello sforzo fisico ed è una nota di demerito per l’intero sistema, evidenziabile purtroppo proprio durante il nuoto pinnato. Il colore predominante è nero a parte alcune scarpette che possiedono delle fasce di irrobustimento o di rinforzo di colore grigio chiaro poste laddove c’è bisogno di massima integrità costitutiva. Le misurazioni disponibili vanno a cavallo di tre numeri in tre (per esempio: dal 38/40 al 46/48) oppure di due in due (38/39, 44/45), a secondo del marchio d’appartenenza, e soddisfano le calzate più disparate. Hanno una forma interna non eccessivamente elaborata dal punto di vista fisiologico e quindi rendono al meglio indossando un calzare di neoprene o, nel periodo estivo o in acque calde, anche un tubolare di spugna: il piede si assesta all’interno e diventa un tutt’uno con l’attrezzo, con le conseguenze benigne sopra citate.
Le pale, da cui dipende significativamente il comportamento fluidodinamico della pinneggiata, sono generalmente stampate in plastica ma esistono delle eccezioni riguardanti alcuni prodotti specifici. La forma è rettangolare, con una parte terminale stondata o con profili a “rientrare”: anche i laterali, le scanalature superficiali, la disposizione delle fibre, concorrono a precisi obiettivi dinamici. La lunghezza varia da circa 62 centimetri a 87centimetri così come la larghezza, da circa 230 cm ai 205 cm; lo spessore, da circa 4 mm a qualcuna che rasenta il millimetro di sezione; anche il peso, l’elasticità, la durezza possiedono diverse differenze e livelli in modo da essere adattate alle prestazioni soggettive. Alcuni costruttori preferiscono inglobare indissolubilmente in un monoblocco le diverse unità compositive, affermando che un’unica struttura rende meglio in termini di resa propulsiva mentre altri forniscono scarpetta e pala separate in una gamma ampia di accoppiamenti: apposite scanalature laterali ai longheroni e due viti poste inferiormente uniscono indissolubilmente l’attrezzo smontabile. La potenzialità della seconda soluzione è evidente: chi possiede un minimo di abilità manuale può individuare la scarpetta che preferisce e collegarci poi la pala che risponde alle proprie esigenze, al proprio modo di pinneggiare, ecc. In caso di malaugurata rottura vi è la possibilità di sostituire solo un pezzo, risparmiando sui costi globali. C’è qualche sub che ha piacere di calzare su una gamba una pinna più rigida e sull’altra una più cedevole: come vedete la scelta e le soluzioni sono molteplici. Vi sono delle ditte che, addirittura, fabbricano e distribuiscono soltanto delle pale universali, con diverse proposte allettanti: solitamente si tratta di prodotti di fattura eccezionale, ad esempio in fibre composite o in speciali tecnopolimeri caricati, adatti a chi cerca davvero il non plus ultra.
Riguardo alla trasportabilità delle lunghe appendici basterà organizzarsi un pochino per non accorgersi neppure di averle appresso. C’è qualcuno che le lega con una fibbia elastica all’esterno del borsone e chi le infila all’interno dello zaino senza patemi d’animo: basta dedicarci un briciolo di tempo e fantasia. Sopportano parecchi maltrattamenti e se si riesce a non brutalizzare eccessivamente la pala con ripetuti oltraggi fisici, urti violenti e compagnia bella, se si avrà l’accortezza di sciacquarle in acqua dolce ad ogni tuffo, se non le abbandoneremo al sole cocente, otterremo dei servigi fedeli e delle soddisfazioni profonde, per decenni.
· La tecnica di nuoto con le pinne lunghe comporta un leggero cambiamento di abitudini rispetto alla pinneggiata che siamo abituati ad effettuare di solito. Con il beneplacito degli ultimi studi fluidodinamici e dei tests condotti con sofisticati marchingegni di misurazione e valutazione, si è visto come il subacqueo può migliorare sostanzialmente la progressione sott’acqua: esso deve far compiere alle pinne un irreprensibile movimento sinusoidale, al pari del corpo di certi mammiferi marini o alla coda di alcuni pelagici. La pala, piegandosi e distendendosi in un ondeggiamento sinuoso (definito a doppia S) sposta una massa d’acqua significativa permettendo così un’alta penetrazione nel liquido in questione. Le gambe devono imprimere alle pinne l’energia meccanica senza produrre azioni o comportamenti di contrasto. In pratica si deve lasciare lavorare la pala in modo ottimale, adeguando la potenza muscolare ai requisiti dell’attrezzo e non viceversa. La falcata sarà effettuata tenendo possibilmente gli arti inferiori piuttosto fermi, in pratica non flettendo le ginocchia, e trasmettendo la spinta con il solo collo del piede coadiuvato lievemente dall’azione della gamba. Le prime volte è consigliabile fare delle prove in piscina, magari seguiti a vista dai colleghi apneisti o da qualche osservatore imparziale che verificherà il corretto movimento praticato, e poi si andrà in mare per il collaudo finale. Come regola di scelta le pale che spingono maggiormente sono quelle dotate di una elasticità elevata, un nervosismo pronunciato, cioè caratterizzate da un “ritorno” molto rapido: i tempi morti che affliggono qualsiasi pinna saranno così ridotti al lumicino.
Testi di: Emanuele Zara & Lucia Notarangelo