IL
PEDAGNO
Pochi mesi fa discutevamo con un caro amico, da poco avvicinatosi all’apnea, del più e del meno, cioè spaziando genericamente su vari argomenti da “pescatori”. E’ interessante affrontare dibattiti che stimolano continuamente le meningi perché ci sono parti dell’attrezzatura che spesso vengono dimenticate o meglio che molti non considerano sempre con la giusta valenza: si è attirati da altri elementi importanti dell’equipaggiamento, come pinne, fucili, mute, e si trascurano piccoli aggeggi che in più di un’occasione possono rivestire un ruolo determinante. Coloro che hanno intrapreso la carriera di pescatori subacquei da non troppi anni sono una miniera curiosa e incessante di quesiti tecnici e richiedono esaurienti risposte a tutto campo, tanto che spesso intrigano anche chi pensa stoltamente di non aver più nulla da imparare. Una di queste digressioni oratorie riguardava la difficoltà di memorizzare una zona buona, degna, magari, di una visita supplementare dopo pochi giorni oppure l’esigenza spicciola di evidenziare un punto preciso, ad esempio la sera stessa, senza potere rilevare mire e segnali costieri. Nominando la parola - pedagno – potreste osservare l’interlocutore che vi squadra divertito e che vi incalza con ulteriori esigenze chiarificatrici.
| In certi borsoni consumati questo attrezzo non è mai entrato e in altri, invece, è una costante presenza. Come mai? Qual è l’aspetto che lo rende un complemento assai utile nelle dinamiche di caccia e in altri preziosissimi casi? L’esplorazione subacquea è un’attività che impegna l’atleta a studiare attentamente l’ambiente circostante e lo stimola a farsene sapiente interprete. Non è facile fotografare mnemonicamente il fondale marino e in tanti casi questa peculiarità si acquista solo dopo un significativo praticantato subacqueo. E anche dopo periodi molto lunghi di attività ci può essere l’individuo che fa fatica a ricordarsi immediatamente la tana ricca, lo scoglio abitato, l’area precisa dove il flusso di corrente portava pesce, eccetera. All’opposto c’è chi non sgarra un centimetro quadrato in qualsiasi ambito di caccia, chi ha il fiuto fino anche dopo anni di distanza da un luogo visitato in passato. Agli occhi di un profano ci sono scogliere che sembrano tutte uguali, distese di verdi posidonie monotone, aree di grotto all’apparenza indecifrabili, franate uniformi, eccetera. Il pescatore subacqueo ama cercarsi la pietra buona: una volta trovata desidera, probabilmente, scovarla in seguito. Come fare? O si possiede una mente prodigiosa, una dote innata dal punto di vista dell’identificazione territoriale oppure si dovrà ricorrere forzatamente ad un mezzo artificiale suppletivo. Ad essere obiettivi non solo i neofiti soffrono per le loro carenze naturali: esistono dei casi in cui si pesca profondi su tavolati, su grotto, o su tane davvero difficili da distinguere l’un l’altra, magari con l’aggiunta sgradevole di acqua torbida o torbidissima. Convenite con noi che in taluni frangenti un accessorio di segnalazione diviene quasi obbligatorio. Il pedagno è il nostro maggiordomo personale: ci consente di suffragare egregiamente alla scarsa memoria di localizzazione per mezzo di una spartana funicella corredata da un piccolo peso terminale. |
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I marittimi,
d’altronde, si sono spesso serviti nel corso dei secoli di pietre collegate a
cime per effettuare opere di scandaglio, per segnalare reti, palamiti, nasse:
perché non trarre utili insegnamenti? L’attrezzo che ci riguarda è composto
semplicemente da una bobina, da una lunga sagola di collegamento e da un piombo.
Il sistema è facilissimo da usare: appena si vuole marcare un settore è
sufficiente lasciare affondare la zavorra; la sagola si srotolerà adeguatamente
e il rocchetto galleggerà sulla verticale. Naturalmente per l’uso subacqueo
in particolare esistono svariati modi di costruzione, di utilizzo specifico, di
trasporto. Le linee guida da perseguire sono: le dimensioni totali non
eccessive, la buona capacità di imbobinamento, il piombo di peso sufficiente.
Ci sono equipaggi di cacciatori che trasportano sul gommone pedagni costituiti
da semplici bottigliette di plastica o da rettangoli di sughero o di polistirolo
espanso. Il barcaiolo li getta in mare su segnalazione di chi scruta il fondo:
una porzione galleggiante vistosa o appariscente aiuterà i naviganti a
ripercorrere il percorso originario. Nei giorni successivi si ritorna sui vari
segnali senza spreco di tempo e incrociando le dita affinché nessuno abbia
rimosso malignamente i galleggianti. Apriamo una parentesi curiosa: ci sono
pescatori così gelosi dei loro posti che convalidano le mire a terra (o le
coordinate GPS) con pedagni appena immersi sotto il pelo dell’acqua, magari
dotati di galleggianti piuttosto anonimi, come bottiglie o fustini di plastica
sigillati, lattine di bibite ripiene di schiuma poliuretanica. Questa usanza
strana è tramandata da generazioni di pescatori che impiegano reti e palamiti:
così facendo cercano di nascondere il posto segreto, il luogo dove hanno
effettuato una “calata” mitica. La zavorra dovrà essere massiccia per
raggiungere nel più breve tempo l’obiettivo, e per non finire in un punto
diverso da quello prefissato. In presenza di forte corrente e profondità
elevate si dovrà incrementare proporzionalmente il peso. Ricordiamo di non
abbandonare in mare i pedagni per rispetto verso l’ambiente e per non
contribuire ad inquinare il mare con materiali non biodegradabili.
Chi
non pesca a seguito dell’imbarcazione potrà fabbricarsi pedagnetti simili a
quelli poc’anzi accennati ma con ingombri studiati razionalmente in modo da
poter essere trasportati facilmente.
| Il pedagno portatile subacqueo è un manufatto quasi sempre assemblato artigianalmente (c’è una sola ditta italiana che ne presenta uno in catalogo) e che racchiude molti aspetti interessanti, spesso interagenti con altre componenti dell’attrezzatura. Consiste normalmente in due galleggiantini da rete tenuti insieme da una bacchettina trasversale lunga una ventina di centimetri. Si può spaziare sulla qualità degli elementi impiegati e orientarsi su articoli sofisticati che utilizzino espansi poliuretanici, tramiti in alluminio o in tecnopolimero speciale, ecc. Si deve ottenere un pedagno piccolo ma con una buona capacità di ricezione sagola e soprattutto positivo nella spinta di galleggiamento. La sagola che si avvolge sul tondino trasversale ha un diametro e una lunghezza variabili. Qualcuno ne monta una quarantina di metri e impiega il pedagno portatile nel ruolo classico e prevalente di segnalatore. C’è un piombo assicurato ad un capo che al bisogno può essere appoggiato dinanzi al contesto da evidenziare direttamente in immersione, a stretto contatto con il fondo. La cordicella spessa due o tre millimetri, di colore vistoso, aiuterà l’apneista durante la discesa, in acque dotate di scarsa visibilità. Il tutto si assicura alla cintura di zavorra con una striscia di velcro o con speciali attacchi auto costruiti (magari con semplici elastici o anelli di camera d’aria) inseriti sulla faccia esterna di un piombo. L’altro modo di concepire il pedagno portatile è assai più tecnico. In pratica è come se il pescatore subacqueo possedesse un secondo mulinello. La capacità del rocchetto potrà essere di una sessantina, settantina di metri. La qualità del filo privilegerà l’elasticità rispetto alla sezione maggiorata e alla rigidità, in modo da incrementare l’efficacia di sfiancamento durante i combattimenti con i pelagici in acqua libera. Per aumentare la capacità del rocchetto alcuni specialisti impiegano il dacron. Il filo terminerà con un moschettone, facilmente agganciabile alla sagola del mulinello del fucile oppure al cappio presente sul calcio. Il moschettone in acciaio, dotato di un peso discreto può essere impiegato come peso vero e proprio, e segnalare l’eventuale zona interessante. Un piombo a sgancio rapido con anello laterale potrebbe essere assicurato al moschettone per un ancoraggio più stabile sul fondo. Il pedagno portatile dovrebbe srotolarsi automaticamente e raggiungere così la superficie senza condizionamenti esterni. | ![]() |
Non dimentichiamoci che in caso di forte corrente e molta cima in bando potremmo
discendere molto lontani da dove abbiamo lasciato originariamente il peso:
bisogna tenerne conto per non sprecare eccessive risorse psico fisiche.
L’obbligatorietà
di portarsi appresso la boa segna sub può scatenare una serie di problematiche.
Non crediamo che il traino di un pallone o di una plancetta sia il passatempo
preferito di ogni pescatore. Spesso è davvero una sofferenza e in certi tipi di
pesca, agguato e aspetto,
rappresenta una notevole fonte di disturbo: le vibrazioni
indotte dalla sagola allarmano tantissimi pinnuti. D’altro canto se non
lo conducessimo sempre vicino saremmo perseguitati pecuniariamente da torme di
ligi rappresentanti delle forze dell’ordine, e sottoposti alle ulteriori
angherie di numerosissimi piloti dell’ultima ora, che con i loro motoscafi non
si degnano minimamente di chi c’è in mare. Stabilito quindi che la boa segna
sub è obbligatoria quale può essere una buona soluzione di compromesso?
Naturalmente un piccolo pedagno. Si assicura al monofilo di nylon o al sagolone
del pallone un peso di circa ottocento grammi, un chilo e lo si porta appresso,
generalmente tenuto in mano. Giunti in un posto interessante si lascia affondare
il peso in modo che il pallone resti nel raggio di una cinquantina di metri,
come recita la legge che regola lo svolgimento dell’attività subacquea. In
questa maniera potrete pescare senza nessun vincolo, senza nessuna vibrazione
aggiuntiva e al contempo avrete l’area di pesca adeguatamente segnalata. C’è
chi nuota per un tratto, abbandona il pallone in un punto, e ritorna indietro
per pescare e chi preferisce cacciare dinanzi a dove ha ancorato la boetta e poi
ritornare indietro per recuperarla. Bisogna fare attenzione a non vagare troppo
in lungo e in largo: i fatidici cinquanta metri si possono oltrepassare senza
accorgersene con tutti i guai che potrebbero derivare da un allontanamento dalla
boa segna sub. È molto utile
collegare il pedagno ad un piccolo mulinello o ad una tavoletta raccogli sagola:
pescando in acqua bassa, in prossimità della costa, si dosa il filo in bando
adeguandolo alle nostre spicciole esigenze. Non capiterà neppure che con il
mare formato, con le onde che sbattono, la nostra boa possa finire contro gli
scogli, ingarbugliando metri e metri di sagola.
Sfogliando
i cataloghi di pesca con la canna e in particolare di surf casting, si notano
degli stranissimi piombi creati appositamente per impedire che la risacca
dell’onda porti a spasso sconsideratamente la lenza e l’esca. Hanno diverse
forme e peso: qualcuno ha diversi uncini su un lato, altri hanno protuberanze
irregolari, eccetera. Chi ama il bricolage e ha una certa dimestichezza con gli
stampi di gesso e le fusioni in generale, può gettarsi nella mischia e creare
dei pesi per il pedagno con analoghe proprietà: si riscontrerà che la boa
resterà in posizione anche se lasciata su un fondale a prevalenza sabbioso.
Testo
di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo