ATTREZZATURA PER L'INVERNO

 

 

 

 

Nell'articolo precedente si sono evidenziate le molte varianti che interessano , durante l'inverno, il mondo marino, i fattori

climatici, le reazioni soggettive e come esse interagiscono e influenzano la fase dell'azione di pesca. Di pari passo anche

l'attrezzatura subirà mutamenti per adeguarsi al periodo preso in esame. 

Cercheremo di non compilare il solito elenco passivo

delle varie componenti ma introdurremo delle sottolineature, dei consigli tecnici laddove ne abbiamo ravvisato la necessità.

L'intento è quello, arduo, di fornire consigli utili atti a combinare al meglio le risorse personali con lo sfruttamento

razionale del bagaglio tecnico, al fine di ottenere il massimo nell'applicazione delle fasi di caccia. Convergiamo sul fatto

che il capo senza il quale è impossibile pescare d'inverno, è la muta.

 

A nostro avviso le caratteristiche che deve possedere sono le seguenti:

- spessore del neoprene, non inferiore a 5 mm;

- cappuccio incorporato e assenza di cerniere;

- perfetta vestibilità;

- interno in spaccato o felpato.

A prima vista questi requisiti si identificano in un gran numero di prodotti, attinti dall'ampia offerta delle case nazionali e

non. Quando si acquista una muta (la regola a maggior ragione è valida  soprattutto per  la brutta stagione)  si deve essere

sicurissimi che calzi alla perfezione.  Sembra sempre che si ripeta un luogo comune e già ampiamente assodato ma purtroppo

non è così.  Per rendersi conto di quanti sub vestano non correttamente, basta osservare con attenzione l'abbigliamento

subacqueo dei molti che frequentano i luoghi delle vacanze. Se d'estate il problema del freddo passa in secondo piano, durante

l'inverno è essenziale che la muta non presenti eccessive vie d'acqua, pena una battuta rovinata dall'inizio e una permanenza

in acqua ridotta ai minimi termini.

Il capo ma soprattutto la giacca, deve seguire alla perfezione le curve fisiologiche del corpo e quindi non presentare sacche

sulla schiena, giro spalle largo, cappucci che stringano troppo, maniche lunghe e così via. Se non si trova nulla sul mercato che

vesta   perfettamente,   non  esitate:   un  buon  laboratorio artigianale vi confezionerà un "guanto". Rammento sempre, con vivo piacere,  il primo tuffo in mare in un lontano mese di gennaio. La muta, la zavorra, le pinne, la maschera e il fucile: tutto nuovo e acquistato con tanti sacrifici contro il parere dei miei. La mia struttura anatomica era gracile tanto che la prima taglia,  a detta di tutti,  sembrava acquistata per la "crescita".  Appena  entrato  in  acqua  rigeli  di  gelo  si impossessarono  di  me  e  per  i  30  lunghissimi  minuti  di immersione, non mi abbandonarono più. Quando mi ripescarono, il paragone con un bastoncino di pesce surgelato era perfettamente calzante, non faceva una grinza (al contrario della muta che di grinze  ne  possedeva  una marea).  Se metto a paragone quei magnifici  anni, conditi  più dalla passione che da supporti tecnici validi, a differenza degli attuali, rimpiango di non aver intrapreso questo sport qualche anno dopo.  

Per lo spessore del neoprene la scelta viene effettuata tenendo conto della temperatura del mare e del proprio livello di resistenza al freddo. Personalmente utilizzo (pescando per lo più  in  alto Mediterraneo)  una  giacca  da  6,5  mm  spaccata internamente o con il felpatino. Per la parte esterna va bene il liscio, se si usa come mezzo di sposta imento il gommone o la macchina, poiché si asciuga in un battibaleno, o il foderato, se si privilegia la grande resistenza all'usura e agli sfregamenti contro le rocce. Per i pantaloni ho adoperato, per un lungo periodo, un 5 mm con salopette da 3,5 mm; qualche stagione fa ho avuto l'occasione di provare un vita alta e ho rivisto le mie convinzioni. Senza le bretelline la giacca aderisce come una seconda pelle, tipo ventosa, su tutto il bustone si sta più caldi; inoltre il torace è libero di espandersi senza essere costretto dall'eccessivo spessore del materiale. Un inconveniente, che meriterebbe un articolo approfondito e un consulto popolare tra i lettori, riguarda il problema della minzione all'interno dei pantaloni.  A livello di percezione sensoriale oserei dire che il processo si può scomporre in tré fasi.

- La prima, che si avverte, è la meravigliosa sensazione di calore,

che ci pervade, ogni qualvolta "l'operazione" si svolge.

Immersi nell'acqua gelata, un tot di liquido a circa 37 c° ... è un

pò come fare un'inattesa doccia calda.

 

- La seconda conseguente al trascorrere dei minuti è meno

benevola; si verifica che tutta l'urina introdotta lentamente si

raffredda. Il nostro corpo si deve dare da fare per scaldare il

tutto   poiché siamo in possesso di una muta per definizione

umida ma non bagnata in abbondanza.  Arrivano così  i primi

incontrollabili brividi.

- La terza fase può accadere a breve o ^lungo termine a seconda

delle  reazioni individuali.  Usciamo dall'acqua,  ci togliamo

tutto e "oppia": nel giro di pochi secondi e per un raggio di 20

metri, ogni forma di vita, sia essa vegetale che animale, ha

sussulti di repulsione. Per ovviare a questa situazione si può

adottare una soluzione che richiede un minimo di praticità

manuale. Si crea una "cerniera", per così dire, sui pantaloni.

Una striscia lunga 7/8 cm di neoprene e larga 4 cm, del mastice

apposito e del velcro, sono i materiali occorrenti. Si realizza

una pattina con il rettangolo di neoprene che viene fermata con

il velcro.  I risultati sono più che sodisfacenti: il freddo

insorge molto più tardi poiché la muta rimane incollata addosso

e non si avverte più il liquido supplementare che si insinua

dappertutto. Grande risparmio di calorie spese per riscaldare le

urine in eccesso e uno stop definitivo agli effluvi nauseabondi

post immersione. Ogni qual volta che avvertiremo lo stimolo ad

urinare,  basterà  scollare  il  velcro,  far  fuoriuscire  la

"creatura"  e attuare la minzione. L'operazione non comporta

difficoltà anche usando i bermuda, accessorio utilissimo. Si

indossano, per ultimi, sopra la muta. Basta che siano spessi

solo 2/3 mm perché si senta la differenza e non se ne possa fare

più a meno. Le vie d'acqua si riducono fino a divenire quasi

nulle e l'isolamento termico garantito.

Completiamo la nostra ideale vestizione con l'uso di guanti e calzari. Per i guanti i modelli a 5 dita da 3,5 mm soddisfano l esigenze dei più. In condizioni eccezionali, quando si pesca in acque particolarmente fredde, sono indicati i guanti a 3 dita, molto più caldi. Anche per i calzari il discorso è analogo: neoprene da 3,5 mm è un buon compromesso. Per chi patisce il freddo ai piedi a tal punto da condizionare l'intera durata dell'immersione,  si  opta  per  spessori di 5 mm.  Quando si percorrono  brevi  tratti  sulle  scogliere,  prima  o  dopo l'immersione,  si  determina  un  rapido  deterioramento  della suoletta dei calzari. Se si vuole ovviare a questo inconveniente si può adottare una soluzione: Con il solito acquaseal si crea un sottile strato protettivo.

 

Esistono alcuni rimedi empirici che dovrebbero aumentare la protezione termica. In Francia, ad esempio, è diffuso l'uso di

elastici supplementari ai polsi e alle caviglie per limitare il passaggio d'acqua. Alcuni indossano una tshirt di cotone'o di

lana sotto la giacca. Io mi sono trovato bene con una cuffia di sii icone   indossata   sotto   il   cappuccio:   al   termine

dell'immersione i capelli sono soltanto umidi.

La zavorra è un capitolo da non sottovalutare: una piombatura corretta svolge un ruolo primario nell'esecuzione delle tecniche

di pesca invernale.  Destreggiarsi con maestria in pochi metri d'acqua, con risacca e corrente, è di per se già complicato; se

a  ciò  aggiungiamo  il  fatto  di  essere  zavorrati  non correttamente...tirate un pò voi le conclusioni.  I francesi,

noti specialisti nella pesca di pesce bianco su fondali poco impegnativi, insegnano molto. La loro "baudriere" è un classico

ed ha fatto proseliti in tutto il bacino Mediterraneo. Torniamo a noi. Personalmente, con giacca da 6,5 mm, pantaloni da 5 mm,

bermuda, calzari e guanti da 3,5 mm, adotto una cintura elastica con 5 Kg, schienalino a "peso variabile" dai 3 ai 4 Kg e due

cavigliere o da 250 gr cad. o da 500 gr. Il peso minore o maggiore viene impiegato a seconda della profondità d'esercizio,

tecniche di pesca, condizioni meteo-marine.

 

 

 La particolarità di questa zavorra consiste nell'utilizzo di una speciale piastra da

applicare sul dorso, definita appunto: schienalino. Quello che possiedo è stato preparato da un amico che ha impiegato uno

stampo da pasticceria e  3 Kg circa di piombo. Ha una forma vagamente rettangolare ed è leggemente concavo (per seguire al

meglio la curvatura della schiena). Lo spessore è intorno ai 2 cm e presenta delle feritoie ai 4 angoli. L'impiego è semplice:

con delle strisce di gomma, ricavate da una veccchia camera d'aria di camion, si fissa lo schienalino. Le due cinghie sonobloccate posteriormente da dei rivetti di acciaio inossidabile e anteriormente con due fibbiette a sgancio rapido solidali alla

cintura  in  vita.  A questo sistema ho apportato una lieve modifica che permette di aggiungere un peso supplementare. Ho

praticato un foro passante nel mezzo dello shienalino. Se si desidera variare il carico di chili, basta infilare una vite

fermata da una rondella avvitandogli sopra un peso di piombo che possiede un dado annegato al suo interno. Con questo sistema di piombatura,  nonostante  la positività della muta spessa,  si riesce a pescare in pochissima acqua o nella schiuma senza

difficoltà.

Nella scelta della maschera, l'unico consiglio che mi sento di dare e quello di scegliere privilegiando la visibilità e la sede

del naso per la compensazione, anche a discapito del volume intemo. Ci sono vecchi modelli che vanno tutt'ora molto bene.

Lo snorkel non deve essere troppo corto per risparmiarci bevute inattese.

Per le pinne si possono adottare due varianti. La prima è quella di continuare ad usare i modelli a pala lunga: la sicurezza, in

caso ad esempio di corrente impetuosa, è una costante. Se si opta per la massima praticità possibile e ingombri limitati, un

paio di pinne a pala corta e rigida sono la soluzione ottimale.

Una  raccomandazione  elementare  riguarda  la  calzata:  con  i calzari  più  spessi,  molte volte,  è necessario cambiare la

scarpetta o l'intero paio di pinne. Non si deve pescare con una scarpetta  che  costringa  eccessivamente  il  piede  poiché

l'insorgenza precoce di crampi e formicolii vari è assicurata. Infine il pallone che sarà collegato con una ventina di metri di

nylon dello 0,50/0,70.  Ogni  5 m ho sistemato dei tappi di sughero che hanno lo scopo di sollevale  dal fondo il filo,

perché non  si impigli tra gli scogli.

L'attrezzatura idonea,  adatta al tipo di pesca praticata e sempre  conservata  in  efficenza,  è  una  delle  prerogative

essenziali per inserirsi nello splendido scenario della pesca

invernale.

Testi e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo