IL MULINELLO
| Articoli Pesca Sub
scritti da Emanuele Zara |
La storia ci conduce ai creativi anni 50, in un mare fertilissimo, dove alcuni intrepidi e fortunati sub toscani cacciavano tanti grossi pinnuti: sparavano e risalivano tranquilli, senza curarsi esageratamente della freccia sul fondo che seguiva la breve fuga del dentice o la possente reazione della ricciola. Come facevano a riemergere senza perdere il contatto tangibile con il fucile, l’asta, il pesce? Il merito era di un manufatto strano, simile a quello osservato, in anteprima, sulle prestigiose canne da pesca a mosca di qualche milord inglese ma comparso per schietto utilizzo subacqueo solo alla fine della seconda guerra mondiale.
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Gli
imperterriti atleti continuarono a mietere successi fino a che l’elemento di
cotanta grazia, artefice di molte catture e migliorato nel progetto originale,
si diffuse popolarmente: il merito fu del dinamico Rodolfo Betti che propose
alla Mares un prototipo di uno dei più valenti mulinelli mai prodotti. Dopo
qualche anno apparve nelle vetrine dei negozi di sub, in veste definitiva, il
mitico Marò (agli inizi del 1970 il mulinello costava circa 3000 lire!). Chissà
quanti notano ancora il gingillo nero, solidale al serbatoio di qualche fucile,
e si domandano a che cosa serve! Magari penseranno che venga applicato ai fucili
solo per senso di emulazione dei grandi campioni o che l’arma, così
“taroccata” spari più lontano. Nulla di più errato: il mulinello non è un
attrezzo da esibizionisti, da narcisisti, e non viene impiegato per incrementare
le prestazioni di nessun archibugio. Il mulinello è un componente con una
valenza immensa, che sarebbe consigliabile avere sempre con se, in ogni luogo.
La nostra permanenza sott’acqua è legata ad un tempo ristretto di apnea e ci
sono migliaia di fattori che interferiscono in questa variabile. Nella pesca
subacquea, poi, l’azione conclusiva di caccia non è preventivabile (meno male
che è così) e i pesci costituiscono una realtà che può scombussolare
completamente, e splendidamente, la dinamica sportiva. Il mulinello trova una
ragione pregnante d’esistenza in questa prima dimensione e in successive
altre, più banali, forse, ma non per questo meno preziose. Poniamo
il caso che si spari, in un lungo budello roccioso, ad un pesce non
necessariamente di grosse fattezze ma che il tiro non sia letale: l’animale,
molto tenace, si scatenerà in una reazione sconclusionata, tirerà a se tutta
la sagola e cercherà spasmodicamente d’infilarsi in un angolo recondito. Noi,
con l’ossigeno agli sgoccioli, tenteremo di contrastarne l’arretramento ma
nel giro di un paio di secondi d’opposizione capiremo che è assolutamente ora
di risalire e abbandoneremo la stretta sull’impugnatura. Quando torniamo giù
cacciamo la testolina nel meandro e scorgiamo un puntino, giallo fluo, in fondo
allo spacco: è il calcio del fucile irrimediabilmente afferrabile. |
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Il
tramonto scurisce i fondali ma la passione chiede ancora cinque minuti di
soddisfazione piena. Le schiene dorate s’intravedono appena e un breve agguato
dovrebbe consentirci di effettuare il colpaccio: le corvine sembrano
indifferenti e la più bella del gruppetto porge il fianco per un breve attimo.
Gli elastici si distendono, il dardo acuminato si confonde tra le alghe, ma il
corvo è stato più veloce: strattoniamo il nylon per recuperare l’asta ma
l’aletta di questa deve essersi incastrata in un piccolo buco di grotto e non
riusciamo a concludere l’estrazione nello stesso tuffo. Cerchiamo di riprovare
ancora, ma nulla, dobbiamo riemergere. Il corto arbalete è sul fondo, qui
sotto. Una breve ventilazione assistiti da un lieve scarroccio e discendiamo
nuovamente: i sassi sembrano tutti uguali, la distesa è spazzata dal correntino,
la luce è scarsa e l’arma ? … nessuna traccia, l’abbiamo smarrita.
L’avvenimento
magico esplode quando penetriamo nel mondo dei predatori con astuzia ed inganno.
La massicciata artificiale a protezione della battigia è il ristorante delle
spigole. Il fucile è il prolungamento dell’istinto venatorio e attende
implacabile il suo momento. Tre metri d’acqua per sperare e crogiolarsi nei
sogni. Una frustata secca, in una coltre di nebbiolina fangosa, è il biglietto
da visita di un testone immenso: la leccia enorme ci adocchia maliziosamente e
fa per scapolare. Il dito contratto vince la tensione dei nervi e il tiro parte
fulmineo: un tonfo indimenticabile e un’esplosione d’energia confonde il
momento. La mano si stropiccia, si distende offesa in un mare di silenzio; i tre
metri di sagolino sono stati “bruciati” in due secondi netti e l’arma non
esiste più. Strappata brutalmente via dall’essere selvaggio.
