Le Pinne

 

PALA  SCARPETTA LONGHERONI
ASSEMBLAGGIO MANUTENZIONE CARBONIO

 
Articoli Pesca Sub

scritti da Emanuele Zara

Le pinne in materiale composito

Le pinne lunghe

L' Adattamento fine delle Mustag C4

 

L’adattamento dell’uomo all’ambiente marino è storia antica, perduta nelle ataviche pieghe del tempo. La curiosità di conoscere quando, come e dove sono avvenuti i primi “contatti” con l’elemento liquido, rappresenta un universo di dubbi, enigmatico, affascinante, sempre coperto da una spessa coltre di semplici supposizioni teoriche o testimonianze appena visibili. I graffiti accennati sulle pareti o i murales sbiaditi dall’inclemenza dell’umidità di qualche grotta preistorica, alcuni testi e documenti rintracciati nelle polverose biblioteche e nei ricchi musei di tutto il mondo, nelle miniature di monumenti funerari, eccetera, eccetera, ci danno vagamente l’idea di quanto il cammino per noi, poveri bipedi intelligenti, sia stato lento e sudato.

Alle comunità preistoriche, prima di capire che il corpo, aiutato da movimenti ispirati, studiati, copiati spudoratamente dall’osservazione di quelli svolti da animali acquatici e popolazioni ittiche, potesse progredire orizzontalmente nell’acqua, devono essere occorse avventure comicissime e forse pure piccoli incidenti. Il novello apneista del neolitico non percepì bene cosa fosse successo al momento, probabilmente dopo una movenza concitata e una bevuta colossale, ma certamente apprese che le direzioni in cui avrebbe potuto nuotare erano molteplici. 

 Come sicuramente accadde nelle epoche seguenti, qualcuno tentò di emulare l’antenato, propendendo per il prolungamento artificioso delle proprie estremità, al fine d’aumentare le superfici di spinta, con spartane tavole d’albero legate da fibre vegetali o strisce di pellame. I prototipi neonati non funzionavano un granché ma, con caparbietà e con “quel qualcosa di cerebrale” che ci ha permesso di emergere nell’ambito del processo naturale, si conseguirono risultati mediocri e il mondo dei pesci apparve più vicino, almeno per ciò che riguardava il fattore velocità. Il pensiero corre agli abitanti di qualche sperduta isola o agli insediamenti lungo il decorso di arterie fluviali, dove il contatto con l’acqua era fonte di vita giornaliera e i mezzi per pescare indispensabili. Afflitto da un’inguaribile malattia perfezionistica il genere umano migliorò, nel corso dei secoli, i due umili componenti da infilarsi ai piedi che, attualmente, con una progressione mitica, hanno raggiunto vertici inimmaginabili di qualità e razionalità. Per combinazione, su un manuale molto vecchio, preso in visione da un amico ignaro di possedere tale gustosa prelibatezza culturale, ho trovato notizie di chi per primo abbia collaudato le pinne nell’aspetto “tradizionale” che ancora oggi conosciamo. Dobbiamo riconoscenza all’ingegnoso capitano di corvetta De Corlieu che nel corso dell’anno 1920 le ideò. Dagli anni ’30, in cui gli abbozzi di gomma assumevano configurazioni singolari e poco pratiche (osservate con criteri odierni), ai numerosi modelli fabbricati nel dopoguerra su larga e accessibile scala, sfruttando le esperienze degli incursori militari, transitando poi per gli anni 70/80 con importanti e rivoluzionari studi e soluzioni innovative sull’ergonomia nelle forme e nei contenuti (gli attrezzi strutturati per l’apnea profonda, la divisione tra scarpetta e pala, e l’utilizzo di tecnopolimeri nuovi) sino ai tempi attuali, con progetti straordinari dal punto di vista ergodinamico e l’impiego di materiali futuribili, l’evoluzione delle pinne non si è mai arrestata e a tutta l’aria di voler continuare a grandi balzi...  

