Scarichi di origine

Industriale ed Agricola

 

Le acque di rifiuto industriali convogliano in mare una varietà veramente imponente di sostanze ad azione polluttiva.

In questa sede saranno citate esclusivamente quelle più interessanti per frequenza e tossicità.

Le sostanze organiche di origine animale o vegetale contenute negli effluenti delle industrie alimentari svolgono nell’ambiente marino un’azione eutrofizzante analoga a quella descritta a proposito dei liquami cloacali.

Tuttavia, nel caso di questo tipo di scarichi industriali, l’inquinamento risulta spesso aggravato dalla presenza delle sostanze di sintesi utilizzate nel corso dei processi di lavorazione.

Relativamente dannose possono essere considerate le acque di rifiuto a reazione acida o alcalina, la cui neutralizzazione è facilitata dal potere tampone dell’acqua marina.

Più pericolosi sono gli effluenti contenenti sostanze riducenti, come quelli ricchi di solfiti provenienti da taluni processi di lavorazione di cartiera che, riducendo l’ossigenazione delle acque, compromettono la sopravvivenza degli organismi più esigenti in ossigeno.

Altri tipici effluenti di origine industriale contengono solidi in sospensione, di natura inorganica. Essi sono generalmente considerati inerti, almeno da un punto di vista chimico, ma tali non sono nei confronti degli organismi marini, potendo risultare la loro azione dannosa in rapporto alla dinamica, e quindi alla sopravvivenza, delle uova e delle larve, e alle funzioni respiratorie dei pesci.

Una varietà di industrie (minerarie, chimiche, galvaniche, ecc.) immette nell’ambiente marino sali di elementi tossici quali rame, zinco, cromo, piombo, mercurio, ecc.

Questi, che sono presenti in tracce nell’acqua marina, subiscono una concentrazione selettiva da parte degli organismi marini, come ad esempio lo zinco nei Celenterati e nelle Anguille, il rame nelle Spugne, nei Molluschi, negli Artropodi, nei Pesci, nei Tunicati.

Nelle acque dove, a causa degli scarichi, la concentrazione di questi elementi s’innalza a valori troppo elevati rispetto a quelli normali accade che nei tessuti degli organismi viventi si accumulino dosi che possono risultare tossiche non solo per gli stessi organismi, ma anche per i consumatori.

Rame, piombo, mercurio entrano nella composizione di alcuni pesticidi (antisettici) di tipo tradizionale, utilizzati nella pratica agronomica, che raggiungono il mare tramite i corsi d’acqua ed il trasporto atmosferico.

Da tempo si va assistendo all’impiego sempre più diffuso di nuove sostanze organiche di sintesi ad azione biocidica, quali organoclorurati, organofosfati, carbammati ecc. molte delle quali, senza dubbio, appaiono ancora più pericolose a causa delle loro tossicità e indegradabilità (anticrittogamici).

Un esempio significativo della stabilità e del potere di diffusione nell’ambiente marino di alcune di queste sostanze è costituito dal rinvenimento di D.D.T. in esemplari di fauna antartica.

Anche se presenti nell’ acqua in tracce, molti tipi di pesticidi si accumulano nella catena alimentare acquatica. Nei tessuti di taluni organismi marini possono raggiungere concentrazioni decine di migliaia di volte superiori a quelle ambientali e, negli alimenti contaminati di origine marina, tassi di qualche decina di ppm. (parti per milione).

Col crescente sviluppo delle tecnologie nucleari si è imposto il problema della contaminazione dell’ambiente marino da rifiuti radioattivi.

Allo stato presente le fonti attive di contaminazione radioattiva sono costituite dagli scarichi degli impianti di rigenerazione chimica degli elementi di combustibile nucleare, dai reattori di potenza e di ricerca, da quelli di ospedali e laboratori scientifici.

Nel prossimo futuro, allorché saranno in servizio decine di navi a propulsione nucleare, potranno costituire motivo di allarme gli effluenti scaricati in mare dai reattori di propulsione e la possibilità di incidenti.

Ogni vegetale e animale marino è in grado di assorbire i radionuclidi presenti nell’ambiente, direttamente dall’acqua o attraverso la catena alimentare, sia che essi siano costituiti da isotopi di elementi stabili facenti parte della normale composizione dei tessuti viventi, sia che ne possiedano un’analogia biochimica.

 A seconda della specie, dell’età, dello stato fisiologico e delle caratteristiche chimico-fisiche dell’ambiente, ogni organismo vivente mostra una diversa capacità di concentrazione nei confronti dei vari radionucleidi presenti nell’acqua.

Nelle ostriche, ad esempio è stata osservata una concentrazione di zinco-65 duecentomila volte superiore rispetto a quella dell’acqua circostante. Questa vigilanza è tanto più necessaria dal momento che ci si è accorti che i tonni del Mediterraneo hanno un contenuto di mercurio tre volte più elevato di quelli atlantici.

Gli effetti tossici degli elementi radioattivi, conseguenti alle trasformazioni nucleari degli isotopi instabili ed all’emissione di radiazioni ionizzanti che ne deriva a livello del materiale vivente, si riflettono sullo sviluppo e sulla riproduzione degli organismi marini. La penetrazione delle radiazioni nelle cellule determina infatti la formazione di radicali liberi, fortemente reattivi, capaci di distruggere i fondamentali componenti cellulari.

È significativo notare che, contrariamente a quanto può essere osservato per i fenomeni di tossicità di origine chimica, le radiazioni ionizzanti che emanano dai radionuclidi conseguono comunque effetti biologici sui sistemi viventi, a qualsiasi dose, anche piccola.

Ciò rende necessario il controllo di radiocontaminazioni ambientali anche apparentemente trascurabili le quali, pur non essendo letali, possono apportare significative perturbazioni nei processi fisiologici degli organismi marini.

Nel caso di aree soggette a radiocontaminazioni croniche sembra accertata la possibilità di notevoli riduzioni nella produzione ittica. È stato infatti stimato, in rapporto a talune specie ittiche, essere sufficiente un danno prolungato, a carico del 10% delle uova, perché il numero dei nati si dimezzi nel tempo.

Oltre agli effetti tossici sugli organismi marini, tra i quali i pesci sembrano essere i più sensibili, sono evidenti i pericoli che derivano dalla radiocontaminazione delle risorse biologiche marine utilizzate dall’uomo.

Per ciò che concerne l’ Italia, risulterebbe che la frazione di radioattività introdotta nella dieta umana dagli alimenti di origine marina non è preoccupante.

Tuttavia i dati a disposizione non appaiono ancora del tutto sufficienti a garantire analisi rigorose, specie in considerazione degli sviluppi futuri delle tecnologie nucleari, e dei prevedibili aumenti nel consumo dei prodotti ittici, sia per uso alimentare, che per utilizzazioni secondarie.

Willy the Kidd