Il
ciglio è un brulicare di esserini vivacissimi, neri e vispi, compatti nelle
vicissitudini estive. Siamo immobili e ammutoliti dinanzi alla scenografia da
brividi. Brandiamo il fucile con un vagone d’incoscienza: siamo collegati a
null’altro che alla cima del pallone con un bel moschettone d’acciaio
inossidabile che è fissato al gancio della zavorra. - Figurati se proprio a me,
stasera, capita qualcosa di speciale: ti dico che leggiamo troppi PescaSub!
Faccio solo due tuffetti, così, per veder cosa c’è… e se dovesse
succedere… piazzo sto’ moschettonaccio proprio sull’asola del calcio e ne
vedremo delle belle…- La mangianza subisce un affronto feroce, scarta di lato
e una massa idrodinamica, da trenta chili almeno, si presenta a due metri
dall’arpione tremante. Lo schianto del pistone sulla boccola conferma che
l’asta è partita. Una scodata conferma che il pesce è schizzato come un
razzo verso il fondo. Una riemersione sconclusionata e una successiva parolaccia
confermano che il moschettone non è stato nemmeno sfiorato...
| Quanti
esempi si potrebbero ancora portare ma per non rinvangare dispiaceri e attirare
maledizioni e sortilegi da chicchessia, è opportuno oltrepassare le fatidiche
novelle. Il mulinello viene adoperato per tante altre funzioni come ad esempio:
avere della sagola di riserva che possiamo prelevare dal tamburo e sistemare
sull’asta quando vogliamo e in qualsiasi situazione; dare filo ad una preda
colpita malissimo affinché non senta “tirare” la freccia sulle carni e s’intani
o ceda le forze con calma; lavorare, stancare, ammorbidire, piegare, in tutta
sicurezza, un ricciolone da 40 chili che tira come un vagone merci; compiere
aspetti distaccati di qualche metro dal sagolone della boa (vibrando disturba
molte prede diffidenti) con un’abbondante margine di tranquillità dinanzi a
qualsiasi evenienza ittica. In pratica è un compagno di pesca in più, sempre
attaccato, attento, pronto. Vediamo come è fatto un mulinello e analizziamolo
nelle sue parti per carpirne i tanti contenuti pregevoli. IL TELAIO PORTANTE: è il sostegno, lo scheletro dell’attrezzo: serve per supportare gli altri pezzi dell’insieme in una sinergica costruzione. Le doti apprezzabili sono: massima neutralità di peso, bontà meccanica dei materiali impiegati, ridotti volumi d’ingombro. Due o tre modelli sono realizzati in acciaio inox opportunamente stampato e piegato mentre il grosso della produzione si affida ai materiali termoplastici. Quelli in metallo hanno un perno centrale saldato per sorreggere e guidare la bobina (maschio filettato) mentre gli altri in tecnopolimero presentano architetture più macchinose per svolgere adeguatamente la funzione. Ci sono telai che montano le bobine con un assetto sviluppato verticalmente ed altre orizzontalmente secondo scelte progettuali tese a ridurre le limitazioni di brandeggio. Il telaio può differire a secondo se il mulinello è stato studiato per l’arbalete o per il pneumatico. Superiormente c’è un tratto concavo che serve per accoppiarsi ai serbatoi cilindrici di vario diametro oppure c’è una serie di slitte, attacchi, pieghi, semi cerchi, che interagiscono con i supporti appositi di cui è dotata l’arma; alcuni di essi sono progettati con soluzioni assai ricercate. |
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Esistono quindi dei telai universali, che si adattano a tutti i fucili ed altri dedicati che si montano solo su determinati innesti.
Quasi tutti inglobano particolari
meccanici che impediscono alla sagola di ingarbugliarsi e formare
“parrucche” mentre fuoriesce dal rocchetto. Questa peculiarità riveste un
ruolo assolutamente da non trascurare pena il verificarsi di insuccessi
clamorosi, situazioni di rischio, catture sfumate. I più spartani “anti
ingarbugli” sono costituti da una semplice piega di plastica laterale, a “ L
“, scaricata longitudinalmente, in cui transita la sagola in uscita oppure da
barrette orizzontali che presentano due intagli in cui “camminano” e vengono
guidati i bordi esterni della bobina; certi possiedono un lamierino sempre a “
L “ in acciaio, ospitante un anello guidafilo in plastica che scorre
verticalmente ad esso; alcuni hanno una carenatura integrale, in policarbonato o
in ABS, che avvolge totalmente la circonferenza del tamburo e una luce di
apertura anteriore per far uscire liberamente la sagola.
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Chi ha dimestichezza con il disegno e
la lavorazione dei metalli può progettare e costruire un telaio nuovo,
impiegando della lamiera di acciaio inossidabile per l’adesione al fusto e un
tondino tornito a misura per la guida della bobina; due punti di saldatura
vincoleranno la struttura indissolubilmente. Due lamelle laterali
perpendicolari, opportunamente piegate, oppure avvitate o saldate, costituiranno
il sistemino anti imbroglio. Una manovra più semplice ed economica è quella di
modificare un attacco metallico, studiato per un determinato fucile, e
adattarlo su un sistema differente: serviranno un paio di pinze ed un martello;
nel caso non bastino delle piegature particolari si procederà addirittura al
confezionamento di supporti coadiuvanti o alla sostituzione parziale di alcuni
tratti che permetteranno “il miracolo” d’accoppiamento. Le carenature si
possono forare con un trapano in più punti per rendere multiplo
l’ingresso dell’acqua: la manutenzione avrà maggiore efficacia di
penetrazione e la discesa in mare risulterà priva di fuoriuscita di bolle
d’aria inglobate, molto rumorose alle orecchie dei pinnuti.
| LA BOBINA: detta anche rocchetto o tamburo, è l’organo adibito a contenere il filo. Tutti i modelli presenti in commercio sono stampati in termoplastica o in ABS. Ha un corpo centrale cilindrico e due coperchi circolari che terminano, anteriormente e superiormente, la struttura. Le superfici plastiche opposte non sempre sono ad angolo retto rispetto al supporto mediale: in alcuni casi una faccia ha una pendenza inclinata verso il basso, “a scalare”, per accettare maggior metraggio di sagola. Il corpo è forato assialmente, al fine di far transitare il perno del telaio e ha una sezione esterna tonda, di qualche decina di millimetri, anch’essa con un buchino passante (per fissare la sagola) e in cui avvolgere le spire di cordino. Lo scorrimento e la rotazione sui perni del telaio devono risultare liberi e con un gioco meccanico discreto, affinché i depositi salini, i detriti sabbiosi o altro, non possano comprometterne in nessun modo il funzionamento. Per motivi legati ad una riduzione d’ingombri si tende attualmente a sviluppare la bobina su un piano orizzontale, basso e largo. Su una delle due pareti c’è la manopolina di riavvolgimento che può essere una semplice vite circondata da un bussolotto, o pomello di plastica, oppure un braccetto estensibile in robusto acciaio inox o in tecnopolimero. La differenza strategica tra i vari meccanismi comporta sia la comodità d’impugnatura in varie condizioni (per esempio con dei guanti spessi) sia facilità e velocità di rimbobinamento (braccio di leva maggiore). | ![]() |
La quantità di filo che può
accettare è detta capacità di riempimento, ed è una delle prerogative
migliori che la bobina deve possedere, insieme al fatto di essere leggera,
robusta, poco ingombrante e ruotare magnificamente sul proprio asse. Normalmente
un tamburo standard accoglie una quarantina di metri di sagolino intrecciato da
2.5 mm ma esiste un modello francese che tiene oltre settanta metri.
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Cambiare
la propria bobina con una nuova è una trasformazione eseguibile rivolgendosi ad
un tornitore. Il materiale plastico potrebbe essere un tecnopolimero
leggerissimo, con un peso specifico inferiore a quello dell’acqua, per poter
ottenere un rocchetto galleggiante e della forma che meglio interpreta i
desideri personali. Le uniche raccomandazioni da osservare riguardano le
dimensioni massime dell’oggetto che devono integrarsi forzatamente con il
telaio originale (sempre che non si voglia procedere a sostituire anche
quello…). Un’alternativa più economica ma dal superbo risultato, è il
legno, in un’essenza che non patisca le insidie marine e stagionato a dovere,
per evitare che si deformi e dia degli inconvenienti legati principalmente ad
una cattiva rotazione. E’ leggero, compatto, bellissimo esteticamente, non
costa molto e qualsiasi falegname è in grado di lavorarlo al meglio.
LA
FRIZIONE: è detta anche fermo di bloccaggio. E’ una rondella che agisce
centralmente sull’esterno della bobina, bloccandone la rotazione e impedendo
che il filo esca spontaneamente. Nella pesca con la canna è un accessorio
fondamentale, molto sofisticato, a cui è demandato il compito di stancare la
preda modulando a piacimento la liberazione progressiva del monofilo di nylon.
In campo subacqueo non esiste tutta questa raffinatezza poiché l’esigenza
primaria di un pescatore è piuttosto elementare e si ferma al fatto di
“aprire” il mulinello, per cedere sagolino, o “chiuderlo”, per impedire
che questi fuoriesca dal rocchetto; ma guai se questi semplici passaggi non si
svolgessero perfettamente. La frizione
è costituita da un elemento circolare, a stella, a triangolo, in plastica o in
lamiera d’acciaio inossidabile, oppure da una rondella in tecnopolimero con un
cuore di metallo annegato all’interno. E’ filettata e si posiziona sul perno
centrale del telaio o, sui modelli economici, su una vite che s’innesta
all’interno femmina del perno: quando viene avvitata a fondo comprime
fisicamente la faccia del rocchetto, arrestandolo saldamente. Svitando il fermo
di bloccaggio lasceremo la bobina libera di ruotare poiché non sarà più
vincolata da nulla. La corsa della frizione è limitata in alto, o dalla stessa
vite che la collega al perno plastico del telaio, o ad una semplice vitina posta
al termine: c’è il rischio, infatti, che svitandosi completamente si perda in
mare. Deve essere comodissima, intuitiva e immediata da azionare, sia con guanti
spessi che a mani nude; deve serrare bene il rocchetto e altrettanto velocemente
deve consentirne la riapertura, senza bisogno di ruotare il fermo per numerosi
filetti o di stringerlo maledettamente (dovrebbe bastare un mezzo giro per le
operazioni “chiave”); non deve piantarsi o grippare per l’ossido o per
problematiche legate alla scarsa qualità di stampaggio dell’attrezzo, non
deve interferire fisicamente quando manovriamo la manopola di riavvolgimento
(potrebbe chiudersi o aprirsi ad ogni giro di bobina).
