Elaborazione esterna dei fucili

 

Spesso le giornate invernali riservano giornate tristi sotto il profilo meteo marino e talvolta capita che l’immersione debba essere rimandata per forza a tempi migliori. Che fare per mantenere una vitalità apneistica esuberante? C’è la piscina, c’è l’album delle fotografie, l’incontro con i compagni di caccia, il diario di pescate epiche... ma il massimo dei massimi, secondo noi, si scopre accudendo ed elaborando i propri fucili. Il virus delle trasformazioni non conosce vaccini preventivi, non conosce soste e all’interno dell’annacquata mente di un cacciatore subacqueo si fanno strada mille idee... Li estraiamo dalle sacche o dalle rastrelliere e guardandoli con affetto malcelato cerchiamo di immaginarceli in piena azione, protagonisti indiscussi di mitiche avventure, di catture esaltanti.

Impugnando un pneumatico di serie, ma gli identici problemi possono insorgere pure su alcuni arbalete, ci accorgiamo spesso che difficilmente si adatta alla perfezione al nostro modo di pescare: il calciolo sfugge alla presa o è difficile da stringere bene nel palmo della mano; il grilletto non si appoggia millimetricamente al centro della falange o appena più su; il colore non si integra cromaticamente nel fondale in cui peschiamo e nel contempo non si fa notare abbastanza se lo depositiamo dinanzi a una spaccatura; le tacche di mira risultano scarsamente utilizzabili o addirittura fastidiose nella fase del puntamento; il serbatoio fa troppo rumore se inavvertitamente urtiamo una parete di roccia; cerchiamo il cappio per fissare rapidamente il moschettoncino della boa segnasub ma questi si rivela introvabile; il lungo “picchia” in basso e ci affatica il braccio; eccetera, eccetera. Valutate con accortezza i difetti delle  vostre armi, cercando di porvi degli obbiettivi concreti utili a migliorare la gestione complessiva del modello in uso. Studiate il modo di adattare il più possibile lo strumento meccanico al tipo di caccia che praticate, al modo soggettivo di immergersi: tramite piccole modifiche raggiungerete un feeling sensazionale e potrete sicuramente incrementare la percentuale di successi venatori.

L’impugnatura. I fucili pneumatici in commercio possiedono delle impugnature in plastica dalla classica linea a pistola. C’è qualche modello che presenta una forma abbastanza ergonomica, carina, mentre altre paiono più spartane, meno curate; certune sono grosse, massicce oppure decisamente magre e filanti; ultimamente fanno tendenza i copricalciolo elastomerici più o meno morbidi. Qual è il compromesso migliore? Personalmente credo che un’impugnatura piccina sia da preferire ad altre versioni perché ci da la possibilità di intervenire in vari modi, a differenza di un calcio già grande in partenza dove l’intervento umano è giocoforza limitato. Effettuate comunque molte prove: a mani nude, con guanti estivi e invernali; ruotate il polso su vari piani assiali simulando il brandeggio reale in caccia; fate finta di premere il grilletto nella posizione tradizionale e poi riprovate con il braccio completamente disteso; verificate che l’incavo tra pollice e indice “lavori” bene... L’analisi vi confermerà che si possono limare delle asperità fastidiose, che vi farebbe comodo che il polpastrello “trovasse” al volo il grilletto o che il pollice rintracciasse senza esitazioni l’eventuale pomello del variatore di potenza; che vi piacerebbe impugnare il calcio con più saldezza, eccetera. Un cutter e una lima a grana media si adoperano per i punti da ridurre, per le zone che non fanno appoggiare bene le dita (facendo attenzione a non asportare troppa plastica perché ricordiamo che all’interno dell’impugnatura c’è aria compressa ad alta pressione), eccetera. Per aumentare il volume complessivo dell’elemento potreste procurarvi del nastro usato per rivestire i manubri delle bici, acquistabile da qualsiasi rivenditore di cicli oppure del nastro comune, rintracciabile ovunque. La fettuccina spugnosa dei ciclisti è ingegnosa poiché non appesantisce l’arma: è leggermente positiva in acqua e inoltre possiede una gamma di colori molto appariscente. Con della colla neoprenica si fissano le spire in modo indissolubile e si possono applicare eventuali tasselli supplementari che modellano ad hoc i profili. Nelle impugnature che presentano un telaio interno e un sovra calciolo di gomma o di plastica, esiste l’opportunità di procurarsi dei ricambi originali e di creare su misura due o più tipi di impugnatura, da montare al bisogno, a seconda delle stagioni di pesca o delle strategie di pesca. Un amico carissimo si è addirittura fatto un calco in gesso e si è stampato un calciolo anatomico in un materiale siliconico speciale, termoformabile, e il risultato è a dir poco sbalorditivo. Un’altra astuzia sopraffina consiste nel nastrare il calcio con della pellicola fosforescente o luminescente (oppure con la vernice identica), in modo che l’arma abbandonata sul fondo risulti immediatamente rintracciabile.

Il sistema previsto per l’aggancio del sagolone, sistemato alla base del calcio, è spesso sottovalutato, invece potrebbe rivelarsi un alleato fedelissimo in numerosi frangenti. Può essere ricavato ex novo se l’originale non offre sufficienti garanzie strutturali. Le opzioni possibili prevedono di ricavare una nuova traccia passante in una zona veramente salda (una parte di calcio robusta e spessa da forare col trapano) oppure di ancorare una treccina in dacron o un anello in acciaio tramite un’imbracatura esterna, successivamente nascosta alla vista da qualche giro di nastro. Un comodo cappio di sagola, abbastanza spessa e discretamente rigida, o una treccina metallica inox, completeranno adeguatamente la nuova zona d’attacco.

Per coloro che hanno la facoltà di smarrire spesso i carichini non esiste nulla di più comodo che l’interno cavo del calcio in cui si può sistemare il piccolo articolo di ricambio. Procuratevi una pezza di camera d’aria di camion o un quadratino di gomma spessa, non troppo cedevole, e fissatela ben tesa sotto il calcio: praticate una corta incisione centrale in maniera che il carichino si possa inserire ed estrarre comodamente tra le due  “labbra” elastiche.

Il grilletto e lo sganciasagola. I grilletti moderni sono stampati in plastica e il pensiero migra nostalgicamente a quei bellissimi grilletti in acciaio che alcuni modelli della mitica serie Sten esibivano negli anni 80. L’appendice che aziona lo sgancio del pistone ha un ruolo fondamentale nell’azione di sparo. Pensate al momento clou in cui i tendini dell’arto umano stirano i muscoletti del polpastrello o al flettersi delle articolazioni delle falangi: è sufficiente una leggera deficienza, un’esitazione temporale per mandare a monte una lunghissima azione predatrice. Il dito non trova istantaneamente la superficie plastica, si appoggia in un punto troppo avanzato o arretrato, deve compiere uno sforzo troppo marcato per far partire il colpo, fa intuire al sospettosissimo predatore in avvicinamento che stiamo trafficando su quel benedetto arnese da ormai una manciata di secondi... Il grilletto deve essere perfettamente adattato al dito dell’apneista in modo che gli impulsi nervosi che inviano l’input di sparo siano immediatamente trasformati in azione pratica, senza sforzi ulteriori e tantomeno ritardi deficitari. Immaginatevi che le nostre armi elaborate sono così sensibili che il pinnuto non riesce a capire quando il pistone si sgancia, non ha il tempo di abbozzare un tentativo di fuga; in parole povere, quando il dito sfiora il grilletto, si conta già il morto.  

Esiste certamente un legame funzionale tra impugnatura e grilletto: a volte basta lavorare sul calcio perché il dito finisca millimetricamente sull’appendice plastica mentre in altri casi può essere necessario riprogettare il grilletto perché non si riesce a trovare comunque una buona sinergia d’azione. Prima di agire è obbligatorio scaricare il pneumatico ed estrarre completamente il grilletto dalla sede. Con il solito taglierino potete ridurre le misure, aggiustarvi le forme, perfezionare le curve; se avete bisogno di aumentarle potete incollare dei piccoli spessori di plastica o di plexiglas nella semi luna dove poggia il polpastrello o addirittura ritagliarvi un nuovo grilletto in tecnopolimero tramite un seghetto da traforo. Chi vuole esagerare può realizzarlo con della lamiera di alluminio da 4 o 5 mm di sezione (o addirittura di titanio) seguendo un disegno personale e funzionale nei bracci di leva e provvedendo poi a fissare il grano di regolazione tramite un’apposita maschiatura. Due rondelline auto lubrificanti in Teflon, sistemate ai lati della spina fissa grilletto, provvederanno al basculamento finissimo del manufatto metallico. Lo sganciasagola è per i sottoscritti un accessorio utile e comodo. Le volate di sagolino sono sempre in ordine, non s’ingarbugliano sul più bello, in un attimo le riavvolgete dopo lo sparo, non vi curate che si liberino durante un’attesa o una ricerca in tana, eccetera. Attualmente gli sganciasagole degli oleopneumatici più diffusi commercialmente lavorano in sincronia meccanica col grilletto e nell’uso “normale” non danno adito a critiche evidenti. 

Il problema sorge quando si desidera un grilletto così sensibile che anche un microscopico punto di contatto e quindi di potenziale attrito, peggiora la fluidità d’insieme. Sui fucili corti lo sganciasagole di serie va soltanto limato un po affinché lo sgancio risulti il più possibile delicato: in tana non c’è bisogno di eccessive sottigliezze tecniche e quindi non si devono compiere veri e propri miracoli. Sui pneumatici lunghi, quelli super prestanti, invece, occorre intervenire con la massima accortezza. Chi non vuole perdere tempo si procura un elastico o una striscia di camera d’aria, lo adatta al diametro esterno del serbatoio e lo adopera come ferma sagola spartano: indubbiamente il congegno è molto efficace ai fini della sensibilità di sparo poiché è indipendente dai meccanismi dell’arma. Noi lo troviamo un sistema lento e poco pratico soprattutto quando si adoperano due o tre volate di monofilo di nylon: ogni volta c’è da imprecare perché la sistemazione non è veloce, se si usano guanti spessi o poco sensibili si fa fatica a riordinare le passate, basta sfiorare un ciuffo di alghe o altro elemento d’appiglio per osservare cinque o sei metri di nylon che fluttuano a mezz’acqua, eccetera. Intervenendo sullo sganciasagole tradizionale bisogna eliminare i punti d’attrito fino a renderli quasi impercettibili: il risultato finale è ottimo. L’equilibrio di sgancio deve raggiungersi esattamente quando il grilletto aziona il perno che libera il dente di ritegno: ricercate la massima immediatezza. Lavorate di lima e di cartavetro a grana fine, verificate passo passo i risultati ottenuti finché le porzioni interessate “scivolino” tra loro.

C’è chi ha seguito una strada completamente nuova è ha sistemato un sganciasagole autocostruito sfruttando altre sedi dell’impugnatura: occorre una certa capacità tecnica ma il prodotto potrebbe avere caratteristiche eccellenti. Il gancetto deputato a trattenere il filo può essere ridotto ai minimi termini e adattato allo spessore e alle peculiarità della sagola in uso: si procede con delicatezza nel ridimensionamento fintantoché il cordino si sgancia scioltamente (non deve però liberarsi da solo). Noi interveniamo pure ai lati dell’elsa ricavando una sede stondata e liscia che ha la funzione di “guidare” le volate di sagola appena sopra la bobina del mulinello: non c’è il rischio che questi ostacoli la liberazione del nylon con la pericolosa interposizione del pomello di riavvolgimento o della rondella della frizione.

Il serbatoio. La maggior parte dei possessori di oleopneumatici rivolge le sue attenzioni a questo componente. L’inventario è lungo e forbito. L’operazione più semplice riguarda la nastratura dell’affusto con scotch plastico ma si giunge anche a varie “taroccature” multicolori. Così facendo, l’alluminio anodizzato o ricoperto di serie da un soffice trattamento gommoso, riceve una protezione supplementare agli urti e ai contatti cruenti con rocce ed affini. Chi usa le fascette di acciaio inox per fissare il mulinello, o chi possiede un mulinello con telaio metallico, deve necessariamente interporre uno strato isolante tra i due differenti metalli, l’alluminio e l’acciaio, poiché a contatto con l’acqua marina si creano delle correnti galvaniche che corrodono il substrato più debole e quindi, in breve tempo, il serbatoio del fucile si buca. Gli amanti del mimetismo riscontreranno quanto sia facile adattare l’arma all’ambiente dipingendo il serbatoio. Sul materiale anodizzato “nudo” bisogna necessariamente utilizzare un primer di supporto altrimenti la tintura non resiste a lungo, mentre con la nastratura si ha una base ottima per applicare la vernice poliuretanica. Un negozio di modellismo vi fornirà una gamma di tinte e di speciali rivestimenti (finte alghette, macchiette di vegetazione, muschio sintetico, eccetera) che anche il cannone più lungo potrà assomigliare a una parte di scoglio! Un trasparente opaco completerà l’estro pittorico e conferirà all’affusto un rivestimento addizionale. L’evoluzione della semplice nastratura in PVC, o nastro telato, consiste nella fasciatura con del nastro agglomerante o autovulcanizzante. Questo prodotto viene utilizzato industrialmente da elettricisti e idraulici per sigillare condotte sottomarine, giunture varie, spezzoni di tubo che devono stare immersi in un liquido. E’ nero, spesso, gommoso, pesante, ma una volta che viene avvolto sull’affusto si “fonde” in una massa unica, soffice e sorda a qualsiasi colpo esterno. E’ l’ideale per i fucili corti da tana che così imbottiti risultano efficacissimi e “invisibili” nelle manovre più strette. Ricordatevi solamente che in acqua potrebbe divenire leggermente negativo. Potete acquistarlo in un magazzino di prodotti elettrici ben fornito.

Un’alternativa al solito nastro isolante è rappresentato dai fogli di vinile autoadesivo (usato per rivestire cassetti e altri arredamenti) distribuiti in tantissime fantasie e colorazioni sia nei colorifici sia nei negozi di casalinghi: il vantaggio di una fasciatura uniforme e costante è apprezzabile pure per il peso complessivo che non raggiunge valori eccessivamente elevati. Un serbatoio avvolto da troppi rotoli di scotch (provate a pesare i rocchetti su una bilancia di precisione...) si appesantisce sempre peggiorando l’assetto globale dell’arma. Tutti i fucili pneumatici tendono a picchiare in avanti e anche una ventina di grammi possono far degenerare una precaria situazione. Cercate di inventarvi uno stabilizzatore d’assetto poco ingombrante e soprattutto assai efficace nel mantenimento degli equilibri idrodinamici. Un fucile con l’asta inserita, neutro nella fase di brandeggio, è un attrezzo eccezionale per tutte le tecniche di pesca, con particolare enfasi per il “cannone” di oltre 100 centimetri: si muove in tutte le direzioni con facilità, consente di allineare istantaneamente la mira, permette di cacciare per ore senza quasi avvertire dimensioni e pesi. Come alleggerire il serbatoio di un lungo oleopneumatico? Innanzitutto bisogna scegliere il materiale con un peso specifico inferiore a quello dell’acqua, affinché l’arma galleggi tramite l’impiego di uno stabilizzatore dallo spessore fine, poi assicurarsi che esso sia impermeabile e imputrescibile, insensibile allo schiacciamento e quindi alla riduzione di spinta positiva in relazione alle atmosfere sottomarine, di facile lavorabilità. Il legno in essenze particolari risponde benissimo ed elegantemente a tutti i requisiti, quello di balsa è mitico così come i pani di sughero, ma ha il neo che dopo un po di sfregamenti si danneggia e può deteriorarsi. Si evita la spinosa questione trattandolo, rivestendolo di vernici bi componenti durissime che però non scongiurano a posteriori un parziale insuccesso. Gli espansi di natura artificiale come il poliuretano espanso ad alta densità a cellule chiuse, il polistirene estruso sempre a cellule chiuse, certe schiume a bassissimo peso specifico per uso aeronautico, eccetera, possiedono le carte in regola per creare un galleggiante fantastico e duraturo per un lunghissimo lasso di tempo. Una tavoletta da piscina o l’isolante per le coibentazioni adoperato in edilizia possiedono una forte spinta di galleggiamento oltre che un’impermeabilità certificata, basso costo e facilità di reperibilità: basta ritagliare un piccolo parallelepipedo, creare una sede a mezzaluna per l’alloggiamento del serbatoio e procedere all’incollatura con adesivo specifico (fate attenzione ai solventi di certe colle che possono danneggiare gli estrusi in questione). Successivamente si sgrossa “la saponetta” con una lama affilata e si prova in mare. Basta davvero pochissimo materiale per equilibrare un pneumatico: se dovesse galleggiare eccessivamente perché siamo stati generosi nel dimensionamento del galleggiante (probabilità alta), si procede alla riduzione diretta tramite un tagliente coltello subacqueo fino a trovare l’assetto perfetto. Tornati a casa provvederemo a rifinire la sagoma con della tela abrasiva e a dargli una forma slanciata e idrodinamica. Chi desidera possedere uno stabilizzatore variabile potrà inserire nel poliuretano eccessivamente galleggiante, dei piccoli cilindretti di piombo, da rimuovere o da incrementare a seconda della profondità operativa perseguita. Ricordiamo che le variazioni si effettuano con piombini di pochi grammi, tipo quelli che usano i gommisti per l’equilibratura dei cerchi in lega.

L’ogiva. Il componente che raccorda il serbatoio alla testata presenta superiormente il mirino e inferiormente il foro di passaggio sagola e la protuberanza che accoglie i giri di sagola. Alcuni subacquei preferiscono eliminare radicalmente le tacche di mira, ritenendole inutili, mentre altri le esaltano colorandole o applicando degli evidenziatori. Per toglierle basta limarle o reciderle con il cutter: il profilo del pneumatico apparirà completamente liscio e nei modelli con l’ogiva rastremata si raggiungerà visivamente la punta della tahitiana. Il mirino con la sommità fluorescente si nota anche nella luce scarsa del crepuscolo ma si può abbellire ulteriormente con l’inserimento di una microscopica vite autofilettante e di una goccia di vernice fosforescente, altamente visibile in tutte le condizioni. Riguardo il tramite in cui passa la sagola, magari vincolata a una girella voluminosa o annodata ad uno spezzone finale, c’è chi inserisce un comodo e largo anello supplementare in acciaio inossidabile. Altri allargano il foro iniziale e sistemano al suo interno un anello in ceramica (preso in prestito dai passanti delle canne da pesca) in modo da rendere fluidissimo e sicuro lo scorrere del filo, ad esempio durante l’impegnativo recupero di un grosso pelagico.

 

mimetismo. Il subacqueo che crede nel mimetismo non può limitare i suoi interventi esclusivamente alla muta o al telaio della maschera. Tutta la figura deve integrarsi all’ambiente e soprattutto un lungo archibugio che sporge anomalamente dalla silhouette umana deve essere “domato” cromaticamente nonché, ovviamente, dall’abilità strategica dell’operatore. Chiunque abbia provato ad immergersi senza fucile avrà notato che i pesci si avvicinano di più al soggetto immobile sul fondo. Il pneumatico ha l’innegabile pregio di essere sempre più corto se paragonato al cuginetto che si serve della propulsione elastica. Procuratevi un metro e constaterete subito il grande divario esistente tra un arbalete e un fucile ad aria che possiedono nominalmente la stessa lunghezza! Migliorandone l’aspetto esteriore si riesce a guadagnare ulteriore vantaggio in termini di facilità d’occultamento. Il fucile è costituito principalmente da plastica e da alluminio. Questi due materiali non risultano l’optimum per i processi di verniciatura ma grazie agli ultimi progressi della tecnologia è possibile effettuare degli ottimi restyling. In una carrozzeria automobilistica si impiegano dei primer, cioè delle basi aggrappanti chimiche, prima di riparare paraurti, portelloni, specchietti in tecnopolimero e non ultime anche delle intere carrozzerie in lega d’alluminio. E’ sufficiente chiederne una piccola quantità in regalo per preparare tutti i fucili che vogliamo. Con uno straccetto imbevuto di solvente si eliminano le tracce oleose di lavorazione nei fucili nuovi (per i pezzi in plastica si può procedere a una delicata carteggiatura) e poi si stende un velo di primer. L’impugnatura, l’ogiva e la testata pitturate con questo sistema si trasformano e, insieme al serbatoio verniciato con un metodo identico o sottoposto alla nastratura preventiva, saranno in grado di integrarsi alla perfezione con il mondo subacqueo per lunghe stagioni. C’è qualche subacqueo che segue i dettami della scomposizione d’immagine e quindi spezza il lungo fucile con due colorazioni differenti o con grosse macchie ben delimitate in modo che il pinnuto non si renda esattamente conto delle dimensioni globali dell’arma.

 

Testi e foto di Emanuele Zara & Lucia Notarangelo