CAPI DI SETTEMBRE
Abbiamo tenuto duro, anzi durissimo sotto il solleone d’agosto e tra un temporale e un’ondata di afa siamo sopravvissuti. La piscina estiva, qualche saltuaria uscita in mare ci hanno permesso di tenere il fisico allenato e il fiato non manca. La città si sta ripopolando di gran lena ma noi abbandonati i compagni di lavoro siamo pronti per una settimana esplosiva.
Non è stato facile mettere d’accordo tutti, spiegare loro che sentiamo il bisogno di andare a pescare con una certa frequenza, che dobbiamo approfittare degli ultimi scampoli d’estate per chiudere un “discorsetto” che ci sta tanto a cuore… Dobbiamo ammettere che la fortuna ci arride e ricevuto il via libera ci siamo precipitati immediatamente dalla nostra amica Cinzia, commessa in un negozio fornitissimo di cartografia geografica e libri sul tema – viaggi -, e ci siamo buttati nel reparto dedicato al mare. La carta nautica del luogo scelto per i nostri giorni di vacanza è aggiornata di recente e mentre attendiamo il turno di pagamento alla cassa la squadriamo avidamente.
La scala è buona, con un rapporto di 1: 50000, e ciò ci consente di avere un ottimo ingrandimento con particolari ben evidenziati e circostanziati. Il tratto di costa rappresentato è breve ma ricco di spunti interessanti ed è più che sufficiente per il periodo scelto. Notiamo subito la propaggine rocciosa che troneggia sulla mappa e che sarà sicuramente meta dei nostri pellegrinaggi.
Il
capo fuoriesce parecchio dalla linea costiera con un paio di punte intervallate
da altrettante insenature. Una serie di crocette sparpagliate denota scogli
affioranti e punti pericolosi per la navigazione, segno che la morfologia di
alcune zone è movimentata nell’immediato sottocosta. L’altezza della
montagna da cui si origina l’insieme è discretamente elevata, 560 metri, e ciò
dovrebbe garantire un profilo subacqueo altrettanto scosceso e interessante. Le
batimetriche, infatti, sono indicate con una serie di linee ravvicinate prova
che il fondale precipita repentinamente, o con gradoni o con ripide franate.
Chissà di che composizione sarà la roccia. Potrebbe avere una predominante
granitica, oppure un’anima di arenaria; si potrebbe sfaldare in grossi blocchi
o precipitare con una sequenza di fenditure verticali. In ogni caso un elemento
così massiccio che prorompe in mare crea un habitat stupendo per i subacquei;
rompe la monotonia di alcuni chilometri costieri rettilinei e attira certamente
pesce piccolo e grosso. Troviamo anche due circoletti distanti da riva: sono due
secche con i cappelli a 8 metri e a 15 metri. La prima sembra essere il naturale
prolungamento di un cordolo roccioso della costa mentre la seconda è isolata su
una base assai impegnativa. La mente corre a gran lena e l’immaginazione ci
trasporta sott’acqua a fantasticare su ciò che troveremo nei paraggi.
Corrente e pelagici, un connubio ideale tra i canaloni. Cigli e dentici, luoghi
stregati per aspettisti dotati di ottima tecnica. Frane e corvine, probabile
incontro per tanisti e agguatisti minuziosi.
Settembre è un mese accattivante per gli apneisti e la possibilità di frequentarlo anche se per poco tempo ci riempie di passione. Ci sono alcuni manipoli di sportivi convinti che, dopo aver trascorso le ferie classiche con la famiglia, e quindi obbligati a far quadrare il bilancio con la consorte e con i discoli pargoletti, si prendono un solitario week end lungo e si scatenano sott’acqua.
Le capacità apneistiche godono complessivamente di una resa discreta visto che in un modo o nell’altro il contatto con il mare estivo si è realizzato. In poco tempo le performance atletiche prendono smalto e vigore. Per alcuni si tratta dell’ultima zampata del leone prima di riporre le armi e iniziare nuovamente a percorrere vasche su vasche.
Il pesce, e talvolta si tratta di pinnuti con la P maiuscola, ripopola i litorali improvvisamente “liberati” e il clima asseconda le uscite per poterli incontrare. Si potrebbe fare un paragone con giugno, mese altrettanto valido, ma obiettivamente entrano in gioco alcune variabili ambientali che di fatto lo differenziano abbastanza quali: la stratificazione del termoclino che all’inizio della bella stagione è ancora incerto mentre prima dell’autunno è stabile su quote medio fonde; la temperatura del mare di fine primavera è più fredda mentre ora è piacevolmente alta; la diversa tipologia di popolazione ittica presente in rapporto a nutrienti disciolti in mare, correnti differenti, cicli biologici eccetera.