·
La frizione è un elemento vitale per
l’economia del mulinello: un fresatore potrà lavorare del tecnopolimero per
prepararne un paio da intercambiare sui nostri mulinelli: molto valide
sono quelle a multi punte, a tre stelle, a cinque, ecc. Un modello con una presa
abbondante e sicura sarà utile nel caso si peschi con guanti spessi e una
rondellina più piccola, più esile, andrà impiegata per l’estate, con guanti
leggeri. Dei dischi di sughero o elastomero, potrebbero essere degli elementi di
spessore da interporre tra la manopola classica e la bobina: si ricercherà
una sensibilità migliore di frizione e a misura personale di ogni sub.
L’armamento del rocchetto: il mulinello è la riserva di filo oggettiva che può essere utile in tantissime occasioni. Una delle diatribe che caratterizzano la pesca subacquea riguarda il tipo di sagola da avvolgere sulla bobina. Consoliamoci perché anche i pescatori marini di superficie, professionisti e non, a volte accusano i medesimi crucci. I problemi maggiori sono insiti nella scarsa capienza che il mulinello presenta, nella possibilità che il filo imbobinato perda la posizione regolare e si accavalli con le altre spire, che fuoriesca malamente o si annodi sul più bello, che le giunzioni tra due capi di materiale differente non tengano adeguatamente, ecc. Se non ci fossero limiti di metraggio e d’ingombri la scelta del sagolino potrebbe essere molto più varia.
| In relazione alla profondità che frequentiamo durante le battute, al tipo di preda che insidiamo, possiamo stilare qualche riflessione. Se battiamo dei litorali caratterizzati da fondali che non superano i 20 metri e peschiamo poco all’aspetto e molto in tana dovremmo dormire sonni tranquilli anche con una semplice bobinetta riempita dai classici 50 metri di sagolino intrecciato bianco, da 2 mm. Il capo terminale si può corredare con una girella seria, da pesca d’altura: al suo moschettoncino, o all’anello, applicheremo il terminale, ovvero le passate di sagola che vincoleranno l’asta, nella qualità preferita. In un fondo non eccessivo potremo controllare i pesci feriti nelle loro crepe senza patemi d’animo, tranquillamente, col fucile a galla; una buona scorta di treccina è peraltro sufficiente anche per le lecce, le ricciole, le palamite che girovagano sotto costa e potrebbero comparire nel nostro spazio di caccia in momenti non previsti. Il colore bianco, giallo, fluorescente, serve per identificare meglio il punto in cui l’asta è finita e per contrastare e pilotare intelligentemente la fuga di un grosso pelagico nell’acqua velata di torbido: per consolidata e atavica abitudine, esso cercherà di disarpionarsi strusciando a contatto con le pietre del fondo ma noi, osservando la treccina ben visibile, cercheremo di impedirglielo con trazioni e rilasci strategici. Altra musica se si pesca su secche al largo che hanno il cappello a 25 metri e poi sprofondano oltre i 90 metri, se amiamo i cigli affacciati sull’abisso, se frequentiamo le franate di qualche capo che picchia subito nel blu più cupo. | ![]() |
Qui
l’appuntamento con qualche bestione da infarto è più di una fortunata
combinazione o probabilità. Giungere impreparati all’appuntamento è il più
grosso errore che possiamo compiere: non è sufficiente sperare nella botta
propiziatoria o nella casualità più cabalistica. In certi luoghi bisogna
presentarsi assolutamente con le carte tecniche in regola se vogliamo condurre a
termine una grande sfida. Ogni errorino legato all’attrezzatura si paga
salato, molto salato, e non si dimenticherebbe per lustri. Il mulinello sarà
farcito con almeno 60/70 metri di filo. Come farceli stare se la bobina non è
in formato magnum? Le vie sono parecchie: o si imbobina direttamente un filino
sottile oppure si adottano situazioni ibride, composte da una madre fine e da un
terminale spesso. L’intento è quello di avere una riserva metrica abbondante,
in grado di mantenere il tramite con un pesce che si è portato via una
quarantina di metri in acqua libera e non ha nessuna intenzione di arrendersi;
l’ultimo tratto di sagola, più forte alle abrasioni, offrirà la tranquillità
nel combattimento.
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Il monofilo di nylon è
comune, poco costoso, reperibile, ad esempio, nelle cooperative dei pescatori
marini o in esercizi simili: è venduto in matasse, a chili (per 20.000 lire
circa ve ne danno all’incirca 1500 metri). Offre un’elasticità e un
allungamento elevati (qualche marca intorno al 35%) con ottimo assorbimento e
ammortizzamento, quindi, sopporta trazioni
e distensioni di fuga improvvise e cruente di grandi pelagici; un 1.20 mm, ad
esempio, ha un carico di rottura allo strappo discreto, circa 65 kg, e resiste
sufficientemente alle abrasioni. Per contro: le spire nella bobina sono
piuttosto rigide e lasciano del “vuoto” tra una e l’altra; sotto
l’azione del salmastro invecchia precocemente perdendo le proprietà
meccaniche (perciò va cambiato spesso); è difficile da annodare e comunque i
nodi lo indeboliscono: è meglio usare, per le eventuali giunzioni, le
impiombature con i manicotti da traina; conserva molto la memoria di
avvolgimento e fa volentieri “cocche” se non viene stirato preventivamente;
è trasparente e quasi invisibile già dopo i primi metri d’immersione.
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La situazione ibrida prevede il
riempimento del rocchetto con una prima farcitura di dacron che è una
treccina colorata molto fine, adoperata dai trainisti, acquistabile nei negozi
di pesca in mare ad un costo discreto (40/50.000 per circa 200 metri).
L’avvolgimento sulla bobina è ottimo perché è morbidissimo strutturalmente
e forma le spire docilmente, occupando ogni angolo di rocchetto (occupa un 30%
in meno rispetto al monofilo di nylon); inoltre possiede un alto carico di
rottura se confrontato al diametro: un 80 libbre (1 libbra = 450 grammi) si
aggira intorno a 0.70 mm di sezione, un dacron da 130 libbre di circa 1/1.1 mm.
Per contro il cordino non è elastico, i trefoli che lo compongono si
sfilacciano e si spezzano se subiscono abrasioni, patisce i raggi UV, tende a
tagliare le mani in caso di fuoriuscita velocissima dal mulinello. Lo spezzone
finale, di una ventina di metri, il terminale, sarà affidato a del sagolino da
2 mm o da 2.5 mm, in trecciato pieno di nylon o similari, che sono più
resistenti della lenza madre, nel caso finiscano tra le lame di roccia o sotto a
qualche massone. La legatura dei due capi dovrà essere realizzata molto
accuratamente quasi come si trattasse di un unico cordino e sarà filante e
magra, per non subire stop improvvisi o bloccaggi nelle aperture della
carenatura, degli anelli guidafilo, del foro della testata o dell’ogiva.
Alcuni verificano preventivamente le luci di transito e al bisogno le dilatano
con un cutter, con un punteruolo arroventato o con la punta del trapano.
·
Una novità prepotentemente apparsa
sui mercati sportivi in questi ultimi anni riguarda i multifibre o
microfibre intrecciate ad altissima resistenza (Superbraids). I fili aramidici
hanno una serie di caratteristiche speciali: rispetto al diametro sottilissimo
presentano un altissimo carico di rottura (uno 0.60 mm sopporta allo strappo
circa 105 Lbs, 46 Kg), grande resistenza all’abrasione, nessuna memoria di
avvolgimento, ottima resistenza agli agenti meteo marini, durata
d’invecchiamento quadrupla rispetto ad un monofilo di nylon. Come difetti si
riscontrano: un prezzo molto elevato (superiore alle 70.000 per un centinaio di
metri), una superficie micro rugosa che tende a tagliare il palmo delle mani,
una difficoltà a reciderne un tratto senza rovinare il filo di coltelli o
tronchesine, una rottura immediata senza preavviso di sfilacciamenti o lesioni
superficiali, difficoltà alla tenuta dei nodi. Questi cordini
si possono montare al posto del dacron se non ci sono ostacoli economici:
occupano uno spazio minuto a fronte di un’eccellente riempimento. Li potete
acquistare in un fornito negozio di pesca.
La sagola che esce dal mulinello potrà
essere collegata direttamente alla freccia, dopo la solita passata o due,
attorno allo sganciasagola e all’appendice sotto la testata, oppure fermarsi
al foro di legatura e cedere il posto ad un terzo cordino conclusivo scelto
secondo le preferenze soggettive (monofilo di nylon o sagolino). L’unione sarà
affidata ad una girella oppure ad una gassa d’amante che abbraccerà le
eventuali estremità con un piccolo cappio; un anello di acciaio inox
o un grillo, infilati nel foro di volata, faciliteranno lo scorrimento
del “cocktail” di lenze.
Da conoscere.
1.
Prima di avvolgere la sagola sistemate saldamente, e ovviamente, il
bandolo iniziale sulla bobina. Sfruttate il forellino passante sul corpo del
rocchetto oppure sarà necessario fare un nodo sicuro attorno al cilindro:
l’importante è che sottoposto a una trazione elevata non si tolga mai.
Ricordare di bruciare il terminale di nylon affinché non si sfilacci la trama o
si sciolga la legatura.
2.
La quantità di filo caricata non deve oltrepassare l’orlo della bobina
ma arrestarsi almeno 5/6 mm prima, cioè abbondantemente nei limiti:
scongiurerete le parrucche e improvvisi garbugli inestricabili dovuti
all’accavallamento disordinato delle spire.
3.
Il nylon è igroscopico, assorbe acqua in una data percentuale:
l’aumento di volume andrà preventivato opportunamente. Potreste trovarvi con
il tamburo pieno e con alcuni metri in bando che non ci stanno più.
4.
L’ideale imbobinatura del sagolino dovrebbe avvenire in mare, in una
situazione reale: si verificherebbero esattamente le condizioni che poi
riscontreremo durante l’uso pratico, sia come lunghezza corretta della cimetta
sia come rapporto di capienza ottimale.
5.
Il verso di avvolgimento deve rispettare una clausola intelligente:
assecondare e favorire l’apertura della frizione affinché in caso di
improvvisa domanda di filo l’operazione di rilascio sia quasi automatica.
Solitamente il fermo di bloccaggio segue il filetto di chiusura in senso orario;
noi arrotoleremo il cordino all’opposto, da destra verso sinistra, in modo
antiorario.
6.
Un piccolo giro di nastro o una traccia di pennarello indelebile ben
visibile, sarà posta come segnale d’avvertimento tra le passate classiche del
fucile e l’ingresso di sagola nel mulinello: sapremo esattamente quanta sarà
la lenza da lasciare libera per il collegamento giusto dell’asta e quella da
recuperare all’interno della bobina in ogni momento.
7.
Indossate sempre i guanti quando adoperate un fucile con il mulinello:
l’azione di tira e molla (i cannisti di superficie lo chiamano
“pompaggio”) effettuata con la sagola per stancare il pesce, si deve
svolgere a mano, non sfruttando la manovella di recupero o sollecitando
esageratamente il perno del telaio. Tutti i sagolini tagliano, chi più chi
meno, e riuscire a concludere una combattimento impegnativo senza un prezioso
tessuto isolante non è facile, oltre che molto pericoloso.
8.
Il monofilo di nylon, una volta avvolto sul mulinello, non si può
srotolare e montare su un altro tamburo per una successiva riutilizzazione: la
memoria meccanica è perseverante e i grovigli e le parrucche sarebbero
inevitabili.
Il posizionamento del mulinello:
la sistemazione dell’attrezzo sui fucili è stata facilitata, negli ultimi
anni, da alcune soluzioni tecniche che svolgono benissimo il compito previsto.
Gli adattamenti artigianali si sono rarefatti a pochissime varianti e non si
rimpiangono troppo, vista la praticità, l’immediatezza, la tenacia che
offrono le nuove creazioni.
Gli arbalete sono generalmente
favoriti poiché ci sono dei mulinelli che presentano un telaio progettato
appositamente per interagire a meraviglia con gli attacchi situati sotto
l’affusto. La zona univoca scelta da tutti i costruttori è la porzione
davanti all’elsa del grilletto, subito dopo l’impugnatura. In questa
posizione si captano alcuni obiettivi salienti: non si altera eccessivamente
l’equilibrio del fucile; possiamo appoggiare il tubo sugli scogli senza
ostacoli anteriori; l’assetto, il brandeggio, l’agilità non ne risentono;
abbiamo a portata di mano la frizione in caso di immediato bisogno. Ci sono
meccanismi a slitta, a innesto, a
pulsante, a semi tubo, a tubo, a sgancio rapido, ecc; diciamo che acquistando i
componenti dedicati appositamente per un tipo di fucile otteniamo la simbiosi
migliore con l’arma stessa. Alcuni offrono la possibilità di essere montati,
con un po di ingegno, anche su fucili di differente natura: fate attenzione
solamente che la modifica non provochi delle alterazioni strutturali per quanto
riguarda i connotati balistici.
Per i modelli universali, atti a
equipaggiare soprattutto i serbatoi cilindrici degli oleopneumatici (in lega di
alluminio), bisogna prima di tutto sapere di che natura compositiva è il telaio
e il metodo voluto per il fissaggio; se è in tecnopolimero basta collocarlo in
sede con due fascette plastiche di nylon oppure con qualche giro stretto di
nastro isolante telato: l’ancoraggio è fortissimo e tiene bene anche
sott’acqua. Nel caso sia in acciaio bisogna tutelarsi, innanzi tutto, dagli
effetti corrosivi che determinano a contatto, in una soluzione salina, due
metalli differenti: in questo caso l’alluminio e l’acciaio inox.
L’elettrolisi si scongiura con l’applicazione di una pellicola plastica che
li separi adeguatamente. Due belle fascette a cremagliera, sempre inox, daranno
una robustezza a prova di locomotiva: la vite senza fine che ne comanda il
serraggio sarà spostata inferiormente, quasi a filo della bobina, per non avere
sporgenze e punti pericolosi d’appiglio.
Succede, a volte, che certi mulinelli
massicci, disturbino l’azione dello sganciasagola. Il sagolino, nel compiere
le classiche doppiate fino alla testata, riscontra una variazione di percorso e
deve tenersi molto allargato sull’esterno della bobina o della carenatura,
oppure scavalcare macchinosamente l’accessorio. Questa anomalia si ripercuote
sullo sganciasagola che lavorerà sotto sforzo o fuori asse. Per ovviare a ciò
o si anticipa il punto di virata delle passate, posizionando un elastico di
camera d’aria come libera sagola dopo il mulinello, oppure si tiene lasso il
filo e si ricerca il canale di transito più conveniente; il montaggio inclinato
di qualche grado del telaio è attuabile se non si aumentano troppo gli ingombri
laterali.
I mulinelli mobili e le posizioni
speciali.
Il mulinello, in certi frangenti, può venire accusato di ostacolare la
manovrabilità dei fucili, di essere inutile in una determinata tipologia di
caccia o ambiente, di non avere abbastanza quantità di filo erogabile o non
fornire la garanzia certa di un servizio privo di inceppamenti o rotture.
L’evoluzione dello strumento non si è limitato a svolgere un pacato ruolino
di marcia ma ha cercato nuove dimensioni e proposte per rendere servigi
apprezzati. I pescatori esperti più intraprendenti hanno escogitato le
soluzioni che risolvono i dilemmi che adombrano la mente: qualcuno rimuove il
mulinello dall’affusto e lo posiziona sul braccio; altri non si
accontentano di un solo mulinello e allora ne fissano un altro supplementare
anche in cintura; alcuni aspettisti puri o agguatisti montano
il modello per cintura su una fascia a se stante, tralasciando le altre
metodiche. L’apneista più tecnico avrà così un’arma leggerissima, super
maneggevole e brandeggiabile, mentre il meticoloso potrà contare, in caso di
necessità spicciola durante le sue pescate, sulla provvidenziale riserva di
sagola “sicura”. La sistemazione sul braccio prevede un telaio con una
conformazione adatta ad essere fissato, con una fettuccia di velcro, con un
tratto di caucciù, con un cinturino elastico, al bicipite o all’avambraccio.
In commercio, da ciò che ci risulta, non c’è nulla di specifico ma con un po
di fantasia e manualità si può adattare un qualsiasi modello. Esso andrà
collocato in un punto facilmente raggiungibile e sul braccio che impugna il
fucile. La mano libera avrà il compito di allacciare l’asola posta
sull’impugnatura dell’arma con un moschettone a sgancio rapido, legato al
filo della bobina (il moschettone sarà insonorizzato mediante un nastro
particolare, l’auto agglomerante, che è gommoso e resistente all’acqua: si
reperisce in un negozio di materiale elettrico): i tempi della manovra variano
da soggetto a soggetto. Qualcuno ama tenere sempre in diretto contatto le due
componenti per non perdere neanche un secondo di tempo in tatticismi e le unisce
subito, all’inizio della caccia. Gli inconvenienti della sistemazione
sull’arto superiore sono rappresentati dagli urti contro le pietre,
dall’alterazione della silhouette idrodinamica, dal fastidio supplementare
nell’ingresso in spacchi stretti o tane anguste, dalla non immediatezza di
utilizzo.
Sulla cintura di zavorra l’attrezzo
svolge un’attività duplice: innanzi tutto alcuni lo adoperano come primo e
unico mulinello, tenendo sempre pronto un moschettone da collegare all’arma (o
direttamente da agganciare allo spezzone di lenza che lega il dardo) e in
secondo luogo come segnale, riserva di filo, rocchetto di emergenza. Alcuni
profondisti (e anche degli apneisti convinti) usano due cinture: una porta il
piombo mobile, l’altra soltanto il mulinello. La precauzione è utilissima in
caso di sgancio della zavorra coi piombi: non si perde insieme anche il
mulinello. In vendita ci sono due case che presentano un tipo specifico di
mulinello da cintura: la Sporasub e la O.me.r. Durante le giornate di pesca può
succedere che ci sia bisogno di segnalare una tana buona, una zona valida, non
sia sufficiente il cordino del mulinello del fucile o si sia bloccata la
frizione, si sia imparruccato tutto, ecc. Tutti questi interrogativi trovano nel
mulinello da cintura o nel pedagno, una risposta certa e positiva. Bisogna solo
fare attenzione all’interferenza possibile della pinneggiata con le eventuali
volte di sagola fluttuanti. Il pedagno non è altro che un rocchetto
spartano, galleggiante, ripieno di sagolino, che viene posizionato con vari
sistemi ad un piombo della zavorra o direttamente sulla fettuccia. Si costruisce
facilmente e con poca spesa, adoperando una bacchetta di plastica o di legno e
due galleggianti rotondi da rete. Praticamente ha le sembianze di una bobina
sviluppata in orizzontale. Una striscia di velcro, un anello di caucciù, una
piastrina a sgancio rapido o altre soluzioni personalizzate, devono avere la
caratteristica di risultare immediate nel liberare il manufatto affinché
risalga autonomamente da qualsiasi fondo, srotolando la cimetta di corredo,
ordinatamente avviluppata. Il mulinello da cintura è nato da questo iniziale
prototipo che tanti pescatori continuano ad adorare e ne ha preso le funzioni
primarie; svolge i medesimi ruoli con l’unica differenza che non è positivo
(a parte qualche prodotto artigianale realizzato con tecnopolimeri galleggianti)
e quindi, in caso si debba sganciare la zavorra in emergenza, non riemerge
automaticamente. Ha le medesime fattezze dei suoi cugini con l’esclusione di
un passante sul telaio o un semplice gancio di plastica per assicurarlo alla
cinghia. I due accessori hanno in comune il fatto di essere molto pratici, utili
e versatili. Un piombo con anello terminale, agganciato al moschettone del
pedagno, servirà a segnalare un punto del fondale: è sufficiente depositarlo
tra gli scogli e lasciare che raggiunga la superficie spontaneamente. Quaranta
metri di sagola vistosa potrebbero essere l’armamentario
del mulinello per cintura: si sfruttano raddoppiando urgentemente la cima
presente nella bobina del mulinello standard o si agganciano rapidamente al
fucile nudo in caso di catture eccezionali.
LA MANUTENZIONE: considerando i
servigi che possono donarci i mulinelli, di qualsiasi fattura essi siano,
premuniamoci di conservarli nella maniera idonea. Occorre sciacquarli sempre al
termine della giornata di pesca e immergerli in una bacinella affinché tutta la
salsedine imbevuta nel sagolino o nel monofilo si disciolga e si disperda. Un
controllino manuale e visivo della cordicella va eseguito per scoprire
sfilacciature, abrasioni, stati di pre rottura, nodi di giunzione pericolanti.
Un dubbio, un’incertezza, vi autorizzano a tagliare il tratto incriminato
senza remore. Se il filo è stato sbobinato e raccolto malamente in mare
conviene ripetere l’operazione con meticolosità e ordine: guai se una
richiesta improvvisa di cordino fosse ostacolata e annullata da un groviglio
maldestro. La frizione andrebbe smontata così come la bobina, se si è pescato
in mezzo alla sabbia o al fango in sospensione: i detriti sabbiosi devono essere
eliminati da tutte le parti che prevedono un movimento preciso e libero. Il
grasso lubrificante non deve mai essere applicato tra la bobina e il suo perno
perché trattiene appiccicosamente i granelli di sabbia e sporcizia varia,
impedendo la loro evacuazione durante l’operazione di risciacquo. Se proprio
si vuole mettere qualcosa che faciliti gli scorrimenti basta un velo di silicone
spray. Un’ultima occhiata al serraggio delle fascette: se sono in inox ci si
assicurerà, con un cacciavite, che non siano svitate le viti senza fine delle
“macchinette”. La precauzione che renderà superflui futuri controlli sarà
l’introduzione, tra le volute di metallo, di una goccia di frena filetti
forte.
CRITERI DI SCELTA:
il mulinello non è un attrezzo utile solo a coloro che insidiano le prede
giganti o che praticano esclusivamente la tecnica dell’aspetto; risolve
tantissime questioni pratiche che possono capitare in svariate giornate di
pesca. Il problema che ne rallenta il montaggio sulle armi è l’aggravio
strutturale e ponderale che essi esercitano principalmente sui fucili che
abbisognano di grandissima maneggevolezza. Gli arbalete di media lunghezza sono
i più sensibili all’argomento soprattutto considerando che vengono impiegati
in virtù della loro leggerezza estrema. I pneumatici soffrono di meno
e comunque si è soliti piazzare il mulinello solo sui pistoloni dal
metro in su già di per se massicci. Personalmente non li montiamo solo sui
cortissimi da tana: tutti gli altri, oleo pneumatici e non, dal settanta in poi,
sono adornati dal gingillino prezioso. Abbiamo vagliato le varie condizioni
d’uso e le potenzialità di ognuno adottando varie tipologie di mulinelli e
considerando attentamente: ingombri totali, capacità delle bobine, qualità e
metraggio della sagola. Vi possiamo assicurare che non è stato un dramma
prendere l’abitudine all’uso e ad averli sempre come compagni di tuffi: ci
hanno ripagato con sterminati favoritismi. In commercio troverete mulinelli
piccini, con rocchetti minuscoli, e se non li trovate potete sempre ridurne uno
o farveli tornire ex novo, che occupano davvero uno spazio esiguo sotto
all’affusto o al serbatoio. Armati con una trentina di metri di cordino da 1.5
mm sono fantastici sui fucili
corti, da adoperare nella schiuma o nel torbido, e per la tana in generale: non
vi renderete quasi conto di averli montati e all’occorrenza saranno sempre lì,
a darvi una mano, istintivamente. L’alternativa sono i mulinelli da cintura,
il discorso vale anche per il modello che si posiziona sul braccio, che
però richiedono un utilizzatore piuttosto esperto poiché l’aggancio volante
del moschettone non è immediatissimo e ci vuole una calma superlativa per
sapere sempre come comportarsi. Impiegato come sistema di emergenza è invece
eccellente per tutti: possiamo far affidamento su questi se il primo mulinello
non fosse sufficiente come lunghezza di filo o se malauguratamente
s’inceppasse. Adoperato come pedagno o costruendosi l’attrezzo artigianale
vero e proprio, diventa il mezzo di segnalazione della tana o di recupero
zavorra, indispensabile. Per i fucili lunghi, quelli che vanno in giro solo per
incontrare pescioni, non abbiate dubbi: un mulinello farcitissimo di sagola sarà
il giusto corredo di nozze. Sceglietelo con un valido meccanismo anti parrucche
e con una frizione che non faccia mai dannare: chissà che prima o poi non lo
collauderete per far schiantare la preda dei vostri sogni…
Testo e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo