I Longheroni

 

sono quei prolungamenti che si evidenziano lateralmente alla scarpetta e che cingono per due lati uguali e paralleli la pala. Certi fanno parte di una fusione unica con la pinna e altri, più raffinati, dipartono simmetricamente dallo stesso materiale duro con il quale è composta la soletta. La termogomma, gli speciali tecnopolimeri addizionati, costituiscono il cuore dell’elemento che deve sopportare il peso maggiore per ciò che riguarda urti, abrasioni, tagli, contatti cruenti un po dappertutto, e  rivestire, al contempo, un importante ruolo attivo durante la falcata. Il profilo inizia dai fianchi della scarpetta, con un’altezza maggiore e una curva sostenuta e poi, decrescendo lentamente, si rastrema esilmente a fondo pinna: i filetti fluidi sono convogliati, dalle due sovrastrutture, direttamente sulla superficie della pala e così si concretizza ulteriormente il sistema di nuoto pinnato. Il disegno non è identico per tutti gli esemplari proprio perché i risvolti applicativi, e i progetti dei costruttori, non sono propriamente costanti e univoci; un longherone con una spalla elevata donerà parecchia rigidità alla struttura mentre uno di dimensioni appena evidenziate sarà meno esasperato nell’azione di spinta globale. Solitamente le costolature hanno una sezione ovale, con l’interno cavo a “T”, atto a bloccare l’inserzione del profilato maschio presente lungo i lati della pala: nelle scarpette sciolte, la sede per incastrare il supporto è ben evidenziata e termina con un ancoraggio minuto, obliquo, sistemato di traverso rispetto alla linearità della guida. Ai fini pratici si è dimostrato scientificamente che i longheroni, soprattutto nei modelli lunghi per apneisti, sono sottoposti a torsioni non indifferenti e a pesanti carichi anomali: interagiscono sicuramente con la bontà dinamica condotta da tutta la pinna. Una buona consistenza dei laterali, infatti,  comportante discreta resistenza alle deformazioni deleterie, dona agli attrezzi maggiore stabilità ed efficienza, soprattutto durante i cinematismi della falcata, dove il progressivo grado di flessione plastica interviene attivamente, assistendo i movimenti di curvatura della pala lunga.

 

·        Il progresso e le novità appaiono con la rapidità di un fulmine e chissà cosa accadrà nel campo dell’attrezzatura subacquea tra qualche anno. Per la scarpetta della pinna possiamo fantasticare un po perché, secondo noi, c’è ancora parecchio margine per migliorarla nei contenuti e renderla più performante: in un futuro prossimo, non troppo lontano, speriamo che la strada intrapresa dai progettisti, condurrà ad un modo nuovo di strutturarla materialmente, di fissarla ai longheroni e alla pala. La realizzazione di una calzata innovativa, per capirci, potrebbe assomigliare ad esempio, a quella adoperata nello sci, magari con la possibilità di cambiare le pale con lo stesso innesto rapido che impiegano gli sciatori. Una scarpetta mitica e rivoluzionaria potrebbe avere lo scheletro esterno in fibre composite o in polimeri termoplastici, opportunamente strutturati, un’inclinazione regolabile per adeguarla magnificamente alla postura delle articolazioni, leggerissima, del peso di poche decine di grammi, con una rigidezza inviolabile solo in alcune parti e la piegatura elastica ben definita in altre, l’interno in termoformabile soffice per una comodità senza paragoni e le chiusure con gli attacchi micrometrici, a scatto, per una sistemazione certosina e secondo le esigenze soggettive.

 

·        Attratto dal fatto che con dei calzari speciali (precisamente quelli da bombolaro, con cerniera laterale e soletta rigida) avrei potuto camminare impunemente su tutte le scogliere e i sassi che desideravo, intraprendendo così i percorsi accidentati delle stradine che conducono al mare, qualche anno fa decisi di comperarmi, oltre ai calzari, anche un bel paio di pinne a scarpetta aperta. Giunto a casa cercai di calzarli nella tradizionale scarpetta ma mi accorsi dell’incompatibilità tra i due elementi. Scelsi le pinne dopo avere vagliato numerosi prodotti e controllato attentamente durezze e caratteristiche fornite dal venditore: volevo dei componenti senza compromessi. Erano corte, compatte, di provenienza straniera, e avevano una pala dalla superficie brevettata, che doveva garantire prestazioni strabilianti, nonostante l’aspetto dimesso. La calzata sembrava essere “su misura”, tanto fasciava bene le estremità degli arti inferiori. Il tutto era veramente perfetto e, fiero della nuova attrezzatura, approfittai del primo week-end libero da incombenze per andare a pescare. Il mare invernale, gonfio di onde e di schiuma, richiedeva un po di attenzione al momento dell’ingresso in acqua; attesi l’occasione propizia e mi fiondai pimpante tra i marosi. La stagione offriva l’opportunità di mettere a pagliolo qualche bella spigola ma, dalla prima pinnata, capii che qualcosa non andava per il verso giusto. Provai a cambiare movimento delle gambe, ad accelerare le movenze, ma nella risacca, tra i fiumi di corrente traditrice, non riuscivo, nonostante lo strenuo impegno fisico, ad essere padrone della situazione: rispetto alle mie vecchie pinne lunghe c’era un abisso. Spingevo mulinando i muscoli ma nulla, non andavo avanti, non uscivo dal contenzioso. Confesso che la paura avvertita non era poca. Per fortuna, dopo vari tentativi, riuscii a raggiungere il largo e dopo una nuotata infinita, durata numerose ore, raggiunsi, ansimante, la massicciata esterna di un porto; da questa direttamente l’imboccatura e finalmente al sospirato ridosso.

 

·        Un accessorio che tra noi italiani non ha trovato grande presa e seguito è il fermapinne, piccolo oggetto di gomma che parecchi nostri cugini d’oltralpe adoperano, invece, con perseveranza. Fa parte di quei piccoli accessori che un tempo erano utilizzati dalle vecchie generazioni di subacquei e che ora è riposto nel dimenticatoio per sopraggiunte migliorie tecniche. Non è però da sottovalutare e scartare senza prova d’appello. Praticamente è costituito da una struttura elementare, formata dall’insieme di tre fettucce di gomma, imperniate e stampate a caldo su di un unico punto. L’utilizzo pratico comporta che sia infilato sopra le scarpette, prima dell’inizio dell’immersione, facendo passare una banda in corrispondenza del collo del piede, una seconda dietro al tallone e l’ultima sotto il calcagno. Il caucciù fa attrito con l’omonimo materiale della calzata, quindi non scivola, e il fermapinne blocca gli attrezzi sportivi evitando potenziali sfilamenti e smarrimenti. Sono utili per chi ha una scarpetta un po lassa e non vuole mettersi i calzari o per chi pesca fondo e vuole mettersi al riparo da eventuali problemi che potrebbero causare incidenti anche seri come, nello specifico, la perdita improvvisa di una pinna.

 

Le modifiche e le elaborazioni artigianali.

 

Materiali occorrenti: alcune strisce di gomma da un paio di millimetri di spessore, delle bande rettangolari di qualche centimetro di larghezza ed altrettanti di lunghezza, ricavate da camera d’aria di motociclo, del tessuto da gommone, della colla bicomponente neoprenica apposita, della colla cianoacrilica per gomma con eventualmente il suo primer di preparazione delle superfici, delle forbici, un cutter, della tela vetrata di differente grana, del solvente, un pennello.

Un amico carissimo, che possedeva un piedone calibro 46, era solito immergersi durante i rigori della brutta stagione con dei calzari molto spessi. La ricerca di un paio di pinne che lo soddisfacessero pienamente si dimostrò una chimera. L’ultimo tentativo fu il provare una calzata extra large, 46/48: riusciva a malapena a sopportarla per pochi minuti perché il dolore e il senso di costrizione sul collo del piede erano il segnale inequivocabile che non andavano bene e non si potevano assolutamente acquistare. - La fantasia dei pescatori non ha limite alcuno- mormorò – e detto fatto, passò all’azione immediata. L’obiettivo rimarchevole era quello di ampliare una scarpetta di serie e Anti ci riuscì perfettamente con tanta pazienza e dovizia artigianale.  

La procedura da eseguire comporta una delicata operazione preliminare: tagliare completamente un tratto di scarpetta in corrispondenza esatta della sua parte superiore. Partendo dalla sede per le dita dei piedi, si seziona la gomma mantenendosi perfettamente simmetrici e centrati fino al termine della calzata. La lama impiegata sarà affilatissima e i bordi dovranno risultare puliti e netti per tutta la lunghezza della scissione. Quando la scarpetta appare completamente aperta vediamo, infilando il piede con il calzare, di quanto si deve intervenire per renderla “a misura”. Il difficile giunge al momento di calcolare accuratamente la porzione da asportare affinché si  permetta una migliore vestibilità, e delinearla su una striscia di gomma. Questa operazione e la seguente d’incisione, riesce al meglio se si disegna precedentemente, con una matita morbida o un pennarello indelebile bianco a punta fine, il profilo dell’area interessata, direttamente sul dorso della scarpetta o su una mascherina di carta o stoffa. L’intento principe da seguire è quello di creare un perfetto intarsio. Le prove d’adattamento sono complicate e delicate ma una volta che lo spicchio di caucciù (ricercare possibilmente lo stesso spessore che ha il materiale della scarpetta in un negozio che vende gomme e similari) è stato reperito, basterà cartavetrare bene le superfici delle due sezioni e controllare che accostino in modo ottimale, senza gradini o zone non combacianti. 