L’estate sul calendario termina il 21 però, a prescindere dalle stagioni un po ballerine di questi ultimi anni, il periodo di fine settembre è ancora bello. L’anno scorso ci sono stati dei giorni splendidi fino ad ottobre inoltrato e quindi speriamo nella buona sorte anche per i successivi. L’anticiclone delle Azzorre dovrebbe abbandonare il cuore del Mediterraneo ma scampoli “testardi” di alta pressione donano ancora mare calmo e tempo stabile. L’acqua è calda, oseremmo dire quasi tiepida, per via dell’intensa radiazione solare estiva e i 23/24 gradi si affrontano con una muta leggera.
Naturalmente dovremo tenere conto delle quote di immersione perché
se scenderemo a fondo sarà meglio vestire una giacca da 5 mm che proteggerà il
corpo dagli sbalzi di termoclino. Per i pantaloni, i calzari, preferiamo optare
per il 3 millimetri, più che sufficiente per proteggere piedi e gambe. Usciremo
in gommone per cui dobbiamo garantirci l’accesso al mare: una telefonata alla
società che gestisce il porto rivela la presenza di uno scivolo accessibile. Le
miglia che separano lo scalo dalle zone interessanti sono una decina e ci
auguriamo davvero di trovare una bella “piatta”.
Terminato l’abbordaggio turistico il litorale marino ritorna ad essere tranquillo e si presta ottimamente a ricevere le visite dei cacciatori subacquei: si possono battere quelle zone che durante il clou dell’estate si rivelano dei veri outsider. Pescare sull’estremità di un capo in pieno agosto è spesso un’utopia a meno che non vi alziate alle cinque del mattino e vi fate una visitina rapida rapida oppure approfittiate del periodo che precede il tramonto.
Il traffico nautico non vi da pace neppure se disseminate lo specchio antistante la punta con una decina di boe segna sub. Nelle prime ore del mattino c’è la processione dei trainisti che scapolano la propaggine con un panorama di esche artificiali o naturali da far rabbrividire il catalogo di Mister Fish. E il rischio di essere agganciati da un Rapala Magnum e poi ferrati con una 130 libbre non è da escludere a priori. Se provate a obiettare di passare un po più in fuori vi sentirete rispondere che il mare e di tutti oppure udirete qualche frase meno educata.
A dire il vero non hanno tutti torti neppure loro ma quando il sole ha
oltrepassato di una spanna l’orizzonte è meglio per voi abbandonare
frettolosamente il sito perché l’orda demoniaca si profila serrata e super
agguerrita. Non potremo mai scordare l’avventura penosa che abbiamo vissuto
poco tempo fa in Costa Azzurra che ci ha visti risalire terrorizzati
sull’imbarcazione e fuggire a più non posso: pescavamo fuori da un bellissimo
capo nel periodo di Ferragosto quando verso le otto incominciarono a sfrecciarci
da tutte le parti flotte di yacht e barche a vela. Transitavano dappertutto, tra
il pallone e la boa, verso la parete a picco, dopo il gommone: un caos
pericolosissimo. Abbiamo dovuto levare gli ormeggi e tornare a dormire
anzitempo.
Non ne conosciamo il motivo ma
scapolare una punta tenendosi il più possibile appiccicati alla parete sembra
essere lo sport preferito dei navigatori. E la vostra plancetta segna sub
sistemata appena dietro lo scoglio affiorante manco si vede. Quando state
risalendo sentite quel maledetto ronzio che non si capisce bene da dove provenga
e una sottile, quanto deleteria, sensazione di terrore vi assale. L’ansia
consuma ossigeno prezioso e la vostra immersione apneistica perde i requisiti
essenziali di tranquillità e relax. Come si può concepire un tuffo profondo se
non si ha la certezza di fuoriuscire dall’acqua senza pericoli? Se pescate
all’agguato e restate appiccicati alla riva è difficile che lo scafo vi
centri in pieno ma se solo vi allontanate dal bordo…è preferibile non
azzardare previsioni!
Settembre è un mese che concentra una popolazione fertile di mangianza: non è raro osservare le sardine appallate in superficie attaccate da tunnidi di vario genere oppure pesci volanti che si librano per decine di metri al transito dell’imbarcazione. Folti branchi di aguglie inseguono la minutaglia e le grosse ricciole non perdono l’appuntamento con il gustoso belonide. Il mare si riprende i suoi protagonisti. Abbiamo vissuto delle bellissime storie di pesca settembrine e guarda caso i promontori rocciosi hanno quasi sempre svolto un ruolo predominante. Il gommone compie una virata larga e effettuiamo alcuni passaggi di studio; l’ecoscandaglio conferma ciò che la mappa aveva descritto: a poche decine di metri di lontananza ci sono già una sessantina di metri di profondità caratterizzati da rimonte e rialzi verticali di alcuni metri.
Ciò crea un gioco di correnti che incrementa l’interesse alimentare del posto e la catena alimentare può richiamare in successione dimensionale tutti i commensali. Ci fermiamo a ridosso di un piccolo golfo e l’ancora si arresta tra due blocchi di pietra. E’ irreale il silenzio che pervade l’area e solo le urla degli uccelli che volteggiano sopra le falesie a picco spezzano lo sciabordio lento e un po fuori luogo, indotto dalla chiglia. Un ambiente pienamente godibile non paragonabile al marasma vacanziero di un mesetto fa.
Il magma di milioni d’anni fa ha disegnato splendide conformazioni rocciose e le colate di lava hanno dato vita a colori e striature meravigliose. Numerosi e vari sono gli esempi di architettura geologica: rocce rosse e lamine nerastre s’accavallano in dorsali gibbose, lastroni in sequenza si aprono a ventaglio producendo degli spacchi che con tutta probabilità si troveranno sott’acqua, pinnacoli dalle forme bizzarre spezzano le pareti e scivolano nel mare ricoperti di vegetazione.
Mentre sciacquiamo la maschera guardiamo sotto e la trasparenza dell’acqua ci fa avvertire un brivido di emozione. Il mare sembra una tavola. Il fucile lungo monta un mulinello capiente e l’asta da 6.5 millimetri ha la cuspide affilata e appuntita per benino. Sarebbe sciocco trovarsi al cospetto con un pelagico e non riuscire a fermarlo per via dell’insufficiente penetrazione del dardo o per l’improvviso cedimento del nylon usurato. Anche i guanti hanno il palmo robusto perché nel caso riuscissimo a colpire il bestione da trenta chili vogliamo combattere senza rischi di lacerazione o danneggiamento serio della cute.
Cerchiamo di impostare la pescata con un certo criterio e ci dirigiamo
verso gli scogli più esterni del capo, l’avamposto che taglia in due il
promontorio. Lì le correnti si fanno ancora più intense, vive e s’incontrano
spumeggiando, fanno vortici invisibili, si amalgamano, si separano, si uniscono:
tanti spettatori assistono alle manifestazioni spettacolari della natura. Lo
sguardo è calamitato dai banchi di castagnole che ombreggiano il fondale e dai
gruppi di occhiate che specchiano d’argento a mezz’acqua. Ogni tanto giriamo
la testa da una parte e dall’altra, scostiamo con un dito il cappuccio della
muta ma non si ode nessun rumore…incredibile…siamo soli! Che bello, si può
pescare senza rischi, ci si può ventilare in santa pace, si può riemergere
senza assilli di paura, senza temere che un disgraziato attenti alla nostra
vita!
La prima capovolta è un’apoteosi
di bolle e bollicine che fuoriescono dappertutto: le aiutiamo ad abbandonare
l’intercapedine tra pelle e neoprene con dilatazioni di polsini e facciale. Il
velo d’acqua che s’insinua sul corpo è piacevolmente temperato e
l’operazione viene ripetuta per accomodare al centimetro la giacca. Grossi
pietroni squadrati che cadono nel blu costituiscono la sommità della propaggine
e l’istinto suggerisce una balconata in ombra dove portare l’aspetto. La
respirazione è pacata, il diaframma espelle l’aria ricca di anidride
carbonica e si abbassa per ossigenare a fondo i polmoni. I battiti del cuore
sono rallentati e il busto si flette in avanti seguito dalle lunghe pale in
composito. Pochi movimenti per contrastare la positività e s’incomincia a
scendere liberamente. Le sensazioni che si provano qui, sono difficilmente
descrivibili. Nello sbalzo accarezzato dalla corrente il cacciatore attende la
sua preda. L’arma è appoggiata in una nicchia e il dotto di proporzioni
giganti si profila frontalmente. L’incedere è lentissimo, misurato. Il gioco
è tirato e la partita in palio non ha tempi supplementari ne ricupero. L’uomo
abbandona il campo e mentre pinneggia con delicatezza guarda l’avversario che
sfila in una crepa e s’eclissa per sempre. O forse ritornerà.
Pesci sui capi di settembre
Varie sono le tipologie ittiche che
si aggirano nei paraggi dei capi. I serranidi che a settembre popolano di
preferenza le franate profonde abitano i meandri più reconditi possono essere
sorpresi in caduta mentre stanno in candela fuori tana oppure mentre scivolano
tra un sasso e l’altro in compagnia di corvine. I dotti sembrano amare
particolarmente la fine dell’estate e soprattutto al tramonto nel nostro Sud
è possibile pescarli all’aspetto su agglomerati o cigli in corrente. I
dentici di grosse dimensioni frequentano zone analoghe ma non è in frequente
trovarli in parete mentre cacciano la minutaglia. Tutti i pesci di passo come
tonni, lampughe, palamite, ricciole, lecce trovano l’habitat del capo un sito
ideale per le loro scorribande che avvengono principalmente in superficie, a
mezz’acqua e solo in alcuni casi
a quote abissali. A pelo d’acqua un capo riserva incontri con saraghi e orate
che spiluccano tra le pieghe delle pareti, con spigole che risalgono la
corrente, con muggini che cercano riparo tra i passaggi delle rocce affioranti.
Testi di Emanuele Zara &
Lucia Notarangelo