L’EQUIPAGGIAMENTO DELL’ESTATE
L’estate si sta avvicinando a grande velocità e torme di apneisti attendono con ansia di poter dar libero sfogo a tutta la loro passione.
Per moltissimi atleti questa è l’unica finestra, l’unica opportunità per concretizzare materialmente le fantasie venatorie represse. I mesi invernali e primaverili sono stati un intermezzo gradevole, per certi versi anche interessante ma ciò che promette il periodo estivo punzecchia profondamente e inesorabilmente l’entusiasmo di ogni sportivo. I sogni si rincorrono a perdifiato e le avventure vissute durante l’anno precedente (e purtroppo qualcuna sfumata amaramente) rimbalzano nel cervello come tante palline da tennis.
Il sole si leva di buon ora e tramonta
tardi garantendo di stare a bagno e di darci dentro per un arco di tempo
estremamente prolungato. La temperatura dell’acqua e il clima temperato hanno
convogliato intorno alle nostre coste una fauna copiosa e chiunque può pescare
sfoggiando la tecnica di caccia e sondando la batimetrica ritenuta più
congeniale, sperando in fondo al cuore di arpionare un bel pesce. Ma per
approfittare appieno di queste congiunture favorevoli e non perdere la finalità
del divertimento bisognerà mettere in atto alcune sottigliezze, bisogna
trovarsi preparati all’appuntamento, in poche parole: si dovrà partire con
un’organizzazione perfetta.
In campo sanitario si dice che è molto meglio prevenire che curare e il motto calza a proposito anche per la categoria dei cacciatori: quante noiose seccature avremmo potuto evitare con un briciolo di accortezza, con una serie razionale di precauzioni tecniche, con un minimo impegno? Il discorso relativo all’equipaggiamento è di fondamentale importanza per un cacciatore ed è bene procedere con i piedi piantati per terra cercando di non ragionare secondo la regola semplicistica: “ mi è sempre andata bene…” E’ sufficiente sondare i pareri e le opinioni di amici e conoscenti scottati brutalmente da qualche inconveniente subacqueo per rendersi conto che quando si parte per andare seriamente a pesca non si può ricorrere all’improvvisazione e alla faciloneria. I problemi si possono ingigantire a dismisura in molte occasioni ed è già capitato a parecchi di vedersi “svanire” sotto il naso delle ferie appena iniziate.
Pensate a quei personaggi che partono per lidi meravigliosi senza aver sfiorato una sola volta l’attrezzatura adoperata l’estate prima e che appena toccano il mare si ritrovano con oggetti orribilmente deteriorati o irrimediabilmente compromessi all’uso dopo pochi istanti di caccia. Nei casi più pestiferi potrebbe succedere che un lacciolo della maschera corroso dalla salsedine si laceri o che la scarpetta della pinna si tagli implacabilmente nel bel mezzo di una battuta mandandovi all’aria la giornata.
Oppure potreste girovagare in macchina o in motorino per ore e ore alla ricerca disperata di un ricambio qualsiasi perché vi siete accorti di non averlo portato con voi. Non parliamo poi di quelli che si spolmonano come dannati, e che poi mandano in fumo l’occasione miracolosa soltanto perché sparano con fucili non sottoposti ad alcuna forma manutentiva, con aste spuntate e collegate magari a sagole rovinate! Naturalmente in base alle mete vacanziere e al livello di bravura posseduto l’equipaggiamento dovrà essere scelto in modo da soddisfare tutte le esigenze e con un occhio di riguardo a tutte le complicanze negative possibili.
Chi parte per una località straniera si dovrà maggiormente preoccupare rispetto a chi bazzica nel mare sotto casa poiché la difficoltà oggettiva di reperire un esercizio commerciale o un bazar dove trovare articoli subacquei e banali ricambi spesso si rivela un’impresa difficile se non impossibile. Diciamo anche che molti di noi possediamo delle attrezzature assai personali, scelte dopo innumerevoli prove ed è difficile adattarsi a elementi “estranei”.
Che cosa costa aprire gli stipiti dell’armadio o la cerniera del vecchio borsone fedele qualche giorno prima di partire e dare un’attenta controllatina a tutti le componenti?
