TUTTO SUL MULINELLO

 

L’emozione vibrante che corre lungo un filo, magicamente smarrito nel blu…

 

Discorrendo sulle attrezzature che accompagnano le avventure subacquee di migliaia di sportivi è piacevole e doveroso offrire gli onori delle cronache ha chi ha contribuito in modo sostanziale all’avanzamento qualitativo di alcuni componenti. La storia ci conduce immancabilmente ai creativi anni 50, al cospetto di un mare fertile e generoso, dove alcuni intrepidi e fortunati sub toscani cacciavano tanti grossi pinnuti: sparavano e risalivano tranquilli, senza curarsi esageratamente della freccia rimasta a mezz’acqua o sul fondo, solidale alla nervosa fuga del denticione o alla possente reazione natatoria della ricciola. Come facevano a riemergere senza perdere il contatto tangibile con l’arma, l’asta, il pesce? Il merito era di un manufatto strano, simile a quello osservato, in anteprima, sulle prestigiose canne da pesca a mosca di qualche milord inglese ma comparso per schietto utilizzo subacqueo solo alla fine della seconda guerra mondiale. Gli imperterriti atleti continuarono a mietere successi fino a che l’elemento di cotanta grazia, artefice principale di molte catture e migliorato nel progetto originale, si diffuse popolarmente. Fu il dinamico e geniale Rodolfo Betti a proporre alla Mares un prototipo fantastico, rivelatosi ben presto, e per gli anni a venire, uno dei più valenti mulinelli apparsi sui mercati internazionali. Dopo qualche anno fu esposto nelle vetrine dei negozi di sub, in veste definitiva, il mitico Marò (pensate che agli inizi del 1970 il mulinello costava circa 3000 lire!).

Chissà quanti neofiti notano ancor oggi un gingillo bianconero ridondante di sagolino, solidale al serbatoio del fucile di un consumato pescatore, e si chiedono meravigliati: - Che cos’è quella roba là? A cosa serve? Magari penseranno che l’arma, così “taroccata”, spari più lontano oppure che venga applicato solo per senso di emulazione rispetto a qualche grande campione. Che sia un prodotto sperimentale? Un sostituto della boa segna sub? Nulla di più errato: il mulinello non è un attrezzo da esibizionisti, da narcisisti, non viene impiegato per incrementare le prestazioni degli archibugi e neppure per eliminare il pallone di segnalazione. Il mulinello è, e non solo per chi scrive questo articolo, un componente con una valenza immensa, incommensurabile, che sarebbe consigliabile avere sempre con se, in ogni luogo. La nostra permanenza sott’acqua è legata ad un tempo ristretto di apnea e purtroppo ci sono migliaia di fattori che interferiscono negativamente sulla variabile “fiato”. Nella pesca subacquea l’azione conclusiva di caccia non è sempre preventivabile (e meno male che esiste l’imprevedibilità, forse è proprio questo il nettare più stuzzicante del nostro sport) e i pesci arpionati costituiscono una realtà che può scombussolare completamente, e intrigantemente, la dinamica del recupero.

Poniamo il caso che si spari, in un lungo budello roccioso, ad un pinnuto non necessariamente di grosse fattezze ma che il tiro non sia letale: l’animale, molto tenace, si scatenerà in una reazione sconclusionata, tirerà a se tutta la sagola e cercherà spasmodicamente d’infilarsi in un angolo recondito della spelonca. Noi, con l’ossigeno agli sgoccioli, tenteremo di contrastarne l’arretramento ma nel giro di pochi secondi d’opposizione capiremo che è assolutamente ora di risalire e abbandoneremo la stretta spasmodica sull’impugnatura. Quando torniamo giù cacciamo la testolina nel meandro e scorgiamo un puntino giallo fluo in fondo allo spacco: è il calcio del fucile irrimediabilmente afferrabile.

Il tramonto scurisce i fondali ma la passione chiede insistentemente ancora cinque minuti di soddisfazione pura. Le schiene dorate s’intravedono appena e un breve agguato dovrebbe consentirci di effettuare il colpaccio: le corvine sembrano indifferenti e la più bella del gruppetto porge il fianco per un breve attimo. Gli elastici si distendono, il dardo acuminato si confonde tra le alghe… il corvo è stato più veloce: strattoniamo il nylon per recuperare l’asta ma l’apice dell’aletta deve essersi incastrato in un piccolo buco di grotto e non riusciamo a estrarla nello stesso tuffo. Cerchiamo di riprovare ancora una volta, ma nulla, dobbiamo riemergere. Il corto arbalete è sul fondo, qui sotto. Una breve ventilazione assistiti da un lieve scarroccio e discendiamo nuovamente: i sassi sembrano tutti uguali, la distesa è spazzata dal correntino, la luce è scarsa e l’arma? Dove sarà finita? Nessuna traccia… l’abbiamo smarrita.

L’avvenimento fatato deflagra quando penetriamo nel mondo dei predatori con astuzia ed inganno. La massicciata artificiale a protezione della battigia è il ristorante dei predoni. Il fucile è il prolungamento dell’istinto venatorio e attende implacabile la congiuntura. 

 

Tre metri d’acqua per sperare e crogiolarsi ardentemente nei sogni. Una frustata secca, in una coltre di nebbiolina gelata e fangosa, è il biglietto da visita di un testone immenso: l’enorme leccia ci adocchia maliziosamente e fa per scapolare nel torbido. Il dito contratto vince la tensione nervosa e il tiro parte fulmineo: un tonfo indimenticabile e un’esplosione d’energia incontrastabile confonde il momento intensissimo. La mano si stropiccia, si distende, offesa in un mare di incredulità; i tre metri di sagolino sono stati “bruciati” in due secondi netti e l’arma non esiste più. Strappata via brutalmente dall’essere selvaggio.  

