IL MULINELLO
(Tutto
sul mulinello- Una sagola nel blu, pubblicati titoli suddetti sul numero 114
marzo 1999 di Pescasub)
L’autunno è alle porte e i pescatori subacquei più esperti sanno che la stagione che segue l’estate è uno dei periodi migliori per praticare la caccia subacquea, soprattutto a un certo tipo di pesci. La temperatura dell’acqua sta diminuendo leggermente in superficie ma sul fondo si riscontra un gradiente termico costante che favorisce l’afflusso di minutaglia e conseguentemente le scorribande di grossi predoni. I periodi della riproduzione sono terminati per quasi tutte le specie pelagiche e ora la presenza di solitari bestioni è probabilmente giustificata dall’approvvigionamento di una scorta di cibo prima della lunga pausa invernale. L’abbandono totale dei turisti, la fine delle ordinanze balneari, il peggioramento della situazione meteorologica, infine, restituiscono al popolo degli apneisti un mare ricco di incontri importanti.
Nella scelta dell’attrezzatura il sub previdente non scorda mai di prendere un fucile lungo e di collegarci sotto un buon mulinello. A dire il vero quasi tutte le sue armi sono dotate di un rocchetto carico di sagolino posto sotto il serbatoio (fanno eccezione solo i cinquantini per i buchetti) e ciò suscita spesso l’ilarità del compagno di avventure che li ritiene accessori inutili e superflui: ostacolano il brandeggio, appesantiscono i fucili, servono solo in ambiente oceanico con prede enormi, eccetera.. In un caldo week end di settembre i due decidono di battere una bassa scogliera alla ricerca dei folti branchi di cefali dell’oro, di “piccoli” muggini per una grigliata con gli amici. Carlo, l’atleta più giovane e scalpitante, entra in acqua con un novanta ad elastici, naturalmente senza mulinello perché dice: -... dei pesci che al massimo raggiungono il chilo di peso non necessitano di un aggeggio che altera la maneggevolezza dell’arbalete...- Roberto lo guarda quasi con compassione e gli ricorda che è meglio prevenire piuttosto che curare, ma il saggio consiglio si perde nel fragoroso soffio che sta gonfiando rapidamente la boa segna sub. I due prendono il largo e incominciano a sondare la costa distanziandosi di qualche decina di metri l’un dall’altro. Alcuni pezzi finiscono nei cavetti senza troppe fatiche, pure per Roberto che pesca con un cento ad aria, asta da sette millimetri, equipaggiato con un mulinello ripieno di monofilo, ma dopo un paio d’ore di divertimento la situazione cambia radicalmente. I muggini diventano nervosi, irrequieti e risulta difficile riuscire a metterne a pagliolo qualcuno. All’improvviso uno schiocco sordo sott’acqua turba gli equilibri e solo Roberto intuisce che con tutta probabilità è arrivata in zona qualche ricciola o qualche leccia affamata: una scodata così imponente deve appartenere per forza a qualche pesce corpulento e potente attirato sottocosta dai branchi di cefali. Chiama Carlo e gli comunica di stare attento perché forse gira qualcosa di grosso... Le parole cadono vanamente nello sciacquio dell’ennesima capovolta e la battuta continua con una tensione tremenda. Passa a malapena un quarto d’ora finché la quiete di quest’angolo di Liguria viene improvvisamente squarciata da un urlo disumano, emesso dal povero Carlo in un vortice di schiuma. La scena dura sei o sette secondi al massimo perché poi un’imprecazione irripetibile mette fine all’agonia sportiva dello sprovveduto pescatore. Roberto si precipita dal collega che si sta guardando intorno mezzo inebetito: – Carlo, cosa ti è successo?- gli chiede preoccupato. Carlo non sa se continuare a dire parolacce o a riempire la maschera di lacrime, e con due occhi sgranati grossi così mormora: - Era enorme. Mi è passata di fianco, l’ho colpita bene ma non ce l’ho fatta a trattenerla. Tirava da bestia; per un pelo affogavo, ho dovuto abbandonare il fucile...-
| Beh, questa storiella capitata a una coppia di cari amici ci
introduce in un discorso che parecchi lettori potrebbero arricchire con
particolari analoghi, con finali altrettanto drammatici e dolorosamente
archiviati nella propria storia personale. Tutti gli eventi hanno sicuramente un
denominatore comune: le armi in uso erano prive di mulinello! Il mulinello è un
oggetto semplice, abbastanza spartano che troppi sub relegano ad un ruolo
secondario, minore; si parte per una battuta considerata normale e si ritorna a
casa con mille rimpianti e mea culpa strazianti. Ma chi caccia da un po di anni,
e ha maturato qualche stagione di esperienza, sa che una riserva di filo
abbondante collegata all’asta è una vera e propria ancora di salvezza. Un
banale riscontro è facilmente dimostrabile in chi è solito legare la sagola
del pallone al calcio del fucile: la sensazione di sicurezza che si prova in
mare, sapendo di avere un cordone ombelicale di una cinquantina di metri, è
grande. In tutte le circostanze l’apneista sa che può abbandonare l’arma
senza problemi tanto appena riemerso afferrerà la cimetta e ricupererà il
fucile. Questa abitudine è adoperata e consolidata tra molti neofiti e da chi
compie sommozzate in tana però esistono delle situazioni venatorie in cui la
treccia unita all’arma, o alla cintura in vita, limita pesantemente
l’esecuzione di una tecnica di pesca. I pesci sono divenuti scaltri
dappertutto e per effettuare delle pescate discrete bisogna veramente studiare
tutti i sotterfugi tecnici possibili. Personalmente mi rendo conto dei problemi
del sagolone quando mi porto appresso la plancetta segna sub e mi scordo di
abbandonare il pedagno di piombo sul fondo, abbastanza lontano dal luogo dove
effettuo l’aspetto o un breve tratto all’agguato.