Una
volta preparato il “terreno” e studiate le possibili opzioni strategiche ci
recheremo nel cantuccio dell’abitazione dove i vari elementi
dell’attrezzatura trovano pace per effettuare una scelta oculata. In caso
riscontrassimo delle anomalie o sussistessero dei piccoli dubbi potremo andare
dal negoziante di fiducia e correre velocemente ai ripari prima di iniziare
l’avventura.
Abbiamo deciso di raggiungere dei nostri amici lontani e lo specchio di mare intorno alla penisola della loro bellissima patria non permette di sprecare un solo giorno d’immersione. Per ciò decidiamo di caricare il bagagliaio della station wagon con tutto l’equipaggiamento completo e soprattutto verificando attentamente che non sussistano o possano sussistere incognite future. La maschera fedele e con il volume interno ridotto è stata conservata in una scatola: il caucciù del facciale non gradisce schiacciamenti e le lenti di vetro avrebbero potuto scheggiarsi o frantumarsi a contatto con pesi o con parti contundenti metalliche. Poniamo la maschera sul viso e inspiriamo classicamente: l’effetto ventosa è sempre mitico e non c’è un angolo mangiato dalla salsedine segno che i risciacqui metodici con acqua dolce dopo ogni tuffo hanno sortito il loro effetto.
Questa manovra banale ci garantisce che anche se sottoporremo la mascherina ad un uso intenso saremo certi di non trovare brutte sorprese. Il cinghiolo è delicato e per assicurarci che non sia vicino alla rottura lo stiriamo con le mani e osserviamo che il materiale non presenti crepe o tagli superficiali. Il ricambio in silicone è meno delicato della gomma ma un micro taglietto può originare una frattura dai risvolti ugualmente funesti quindi, per ogni evenienza, prendiamo un’altra maschera identica poiché ci è già successo di perdere l’articolo in mare e ricordiamo di aver vagato come disperati, in un ferragosto infuocato, nella speranza vana di acquistarne una simile.
Il boccaglio solitamente non riserva cattive sorprese e anche se l’abbiamo adoperato in piscina e in bellissimi week end invernali verifichiamo meticolosamente che il mordente sia integro e che il raccordo con il tubo rigido non faccia difetto. Per questo accessorio un buon “doppione” di riserva è sempre consigliabile: noi preleviamo uno snorkel accorciato perché d’estate e con il mare calmo ventiliamo meglio; ci sembra pure che al cospetto di pesci particolarmente sospettosi non sia troppo evidente. La muta spessa indossata fino a poche settimane fa lascia il posto all’indumento neoprenico sottile e morbido come un guanto. Riposta nell’armadio asciutto e appesa ordinatamente su una gruccia la muta estiva appare quasi nuova, senza grinze e compressioni deleterie del tessuto gommoso.
C’è chi si porta appresso la giacca da cinque millimetri e i pantaloni da tre e chi opta per una impalpabile tre e mezzo. Noi siamo soliti saggiare la consistenza delle incollature e la bontà del materiale intorno alle cuciture perché non vorremmo incappare nell’exploit negativo di un simpatico pescatore che fece ridere a crepapelle un intero campeggio corso. L’incauto villeggiante arrivò baldanzoso sulla battigia: estrasse dalla sacca una strana palla nerastra, la srotolò con fare aristocratico e la cosparse di liquido schiumoso. Infilò con precisione un braccio nella manica e poi subito dopo l’altro, fomentando una nuvola di bollicine copiose che fuoriuscivano allegre tra le varie pezze di neoprene, segno incontestabile che le giunture erano sul punto di cedere. L’uomo inserì la testa nel cappuccio e cercò di farsi scivolare addosso il resto del corpetto.
Non ne ebbe il tempo: il capo vecchio e consunto si lacerò e si disintegrò progressivamente in più pezzi, lasciando il povero ominide letteralmente spiazzato. Un tubetto di mastice e qualche ritaglio di neoprene occupano pochissimo posto e in qualsiasi località potremo procedere ad una riparazione artigianale. I calzari sono sottili e accompagnati da un paio di calzettoni di spugna: quando l’acqua è calda vanno benissimo e la pelle del piede non si spella. I guanti di neoprene felpato da cinque millimetri sono stati fantastici ma ora è il tempo di cambiare registro: preleviamo degli articoli di stoffa molto resistenti che danno una protezione e una valida resistenza tra le pareti delle tane, sulle rocce, senza tralasciare il fatto che conservano una sensibilità ottima della falange sul grilletto.
La cintura elastica della zavorra la ritroviamo arrotolata in un cassetto: è nuda, senza un piombo inserito e questo l’ha preservata nei migliori dei modi lungo il corso dei mesi. La stiriamo per vedere se appaiono striature e abrasioni verticali ma la gomma nera non evidenzia nulla di anomalo. La fibbia chiude e apre a meraviglia e per la nostra sicurezza questa prerogativa è un ottima cosa.
Prendiamo cinque chili di piombo tra cui uno a sgancio rapido e li sistemiamo a dovere. Una mattonella è adornata da un anello di acciaio Sotto il sedile c’è il posto per un’altra cintura e qualche chilo di piombo: non è impossibile che su un tubolare traballante e instabile si slacci sbadatamente la cinta e che questa finisca irrimediabilmente a fondo.
Il coltellino da cintura
ha un fodero semplice, a scatto, e la lama in acciaio inossidabile possiede una
punta e un filo micidiali; forse quel velo di silicone passato abitudinariamente
sul tagliente è stato provvidenziale. Qualche hanno fa avevamo un fodero dotato
di anello di fermo in gomma e ad ogni inizio di stagione era meglio sostituirlo
poiché in diverse occasioni smarrimmo il pugnale. In previsione di recuperi
particolarmente sfiancanti o di tuffi ripetuti in profondità prendiamo il peso
mobile e ci assicuriamo che l’anello inox sia un tutt’uno con la colata di
piombo. La sagola di collegamento viene svolta interamente: è in robusto
trecciato e non ci sono tratti spellati o parzialmente rovinati quindi la
riavvolgiamo in santa pace sul raccoglitore di legno a forma di H. Siamo in
dubbio se prelevare anche le cavigliere da due etti e mezzo e lo schienalino
leggero o se lasciare tutto in garage ma poi, dopo un ripensamento capitoliamo
positivamente: non è detto che con un po di maretta montante o con una bella
scaduta ribollente non scappi la voglia di tuffarsi nella schiuma!
Le pinne sono accatastate
ordinatamente su un ripiano e finalmente possiamo prelevare i modelli leggeri e
scattanti in composito. Scegliamo due paia performanti di diversa durezza e
lunghezza e prendiamo un terzo ricambio di pale: le impacchettiamo
meticolosamente in un borsone protetto da due lamine rigide laterali e da uno
strato di plastica da imballaggio costituita da tante bollicine piene d’aria.
Questa misura assicura un trasporto indenne da rotture anche nel caso dovessero
essere spedite tramite l’aeroplano. Non vogliamo assolutamente incorrere in
potenziali declabe e preferiamo dotarci di una scorta adeguata. Le scarpette non
hanno segni di rottura all’attaccatura dei longheroni o sul tallone e un
sottile velo di spray protettivo le ha preservate morbidamente. Un tubetto di
colla cianoacrilica, due pezze di camera d’aria e un decimetro quadro di
cartavetro rappresentano il kit di pronto soccorso. Nel caso si bazzichi quasi
esclusivamente in poca acqua o che il grado di allineamento sia nullo o quasi,
conviene acquistarne un modello a pala media, non esasperata, e provarlo sempre
prima con un paio di calzari. Chi avesse paura di perdere gli attrezzi, magari
per il piede “smagrito” e “consunto” dopo molte ore trascorse a mollo,
può comprare dei ferma pinne, sempre validi.
Il cuore caratterizzato da battiti lenti e misurati inizia a scalpitare quando ci avviciniamo alla rastrelliera dei fucili: i nostri amati ”bambini” sono in attesa di esprimersi al massimo e non c’è periodo migliore per testarli di quello che sta per incominciare. Fiondare la tahitiana sul fianco di un pelagico da una trentina di chili o trapassare un bel denticione azzurro sono esperienze che lasciano sempre attoniti e che alimentano quel quid magico che molti appassionati bramano ardentemente sentirsi scorrere dentro le coronarie.
E’ tutta la stagione che non facciamo altro che sottoporli a delle attenzioni speciali: non passa giorno che non vengano rimirati, scrutati, coccolati. Non succede di certo che restino abbandonati all’incuria e che si ritrovino con gomme inservibili, frecce arrugginite, meccanismi inchiodati: per coloro che ritrovano i fucili in queste deprecabili situazioni non resta altro che dar mano al portafoglio e sperare di porre rimedio rapido e indolore. La panoramica delle armi e varia e per non fare ingiustizie di sorta prendiamo qualche arbalete e qualche pneumatico. Se la vacanza si profila assai intrigante ci assicuriamo un assortimento completo tale da non far rimpiangere la santabarbara di una corazzata.
Per le tane strette, il grotto, i buchetti affidiamo il compito di giustizieri ad un paio di fucili ad aria piuttosto corti, un cinquanta e un settanta. Il settantacinque, il novanta e il centoquindici ad elastici risolvono quasi tutte le altre vertenze, dagli spacchi lunghi alle prede in acqua libera mentre il centodieci oleopneumatico ha l’arduo impegno di accoppare i pescioni più grossi. I mulinelli sono specifici per ogni arma e tutti sono rigorosamente farciti di sagolino nuovo: guai a farsi trovare impreparati in previsione di un combattimento avvincente. Le frizioni si svitano liberamente e le bobine scorrono sul perno senza impuntamenti di sorta. Una matassa di monofilo di nylon dell’1.40 fa capolino da un cassetto e si fa spazio tra i ricambi insieme ai giunti stringi filo metallici. I carichini, gli arpioni, le alette, i ribattini e le fiocine li sistemiamo in una cassetta insieme a una serie di guarnizioni O Ring, un flaconcino d’olio, un tubetto di grasso, un paio di pistoni, svariate coppie di elastici, degli archetti, alcuni attrezzi meccanici elementari.
Le aste in acciaio inossidabile sono in numero triplo per ogni modello e sono infilate in due tubi di PVC con tappi a vite: abbiamo comunque la coscienza che potrebbero non essere sufficienti in previsione di incagli e molta sfortuna. Diamo una passata di lima alle punte e ci viene in mente quell’episodio incredibile capitato qualche anno fa. Stavo pescando con un pneumatico armato con una freccia dotata di uno scorrisagola sperimentale particolarmente idrodinamico, realizzato con uno speciale tecnopolimero addittivato (costosissimo). Sparai ad un serranide all’imboccatura di una fenditura senza ipotizzare che il tiro poteva passarlo comodamente da parte a parte; il dardo dopo essere fuoriuscito interamente dal testone dell’animale si conficcò sul fondo del budello.
Recuperai il pesce tagliando il nylon poiché la freccia si era incastrata
malamente; provai in tutte le maniere a liberarla ma ogni tentativo si rivelò
infruttuoso. Non mi diedi per vinto e dopo una lunga pinneggiata raggiunsi
l’imbarcazione e la cassetta degli attrezzi. Mi armai di una pinza “grip”
e ritornai sul pedagno lasciato appositamente in situ. Arrivai in prossimità
dell’asta incagliata e riuscii a chiudere le ganasce delle pinze sul codolo.
Dopo una decina di tuffi e parecchi minuti di apnea e imprecazioni svitai il
particolare e mi rimpossessai del prezioso scorrisagola. Il raffio accompagna le
frecce e sta appiccicato ad uno dei cilindri tramite due fettucce di velcro: è
un compagno inseparabile e ci ha aiutato a recuperare prede, a liberare aste.
La torcia necessita di una lieve
lubrificazione della guarnizione poiché non l’abbiamo adoperata da molto
tempo e appare opaca e secca; meno male che la parabola non era avvitata a fondo
corsa e l’O Ring non è schiacciato. Il pacco accumulatori non si trova
all’interno del corpo plastico e il pericolo di trovarsi di fronte a
fuoriuscite di acido e a ossidazioni varie in questo caso non esiste affatto. Ci
procuriamo qualche set di pile anche se sono di un tipo e di un formato
facilmente reperibile internazionalmente e una lampadina di riserva che
trasportiamo all’interno di un contenitore plastico per pellicole
fotografiche. Per i modelli dotati di pacchi batterie ricaricabili è bene saper
che tipo di presa è di voltaggio è in uso nel paese e correre ai ripari in un
fornito negozio di materiale elettrico acquistando riduttori, spine, prolunghe,
eccetera.
Fino a pochi giorni fa entravamo in
mare con una plancetta auto costruita, fantastica base d’appoggio ma ora che
andiamo in ferie con gli amici che possiedono un bel gommone l’abbandoniamo in
un cantuccio a riposare. Una boetta gonfiabile è l’articolo giusto per
segnalare la nostra presenza ai natanti a patto che la bandiera regolamentare
sia ben visibile. Un drappo disegnato a proposito e collocato su un’astina in
vetroresina di altezza considerevole si è dimostrata un validissimo segnale,
visibile da grande distanza. Lo stesso stratagemma si adopera sul natante per
poter pescare in un raggio di cinquanta metri senza vincoli supplementari. Una
piccola boa o una tanichetta adornata da qualche moschettone ad aggancio rapido
potrebbero rivelarsi lo strumento ideale per stanare serranidi arroccati così
come una serie di elastici modello: “fissa bagagli”. Il cestone coibentato
per riporre giornalmente il pescato e i sacchetti per fare il ghiaccio sono
stipati nell’autovettura insieme ad una borraccia termica, a dei prodotti
energetici e a degli integratori salini. Il quaderno plastificato per rilevare e
conservare le mire trova spazio accanto al binocolo impermeabile, a delle
matite, al GPS portatile. Lucia prepara le valigie e i capi anti vento che
potrebbero servirci in lunghi tragitti o in giornate uggiose.
Per ultimo verifichiamo che la
valigetta del pronto soccorso non abbia dei farmaci scaduti e che la borsa
fotografica sia “farcita” di rullini, sperando di immortalare un momento
magico e qualche panorama che meriti.
La preparazione fisica.
Chi legge con assiduità Pesca Sub sa perfettamente che la forma fisica e l’adattamento psichico al nostro fantastico sport si preparano con costanza, settimana dopo settimana, immersione dopo immersione, e che ogni spavalda forzatura si paga in termini di cocenti delusioni. Nessuna attività sportiva dove l’essere umano è pericolosamente impegnato si svolge con pressappochismo. Speriamo che le decine di pagine scritte con dedizione da tanti autori non siano cadute nel torbido e che tutti giungano al termine della primavera con un grado di allenamento sincero: è uno dei segreti per tuffarsi in completa sicurezza e divertirsi per davvero.
Non
importa quale mezzo si impiega per abituare l’organismo a lavorare in debito
d’ossigeno ma occorre che l’apnea sia un procedimento quasi istintivo,
un’attività quasi abitudinaria. Il collaudo migliore dopo lunghi mesi di
stagnazione è l’uscita in mare. Sono sufficienti un paio di fine settimana
per verificare se il corpo è stato rodato per benino e se i muscoli degli arti
inferiori lavorano speditamente. In caso contrario potrete trovarvi in panne di
fronte ad un impegno apneistico ridicolo. Cercate di non pescare da soli e
assicuratevi che il compagno sia un angelo custode soprattutto quando la voglia
d’immersioni scalpita e il desiderio di far bene sconfini nell’esagerazione.
Pianificazione del viaggio
Premettiamo e consigliamo a tutti che
per equipaggiarsi senza remore è bene conoscere anticipatamente il sito da
raggiungere almeno sulla carta. Procuratevi una mappa nautica dettagliata delle
zone praticate e fatevi un’idea delle isobate delle profondità, delle secche
eventualmente presenti, della morfologia litoranea, eccetera: vi serviranno per
affinare le priorità di scelta e conseguentemente vi aiuteranno a scegliere
bene l’attrezzatura da portarvi dietro. Informatevi sui documenti necessari,
sulla copertura sanitaria, sugli usi e costumi della popolazione. Una telefonata
alla capitaneria di porto o alle autorità competenti della zona vi
permetteranno di conoscere eventuali ordinanze balneari, divieti vari,
limitazioni o regolamenti locali e non rischierete di vedervi appioppare delle
sanzioni multi milionarie o di finire in un tratto dove non potrete neppure fare
il bagno. Quando si è spaesati e non si sa che pesci prendere, o per trovare
degli amici con cui condividere delle giornate felici, si può contattare
qualche circolo subacqueo limitrofo confidando di trovare dei ragazzi e dei
compagni per delle pescate tranquille e fruttuose: chi meglio dei sub del posto
conosce i fondali del proprio mare?
Emanuele Zara & Lucia
Notarangelo