L’incollaggio delle parti si effettua con il cianoacrilato a lenta polimerizzazione (il nome commerciale conosciuto di questi collanti speciali è, ad esempio la Loctite, che offre un prodotto specifico per l’incollaggio della gomma ma vanno bene anche derivati analoghi) che praticamente salda e vulcanizza la congiunzione senza sbavature e difetti. La scarpetta si rifinisce e si rinforza con l’applicazione di una pezza di gomma in sovrapposizione (questa volta basta un rettangolo di sottile camera d’aria) dopo aver preparato con un’accurata levigatura entrambe le superfici; la colla neoprenica bicomponente va catalizzata e applicata su tutte e due le parti, prima di fissarle indissolubilmente aiutandoci con una marcata pressione prolungata.

Un’altra modifica apportabile, vista eseguire la prima volta da un pitagorico agonista genovese, è lo spessoramento e il rinforzamento di particolari zone della scarpetta, per potenziare l’azione di spinta e per correggere l’eccessiva cedevolezza, causa significativa di perdita d’efficienza, nella pinneggiata. Quando montiamo pale di una certa rigidità, può verificarsi che la morbidezza della gomma vanifichi, di fatto, la bontà prestazionale di quest’ultima. I punti interessati maggiormente sono l’attacco dei longheroni, lateralmente, il collo del piede dove questi hanno origine e sotto la pianta del piede nei pressi della sede che ospita la pala. Al momento della modifica bisognerà tenere conto che ogni aggiunta di materiale aumenterà proporzionalmente il peso della pinna, quindi si dovrà agire con parsimonia. Una volta identificate le aree da irrobustire si prepareranno, con la solita scartavetrata, sia le toppe di aggiunta, ricavate dai ritagli di tela da gommone o di tessuti simili, che la base su cui saranno incollate. L’adesivo da impiegare è la colla bicomponente neoprenica che sarà spalmata con cura su tutte le superfici interessate. Quando il solvente è volatilizzato si uniscono le parti e si procede ad una compressione forte, al fine di eliminare le bollicine d’aria e far aderire meglio il collante. Una mascherina di carta, disegnata a tavolino, velocizzerà e razionalizzerà l’operazione di ritaglio dei rinforzi. Attenzione a non interferire con l’indossabilità della scarpetta indurendo troppo alcuni tratti: il comfort è una condizione, per il pescatore subacqueo, irrinunciabile. 

Non vi è mai capitato di provare delle scarpette nuove di fiamma e, nonostante la correttezza della numerazione e il possesso di un modello analogo, accusare punti di contatto fastidiosi con l’anatomia del piede? E’ normale che un prodotto, anche se proveniente dal medesimo stampo, presenti delle sottili differenze rispetto agli altri omologhi o anche che una calzata sia più adatta all’arto destro che al sinistro. Per “preformare” una scarpetta nuova in gomma e “adattarla” fisiologicamente si agisce supportati dal fattore della dilatazione termica. Si fa scaldare un pentolone di acqua e quando è bella calda, ma non bollente, si introduce per pochi secondi il manufatto lasciando che il calore eserciti un’azione lieve di ammorbidimento. Terminata la manovra è necessario infilare immediatamente la scarpetta con un calzare in neoprene di protezione e di adeguato spessore e lasciare che si assesti adeguatamente all’interno. Un risultato rafforzativo, per i casi ostinati e difficili, è ottenuto con gli “allarga scarpe” di legno o plastica dura, che possiedono i calzolai o i negozi di fornitura appositi. A noi successe in pieno inizio di vacanza, con un paio di pinne ostiche da testare, e risolvemmo la spinosa questione con un pizzico di improvvisazione: utilizzammo spartanamente dei sassi di diversa forma e come d’incanto la calzata fu sistemata alla perfezione.  

  Emanuele Zara & Lucia Notarangelo