Le pinne sono strumenti insostituibili per effettuare una valida battuta di pesca subacquea: offrono numerose prerogative e calzandone un paio performante capiremo quanto il nostro rapporto con il mare si possa ampliare e dilatare, fino a raggiungere un livello d’integrazione sempre più intimo con la realtà sottomarina. Come aveva teorizzato il nostro geniale connazionale Leonardo da Vinci, già nel lontano 1500, i mezzi ausiliari posti ai piedi (in realtà ne aveva disegnati anche due, palmati, per le mani - idea maturata probabilmente osservando le zampe di un’anatra-) consentono di incrementare l’azione del nuoto, aumentando la quantità di liquido spostata con l’elementare movimento delle gambe. Sia percorrendo in lungo e in largo la superficie marina sia che la nostra sfida verticale con gli abissi ci veda transitori protagonisti, troveremo nelle pinne, soprattutto in quelle concepite specificatamente per gli apneisti, delle compagne prodigiose che costituiranno un eccellente mezzo di locomozione. I prodotti, che il settore delle attrezzature subacquee propone con un’ampiezza considerevole, rispondono a requisiti di ottimizzazione delle risorse spese, o meglio, all’utilizzo di queste ultime per ottenere il massimo con sforzi fisici, tutto sommato, ridotti. 

Le pinne da apnea sono generalmente definite “lunghe”, analizzate secondo i parametri metrici dimensionali, perché questa soluzione consente di avere il rapporto migliore nella restituzione dinamica del gesto atletico. Ci sono pescatori che calzano pinne a pala corta ma in situazioni e ambienti di pesca molto delimitati che in seguito definiremo nel particolare. 

Rispetto al nuoto classico, inteso come attività svolta senza nessuna appendice artificiale che travi l’andatura del corpo, spariscono i rumori eccessivi, dati dagli sciacquii indotti da sgambettamenti vari, dalle sforbiciate fragorose, udite e promosse a grande distanza tra i poveri pinnuti. Entreremo in un cosmo affascinante, con modi felini, “ovattatamente”, e avremo la possibilità di scorgere preventivamente le prede, brandendo già un pacchetto di chance venatorie non trascurabili. Il lavoro muscolare, ed in particolare quello dei grandi gruppi degli arti inferiori, è un divoratore implacabile di ossigeno. L’equazione che ne consegue (più ossigeno è impiegato in immersione dai muscoli, minore sarà quello riservato agli organi deputati alla nostra sopravvivenza, sistema cerebrale e cardio – polmonare) fa si che siano adottate tutte le risorse tecnologiche atte a risparmiare il prezioso gas vitale. Le pinne lunghe fanno parte di questi presidi, sviluppati appositamente per fruire appieno del prolungamento del tempo di apnea, della silenziosità di spostamento e, a dimostrazione della loro potenzialità, sono state anche lo strumento ideale per attaccare i record del profondismo subacqueo.

Sfogliando la brochure di qualsiasi distributore di articoli per immersione, siamo attratti da un’ampia offerta di pinne, di costruzione, aspetto, e costo differente; tentiamo di scrutarne a fondo le componenti essenziali. I modelli proposti si distinguono, semplificatamente, in due blocchi: assemblati in un unico insieme o scomponibili. Ciò, però, non deve trarre ad affrettate conclusioni o a giudizi tecnici esclusivi, poiché entrambe le scuole hanno molte frecce per loro archi. Nonostante l’apparenza esteriore non lo faccia ritenere, tratteremo lo sviluppo dell’argomento tenendo in considerazione che tutte le pinne, sebbene stampate intere o in parti divisibili, sono in realtà strutturate con elementi interagenti tra loro pur essendo, fondamentalmente, dissimili: la scarpetta, i longheroni, la pala.

                                            Emanuele Zara & Lucia Notarangelo