Il ciglio è un brulicare di esserini vivacissimi, neri e vispi, compatti nelle vicissitudini estive. Siamo immobili e ammutoliti dinanzi alla scenografia da brividi. Brandiamo il centodieci accompagnati da un vagone d’incoscienza: siamo collegati alla cima del pallone con un bel moschettone d’acciaio inox, fissato al gancio della zavorra. - Figurati se proprio a me, stasera, capita qualcosa di speciale: forse leggo troppi racconti fantastici su Pescasub! Faccio solo due tuffetti, così, per veder cosa c’è… e se dovesse succedere qualcosa… piazzo sto moschettonaccio proprio sull’asola del calcio e ne vedremo delle belle…- La mangianza subisce un affronto feroce, scarta di lato e una massa idrodinamica, massiccia, da trenta chili almeno, si presenta a due metri dall’arpione acuminato che si mette a tremare come una foglia. Lo schianto del pistone sulla boccola stabilisce che l’asta è partita verso l’obiettivo luccicante. Una scodata conferma che il pesce è schizzato come un razzo verso il fondo. Una riemersione sconclusionata e una successiva imprecazione cruda assicurano che il moschettone non è stato nemmeno sfiorato...

Quanti esempi si potrebbero ancora citare? Per non rinvangare dispiaceri mai assopiti e attirarsi maledizioni e fatture diaboliche da chicchessia, è opportuno oltrepassare le fatidiche novelle. Il mulinello viene adoperato per tante altre funzioni come ad esempio: avere della sagola di riserva che possiamo prelevare dalla bobina e sistemare sull’asta quando vogliamo e in qualsiasi situazione; dare filo ad una preda colpita malissimo affinché non senta “tirare” la freccia sulle carni e possa strapparsi creando i presupposti per una facile liberazione; indebolire, spossare, lavorare, stremare, stancare, ammorbidire, fiaccare, in tutta sicurezza, un ricciolone da 40 chili che tira come un vagone merci; compiere aspetti distaccati di qualche metro dal sagolone della boa (vibrando disturba molte prede diffidenti) con un’abbondante margine di tranquillità dinanzi a qualsiasi evenienza ittica. In pratica è un compagno di pesca in più, sempre con noi, attento, pronto, disponibile.

Vediamo come è fatto un mulinello standard e analizziamolo nelle sue parti per carpirne i tanti contenuti pregevoli. In genere si riscontrano cinque componenti primari: il telaio, i sistemi anti parrucca, la bobina, la frizione, la manopolina di riavvolgimento.

 

Il telaio portante: è lo scheletro di base del mulinello e serve principalmente per supportare la bobina e altre componenti accessorie. Un paio di attrezzi sono stampati in acciaio inox mentre tutti gli altri sono realizzati con materiali termoplastici. Le soluzioni per il supporto del tamburo sono molteplici e vanno da un semplice perno in acciaio filettato e saldato, per i telai in metallo, ad architetture ingegnose e ricercate per quelli realizzati in tecnopolimero. La conformazione del telaio può essere concepita per montare verticalmente o orizzontalmente la bobina: ogni produttore segue la propria filosofia. La versione che lavora in orizzontale favorisce il brandeggio mentre la verticale consente di produrre dei telai con maggiore libertà di collocazione delle varie appendici. Il telaio può essere ideato per collegarsi indifferentemente su qualsiasi arma, arbalete o oleopneumatico, e allora si parlerà di- telaio universale- oppure potrà essere studiato nei minimi dettagli per una determinata serie di fucili, - telaio dedicato -. Per l’accoppiamento con un semplice serbatoio cilindrico è sufficiente un tratto concavo, un semi tubo che abbia un angolazione pari a quella dell’esterno del serbatoio in questione; mentre per alcuni arbalete dotati di supporti appositi, di meccanismi sofisticati meccanicamente, il telaio deve presentare una slitta, un attacco specifico che interagisca perfettamente con i sistemi di aggancio presenti sulle armi. Un buon telaio dovrebbe essere leggero, fabbricato con materiali robusti, inossidabili, di proporzioni il più possibile ridotte e di conseguenza poco ingombranti, di facile ispezione visiva e manutentiva in tutte le sue parti strutturali.  

I sistemi anti parrucche: quasi tutti i telai ospitano o inglobano strutturalmente delle particolari compagini che hanno la funzione importantissima e oseremmo dire fondamentale, di evitare che la sagola possa in qualche modo ingarbugliarsi e originare delle pericolosissime parrucche. I sistemi “anti ingarbugli” più comuni spaziano da: spartani pezzi di plastica piegata ad U e sistemati congiuntamente alla bobina a minuti profili plastici che guidano i bordi esterni o interni del tamburo; da lamierini a L, in acciaio inox, a carenature integrali in policarbonato o in ABS che avvolgono totalmente la circonferenza del tamburo; da cilindretti laterali guida filo a sportellini ribaltabili sulla bobina azionati da meccanismi a molla. Le peculiarità di un buon sistema anti ingarbugli deve essere valutato e osservato presupponendo una rapida fuoriuscita di sagolino dal mulinello: il filo non deve incastrasi durante lo srotolamento della bobina, compiere spire anomale su se stesso, accavallarsi e annodarsi confusamente. I giochi tra le parti devono essere ridotti, il filo deve scorrere senza impedimenti e sfregamenti su superfici rugose o taglienti che lo possano danneggiare, non deve trovare spazi eccessivi sotto cui infilarsi.

 

·        Modifiche. Chi ha dimestichezza con il disegno e la lavorazione dei metalli può progettare e costruire un telaio nuovo, impiegando della lamiera di acciaio inossidabile (qualche maniaco del bricolage e delle lavorazioni più ardite può tentare con l’ergal o con il titanio…) per la porzione che aderisce al fusto; un tondino tornito a misura per la guida interna della bobina impiegata; due punti di saldatura, o un bulloncino di fermo, per vincolare il tutto. Due lamelle laterali perpendicolari, opportunamente piegate, oppure avvitate o saldate, costituiranno il pratico sistemino anti imbroglio. Una manovra più semplice ed economica è quella di modificare l’attacco metallico di un mulinello che piace, studiato per un determinato fucile, e adattarlo su un affusto differente: serviranno un paio di pinze ed un martello per cambiare angoli e forme; nel caso non bastino delle piegature normali si potrà procederà al confezionamento di supporti coadiuvanti o alla sostituzione parziale di alcuni tratti originali che permetteranno qualsiasi miracolo d’accoppiamento. Le carenature integrali si forano con un trapano in più punti per alleggerirle e per rendere facilitato l’ingresso e lo scarico dell’acqua: la manutenzione avrà maggiore efficacia di penetrazione tra le spire di filo e la discesa in mare risulterà priva di eccessive bolle d’aria. Gli anellini guida filo o i cilindretti laterali possono essere rimpiazzati con materiali auto lubrificanti (lavorati meccanicamente al tornio) e magari dal peso specifico contenuto.

 

La bobina: viene chiamata talvolta rocchetto oppure tamburo, ed è il componente che ospita ordinatamente la sagola. Per lo stampaggio del pezzo vengono unicamente impiegate, da tutti i produttori tradizionali, le materie plastiche come: il policarbonato, l’Abs, eccetera. Qualche tamburo presenta dei raggi di rinforzo, degli spessori irrobustiti, al fine di creare una bobina leggera ma resistente. Il rocchetto è un cilindro con un cuore di ridotto diametro e due facce sottili e opposte, di diametro congruo. I rapporti tra le varie dimensioni, infatti, forniscono la capacità metrica del contenitore: per esempio un rocchetto con l’anima spessa un paio di centimetri, un’altezza di 4 centimetri e un diametro totale di circa 9, imbobina circa un centinaio di metri di monofilo da 1.5 millimetri. Naturalmente gli ingombri totali devono essere il più possibile limitati e quindi si ricercherà sempre un buon livello di compromesso che, rispetto alle dimensioni complessive, sappia offrire una generosa ricezione di filo. La tendenza della produzione nazionale tende a privilegiare una bobina piuttosto limitata in altezza mentre altri fabbricanti internazionali scelgono strade differenti e cioè rocchetti con una delle facce non parallela all’altra, sviluppi maggiorati, verticalizzazioni, ecc. In qualche caso è previsto un piccolo tramite, trasversale ad una delle facce o su una parte del cilindro interno, contemplato per annodare il capo d’inizio del sagolino. Un foro assiale e passante consente il passaggio calibrato del perno del telaio o di un’architettura simile affinché la bobina possa liberamente ruotare sul proprio asse. Lo scorrimento e gli attriti tra i componenti del telaio devono risultare liberi, senza bloccaggi anomali che in qualche modo ostacolino la liberazione progressiva del cordino. La bobina migliore dovrebbe essere leggera, stampata con materiali resistenti agli agenti meteo marini e soprattutto con una buona capacità di riempimento. Di regola una bobinetta standard trattiene una cinquantina di metri di filo da un paio di millimetri ma esistono anche dei rocchetti di maggior volume che ne avvolgono una settantina. In casi eccezionali (pesca a pelagici tropicali o ad altri pinnuti dotati di una potenza di fuga straordinaria) è necessario procurarsi bobine di fattura qualitativa e capacità metriche inusitate e quasi sempre coloro che vogliono il prodotto speciale si rivolgono ad una produzione prettamente artigianale.

·        Modifiche: la propria bobina si può sostituire con una nuova: è una trasformazione eseguibile rivolgendosi ad un tornitore e quindi con un certo costo di realizzazione. Il materiale plastico di scelta potrebbe essere un tecnopolimero leggerissimo, con un peso specifico inferiore a quello dell’acqua, per poter ottenere un rocchetto galleggiante e della forma che meglio interpreta i desideri personali. Le uniche raccomandazioni da osservare riguardano le dimensioni massime dell’oggetto che devono integrarsi forzatamente con il telaio originale (sempre che non si voglia procedere a sostituire anche quello…). Un’alternativa più economica ma dal superbo risultato estetico, è il legno, in un’essenza che non patisca le insidie marine e stagionato a dovere, per evitare che si deformi e dia degli inconvenienti legati principalmente ad una cattiva rotazione sull’asse di un perno. E’ leggero, positivo in acqua, compatto, bellissimo, non costa molto e qualsiasi falegname è in grado di lavorarlo al meglio. Altri indirizzi curiosi e futuribili potrebbero riguardare la creazione di bobine “spaziali” in fibra composita: carbonio, Kevlar, fibra di vetro, grafite - ceramica, eccetera.

 

La manopolina di riavvolgimento: spesso è direttamente inserita sul lato più esterno della bobina e consiste in un piccolo cilindretto plastico tenuto in sede da una vite in inox. Serve per recuperare agevolmente e praticamente la sagola in bando. Le manopole più sofisticate sono poste al termine di una prolunga, di un braccetto estensibile, in maniera da porre l’utilizzatore nella condizione di aumentare il braccio di leva durante l’operazione di riavvolgimento: questo sistema, talvolta, può essere ripiegato, regolato al bisogno, fatto rientrare a riposo all’interno di una cavità del rocchetto o semplicemente trattenuto a riposo da una serie di ganci plastici, o inviti appositi, sulla faccia esterna della bobina. La differenza strategica tra i vari meccanismi deve far valutare a priori: la comodità d’impugnatura in varie condizioni, l’uso di guanti spessi o in fasi concitate; la sicurezza di non avere un’asperità, un rilievo pericoloso che sporga eccessivamente dalla silhouette della bobina (immaginate cosa potrebbe succedere se una volta di sagolino rimanesse incastrata durante un combattimento mitico…); la bontà meccanica dei leveraggi e dei bloccaggi più ricercati. Anche la manopola di riavvolgimento é suscettibile di elaborazioni ma occorre una progettazione accurata e sapiente per non combinare danni o lavorazioni inutili.

 

La frizione: la bobina è libera nella sua rotazione sull’asse del telaio, e va da se che, per le esigenze di un pescatore, ci deve essere un fermo, un sistema di bloccaggio funzionante, altrimenti la sagola si libererebbe incontrollabilmente. I cannisti ripongono nelle caratteristiche della frizione, così viene denominato il “freno” che orna tutti i mulinelli, un significato nodale, basilare: con essa riescono a dosare il filo millimetricamente, lo fanno uscire dal tamburo a piacimento, centellinando il sottilissimo monofilo a seconda della trazione che il pesce imprime alla lenza, in modo da prostrare mortalmente l’animale. Le frizioni dei mulinelli che equipaggiano le canne da pesca possiedono diverse forme e vari criteri progettuali, altamente accurati ed efficienti. Sott’acqua i discorsi cambiano radicalmente: la raffinatezza del recupero di una preda trapassata da una lunga asta non abbisogna di troppa razionalità meccanica e precisione d’azione in quanto il pesce è quasi sempre ferito in modo serio; perde rapidamente sangue, forze; può essere pressato maggiormente a emergere dal sub che lo controlla con intelligenza e appropriata tensione muscolare; i diametri dei fili in gioco sono enormemente differenti, con carichi di rottura abbondantemente oltre i 50/60 chili. 

Quindi si lascia il posto a frizioni piuttosto elementari nell’azione e nel funzionamento concreto, dotate semplicemente di “aperture” e “chiusure” perfettamente fruibili ma nello specifico piuttosto grossolane. La  frizione è una rondella solitamente in plastica ma ne esistono anche in acciaio inox, in tecnopolimero caricato, in polimero con anima in ottone, eccetera. La forma è cilindrica oppure può essere stampata con disegni poliedrici che facilitano la presa manuale. La quasi totalità delle frizioni agisce esclusivamente su una delle facce delle bobine mediante compressione diretta per avvitatura: la corsa del filetto del perno è la guida interna del meccanismo e a seconda dei giri di chiusura esercitati si adopererà più o meno pressione sulla superficie del rocchetto sottostante. Ultimamente esiste anche sul mercato nostrano un mulinello d’importazione ellenica la cui frizione agisce all’interno della bobina mediante un disco e una corona scanalata: viene manovrata da un lungo braccio pieghevole. I fabbricanti prevedono anche dei sistemi che limitano l’escursione della frizione verso l’alto in modo (viti con la testa allargata, rondelline, fermi trasversali, ecc.) da non smarrirle durante le manipolazioni sbadate o affrettate. Quando si sceglie una frizione controllate che essa si possa prendere con intuizione, con comodità e che bastino pochi giri affinché intervenga efficacemente sullo stop del rocchetto. 

 

Non deve bloccarsi e gripparsi a fine corsa, si deve sempre svitare liberamente, si deve manovrare con tutti i tipi di guanti (estivi o invernali), non deve in alcun modo interferire con la manopolina di riavvolgimento (azionamenti o chiusure impreviste), non deve sporgere pericolosamente e insidiosamente dal profilo del mulinello.

·        Modifiche: La frizione è un elemento vitale per l’economia funzionale del mulinello: un fresatore potrà lavorare del tecnopolimero speciale per prepararne un paio da intercambiare sui nostri mulinelli: molto valide sono quelle a multi punte, a tre stelle, a cinque, ecc. Un modello con una presa lievemente abbondante sarà utile nel caso si peschi con guanti spessi e una rondellina più piccola, più esile, andrà impiegata per l’estate, con guanti leggeri. Dei dischi di sughero o di elastomero, potrebbero essere degli elementi supplementari da interporre tra la manopola classica e la bobina: si ricercherà una sensibilità migliore di frizione e a misura personale per ogni pescatore.

 

L’armamento del rocchetto.

Nella parte introduttiva abbiamo elencato una serie di esempi spiccioli che indicano la necessità di avere sempre con se una buona scorta di filo. Rimanere in superficie con il nostro adorato fucile e mantenere i contatti con la preda arpionata risulta pure una buona regola di preveggenza e di tangibile sicurezza. Probabilmente alcuni casi di incidenti subacquei sarebbero stati evitati a priori se il cacciatore avesse potuto contare su alcuni metri di sagolino a disposizione ulteriore, risparmiandosi combattimenti e recuperi a mezz’acqua, o peggio a contatto con il fondo, potenzialmente pericolosissimi e senz’altro da evitare. I dubbi maggiori sorgono quando c’è da avvolgere una certa quantità di filo sulla bobina. Quanti metri si devono caricare su un mulinello per vivere tranquilli? Di quale tipo? Di quale diametro?

In linea di principio si dovrebbero considerare le profondità d’esercizio, i luoghi, il periodo stagionale, le tecniche di caccia impiegate, il tipo di pinnuto ricercato ma come sapete il mediterraneo è in continua evoluzione e la pesca sub non è mai un’attività statica. Tralasciando il cuore dell’inverno, dove si cacciano in pochissima acqua quasi esclusivamente pesci come le spigole, i cefali, i saraghi, le salpe, non particolarmente tenaci e incontrollabili nella fuga, dobbiamo prevedere che in tutti gli altri mesi possono presentarsi occasionalmente tutta una serie di prede pelagiche straordinarie, dotate di una forza accidentalmente coercibile con tre o quattro metri di cordino. E anche se in vent’anni di attività non vi è mai capitato a tiro un pinnuto sopra il chilo, se neanche una misera riccioletta vi ha degnato di un compassionevole sguardo, non abbattetevi: potrebbe esserci quell’unica occasione da non mancare per nessun motivo, un unica possibilità che vale decine e decine di notti insonni. Nelle località costiere d’Italia è possibile trovarsi di fronte ad una grande leccia, ricciola, tonno, anche in posti apparentemente insignificanti. Naturalmente esistono tratti particolarmente pescosi e altri meno ma ciò non è mai e poi mai un alibi sufficiente a farvi trovare impreparati al cospetto dei flutti. Un classico mulinello con una cinquantina di metri di capienza, non ha proporzioni giganti e si può montare su tutti i fucili. Quando i fondali sono pianeggianti e si pesca a quote non esasperate (15/18 metri) questa quantità di filo soddisferà quasi tutte le catture: sotto di noi non ci sarà tantissima acqua e ciò permetterà di risalire in sicurezza certi che il pescione eventuale non riuscirà a mangiarci tutta la sagola. Riemergeremo e domineremo l’avversario con astuzia, amministrando le fughe e i tentativi incessanti di divincolamento.

La musica varia ancora se si opta per i fondali che riservano, con ampio margine probabilistico, incontri eccellenti. L’inizio dell’estate, i cappelli che sfiorano i 30 metri e saltano immediatamente alle isobare dei cento, duecento metri; i promontori che si stagliano nel blu limpido e nella luce rossastra di un tramonto estivo, con precipizi franosi da paura; le rimonte e le cigliate al largo immersi nella mangianza d’autunno e spazzolate dal correntino, sono l’habitat preferito dei bestioni da cardiopalmo. Qual è l’apneista sprovveduto che si tuffa senza un’attrezzatura rigorosa? La casualità, qui, non è di casa. L’improvvisazione, la sufficienza potrebbero rivelarsi la più cocente delle delusioni. E’ troppo semplicistico e perfido riempirsi la bocca di chiacchiere da comari, sprizzanti invidia incandescente da tutti i pori, scaricando le responsabilità su un unico e abusato termine: la fortuna, il fato, il c…!. Certe catture si devono preparare certosinamente, nei più piccoli dettagli, in modo precisissimo, senza trascurare un solo aspetto del proprio equipaggiamento e la combinazione fortuita passa inevitabilmente ad un ruolo ben più marginale. Non c’è una vitina fuori posto, un nodo, una parte non verificata scrupolosamente. Dinanzi al pescione bramato per lustri ridurremmo significativamente le possibilità di sconfitta. La bobina di un robusto mulinello andrebbe caricata almeno con una settantina di metri. Nel caso sparassimo a una quota proibitiva troveremmo il guizzo vincente di risalita conservando un ampio vantaggio metrico. Spesso questa lunghezza di filo non viene accettata da un rocchetto standard e allora si ricorre a stratagemmi, a compromessi, come l’adozione di una madre molto fine e un terminale più grosso, da collegare al dardo, maggiormente resistente a possibili abrasioni tra le rocce. Per il grande tonno il dibattito è tutto da rivedere poiché sessanta settanta metri di cordino non “esistono” quasi, il re è in grado di fumarseli di brutto, in una decina di secondi o poco più (e se è tosto tosto vi fonderà pure la frizione e chissà cos’altro...).

 

I tipi di sagola. La parola d’ordine che suggeriamo per gli imbobinamenti “importanti” è: elasticità. Un filo elastico è un’arma supplementare eccezionale per condurre positivamente dei duelli durissimi. Il continua “tiremmolla” che si instaura tra cacciatore e preda ha un alleato fantastico e micidiale: un tratto di sagolino che si allunga ad ogni sollecitazione di qualche metro (coadiuvato da un movimento brachiale di opposizione e successivo rilasciamento viene definito in gergo tecnico –pompaggio- ed è la tecnica adoperata dai pescatori di superficie per condurre alla ragione le grosse prede).

Il filo meno costoso e per certi versi il prodotto che preferiamo, è il monofilo di nylon. Le matasse sono fornite in diametri che vanno da pochi decimi di millimetro a oltre 2 mm e con 20.000 ve ne portate a casa più di un chilometro. I monofili non sono tutti identici e variano qualitativamente da distributore a distributore. Noi ne adottiamo un tipo particolare che ha un’elasticità superiore al 30% e ciò è risultato il segreto vincente per il recupero di tanti grossi pelagici. La tecnica ultimamente fa progressi grandiosi e ci sono degli 1.20 mm, degli 1.40 mm giapponesi che hanno un carico di rottura (allo strappo) che sfiora il quintale; il nylon resiste più di quanto si possa immaginare alle abrasioni e anche collegato direttamente all’asta non fa rimpiangere altri cordini; possedendo un diametro assai minuto riesce a stiparsi abbondantemente nel rocchetto, aumentando la capacità di riempimento dei mulinelli standard (fino a portarli ad una settantina di metri). I difetti risiedono in una scarsa longevità strutturale poiché il nylon è moderatamente igroscopico e patisce sia il salmastro che i raggi UV (si dovrebbe cambiare una volta all’anno); conserva una certa memoria meccanica e il suo avvolgimento non è dei migliori; tende a fare cocche e ingarbugli perfidi; spesso è trasparente e in caso di acqua sporca non si riesce a scorgerne che pochi e iniziali metri, perdendo il contatto visivo con la fuga dell’animale; si surriscalda e taglia la pelle se fuoriesce ad una velocità elevata; non è facile da legare classicamente e richiede quindi delle giunzioni particolari, gli sleeves o giunti da traina, da chiudere con una pinza apposita.

Gli imbobinamenti ibridi, invece, richiedono una prima razione, quella che dolcemente si imbobina sul rocchetto, in sagolino fine e morbido, in modo da guadagnare metri in più e la successiva, in varie soluzioni compositive, collegata al dardo. Gli affezionati al sistema adoperano soprattutto il dacron, una treccina colorata robusta, acquistabile con misurazione anglosassone, in libbre (una libbra è circa 450 grammi). Per esempio un dacron da 130 libbre misura approssimativamente 1.1 millimetri di sezione, ha una resistenza di circa 60 chili allo strappo; occupa il 30% in meno del monofilo di nylon a parità di diametro; si avvolge meravigliosamente. Il dacron non è scevro di difetti: non è elastico, tende a sfilacciarsi, non resiste molto alle abrasioni, è lievemente ruvido e tende a tagliare le mani, patisce gli UV, costa abbastanza.

Le novità in questo specifico campo non mancano ed ecco apparire all’orizzonte di fine millennio i multi fibra, le microfibre aramidiche intrecciate, i materiali rivoluzionari ad altissima resistenza. Solitamente sono caratterizzati da un alto carico di rottura paragonata alla sezione ridotta (un Superbraids 0.60 sfiora i 50 chili allo strappo), insensibilità alle abrasioni, assenze di memoria, durata eccellente nel tempo (quadrupla rispetto al monofilo di nylon). Per contro non sono elastici, hanno un altissimo costo d’acquisto, è difficile eseguire nodi, abbisognano di una tronchesina speciale per essere recisi, si rompono senza fornire elementi visibili di preavviso.

Ultimamente sono comparse treccine multifibre di altra natura, meno esasperate tecnicamente ma che possiedono anime con fibre ad alto modulo d’elasticità, diametri sotto i due millimetri, buone caratteristiche di tenuta al nodo e morbidezza di avvolgimento, costi abbordabili.

La porzione che allaccerà l’asta potrebbe consistere solamente in alcune passate di classico sagolino intrecciato pieno, da due o più millimetri, però qualcuno che teme lacerazioni della madre sulle pietre preferisce aumentare la quota destinata al collegamento secondario, nell’ordine di qualche decina di metri, al fine di ottenere maggiore robustezza nel caso si colpisca un pelagico che cerchi inesorabilmente di strusciarsi a fondo. Le inserzioni tra madre e terminale possono essere eseguite tramite una girella da traina pesante, con speciali nodi di giunzione o tramite i giunti da traina, a seconda dei fili adoperati. Assicuratevi che la sagola non abbia intoppi alla sua fuoriuscita dal mulinello e che transiti libera su tutto il percorso, come l’eventuale anello sotto la testata o l’apposito passaggio scorrifilo di alcune ogive. La stesse precauzioni sono rivolte ai sistemi anti parrucche, alle carene integrali: nel caso si evidenziassero restringimenti, strettoie, forzature è consigliabile allargare tutti i tramiti con una lametta affilata e una lima a taglio fine.

 

Da conoscere.

 

·        Il capo iniziale della sagola va legato saldamente alla bobina, utilizzando l’apposito forellino oppure va passato intorno all’anima del rocchetto effettuando un buon nodo di fermo. E’ importante verificarne la tenuta a secco con attenzione. Qualche pesce particolarmente arrabbiato potrebbe mangiarsi tutta la sagola in molto meno tempo di quanto potete immaginarvi e lasciarvi di stucco…

·        Non farcite il tamburo fino all’orlo, lasciate sempre un margine di qualche millimetro: ciò vi metterà al sicuro da parrucche, sagole bloccate, spire anomale che si originano quando il filo è avvolto in eccesso.

·        Chi ha la possibilità materiale e temporale imbobini il proprio mulinello direttamente a bagno: molte sagole sono igroscopiche e assorbendo acqua distorcono le valutazioni oggettive di riempimento e lunghezza effettiva del filo.

·        Se la frizione si serra e si blocca seguendo il filetto che la guida e cioè in senso orario, da sinistra verso destra, assicuriamoci che il sagolino sia avvolto in senso contrario, in modo da liberare la frizione istantaneamente ad ogni possibile richiesta di filo urgente; si deve scongiurare assolutamente che la frizione possa chiudersi casualmente seguendo il senso di rotazione della bobina.

·        Un problema che molti pescatori accusano è quello di non sapere mai esattamente quanta sagola bisogna recuperare sulla bobina del mulinello e quanta si debba riservare per le tradizionali passate sotto l’arma, soprattutto quando si ha molta sagola in bando (ad esempio dopo aver sparato). Per poter avere in gioco e sotto controllo una lunghezza di filo regolare è sufficiente segnare con un pennarello indelebile dai colori vistosi o con un giro strettissimo di nastro adesivo un tratto di sagola che terremo poi come utile riferimento.

·        In presenza di trazioni violente e prolungate il rischio di tagliarsi profondamente le dita o il palmo della mani nude con i sagolini è altamente probabile. Tenete a mente che le fasi di combattimento non si eseguono sollecitando brutalmente le componenti del mulinello, sottoponendole a sforzi per cui non sono progettati ma devono avvenire principalmente con uno strategico uso degli arti superiori che “piloteranno” accortamente in superficie il pelagico. Un paio di sensibili e robusti guanti, naturalmente, sono una pratica doverosa per affrontare un combattimento manuale privo di rischi e preoccupazioni fuorvianti.

 

Il posizionamento del mulinello: la sistemazione dell’attrezzo sui fucili è stata facilitata, negli ultimi anni, da alcune soluzioni tecniche che svolgono benissimo il compito per cui sono state progettate. Gli adattamenti artigianali si sono rarefatti a pochissime varianti e non si rimpiangono troppo, vista la praticità, l’immediatezza, la tenacia che offrono le nuove creazioni.

Gli arbalete sono generalmente favoriti poiché ci sono dei mulinelli che presentano un telaio apposito che interagisce a meraviglia con gli attacchi situati sotto l’affusto. La zona univoca scelta da tutti i costruttori è la porzione davanti all’elsa del grilletto, subito dopo l’impugnatura. In questa posizione si captano alcuni obiettivi salienti: non si altera eccessivamente l’equilibrio del fucile; possiamo appoggiare il tubo sugli scogli senza ostacoli anteriori; l’assetto, il brandeggio, l’agilità non ne risentono significativamente; abbiamo a portata di mano il pomello della frizione in caso di immediato bisogno. Ci sono meccanismi  a slitta, a innesto, a pulsante, a semi tubo, a tubo, a sgancio rapido, ecc; diciamo che i componenti dedicati appositamente per un tipo di fucile risultano la simbiosi migliore ottenibile. Alcuni offrono la possibilità di essere montati, con un po di ingegno, anche su fucili di differenti case: fate attenzione solamente che la modifica non provochi delle alterazioni balistiche.

Per i modelli universali, atti a equipaggiare soprattutto i serbatoi cilindrici degli oleopneumatici (in lega di alluminio), bisogna prima di tutto sapere di che natura compositiva è il telaio e il metodo voluto per il fissaggio; se è in plastica basta collocarlo in sede con due fascette in nylon oppure con qualche giro sovrapposto di nastro isolante telato: l’ancoraggio è fortissimo e tiene bene anche sott’acqua. Nel caso sia in acciaio bisogna tutelarsi, innanzi tutto, dagli effetti corrosivi che determinano, in una soluzione salina, due metalli differenti a contatto: in questo caso l’alluminio dell’affusto e l’acciaio inox del mulinello. L’elettrolisi si scongiura con l’applicazione di una pellicola plastica o gommosa che li separi adeguatamente. Due belle fascette a cremagliera, sempre inox, daranno una robustezza a prova di automotrice: la vite senza fine che comanda il serraggio sarà spostata inferiormente, quasi a filo della bobina, per non avere sporgenze e punti pericolosi d’appiglio. Un sistema di fissaggio molto bello esteticamente, robusto e ininfluente come aggravio di peso, è la legatura con i fili colorati che adoperano i pescatori di superficie per piazzare la slitta porta mulinello o gli anelli passanti sulla canna. La copertura con una vernice bi componente opaca darà il tocco finale alle legature. Tutto il materiale si può acquistare facilmente in qualsiasi negozio di pesca.

Succede, a volte, che certi mulinelli particolarmente massicci disturbino l’azione dello sganciasagola. Il sagolino, nel compiere le classiche doppiate fino alla testata, riscontra una variazione di percorso e deve tenersi molto allargato sull’esterno, della bobina o della carenatura, oppure scavalcare macchinosamente gli ostacoli. Questa anomalia si ripercuote sullo sganciasagola che lavorerà sotto sforzo o leggermente fuori asse. Per ovviare a ciò o si anticipa il punto di virata delle passate, posizionando un elastico di camera d’aria come libera sagola dopo il mulinello, oppure si tiene lasso il filo e si ricerca il canale di transito più conveniente. Il montaggio inclinato di qualche grado del mulinello è attuabile se non si aumentano troppo gli ingombri laterali e dopo una valutazione preventiva della manovrabilità complessiva dell’attrezzo.

 

I mulinelli mobili e le posizioni speciali. Il mulinello, in certi frangenti, può venire accusato di ostacolare la manovrabilità dei fucili, di essere inutile in una determinata tipologia di caccia o ambiente, di non avere abbastanza quantità di filo erogabile o non fornire la garanzia certa di inceppamenti o malaugurate rotture. L’evoluzione dello strumento non si è limitato a svolgere un pacato ruolino di marcia ma ha cercato nuove dimensioni e proposte per rendere servigi apprezzati a tutte le tipologie di atleti. I pescatori esperti più intraprendenti hanno escogitato le soluzioni che risolvono i dilemmi che adombrano la mente: qualcuno rimuove il mulinello dall’affusto e lo posiziona sul braccio; altri non si accontentano di un solo mulinello e allora ne fissano un altro supplementare anche in cintura; alcuni aspettisti puri o agguatisti montano il modello per cintura su una fascia a se stante, tralasciando le altre metodiche. L’apneista più esigente otterrà così un’arma leggera, maneggevole e brandeggiabile, e al contempo potrà contare, in caso di necessità spicciola durante le fasi imprevedibili delle sue pescate, sulla provvidenziale riserva di sagola. La sistemazione sul braccio (bicipite o avambraccio) prevede un telaio con una conformazione adatta ad essere fissato tramite una fettuccia di velcro, un tratto di caucciù, un cinturino elastico. In commercio, da ciò che ci risulta, c’è poco di specifico ma con un po di fantasia e manualità si può adattare un qualsiasi mulinello. Esso andrà collocato in un punto facilmente raggiungibile e preferibilmente sul braccio che impugna il fucile. La mano libera avrà il compito di allacciare l’asola posta sull’impugnatura dell’arma mediante un moschettone a sgancio rapido, legato al filo della bobina (il moschettone sarà insonorizzato mediante un nastro speciale, l’auto agglomerante, che è di aspetto gommoso ed è resistente all’acqua: si reperisce in un negozio di materiale elettrico): i tempi della manovra variano da soggetto a soggetto. Qualcuno ama tenere sempre in diretto contatto le due componenti per non perdere neanche un secondo di tempo in tatticismi e le unisce subito, all’inizio della caccia. Gli inconvenienti della sistemazione sull’arto superiore sono rappresentati dagli urti contro le pietre, dall’alterazione della silhouette idrodinamica, dal fastidio supplementare nell’ingresso in spacchi stretti o tane anguste, dalla non immediatezza di utilizzo.

Sulla cintura di zavorra l’attrezzo svolge un’attività duplice: innanzi tutto alcuni lo adoperano come primo e unico mulinello, tenendo sempre pronto un moschettone da collegare all’arma (o direttamente da agganciare allo spezzone di lenza che lega il dardo) e in secondo luogo come segnale, riserva di filo, rocchetto di emergenza. Alcuni profondisti e apneisti convinti usano due cinture: una porta il piombo mobile, l’altra soltanto il mulinello. La precauzione è utilissima in caso di sgancio della zavorra coi piombi: non si perde insieme anche il mulinello. In vendita ci sono due case che presentano un tipo specifico di mulinello da cintura: la Sporasub e la O.me.r. Durante le giornate di pesca può succedere che ci sia bisogno di segnalare una tana buona, una zona valida, non sia sufficiente il cordino del mulinello del fucile o si sia bloccata la frizione, si sia ingarbugliato tutto, ecc. Tutti questi interrogativi trovano nel mulinello da cintura o nel pedagno, una risposta certa e positiva. Il pedagno non è altro che un rocchetto spartano, galleggiante, ripieno di sagolino, che viene posizionato con vari sistemi ad un piombo della zavorra o direttamente sulla fettuccia. Si costruisce facilmente e con poca spesa, adoperando una bacchetta di plastica o di legno e due galleggianti rotondi da rete. Praticamente ha le sembianze di una bobina sviluppata in orizzontale. Una striscia di velcro, un anello di caucciù, una piastrina a sgancio rapido o altre soluzioni personalizzate, devono avere la caratteristica di risultare immediate nel liberare il manufatto affinché risalga autonomamente da qualsiasi fondo, srotolando la cimetta di corredo, ordinatamente avviluppata. Il mulinello da cintura è nato da questo iniziale prototipo che tanti pescatori continuano ad adorare e ne ha agguantato le funzioni primarie; svolge i medesimi ruoli con l’unica differenza che non è positivo (a parte qualche prodotto artigianale realizzato con tecnopolimeri galleggianti) e quindi, in caso si debba sganciare la zavorra in emergenza, non riemerge automaticamente. Ha le medesime fattezze dei suoi cugini con l’esclusione di un passante sul telaio o un semplice gancio di plastica per assicurarlo alla cinghia. I due accessori hanno in comune il fatto di essere molto pratici, utili e versatili. Un piombo con anello terminale, agganciato al moschettone del pedagno, servirà a segnalare un punto del fondale: è sufficiente depositarlo tra gli scogli e lasciare che raggiunga la superficie spontaneamente. Quaranta metri di sagola vistosa potrebbero essere  l’armamentario del mulinello per cintura: si sfruttano raddoppiando urgentemente la cima presente nella bobina del mulinello standard o si agganciano rapidamente al fucile nudo in caso di catture eccezionali. Bisogna solo fare attenzione e usare una certa accortezza durante la pinneggiata di risalita per la possibile interferenza con le eventuali volte di sagola fluttuanti.

 

LA MANUTENZIONE: considerando i servigi che possono donarci i mulinelli, di qualsiasi fattura essi siano, premuniamoci di conservarli nella maniera idonea. Occorre sciacquarli sempre al termine della giornata di pesca e immergerli in una bacinella affinché tutta la salsedine imbevuta nel trecciato o nel monofilo si disciolga e si disperda. Un controllino manuale e visivo della sagola va eseguito per scoprire sfilacciature, abrasioni, stati di pre rottura, nodi di giunzione pericolanti. Un dubbio, un’incertezza, vi autorizzano a tagliare il tratto incriminato senza remore. Se il filo è stato sbobinato e raccolto malamente in mare conviene ripetere l’operazione con meticolosità e ordine: guai se una richiesta improvvisa di cordino fosse ostacolata e annullata da un groviglio maldestro, da una spira mal sistemata. La frizione andrebbe smontata completamente così come la bobina per effettuare un lavaggio efficace. Dopo una pescata in mezzo alla sabbia o nel fango in sospensione devono essere eliminati i detriti da tutte le parti che prevedono un contatto di rotazione preciso e libero. Il grasso lubrificante non deve mai essere applicato tra la bobina e il suo perno perché trattiene “appiccicosamente” i granelli di sabbia e sporcizia varia, impedendo la loro evacuazione durante l’operazione di risciacquo. Se proprio si vuole mettere qualcosa che faciliti gli scorrimenti basta un velo di silicone spray. Un’ultima occhiata al serraggio delle fascette: se sono in inox ci si assicurerà, con un cacciavite, che non siano allentate le viti senza fine delle “macchinette”. La precauzione che renderà superflui futuri controlli sarà l’introduzione, tra le volute di metallo, di una goccia di frena filetti forte.

 

Riflessioni conclusive.

Il mulinello non è un attrezzo utile solo a coloro che insidiano le prede giganti o che praticano esclusivamente la tecnica dell’aspetto con fucilazzi spaventosi; risolve tantissime questioni pratiche che possono capitare in svariate giornate di pesca, col mare calmo o torbido, nell’alga o nel grotto, sul capo o all’interno di una baia. Il problema che rallenta e scoraggia il montaggio sulle armi è l’aggravio strutturale e ponderale che essi esercitano principalmente sui fucili che abbisognano di grandissima maneggevolezza. Gli arbalete di media lunghezza sono i più sensibili all’argomento soprattutto considerando che vengono impiegati in virtù della loro leggerezza estrema. I pneumatici soffrono di meno e comunque è un’abitudine consolidata il piazzamento del mulinello solo sui pistoloni dal metro in su, già di per se massicci. Personalmente non li montiamo dappertutto con la sola esclusione dei cortissimi da tana: tutti gli altri, oleopneumatici e non, dal settanta in poi, sono adornati dal gingillino prezioso. Abbiamo vagliato le varie condizioni d’uso e le potenzialità di ognuno adottando varie tipologie di mulinelli e considerando attentamente: ingombri totali, capacità delle bobine, qualità e metraggio della sagola. Vi possiamo assicurare che non è stato un dramma prendere l’abitudine all’uso e ad averli sempre come compagni di tuffi: ci hanno ripagato con sterminati favoritismi. Un’alternativa valida sono i mulinelli da cintura (il discorso vale anche per il modello che si posiziona sul braccio) che però richiedono un utilizzatore piuttosto esperto poiché l’aggancio volante del moschettone non è immediatissimo e ci vuole una calma e un’esperienza superlativa per sapere sempre come comportarsi. Impiegato come sistema di emergenza è invece eccellente per tutti: possiamo far affidamento su questi se il primo mulinello non fosse sufficiente come lunghezza di filo o se, malauguratamente, s’inceppasse. Adoperato come pedagno o costruendosi un attrezzo artigianale vero e proprio, diventa il mezzo di segnalazione della tana o di recupero zavorra. Per i fucili lunghi, quelli che si portano a spasso  per incontrare preferibilmente pescioni, non abbiate dubbio alcuno: un mulinello farcitissimo di sagola sarà il giusto corredo di nozze. Sceglietelo con un telaio resistente, un valido meccanismo anti parrucche e con una frizione che non faccia mai dannare: chissà che prima o poi non lo collauderete adeguatamente per far schiantare la preda dei vostri sogni…

 

                                               Testi  e foto di:  Emanuele Zara & Lucia Notarangelo