Al posto del sagolone ho sistemato del monofilo nero molto sottile ma è una precauzione di ripiego: quando scendo sul fondo con il nylon a seguito devo sempre lottare con inevitabili vibrazioni che rendono assai diffidenti la maggior parte dei pinnuti. I pesci avvertono l’elemento anomalo e stanno a debita distanza o fuggono precipitosamente appena la corrente fa vibrare il monofilo. E poi la sagola del pallone collegata all’impugnatura o alla cintura di zavorra passa in mezzo alle gambe, avvolge le pinne, si impiglia un po dappertutto. Allora, come bisogna comportarsi per eliminare alcuni di questi inconvenienti spiacevoli? |
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La stessa domanda devono essersela posta circa cinquant’anni fa i primi subacquei toscani che avevano “inventato” la pesca all’aspetto. Questa nuova tecnica richiedeva di non disturbare il pesce e di attenderlo pazientemente sul fondo con lunghi fucili; una volta colpito bisognava trattenerlo e spesso si trattava di animali piuttosto combattivi e di grandi dimensioni. Risolsero la questione del recupero delle prede progettando e costruendo intelligentemente i primi mulinelli della storia della pesca subacquea. Il mitico Rodolfo Betti, al secolo Marò, presentò alla Mares un ottimo prototipo di mulinello, creato in collaborazione con il caro amico Nannicini, che ben presto fu prodotto su scala industriale e si diffuse tra i pescatori subacquei di tutto il mondo. L’accessorio Mares, denominato Marò, che permetteva di avere una scorta di sagola abbondante direttamente collegata alla freccia, fece fortuna fino ai giorni nostri e il binomio tra aspetto e fucile lungo corredato di mulinello diventò rapidamente un assioma indiscutibile.
Il sub si appoggia sul fondo senza vincoli vibranti, privo di elementi fastidiosi di collegamento con la superficie. Gode di una libertà totale e la partecipazione agli eventi subacquei si svolge con maggiore integrazione nel delicato mondo sottomarino. Il piacere derivato dall’avvicinamento della preda si può gustare appieno, senza il timore fondato che questo momento sia alterato in partenza. L’atleta cattura un pesce e può contare di risalire sempre, qualunque reazione o comportamento tiri in ballo il pinnuto arpionato. L’esempio più eclatante è quello del pelagico di decine chili dotato di una reazione veemente in grado di bruciare le normali volute di sagola in dotazione all’arma e poi di tirare in maniera incontrastabile. Talvolta i poveretti che hanno provato ad agganciare al fucile il moschettone della sagola della boa segnasub, fissato in cintura, non hanno avuto il tempo materiale per compiere l’operazione, e hanno perso arma e pesce. Si può facilmente dedurre che operazioni del genere hanno un risvolto importante per il discorso della sicurezza. Immaginate di gestire pochissimi secondi in cui dovrete: staccare la mano sinistra dall’appiglio e abbassarla verso la cintura; trovare istantaneamente e sganciare il moschettone; cercare al volo il cappio posto sul calciolo o addirittura l’elsa del grilletto; sperare vivamente che la preda non sia una leccia o peggio un tonno... Chi possiede un buon mulinello non si cura di ciò e inizia a ragionare lucidamente mentre ritorna tranquillamente a galla, risparmiando aria e risorse psico fisiche preziosissime. Potrà seguire il decorso degli avvenimenti dalla superficie riservandosi di cedere o recuperare nylon a seconda del comportamento del pesce ferito. Il filo contenuto nel mulinello può essere dosato precisamente all’uscita dalla frizione, e così i pinnuti dalle carni più fragili e cedevoli possono essere lavorati con astuzia in modo da recuperare anche i più battaglieri senza timore che “strappino”. Un freno ben realizzato, progressivo rilascia sagolino metro per metro e la trazione sulla freccia che ha trapassato la preda è costante.
Il mulinello offre moltissimi vantaggi al pescatore che caccia con la tecnica dell’aspetto ma non è un accessorio esclusivo solo in questo determinato settore. Pensate a coloro che colpiscono una cernia all’imboccatura di una tana profonda e talmente contorta da risultare insondabile: una volta sparato si blocca la sagola e si risale mantenendola sempre in tiro. Il serranide sarà ostacolato sin dai primi istanti e non sarà libero di arroccarsi liberamente. Pescando in caduta cercheremo sempre di colpire mortalmente la preda in modo da fulminare il pesce e recuperarlo senza difficoltà. Il tiro potrà essere lungo, difficile, portato a quote abissali: occorre che l’apneista non rischi assolutamente. Con il mulinello potrà permettersi di eseguire l’azione senza essere costretto a raggiungere il bestione e riportarlo in superficie nello stesso tuffo.
Il mercato delle attrezzature subacquee, dopo un lungo periodo di stasi, si sta affacciando al terzo millennio con buoni propositi: quasi tutte le ditte, stimolate dagli appassionati, hanno in studio degli interessantissimi mulinelli mentre alcune realtà artigianali hanno già distribuito degli ottimi manufatti. Il mito del mulinello Marò, comunque, resta una magnifica testimonianza di ciò che la passione per la pesca subacquea ha saputo creare in mezzo secolo di storia!
Telaio, bobina, frizione, sistema anti parrucche. I mulinelli in commercio si possono scomporre in questi quattro componenti. Il telaio è il sostegno che si fissa sotto il serbatoio dell’arma e che supporta tutti gli altri elementi. Può essere stampato in plastica oppure in metallo inossidabile. Esistono telai universali che si adattano a qualsiasi affusto e altri dedicati, cioè concepiti appositamente per determinate slitte o perni solidali a un tipo di fucile. Il telaio ospita la bobina, in orizzontale o in verticale, che è il cuore del mulinello: al suo interno vengono avvolte molte spire di sagolino e in base al diametro e alle dimensioni complessive accetterà svariate decine di metri. E’ stampata in plastica e scorre liberamente sull’asse centrale del telaio. I sistemi anti parrucche sono delle soluzioni costruttive che impediscono ingarbugli di sagola. Sono solidali al telaio, e in alcuni casi fanno parte dello stesso, in altri appartengono a un disegno isolato. La frizione è un freno che agisce sulla bobina, internamente o esternamente: possiede il delicato compito di regolare la fuoriuscita del cordino e si comanda, generalmente, con un pomello a vite.
Dove e come si posiziona. Per un discorso di praticità il mulinello si fissa appena dopo l’elsa del grilletto: in questa posizione è subito manovrabile e non complica l’assetto dell’arma. I telai dedicati si incastrano o si avvitano più o meno facilmente ai sistemi di predisposizione mentre tutti gli universali accettano fascette di plastica, nastro adesivo, fascette in inox, legature con spago speciale. Coloro che non tollerano appendici supplementari sotto i propri fucili, oppure voglio avere una riserva di filo integrativa, possono acquistare mulinelli specifici per il posizionamento sugli arti superiori o in cintura. Naturalmente non si avrà l’immediatezza di lavoro che possiedono i modelli posti sotto fucile ma con un po di pratica ci si potrà abituare ad usarli con profitto.
Quanti metri di sagolino bisogna sistemare all’interno del mulinello? Chi caccia in bassi fondali dove l’incontro con prede particolari è raro (ma non impossibile!) e la profondità operativa limitata, opterà per un mulinello piccolo con una trentina di metri di treccina elastica. Sono sufficienti per lasciare sfogare la leccia che inseguiva i muggini nella schiuma o “manovrare” l’oratona colpita malissimo che mangiava in parete. Gli apneisti che sondano diverse batimetriche, invece, dovranno cercare bobine di maggior capacità riempitiva poiché, nella malaugurata ipotesi, che si riesca a colpire un bestione pelagico sull’orlo di una secca o su un ciglio in parecchio fondo, occorreranno molti metri di sagolino per impedire di perdere il contatto con l’animale ferito.
Testi di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo.